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Organizzazione archivistica italianaModifica

Storia della normativa italianaModifica

All'alba del Regno d'ItaliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regno d'Italia (1861-1946).
 
Francesco Trinchera, direttore dell'ASNa e poi senatore del Regno.

Gli archivi italiani e le proposte di Francesco BonainiModifica

Al momento dell’Unità la normativa riguardante i 15 archivi statali italiani, concentrati prevalentemente nelle capitali degli Stati preunitari[1], era quanto mai più frastagliata: se nell'ex Granducato di Toscana e nell'ex Regno delle Due Sicilie gli archivi - in quest'ultimo Stato vi erano poi gli "archivi provinciali" per distinguerli dai due principali di Napoli e di Palermo - erano posti sotto il Ministero dell'Istruzione Pubblica, nell'ex Lombardo-Veneto e negli altri Stati pre-unitari invece gli archivi erano governativi, per cui sottoposti al controllo diretto del Ministero dell'Interno[N 1].

Tra il 1861 e il 1870, Francesco Bonaini cercò di proporre più volte (1861 e 1865) che gli archivi di Stato fossero sottoposti alle dipendenze del Ministero dell'Istruzione Pubblica e che fossero poi messi alle dipendenze di quattro grandi Sovrintendenze archivistiche[N 2] che avessero competenze anche sugli archivi comunali e su quelli notarili. Inoltre, Bonaini proponeva la creazione delle scuole di paleografia (antesignane delle attuali Scuole di Archivistica, Paleografia e Diplomatica) per la formazione del nuovo personale archivistico[2]. Tali proposte furono riprese, infine, nel 1867, quando a Firenze si riunì il Congresso internazionale di Statistica cui parteciparono, oltre a vari storici italiani, anche i direttori dell'Archivio di Stato di Venezia Tommaso Gar, quello di Napoli Francesco Trinchera ed infine lo stesso Bonaini[3].

La commissione Cibrario e il R.D. 1852/1874Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Commissione Cibrario.

Il dibattito che archivisti ed intellettuali stavano sviluppando in riunioni e congressi, fu poi portato all'attenzione del Parlamento. Il governo, col decreto 15 marzo 1870, istituì la "Commissione Cibrario", dal nome del senatore e ministro Luigi Cibrario che analizzò i 14 quesiti posti dal Parlamento. La commissione, composta sia da politici quali i senatori Michelangelo Castelli e Diodato Pallieri che da archivisti quali Francesco Bonaini (che per problemi di salute mentale non vi partecipò), Francesco Trinchera, Tommaso Gar e il direttore dell'Archivio di Stato di Milano Luigi Osio[4], aveva il compito di valutare l'importanza degli archivi comunali e notarili; di stabiire delle normative relative ai versamenti e la creazione delle Sovrintendenze archivistiche formulate dal Bonaini, così come l'adozione del metodo storico per l'ordinamento degli Archivi di Stato. Il problema più spinoso, però, riguardò la questione del ministero cui far dipendere gli archivi. La commissione, infatti, si trovò disgiunta se affidare gli archivi al Ministero dell'Istruzione (in quanto i documenti sono testimonianza storica e culturale) o al Ministero dell'Interno (in quanto gli archivi sono i depositari degli atti emanati dal potere). Per un solo voto, si decise alla fine di far dipendere gli archivi dal Ministero dell'Interno:

«[La Commissione ] non fu poi concorde in questo: che taluni sopra la importanza storica ponevano la politica e l'amministrativa; altri a queste preponevano la storica. E se i primi dicevano che gli archivi per quanto possano servire agli studi non prendono mai tanto la qualità diistituti scientifici, che non rimangano soprattutto depositi di documenti, nei quali il governo come il pubblico ha i più vitali e più comuni interessi; i secondi dicevano che la politica e l'amministrazione possono e debbono avere le loro riserve, ma il documento che passa in archivio entra già nel dominio della storia [...] Le quali sentenze portavano una parte della Commissione a propendere pel Ministero che governa e amministra lo Stato; l'altra per quello che ha cura dell'istruzione. Raccolti i suffragi, la maggioranza fu pel Ministero dell'Interno.»

