Strychnos

genere di pianta della famiglia Loganiaceae
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Strychnos
Strychnos nux-vomica - Köhler–s Medizinal-Pflanzen-266.jpg
(Noce vomica)
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Sottoclasse Asteridae
Ordine Gentianales
Famiglia Loganiaceae
Genere Strychnos
Nomenclatura binomiale
Strychnos
Linneo, 1753 (1735)
Specie

v.testo

Il genere Strychnos comprende circa 200 specie di alberi e liane diffuse nelle regioni tropicali ed equatoriali di tutto il mondo, appartenenti alla famiglia delle Loganiacee.

CaratteristicheModifica

Le foglie sono opposte.

I fiori sono di solito poco appariscenti, in genere biancastri, riuniti in infiorescenze, con corolla gamopetala regolare. In molte specie sono anche maleodoranti.

I frutti (drupe o bacche) hanno dimensioni variabili, in alcune specie anche più grossi di una mela, e contengono pochi grossi semi in una polpa gelatinosa.

Quasi tutte le specie di questo genere sono ricche di alcaloidi altamente velenosi, in particolare la stricnina e la brucina.

SpecieModifica

Tra le circa 200 specie appartenenti a questo genere, menzioniamo le seguenti:

  • in Asia:
    • Strychnos nux-vomica (Noce vomica), albero di medie dimensioni originario dell'India;
    • Strychnos tieute, arbusto dell'Indonesia, usato un tempo dagli indigeni per preparare frecce avvelenate;
    • Strychnos pseudo, originario dell'India e usato localmente per chiarificare l'acqua melmosa;
    • Strychnos potatorum, dell'India meridionale, usato in modo simile a S. pseudo; i frutti maturi sono commestibili;
    • Strychnos Ignatii, originario delle Filippine, con concentrazioni di alcaloidi nei semi ancor più alte della noce vomica.
  • in Africa:
    • Strychnos innocua, una delle poche specie i cui frutti, non velenosi, vengono consumati dall'uomo (in Egitto e in Senegal);
    • Strychnos decussata, elegante alberetto del Sudafrica, a fiori gialli;
    • Strychnos spinosa (Arancia del Natal).
  • in America:

UsiModifica

Strychnos nux-vomica e altre specie sono usate per scopi medicinali in erboristeria, in omeopatia e anche per applicazioni particolari nella medicina moderna.

L'estratto di alcune specie è stato utilizzato proprio per la sua tossicità, per preparare frecce avvelenate presso i popoli primitivi o esche avvelenate per topi presso i popoli più evoluti, fino a tempi recenti. Importanti furono gli studi sugli alcaloidi di Strychnos eseguiti per un trentennio nell'Istituto Superiore di Sanità di Roma che portarono fra l'altro alla scoperta degli effetti miorilassanti, utilizzati soprattutto in chirurgia addominale e toracica[1], e che fecero ottenere a Bovet il Premio Nobel per la medicina nel 1957[2].

Alcune specie (in particolare S. Gerrardi, S. innocua, S. madagascariensis, S. potatorum) hanno limitata applicazione nell'alimentazione locale, in India e in Africa. In alcuni casi, i frutti vengono cotti prima del consumo.

Storia: da Upas tieutè alla stricninaModifica

Jean Baptiste Leschenault de La Tour (1773-1826), botanico e naturalista, lavora per molti anni a Giava come etnobotanico. Si interessa vivamente allo studio dei veleni da freccia ed in particolare all'Upas tieutè. Scopre (nel 1805) che si prepara usando la radice grattugiata di una pianta locale, posta a macerare in acqua e quindi ridotta ad un liquido denso come melassa, usato appunto come veleno da freccia di micidiale efficacia. A Parigi la sostanza viene identificata come appartenente al genere Strychnos, già conosciuto in Occidente per la Strychnos nux-vomica, conosciuta sin dal 1683 come induttore del vomito e convulsivo (usato poi in omeopatia).

Nel 1808 egli dà l'estratto a due giovani ricercatori francesi, François Magendie e Raffeneau-Delile. I due ricercatori sperimentarono il veleno su molti animali e nel 1809 pubblicano i risultati descrivendo il meccanismo d'azione del veleno, che causa convulsioni, calma, poi convulsioni e morte per asfissia. Gli autori concludono che il veleno non ha un effetto sul cervello ma sul midollo spinale. È questa la prima volta che si definisce un organo specifico d'azione per un veleno, ed è una pietra miliare nella storia della farmacodinamica. È questo esperimento che indurrà poi i successivi studi di Magendie sull'assorbimento e la distribuzione dei veleni ed altre sostanze, e quindi alla “Legge di Magendie” che distingue tra radici dorsali sensorie e ventrali motorie.

Fu solo dieci anni dopo, nel 1819, che la sostanza responsabile per le convulsioni, la stricnina, fu isolata. Pelletier e Cavendou nel 1819 la isolarono da Strychnos nux-vomica e nel 1824 da Upas tieutè.

Nel 1819 Magendie introdusse la stricnina in medicina clinica, per aumentare il tono muscolare di un paziente sofferente di debolezza muscolare a seguito di una malattia del sistema nervoso centrale. Da quell'esperimento in poi la stricnina entrò nella clinica per moltissimi disordini (colera, epilessia, tubercolosi, per rinforzare gli organi pelvici delle ragazze in pubertà) senza avere alcuna attività realmente curativa, e portando probabilmente a molti decessi. L'unico ruolo in medicina per la stricnina (ed è stato fondamentale) è quello di strumento di ricerca in farmacodinamica. Sappiamo infatti oggi che essa possiede la sua attività convulsiva perché interagisce (antagonista selettivo competitivo) con l'inibizione post-sinaptica mediata dalla glicina.

CuriositàModifica

Il personaggio letterario Sandokan, protagonista di alcuni romanzi del Ciclo indo-malese di Emilio Salgari, avvelena la punta del suo kriss nel veleno dell'Upas.

NoteModifica

  1. ^ Daniel Bovet, Filomena Bovet-Nitti, G. B. Marini-Bettolo (editors), Curare and curare-like agents, Amsterdam [etc.]: Elsevier, 1959
  2. ^ Nobel Lectures, su nobelprize.org.

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