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Via Alessandrina

Strada di Roma
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Il tracciato della via Alessandrina riaperto al pubblico il 28 ottobre del 2013, verso la Colonna Traiana

Via Alessandrina, a Roma, era una strada che collegava i Mercati di Traiano alla Basilica di Massenzio, nella zona più bassa del Rione Monti, dalla quale l'area circostante prese il nome di Quartiere Alessandrino. A conclusione degli ultimi scavi nell'area del foro Traiano e del Foro di Nerva è stata riaperta nel 2013 una via Alessandrina, trasversale alla via dei Fori imperiali, sul tracciato dell'antica[1].

Il quartiere rinascimentaleModifica

La zona dei Fori non fu mai completamente abbandonata, anche nei secoli della decadenza, in parte demolendo ma anche ricostruendo e riutilizzando strutture dei fabbricati antichi, e in parte trasformando in terreno agricolo quello che era un tempo il centro della Roma imperiale.

 
Arco dei Pantani, antico ingresso ai Fori

Gli scavi nell'area dei Fori in corso dal 1998 hanno infatti evidenziato gli strati di crollo o di abbandono databili tra il VI e il VII secolo e resti di case aristocratiche databili al IX e X secolo nel Foro di Nerva, tra le pochissime tracce di edilizia di età carolingia note in Roma. La zona comunque, pianeggiante e posta ai piedi dei colli Quirinale, Viminale e Oppio, con la messa fuori uso del sistema fognante romano era tornata paludosa, tanto da essere denominata popolarmente i Pantani.

 
L'osteria alle Colonnacce in un'incisione di Luigi Rossini

La prima sistemazione urbanistica moderna della zona tra il Foro di Nerva e la Colonna Traiana avvenne attorno al 1570 per opera del cardinale Michele Bonelli, nipote di Pio V Ghislieri, detto l'Alessandrino dalla sua zona di origine. Questi provvide a bonificare l'area e a renderla edificabile, tracciandovi la via detta, dal suo appellativo, Alessandrina. La strada tagliava l'antico Argiletum raggiungendo il Tempio della Pace (al di là dell'odierna via Cavour)[2].

Il quartiere di piccole strade strette (via Cremona ne era il limite verso il Campidoglio; c'erano poi via Bonella, via del Priorato, via dei Carbonari, piazza delle Chiavi d'Oro) costituiva una maglia del tessuto edilizio che era cresciuto, continuo, fra le pendici del Campidoglio, il muro della Suburra e il Foro romano. Vi sorgevano case modeste, ma anche edifici di rilievo, come il palazzetto detto di Sisto IV (che però era, forse, il palazzo dei Ghislieri), il Conservatorio di Santa Eufemia, nato come convento delle "Sperse di Sant'Eufemia" accanto a una chiesa di Sant'Urbano, il palazzetto di Flaminio Ponzio. I pianterreni erano occupati da piccoli commerci e botteghe artigiane, e lungo la via Alessandrina si contavano nel 1855 ben quattro osterie, una delle quali sistemata tra i resti del Tempio di Minerva, alle Colonnacce.

La demolizioneModifica

 
Foro romano e quartiere Alessandrino prima delle demolizioni (tra il 1924 e il 1932: il "Ghettarello" sopra il Foro di Cesare è stato già demolito, ma il resto delle costruzioni è ancora integro)

Il quartiere aveva dunque vita, storia, memorie anche di rilievo. Insisteva però su un'area che, per la sua ricchezza di straordinari giacimenti archeologici, fin dall'unità d'Italia era stata al centro di quella che Antonio Cederna chiamò "l'eterna fissazione sventratoria che si afferma subito dopo l'Unità", e che la nuova Italia positivista condivideva del resto con altre capitali e grandi città europee.

Già il primo piano regolatore di Roma capitale, del 1873, prevedeva l'allargamento di via Cremona (la parallela di via Alessandrina sotto il Campidoglio, che insisteva sul Foro di Cesare) in direzione di via Cavour e la costruzione di un viadotto che, prolungando la stessa via Cavour (costruita appunto in quegli anni), attraversasse il Foro romano in sopraelevata, verso la Bocca della Verità e Trastevere. Tuttavia la costruzione dell'enorme massa del Vittoriano - avvenuta tra il 1900 e il 1911 al di fuori di ogni piano, come accadde per decenni a Roma - spostò il fuoco dell'attenzione urbanistica dai Fori a Piazza Venezia.

Cominciò allora ad apparire indispensabile realizzare un tracciato viario rettilineo che mettesse in comunicazione il nuovo nucleo monumentale moderno con quello antico individuato nel Colosseo. Le prime demolizioni - finalizzate appunto alla costruzione del Vittoriano - erano avvenute nel primo decennio del Novecento tra piazza Venezia e il fianco nord del Campidoglio, polverizzando fra l'altro quasi completamente il complesso medievale del convento dell'Ara Coeli e la Torre di Paolo III sul Campidoglio.

