Vittoriano

monumento di Roma
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Monumento nazionale
a Vittorio Emanuele II
Piazza Venezia - Il Vittoriano.jpg
Il Vittoriano visto dal centro di Piazza Venezia
Ubicazione
StatoItalia Italia
RegioneLazio Lazio
LocalitàRoma
IndirizzoPiazza Venezia
Coordinate41°53′40.56″N 12°28′59.13″E / 41.894599°N 12.483092°E41.894599; 12.483092Coordinate: 41°53′40.56″N 12°28′59.13″E / 41.894599°N 12.483092°E41.894599; 12.483092
Informazioni
CondizioniIn uso
Costruzione1885-1935[1]
Inaugurazione4 giugno 1911[1]
StileNeoclassico con influenze eclettiche[2]
UsoPubblico
Altezza81 m[3][4]
Tetto: 70 m[4] m
Area calpestabile17 550 m2[4]
Ascensori1[5]
Realizzazione
ArchitettoGiuseppe Sacconi
ProprietarioMinistero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, meglio conosciuto con il nome di Vittoriano, Mole del Vittoriano[6] o, impropriamente[7], Altare della Patria[8] (in latino Ara Patriae), è un complesso monumentale nazionale situato a Roma sul Campidoglio, opera dell'architetto Giuseppe Sacconi, vincitore nel 1882 di un concorso pubblico, a cui seguì la posa della prima pietra, che avvenne nel 1885. Il Vittoriano fu inaugurato nel 1911, sebbene il completamento di tutte le sue parti venne portato a conclusione nel 1935[1].

Il termine "Vittoriano" deriva dal nome di Vittorio Emanuele II di Savoia, che fu il primo re d'Italia dell'epoca moderna nonché il protagonista del Risorgimento nazionale e il fautore del processo di unificazione italiana, tant'è che viene indicato dalla storiografia come "Padre della Patria"[3]. A partire dal 1921, quando ha accolto le spoglie del Milite Ignoto, che sono tumulate in una sua parte chiamata "Altare della Patria", il Vittoriano ha assunto una più ampia valenza simbolica, e quello che era stato pensato inizialmente come monumento di commemorazione del primo re d'Italia dell'epoca moderna, e con esso anche del Risorgimento[3], è diventato un tempio laico vero e proprio[1][9] dove è celebrata l'Italia unita e libera[10][11].

Avendo un grande valore rappresentativo, è considerato uno dei simboli patri italiani, visto che comprende opere artistiche che hanno un preciso valore simbolico[12], dato che rappresentano tramite metafore le virtù e i sentimenti, molto spesso resi come personificazioni allegoriche, che hanno animato gli italiani durante il Risorgimento, ovvero dai moti del 1821 alla presa di Roma (1870), grazie ai quali è stata realizzata l'unità nazionale[13]. Il centro simbolico del Vittoriano è l'Altare della Patria: dato il suo grande valore rappresentativo, l'intero monumento è spesso erroneamente chiamato con questo nome[7]. Centro architettonico del Vittoriano è invece la statua equestre di Vittorio Emanuele II, che è l'unica rappresentazione non simbolica presente nel monumento, dato che è la raffigurazione precisa di un personaggio storico[14].

Fin dalla sua inaugurazione il Vittoriano è teatro di importanti momenti celebrativi; ciò ha accentuato il suo ruolo di simbolo di identità nazionale[15]. Le celebrazioni più importanti che hanno luogo al Vittoriano si svolgono annualmente in occasione dell'Anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d'alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre[16].

Indice

StoriaModifica

Le premesseModifica

 
Vittorio Emanuele II di Savoia, primo re dell'Italia unita, a cui è dedicato il Vittoriano

Dopo la morte di Vittorio Emanuele II di Savoia, che avvenne il 9 gennaio 1878, furono varie le iniziative destinate ad innalzare un monumento permanente che celebrasse il primo re d'Italia dell'epoca moderna, che portò a compimento il processo di unificazione italiana coadiuvato dal presidente del Consiglio dei ministri Camillo Benso, conte di Cavour, tant'è che il primo monarca dell'Italia unita viene indicato dalla storiografia come "Padre della Patria", e con lui l'intera stagione risorgimentale[3][17].