(Relazione della Commissione istituita dai Ministri dell'Interno e della Pubblica Istruzione con decreto 15 marzo 1870, p. 3)

Tale verdetto fu poi legiferato tramite il Regio Decreto 1852/1874, che stabilì quanto deciso dai membri della Commissione.

L'Italia liberaleModifica

Ecco le principali tappe della normativa legislativa italiana in materia archivistica dopo la Commissione Cibrario:

  •  
    Giovanni Giolitti, presidente del consiglio e ministro dell'interno al momento dell'emanazione del R.D. 1163/1911
    R.D. 2552/1875: stabilisce che tutti gli organi perificerici dello Stato debbano versare quei documenti il cui negozio si è ormai esaurito negli Archivi di Stato locali; per quanto riguarda i ministeri, invece, devono versare nell'Archivio del Regno (attuale Archivio Centrale dello Stato), fondato il 30 dicembre 1871. Al contempo, l'articolo 22 pone sotto l'attività di sorveglianza gli archivi non statali e quelli ecclesiastici da parte delle Soprintendenze[5]. Inoltre, tale regio decreto consacra il metodo storico del Bonaini quale metodo per la gestione degli archivi del regno[6] e un primo regolamento delle scuole di paleografia, che si decise di farle dipendere dal Ministero della Pubblica Istruzione
  • R.D. 4 maggio 1885: l'articolo 1 dichiara che rientrano nel demanio statale anche gli archivi[7].
  • Con la Circolare Astengo (circ. 1700/2 del 1887) si provvide ad elaborare delle norme per gli uffici delle amministrazioni pubbliche territoriali (Comuni) e per gli archivi notarili, tenendo conto in particolar modo della tenuta del registro di protocollo[8]. Tutto ciò fu il preludio per l'emissione del R.D. 35/1900, vigente fino al 1998, che stabilisce l'istituzione del registro di protocollo negli uffici ministeriali e le indicazioni per la tenuta degli archivi storici a loro afferenti[9].
  • R.D. 2 ottobre 1163/1911: è la prima legge completamente dedicata all'organizzazione degli archivi e della materia archivistica in Italia[1]. Fondamentale ancora oggi per le scuole APD, il R.D. 1163/1911 prevedeva infatti la durata biennale delle scuole con lezioni bisettimanali, la frequenza obbligatoria e le norme per lo svolgimento degli esami finali. Inoltre, prevedeva delle norme sullo scarto (questo non doveva avvenire senza l'approvazione del Consiglio generale degli archivi, avvisato in questo dai prefetti con nulla osta del Direttore dell'Archivio di Stato competente). Inoltre, si provvide ad obbligare gli enti pubblici e quelli ecclesiastici a tenere in ordine i loro archivi.

Sotto il fascismo: accentramento e la Legge BottaiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del fascismo italiano.
 
Giuseppe Bottai nel 1937.

Con la marcia su Roma del 28 ottobre del 1922, Benito Mussolini, con la complicità della Corona, dell'esercito e dell'industria, prendeva il controllo del governo, aprendo così la stagione del Ventennio (1922-1943).

In materia archivistica Mussolini, per lungo tempo ministro dell'interno, intendeva istituire degli Archivi di Stato in ogni provincia e, successivamente, quella di far dipendere i medesimi dallo stessa presidenza del consiglio e quindi dal Duce, idea poi questa accantonata. Tuttavia, il fascismo si occupò di quanto i governi dell'età liberale e giolittiana non si interessarono, ovvero la definitiva statalizzazione degli archivi provinciali meridionali, finora dotati di uno status particolare e assumendo il nome di Archivi provinciali di Stato (1932)[10]; l'intervento sugli archivi privati, che erano ancora regolati secondo quanto stabilito nel 1848 da Carlo Alberto; e l'aggregazione degli archivi notarili agli Archivi di Stato.