 
Tracciato di via Alessandrina recuperato nei lavori a via dei Fori Imperiali

Proseguendo in questa logica, che mischiava ambizioni funzionali (per snellire il traffico si ipotizzò perfino la costruzione di una galleria tramviaria sotto il Campidoglio) ed esaltazione retorica delle memorie di Roma imperiale, nel 1926 venne deliberata una variante al piano regolatore che prevedeva la completa demolizione di quanto era stato costruito nei secoli sopra i Fori tra piazza Venezia e via Cavour, come affermato da Mussolini nel 1925: "I monumenti millenari devono giganteggiare nella necessaria solitudine".

Lo sventramento fu così approvato nel 1931, e realizzato in un solo anno, interessando tutto lo spazio tra piazza Venezia e il Colosseo, dove per costruire i 900 metri di quella che sarà poi chiamata la Via dell'Impero vengono rimossi 300.000 metri cubi di terra e calcestruzzi romani (sversati qualche chilometro più in là a colmare "le bassure già malariche della via Ostiense"), praticamente senza fare rilievi di ciò che si distruggeva[senza fonte]. Alla fine dell'operazione saranno stati demoliti circa 5.000 vani di abitazione in cui abitavano circa 4.000 persone, trasferite dalle loro case sotto al Campidoglio in borgate cosiddette "provvisorie" che erano allora sperdute in mezzo alla campagna - Val Melaina, Tormarancia, Primavalle, Gordiani, Pietralata, San Basilio, Prenestino, Tiburtino.

L'ultimo blocco di case fu demolito nel 1933; i lavori di abbattimento furono ritardati dalle vicende legali legate al ritrovamento di un ingente quantitativo di monete e di gioielli, il cosiddetto tesoro di via Alessandrina rinvenuto il 22 febbraio di quell'anno in un muro di un appartamento al civico 101 della strada e appartenuto a Francesco Martinetti, un noto antiquario deceduto circa quarant'anni prima.[3]

NoteModifica

  1. ^ Prima della sistemazione urbanistica di cui si dice più avanti, il nome Via Alexandrina era stato attribuito, in Vaticano, alla via nata dall'allargamento dell'antica Via Recta voluto da Alessandro VI per il giubileo del 1500. La relativa targa di marmo con lo stemma dei Borgia e il nome Via Alexandrina (forse una delle prime apparse in Roma) dovrebbe ancora esistere in qualche magazzino comunale (si veda in Rendina e Paradisi, Le strade di Roma, 2003, alla voce "Nuovo (Borgo)"). Questa strada, rinominata in Borgo Nuovo quando fu tracciata la via Alessandrina ai Monti, fu ugualmente demolita - negli stessi anni 1930 - con la demolizione della Spina dei Borghi (si veda alla voce Piazza San Pietro).
  2. ^ si legge in Nibby, Roma nell'anno MDXXXVIII, p. 237:
    Circa l'anno 1570 furono ordinate le strade da questa parte e cominciato il rialzamento del suolo per le cure di s. Pio V essendo maestro delle strade Prospero Boccapaduli, e perciò le due vie principali che si traversano da nord a sud e da est ad ovest ebbero il nome di via Alessandrina, e via Bonella, una ricordante la patria, l'altra la famiglia di quel papa. Fu allora che il monastero di s. Basilio venne assegnato alle Neofite. Que' lavori continuarono sotto Gregorio XIII il quale per testimonianza del Martinelli fece levar via gli orti che occupavano questa parte di Roma, e dopo aver diretto le altre vie in due anni si vide la contrada coperta di case l'anno 1585. Paolo V rialzò l'anno 1606 il piano della chiesa di s. Quirico come si vede, e di ciò fa testimonianza la lapide che è sulla porta; ma nello stesso tempo per opera di Giovanni Fontana fece demolire gli avanzi del tempio di Minerva del quale rimanevano in piedi dieci colonne e parte della iscrizione e del frontone ed i materiali furono impiegati per la fabbrica della Cappella Paolina in s. Maria Maggiore e per la Fontana Paolina sul Gianicolo. E così si perdette questo monumento al quale furono sostituite case plebee.
  3. ^ Fabio Giovannini, I tesori nascosti di Roma, Mursia, 2010, pp. 115-121.

BibliografiaModifica

  • Bruno Toscano, La città Assente: La via Alessandrina ai fori imperiali, Agorà 2007
  • Antonio Cederna, Lo sfondamento di via dell'Impero, da Mussolini urbanista, Bari, Laterza, 1979 (riportato in Italo Insolera, Roma fascista nelle fotografie dell'Istituto Luce, Editori Riuniti 2002)
  • Roberto Meneghini, L'origine di un quartiere altomedievale romano attraverso i recenti scavi del Foro di Traiano [1][collegamento interrotto]

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

Immagini della strada prima delle demolizioniModifica

  • prima del 1929 - vista dai Mercati di Traiano (JPG), su museicapitolini.org. URL consultato il 9 novembre 2008 (archiviato dall'url originale il 7 luglio 2010).
  • 1932 (JPG), su museodiromaintrastevere.it. URL consultato il 9 novembre 2008 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  • 1933 Demolizioni in corso (JPG), su museicapitolini.org. URL consultato il 9 novembre 2008 (archiviato dall'url originale il 7 luglio 2010).

DocumentazioneModifica