Il primo atto formale destinato alla costruzione di un monumento dedicato a Vittorio Emanuele II fu una delibera del consiglio comunale di Roma datata 10 gennaio 1878[18]. In questo atto venne deciso di stanziare centomila lire e di costituire una sottoscrizione nazionale il cui obiettivo sarebbe stato una raccolta fondi destinata a erigere un monumento permanente intitolato a Vittorio Emanuele II da costruire a Roma[18]. A questa iniziativa seguì, il 26 marzo 1878, una proposta di legge depositata alla Camera dei deputati del Regno d'Italia dal parlamentare Francesco Perroni Paladini con lo stesso obiettivo[18]. Il 4 aprile il governo recepì questa indicazione nella persona di Giuseppe Zanardelli, ministro dell'Interno, che depositò in Consiglio dei ministri una proposta di legge[18].

La proposta di legge di Zanardelli fu approvata dal parlamento il 16 maggio 1878[19]. Uno stralcio di questo atto normativo, che fu il passo formale di carattere nazionale destinato all'erezione del monumento, recita[1]:

« [...] Sarà eretto in Roma un monumento nazionale alla memoria di Re Vittorio Emanuele, liberatore della patria, fondatore della sua unità [...] »

(Legge n°115 del 16 maggio 1878)

La legge non specificava il tipo di monumento, né individuava il luogo di Roma sarebbe sorto, visto che delegava la decisione su questi aspetti a un'apposita commissione che era presieduta dal presidente del Consiglio e che era formata da nove senatori, nove deputati, il sindaco di Roma nonché i ministri della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici[20], la cosiddetta "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II"[21]. Il lavoro di questa commissione portò il presidente del Consiglio dei Ministri a presentare alla Camera dei Deputati, il 14 giugno 1879, un progetto esecutivo[20]. Quest'ultimo specificava i dettagli dell'iniziativa: si sarebbe bandito un concorso pubblico internazionale; i fondi pubblici destinati all'opera sarebbero stati 8 milioni di lire (a questi poi si sarebbe aggiunto il denaro raccolto da una sottoscrizione popolare); il luogo dove sarebbe sorto (la piazza delle Terme di Diocleziano); il tipo di monumento sarebbe stato un arco di trionfo; i messaggi allegorici che avrebbe dovuto comunicare sarebbero stati "indipendenza", "unità" e "libertà"; avrebbe dovuto descrivere, tramite opere architettoniche e artistiche, la storia del Risorgimento italiano[20][22].

Tutte le decisioni importanti della commissione furono contestate: quelle concernenti la modalità decisa per il bando (un concorso internazionale), il tipo di monumento scelto e il luogo dove sarebbe sorto[23]. La caduta del governo di Agostino Depretis, il 14 luglio 1879, causò il temporaneo rinvio del progetto di costruzione del monumento dedicato a Vittorio Emanuele II, progetto che venne ripreso nel marzo del 1880 dopo le elezioni politiche del maggio dello stesso anno[24]. Fu deciso di cambiare i componenti della commissione[21], che decise di togliere ogni vincolo dal bando, che sarebbe stato comunque internazionale: quest'ultimo, infatti, non specificava più il luogo dove sarebbe sorto il monumento e il tipo di costruzione da realizzare lasciando piena libertà agli artisti[24]. Questa proposta fu poi definitivamente approvata dal parlamento[24].

I due concorsi internazionaliModifica

 
Henri-Paul Nénot, vincitore del primo concorso, che fu poi annullato

Il 23 settembre 1880 la "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II"[21], questa volta formata interamente artisti e architetti, bandì il concorso internazionale, a cui parteciparono trecentoundici concorrenti[25], che fu vinto dal francese Henri-Paul Nénot, al quale però non fece seguito una fase attuativa del progetto[19][26]. tutti i progetti furono esposti al pubblico il 15 dicembre 1881 al Museo agrario di Santa Susanna[25]. L'idea di Nénot era quella di costruire un arco trionfale a tre fornici all'imbocco, lungo via Nazionale, del piazzale della stazione Termini (luogo scelto perché era uno degli "ingressi" più frequentati a Roma): al centro di essere sarebbe dovuto sorgere una gradinata contornata da otto statue nel cui mezzo era presente una statua di Vittorio Emanuele II, ritratto in piedi con il braccio alzato[27]. Nel piazzale sarebbero sorte anche quattro fontane[27].