I principali risultati legislativi dei progetti di Mussolini si realizzarono, poi, attraverso la legge 2006/1939 (Legge Bottai) e gli articoli 822-23-24 del Codice Civile del 1942:

  • Legge 2006/1939, l'unica legge fra le "Leggi Bottai" dedicata completamente agli archivi ed espressione della concezione fascista nel controllo degli archivi. In essa si delineano i compiti degli archivi pubblici, statali e privati. Si delineano le competentenze delle neonate Soprintendenze archivistiche e bibliografiche e si stabilisce la creazione di un Archivio di Stato in ogni capoluogo[11]. Gli archivi continuano a rientrare nella dimensione amministrativa e giuridico-probatorio, non venendo considerati come "beni culturali"[12]. Infine, si dispose il versamento degli atti dei notai prodotti prima dell'anno 1800 dagli archivi notarili in quelli di Stato[13]. La legge Bottai, comunque, non ebbe un'efficacia pratica incisiva: l'anno successivo l'Italia entrerà nella Seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo il 25 luglio del 1943 vanificarono molte delle proposte sugli archivi, venendo però riprese in parte nel corso dell'età repubblicana.
  • Articoli 822-823-824 del Codice civile (1942): esplicano il concetto di demanio pubblico («Fanno parimenti parte del demanio pubblico [...] le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche», art. 822) e la loro inalienabilità dal territorio italiano (art. 823). L'articolo 824 ribadisce lo stesso concetto anche per gli archivi degli enti pubblici quali Comuni, Provincie e Regioni.

L'età repubblicanaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'Italia repubblicana.
 
Giovanni Spadolini
  • "Legge sugli archivi"[14] del 1963. Prima legge dedicata esclusivamente agli archivi dal 1911, nel D.P.R. 30 settembre 1963 n°1409 (rivisto in parte nel 1975) si viene a delineare il funzionamento archivistico italiano fino all'entrata in vigore del Dlgs. 42/2004, ossia il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio[15].
  • Sempre nel 1963 (D.P.R. 1409/1963) vengono istituite le "Commissioni di sorveglianza e scarto", ossia la vigilanza sull'attività degli organi dello Stato da parte di Archivi di Stato e Soprintendenze e l'attività di scarto di materiali non ritenuti atti ad entrare nell'Archivio storico dopo la fase di deposito.
  • Commissione Franceschini del 1964, in cui si propose di far entrare nel novero dei beni culturali anche gli archivi.
  • 1974: Gli archivi di Stato passano sotto la giurisdizione del neonato MIBAC (Ministero dei Beni Culturali e del Paesaggio) con il D.L. 14 dicembre 1974, per volontà del ministro Giovanni Spadolini[16]. Il nuovo Ministero entra in funzione il 1° marzo 1975, dopo che ci fu la conversione in legge del D.L il 29 gennaio 1975[17].
  • D.P.R. 30 dicembre 1975, n. 854 stabilisce che il Ministero dell'interno, che fino a quel momento aveva avuto la giurisdizione degli Archivi di Stato, continui tuttavia ad avere voce in capitolo «in materia di documenti archivistici non ammessi alla libera consultabilità»[18].
  •  
    Giuliano Urbani
    Legge 241/1990, artt. 3, 8, 22 sul procedimento amministrativo. Per quanto riguarda l'amministrazione archivistica:
    • Articolo 3: "Motivazione del provvedimento". L'articolo 3bis, aggiunto nel 2005 e avente per oggetto l'uso della telematica.
    • Articolo 8: "Modalità e contenuti della comunicazione di avvio del procedimento"
    • Articolo 22: "Definizioni e modalità di accesso"
  • D lgs 490/1998, ovvero il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, riunisce tutte le disposizioni in materia culturale legiferate durante il XX secolo[19].
  • D.P.R. 445/2000, ossia il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa. L'articolo 68, avente per oggetto le Disposizioni per la conservazione degli archivi, disciplina i flussi documentali degli archivi, il piano di conservazione, il controllo sugli spostamenti e il rispetto della legge sulla privacy.
  • D.P.R. 37/2001: vengono ridelineati i compiti, le funzioni e le modalità di esecuzione delle componenti delle Commissioni di sorveglianza. L'oggetto del decreto infatti recita: "Regolamento di semplificazione dei procedimenti di costituzione e rinnovo delle Commissioni di sorveglianza sugli archivi e per lo scarto dei documenti degli uffici dello Stato".
  • D. lgs. 42/2004: Entra in vigore il Codice dei Beni culturali e del paesaggio ad opera del ministro Giuliano Urbani (perciò detto anche Decreto Urbani). Da questo momento in avanti, il codice sostituisce il testo unico del 1963 e quello del 1998 e, nel corso degli anni, ha avuto numerose revisioni, modifiche e/o aggiunte (l'ultima nel 2008)[20].