Fu deciso di non dare seguito al progetto per due motivi principali: le critiche sul fatto che il vincitore fosse, per un monumento rappresentante una figura di spicco della storia italiana, uno straniero, nonché per il fatto che il progetto di Nénot fosse, come scoperto solo successivamente, una versione lievemente aggiornata di un suo precedente progetto per un'università francese che realizzò nel 1877[28], a cui si aggiunse la tensione dovuta al cosiddetto "schiaffo di Tunisi, ovvero l'occupazione del Paese africano proprio ad opera della Francia[29]. Altro motivo del mancata realizzazione del progetto di Nénot fu la libertà nella scelta della tipologia del monumento, concetto che aveva portato a un fiorire di proposte architettoniche troppo diverse (in totale furono 293 i progetti depositati): si andava da monumenti molto semplici formati da colonne e statue equestri, a edifici complessi e di grandi dimensioni che avrebbero occupato una parte consistente del quartiere di Roma che l'avrebbe ospitato, e ciò portò un'accesa discussione che non fornì una decisione condivisa[1].

Nel 1882 fu quindi bandito un secondo concorso internazionale, molto più preciso del precedente e aperto solo ad artisti italiani, che specificava anche il luogo di costruzione, il Campidoglio, ovvero uno dei colli di Roma più ricchi di simbolismo nazionale[29][30] e la tipologia generale di edificio: un monumento che rivaleggiasse, per la sua imponenza, con le più importanti costruzione realizzate dagli antichi Romani e dai papi[31]. L'idea di costruire il monumento sul Campidoglio fu di Ettore Ferrari e Pio Piacentini, che realizzarono una proposta, redatta in collaborazione, che arrivò seconda nel concorso del 1880[32].

 
Giuseppe Sacconi, vincitore del secondo concorso e architetto del Vittoriano

Il progetto di Ferrari-Piacentini prevedeva un monumento da costruire a fianco della basilica dell'Ara Coeli nella forma di un'imponente costruzione in marmo contraddistinto da gradinate ascendenti, con un largo colonnato sulla sua sommità e una statua di Vittorio Emanuele II, seduto sul trono, al centro del complesso[33]. Questa idea, come si può notare, è poi quella che stata realizzata con le varianti del caso (la posa del re sarà poi a cavallo e non su un trono)[34].

Dato che l'idea era piaciuta, fu deciso di bandire un secondo concorso che avrebbe stabilito, oltre che il luogo di edificazione, le caratteristiche precise della costruzione, peculiarità che erano quelle proposte da Ferrari e Piacentini[35]. L'unica discussione che ebbe luogo fu quella relativa ai costi: la realizzazione del monumento sul Campidoglio era molto più costosa, per via degli espropri, rispetto a quella pensata nel piazzale della stazione Termini[36]. Alla fine fu deciso, complice anche la determinazione del governo guidato da Depretis, la soluzione che prevedeva la costruzione del monumento sul Campidoglio[35]. Agostino DePretis, a tal proposito, dichiarò[35]:

« [...] Nella scelta non si [poteva] prescindere dalle considerazioni d'ordine politico; e queste considerazioni [consigliavano] di preferire il Campidoglio a qualsiasi altro luogo. [...] »

(Agostino Depretis)

Il senso di questa presa di posizione era che i problemi relativi ai costi aggiuntivi, che erano ingenti, dovevano passare in secondo piano[35]. Fu quindi scelto il Campidoglio perché, come già accennato, era un colle di Roma posto nel centro storico della Città eterna che ricco di simbolismo nazionale: in questo modo si voleva rimarcare ed evidenziare il ruolo di Roma come capitale d'Italia[30]. il secondo motivo risiedeva in ragioni politiche: la politica coloniale del Regno d'Italia era iniziata da poco, e con la scelta del Campidoglio, importante centro politico dell'antica Roma e quindi luogo dal significato universale, si voleva anche rimarcare le tendenze transnazionali del neonato Stato[37]. Vista la decisa presa di posizione del governo, che pose fine ad ogni discussione, il programma del secondo concorso fu pubblicato, il 18 dicembre 1882, sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia[1][38]:

 
La facciata dell'altare di Pergamo, che si trova nel Pergamonmuseum, cui si ispirò Giuseppe Sacconi per il progetto di massima del Vittoriano

« [...] Il monumento sorgerà sull'altura settentrionale del Colle Capitolino, sul prolungamento la via del Corso, ed in prospetto ad esso [...] sarà composto dalle seguenti parti: a) la statua equestre in bronzo di Vittorio Emanuele II [...]; b) un fondo architettonico [...]; c) le scale, che saliranno alla nuova spianata del monumento. [...] [Il monumento dovrà comprendere] uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d'altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale basilica di Santa Maria in Aracoeli. [...] I concorrenti dovranno [...] rammentare con l'arte [...] gli uomini e gli avvenimenti che, sempre in relazione a Vittorio Emanuele, Padre della Patria, meglio cooperarono alla indipendenza e libertà nazionale [...]. [Il futuro monumento dovrà essere un] Pantheon, vasto sacrario, destinato ad accogliere quanti precorsero col pensiero, aiutarono col braccio e suggellarono col sangue la fede che vinse con Vittorio Emanuele. [...] [Il monumento sarà poi dedicato al re che] non fu il primo, ma il solo, non fu la parte ma il tutto" [...]. »

(Bando di costruzione del Vittoriano, 1882)

Il costo totale dell'opera, esclusi gli espropri, raggiungeva i nove milioni di lire (otto milioni di denaro pubblico e un milione proveniente dalla sottoscrizione popolare)[19][38]. I partecipanti al concorso, che fu chiuso il 9 febbraio 1884[31], ebbero un anno di tempo per consegnare i loro progetti[38]. Le proposte presentate furono novantotto; dato che la "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II" non riusciva a decidere tra i progetti di Bruno Schmitz, di Manfredo Manfredi e di Giuseppe Sacconi, fu necessario un secondo concorso, limitato però a queste tre proposte[39], che si concluse il 24 giugno 1884[31]. Tra queste la commissione reale votò poi quella di Giuseppe Sacconi, giovane architetto marchigiano[40].

 
Ipotesi ricostruttiva di Pietro da Cortona del santuario della Fortuna Primigenia, cui si ispirò Giuseppe Sacconi per il progetto di massima del Vittoriano

Il progetto di Sacconi si ispirava ai grandi santuari ellenistici, come l'altare di Pergamo e il Santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina[41]; il Vittoriano fu ideato come un grande e moderno foro[42] aperto ai cittadini, in una sorta di piazza sopraelevata nel cuore della capitale organizzata come un'agorà su tre livelli dove sono cospicui gli spazi riservati al passeggio dei visitatori[43][44], simbolo di un'Italia unita che si affiancava ai monumenti della Roma dei Cesari e dei Papi[3][40]. Da un punto di vista architettonico, il monumento sarebbe dovuto essere costituito da una serie di scalinate che avrebbero portato a una struttura edilizia posta nella parte superiore dell'edifico che sarebbe dovuta essere caratterizzata da imponenti propilei[30]. Tutto il monumento sarebbe dovuto essere carico di significati simbolici[30]. L'area specifica individuata per la costruzione del monumento fu inizialmente individuata in piazza dell'Esedra, in seguito fu deciso di edificare l'edificio in piazza Venezia[1].

Il progetto originario dell'opera (una delle più grandi realizzate nell'Ottocento) prevedeva l'utilizzo del marmo per il sommoportico e del travertino (pietra tradizionale negli edifici romani) per la restante parte del monumento, ma il Vittoriano venne poi interamente realizzato in marmo botticino[45], più facilmente modellabile e simile ai marmi bianchi che gli antichi romani usavano nelle costruzioni più rappresentative. La prima scelta cadde sul marmo di Carrara, ma la richiesta di un prezzo giudicato troppo elevato dalla commissione reale spinse quest'ultima, il 2 luglio 1889, a scegliere il marmo botticino[46]. La scelta cadde sul marmo botticino soprattutto per le sue peculiarità cromatiche: rispetto al marmo di Carrara, che è caratterizzato da un bianco assoluto, il marmo botticino ha una tonalità che possiede una leggera tendenza al giallo paglierino, che conferisce a questo materiale un maggiore "calore" rispetto, ad esempio, al marmo di Carrara[46]. A causa del cambiamento del tipo di marmo, che forniva una luminosità differente, Sacconi fu obbligato a rivedere il progetto, che fu oggetto di lievi modifiche[46].