Riassumendo, tra 1874 e 2004 le principali disposizioni normative in materia archivistica sono state:

  1. R.D. 1852/1874: dipendenza degli archivi dal Ministero dell'Interno.
  2. R.D. 2552/1875: adottamento del metodo storico e disposizioni di versamento negli Archivi di Stato e nell'Archivio del Regno. Creazione delle Soprintendenze archivistiche, abolite poi nel 1891.
  3. R.D. 1163/1911: prima legge organica sugli archivi riguardo la loro organizzazione e il funzionamento delle Scuole di Stato.
  4. Legge Bottai 2006/1939, considerata la seconda legge organica sugli archivi, esprime la volontà accentratrice del fascismo con la creazione degli archivi di Stato in ogni provincia, la creazione delle Soprintendenze archivistiche e bibliografiche e l'attenzione sugli archivi privati e quelli notarili.
  5. Codice civile del 1942, art. 822-824: gli archivi sono riconfermati come beni demaniali statali (cfr. legge 1885).
  6. Legge 1409/1963, detta "Legge fondamentale degli archivi" e quindi la terza legge organica sugli archivi.
  7. 1975: gli archivi passano sotto la giurisdizione del nuovo Ministero dei beni culturali, entrandone a far parte a pieno titolo.
  8. Testo Unico 1998: quarta legge organica sugli archivi, riunisce tutte le disposizioni legislative finora legiferate.
  9. D. lgs. 42/2004: entrata in vigore del Codice dei Beni culturali e del paesaggio, che comprende anche la normativa relativa alla gestione degli archivi.

L'amministrazione archivistica italiana attualeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Ministero per i beni e le attività culturali, Archivio di Stato (Italia), Soprintendenza archivistica e bibliografica e Direzione generale Archivi.

Gli archivi come beni culturaliModifica

Seguendo la linea già prevista a livello internazionale fin dal 1954 con la Convenzione dell'Aja, anche nel contesto italiano ci si avviò alla definizione di bene culturale (Commissione Franceschini del 1964, chiamata così perché presieduta dall'onorevole Francesco Franceschini), partendo dall'articolo 9 della Costituzione Italiana del 1948[21]. Con la creazione del Ministero per i beni culturali e ambientali nel 1975, voluto da Giovanni Spadolini e Aldo Moro, si decise, e solo in fase di conversione del decreto legge (29 gennaio 1975) grazie ad una presa di posizione di gran parte degli archivisti di Stato italiani, di inserire anche gli archivi tra i beni culturali[22]. La presenza degli archivi tra i beni culturali è stata ribadita dalle disposizioni del Testo Unico (Dlgs. n. 490 del 29 ottobre 1998) e del Codice dei Beni Culturali (Dlgs. 42 del 22 gennaio 2004). In quest'ultimo testo sono precisamente indicati tra i beni culturali «gli archivi e singoli documenti dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico»[23] e gli «gli archivi e i singoli documenti, appartenenti a privati, che rivestono interesse storico particolarmente importante»[24].

Il MIBAC e la DGAModifica

In Italia gli archivi ricadono sotto la giurisdizione del Ministero per i beni e le attività culturali, il quale ha una serie di Direzioni Generali competenti per argomento: gli archivi ricadono sotto il controllo della Direzione generale Archivi (DGA), che svolge le funzioni e i compiti, non attribuiti alle direzioni regionali o ai soprintendenti di settore ai sensi delle disposizioni in materia, relativi alla tutela dei beni archivistici. L'amministrazione, entrando nel dettaglio, si articola in organi centrali e in una serie di organi periferici.

 
L'Archivio Centrale dello Stato, nel quartiere EUR a Roma.

Organi centraliModifica

Gli organi centrali sono ripartiti in:

Questi ultimi due istituti, nonostante sia il primo un centro di ricerca e il secondo un Istituto di conservazione, hanno degli statuti speciali che li differenziano, invece, dagli organi periferici.