La scelta di sostituire il travertino scelto dal Sacconi con il marmo generò molte polemiche, non ancora sopite: la pietra prende il nome dalla sua zona di estrazione, Botticino, a nord-est di Brescia, quando invece a pochi chilometri a sud-est di Roma, nei pressi dei Tivoli, sono presenti ampi giacimenti di travertino, tutt'oggi ampiamente sfruttati in una molteplicità di cave da numerose aziende locali, ma il cui utilizzo per gli edifici di Roma era tipico già in età Augustea, tranne che nei templi[N 1].

Il Vittoriano fu quindi pensato bicromo, cioè con due colori dominanti, tonalità che erano originate dall'uso di due materiali di copertura differenti: il travertino e il marmo[45]. La scelta di usare solo il marmo botticino, che scaturì da una decisione della "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II", scelta che era in contrasto con l'opinione di Sacconi, obbligò quest'ultimo ad arricchire il Vittoriano di ulteriori fregi, trofei, bassorilievi e piccole statue i muri perimetrali del Vittoriano, che nel complesso fornivano all'occhio dell'osservatore un impatto visivo paragonabile alla bicromia dovuta all'ipotetico uso di due materiali di copertura[45]. Per poi attirare lo sguardo dell'osservatore verso il sommoportico, in luogo di un materiale di copertura differente, Sacconi fu obbligato a rivedere le decorazioni di questa parte del monumento, che furono rese più ricche e vistose, e ad aggiungere alcune piccole statue[45].

Le demolizioni degli edifici circostantiModifica

 
Il Campidoglio nella metà del XVIII secolo. Sulla sinistra si riconosce la scalinata che porta alla basilica dell'Aracoeli, mentre sull'estrema sinistra si scorge il quartiere che è stato demolito per poter permettere la costruzione del Vittoriano

La solenne cerimonia della posa della prima pietra del Vittoriano avvenne il 22 marzo 1885 alla presenza di re Umberto I e dell'intera famiglia reale nonché di una folta rappresentanza straniera[37][47]. Il discorso ufficiale fu tenuto dal presidente del Consiglio dei Ministri Agostino Depretis[48], mentre i documenti e la pergamena a ricordo dell'inaugurazione furono murati nel terzo pilone di fondazione del sommoportico[49].

La direzione dei lavori era già stata affidata, grazie a un regio decreto datato 30 dicembre 1884, a Sacconi[49]. Per rendere possibile la cerimonia della posa della prima pietra, erano già state effettuate, in precedenza, le prime demolizioni: in particolare furono abbattute diverse abitazioni private e il giardino dei Francescani, che si trovava a sinistra del convento francescano dell'Ara Coeli[49].

Per erigerlo fu necessario, fra il 1885 e il 1899, procedere alla restante parte delle demolizioni con numerosi espropri e abbattimenti sul versante settentrionale del Campidoglio, dove sarebbe sorto il Vittoriano, effettuati grazie a un preciso programma stabilito dal primo ministro Agostino Depretis[37][50][51]. Il luogo scelto era nel pieno centro storico di Roma ed era quindi occupato da antichi edifici che fornivano al quartiere un'urbanistica che si era definita con il passare dei secoli[30].

Contro le demolizioni si espressero diverse personalità, tra cui il sindaco di Roma Leopoldo Torlonia e l'archeologo Rodolfo Lanciani[30]. quest'ultimo, nel 1883, preparò per il consiglio comunale della Capitale una dettagliata relazione dove si elencavano gli edifici e i resti archeologici che sarebbe andati distrutti: fu proprio questo documento a far muovere l'Amministrazione comunale di Roma, sindaco in testa, che presentò una protesta formale contro gli espropri e le conseguenti demolizioni[52]. In sede parlamentare fu invece Ruggiero Bonghi ad attaccare con veemenza la scelta fatta, sottolineando anche che con le demolizioni si sarebbero pure persi, perché distrutti, tutti i reperti archeologici che ancora giaceva nel sottosuolo di quella zona del Campidoglio[52].

 
L'arco di San Marco nel 1880, demolito con il quartiere circostante per la costruzione del monumento

Di contro ci furono anche pareri autorevoli, come quello dello storico dell'arte Giovanni Battista Cavalcaselle e dell'architetto Camillo Boito, che erano invece favorevoli alle demolizioni, pur con i distinguo del caso[30]. Dopo il dibattito che si originò (uno dei luoghi dove ci fu un'accesa discussione sull'argomento fu, come già accennato, la giunta comunale di Roma), le autorità decisero di procedere alle demolizioni[30]. Fu infatti decisiva, ancora una volta, la presa di posizione del presidente del Consiglio Agostino Depretis, che giudicò sacrificabili, considerato il guadagno derivante della costruzione dell'opera proprio in quel luogo, quegli edifici antichi[52].

Si procedette così alla demolizione del vasto quartiere che si trovava sul versante del Campidoglio dove sarebbe sorto il Vittoriano e che era formato da edifici medievali e rinascimentali, abbattendo molte costruzioni storiche come la villa papale nota comunemente come Torre di Paolo III, il cavalcavia di collegamento con palazzo Venezia (l'arco di San Marco), i tre chiostri del convento francescano dell'Ara Coeli (l'omonimo convento fu risparmiato e sorge ancora oggi adiacente al Vittoriano) e tutta l'edilizia minore presente sulle pendici del colle facendo scomparire alcune strade storiche di Roma, come via Della Pedacchia, via Di Testa Spaccata, via Della Ripresa Dei Berberi, via Macel De' Corvi, mentre altre strade, che non vennero cancellate dalle mappe, furono stravolte, con la demolizione dei caseggiati che vi sorgevano ai lati, come via Giulio Romano, via San Marco e via Marforio[1][53][54]. Fu deciso di demolire gradualmente gli edifici man mano che i lavori di costruzione del Vittoriano procedevano[45].

Ciò fu necessario perché il Vittoriano sarebbe dovuto sorgere in un contesto urbanistico moderno, visto che era moderno il significato simbolico del monumento: la celebrazione della nuova Italia libera e unita[55][56]. In questo modo cambiò radicalmente l'assetto urbanistico della zona con il sacrificio di via dell'Ara Coeli, che pur essendo oggi ancora esistente, non è più la strada principale che collega il Campidoglio con il quartiere adiacente. Il Convento di Santa Maria in Aracoeli aveva una storia più che millenaria, dato che la costruzione era presente, in forma arcaica, già nel VII secolo. Tale serie di demolizioni ha comportato anche l'allargamento dell'adiacente Piazza d'Aracoeli.

 
Il Vittoriano in costruzione e la contestuale demolizione degli edifici circostanti

Altre modifiche furono fatte su piazza Venezia[4]. A partire dall'anno 1900 vennero eseguito dei lavori per renderla di forma quadrata: in precedenza, infatti, i suoi confini seguivano gli antichi edifici che vi sorgevano, da cui conseguiva una forma irregolare. In particolare fu demolito, e poi ricostruito più a ovest, Palazzo Venezia, e venne abbattuto Palazzo Torlonia[4]. Le demolizioni legate al Vittoriano non fu un'eccezione, visto che l'obiettivo era modificare parte dell'aspetto di Roma in chiave più moderna: della stessa epoca del Vittoriano è, ad esempio, anche il Palazzo di Giustizia, che si trova in piazza Cavour, nel rione Prati[55]. Da un punto di vista viabilistico, è la costruzione in questi anni di Via Nazionale, arteria che conduceva da piazza dell'Esedra a piazza Venezia[57]. Piazza Venezia, come molte vie e piazze circostanti, fu abbellita da aiuole e alberature[50].

L'obiettivo generale era infatti anche quello di fare di Roma una moderna capitale europea che rivaleggiasse con Berlino, Vienna, Londra e Parigi[58] superando la secolare urbanistica della Roma dei papi[57]. In questo contesto il Vittoriano era l'equivalente della Porta di Brandeburgo di Berlino, dell'Admiralty Arch di Londra e dell'Opéra Garnier di Parigi: questi edifici sono infatti tutti accomunati da un aspetto monumentale e classicheggiante che comunicano l'orgoglio e la potenza della nazione di cui sono il simbolo[59].