Organi perifericiModifica

Gli organi periferici si dividono, invece, in:

  • 15 Soprintendenze archivistiche e bibliografiche (SAB), secondo la denominazione assunta a partire dal 2016 che ha visto le Soprintendenze regionali, oltre a sorvegliare sugli archivi non statali, anche sulle biblioteche degli enti pubblici[25]. Le SAB sono situate quasi tutte in ciascuna regione italiana[N 3] e svolgono una funzione di tutela e di assistenza verso gli archivi non statali, ovvero gli archivi pubblici (Archivi di Regioni, Province e Comuni) e quelli privati dichiarati di notevole interesse storico (con notifica emessa proprio dalla soprintendenza). Nel linguaggio tecnico la sua mansione di controllo si chiama "vigilanza". La vigilanza non comprende il controllo sulla fase di riordino, ma si limita a fornire un consulto se richiesto.
  • 100 Archivi di Stato che hanno sede in ciascun capoluogo di provincia (tranne che in alcuni capoluoghi di recente istituzione, dove non sono ancora attivi). Gli Archivi di Stato (AS) si occupano di conservare le carte delle amministrazioni statali centrali e periferiche della propria circoscrizione (preunitarie e postunitarie) e gli archivi di enti pubblici e privati, quando necessario e secondo le modalità prima osservate[26]. Gli Archivi di Stato inoltre controllano tutti gli archivi degli istituti statali di quella provincia: questura, prefettura, direzione di poste e telegrafi, tribunale e via dicendo. Il nome tecnico della sua mansione di controllo è "sorveglianza". Gli Archivi di Stato hanno anche il compito di valorizzare, secondo uno dei due pilastri su cui si basa il Codice dei beni culturali, anche il patrimonio archivistico sedimentato, oltreché di formare gli aspiranti archivisti nelle dottrine della scienza archivistica, paleografica e diplomatica. A tal fine, in diciassette archivi di Stato hanno sede le Scuole di archivistica, paleografia e diplomatica[27].
  • 33 Sezioni di Archivi di Stato[28] (la legge stabilisce un numero massimo di quaranta[29]) e sono analoghe agli archivi di Stato, ma poste in un comune non capoluogo e subordinate all'archivio di Stato del capoluogo[28]. Si tratta di archivi formatisi storicamente con una rilevante qualità e quantità di documenti che, secondo il principio basilare di mantenere sempre gli archivi nel territorio che li ha prodotti, vengono mantenuti nella città di origine.

NoteModifica

  1. ^ a b Carucci-Guercio, p. 18
  2. ^ Rimanevano fuori dalla discussione, per il momento, gli archivi privati, in quanto lo Statuto Albertino aveva già provveduto ad affermare, in modo molto generale, che «tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, erano inviolabili».
  3. ^ Lodolini, 1991, pp. 133-136
  4. ^ Per l'elenco completo, cfr. Lodolini, 1991, 136, n. 11
  5. ^ Bertini, p. 24
  6. ^ Lodolini, 1991, p. 140
  7. ^ Bertini, pp. 17-18
  8. ^ Bertini-Petrilli, p. 92, n° 77
  9. ^ Regio Decreto 35/1900
  10. ^ Ghezzi, p. 67
  11. ^ Angelucci, p. 101
  12. ^ Angelucci, pp. 101-102
  13. ^ Ghezzi, Legge 22 dicembre n°2006/1939, art. 11, p. 461
  14. ^ Definita in tal modo da Bertini, p. 25 e da Carucci, p. 18.
  15. ^ Bertini, p. 25
  16. ^ Ghezzi, p. 49
  17. ^ Angelucci, p. 104
  18. ^ Ghezzi, pp. 530-532
  19. ^ Angelucci, p. 105
  20. ^ Normativa italiana
  21. ^ Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 9, p. 5:

    «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica etecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.»

  22. ^ Carucci-Guercio, p. 31
  23. ^ Come disciplinato dall'art. 10, comma 2, b
  24. ^ Come disciplinato dall'art. 10, comma 3, b
  25. ^ Soprintendenze archivistiche e bibliografiche
  26. ^ Carucci, p. 34
  27. ^ Ghezzi, p. 139, n. 65
  28. ^ a b Archivi di Stato
  29. ^ D.P.R. 1409/1963, articolo 3, comma b, riportato in Ghezzi, p. 467.


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