Gli ostacoli a questo obiettivo erano due: la mancanza di edifici moderni di rilievo nel centro cittadino da affiancare a quelli storici, la cui presenza era massiccia, e le dimensioni del centro abitato, che erano esigue rispetto alle altre città italiane. Nel 1870, anno di annessione del Lazio al Regno d'Italia, Roma era la quinta città italiana dopo Napoli, Milano, Genova e Palermo[60]. Grazie ai primi tre piani regolatori generali, che furono approvati nel 1873, nel 1882 e nel 1909, la popolazione della capitale crebbe dai 212 000 abitanti del 1871, ai 660 000 del 1921, al 1 150 000 del 1936, che portò Roma a raggiungere nel 1921 la palma di terza città per numero di abitanti dopo Napoli e Milano, nel 1931 la seconda città d'Italia dopo Milano (che nel frattempo aveva raggiunto la vetta di questa classifica) e nel 1936 a diventare la prima città italiana per numero di residenti, complice il trasferimento della corte reale e della classe politica e amministrativa da Torino a Roma[60].

Fu quindi reputato necessario dotare la città di infrastrutture e di edifici, anche simbolici come il Vittoriano, che ne rimarcassero il ruolo di capitale d'Italia[59]. Inizialmente l'idea fu quella di realizzare un nuovo quartiere a nord est del centro storico dove realizzare il centro amministrativo e politico della capitale[59], idea poi realizzata durante il fascismo con la costruzione del quartiere EUR[61]. Il proposito fu però scartato e venne deciso di concentrare questi edifici nel centro storico di Roma: da ciò conseguì un massiccio acquisto, molte volte seguito da demolizioni, di antichi palazzi, monasteri, ecc.[59] I cambiamenti, quindi furono considerevoli, anche perché coinvolsero la viabilità, con la costruzione di nuovi assi viari che vennero realizzati grazie alla demolizione di molti edifici[59].

I lavori di costruzioneModifica

 
Il Vittoriano in costruzione

Durante gli scavi, nel 1887, al posto del tufo compatto su cui il monumento si sarebbe dovuto poggiare, che tutti si aspettavano, si trovarono argille fluviali, banchi di sabbia, caverne, cunicoli e cave[62][63]. Giuseppe Sacconi fu obbligato a modificare il progetto e a prevedere un'opera di rinforzamento dei cunicoli, scavati dagli antichi e usati da tempi immemorabili, con la costruzione di strutture che poggiavano sulle loro volte . Così rinforzata la cava fu poi utilizzata durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo. Durante gli scavi vennero alla luce un tratto delle mura serviane, prime mura di Roma, risalenti al VI secolo a.C., e i resti di un mammuth, entrambi inglobati nei muri della futura struttura (senza però distruggerli e lasciando la possibilità ispezionarli), tranne alcune parti dell'animale fossile, che furono trasferite all'università di Roma[63].

A causa di questo imprevisto, il costo del progetto passò dai nove milioni di lire dell'epoca preventivati inizialmente ai ventisei milioni e mezzo finali[64]. Altra conseguenza fu la modifica del progetto: furono aggiunti altri di due piloni di fondazione del portico, così lasciare liberi e ispezionabili i reperti archeologici rinvenuti durante i lavori di sbancamento. Per tale motivo il sommoportico cambiò di dimensioni, passando da 90 a 114 metri di lunghezza, con il numero di colonne che passò da sedici a diciotto[65].

Altra modifica in corso d'opera fu quella pensata nel febbraio del 1888, quando Sacconi decise di prevedere, all'interno del Vittoriano, degli ambienti interni: in origine, infatti, non erano previsti[65]. L'idea venne dopo la scoperta dei cunicoli e delle caverne nel sottosuolo: alcune di esse furono sfruttate per realizzare parte degli ambienti interni del Vittoriano[65]. Questi ambienti interni avrebbero poi ospitato il museo del Risorgimento, il Sacrario delle Bandiere, il Museo dell'Emigrazione Italiana e la cripta del Milite Ignoto[65].

 
Il Vittoriano in costruzione

La statua equestre di Vittorio Emanuele II, prima opera realizzata e fulcro architettonico dell'intero monumento[64], fu affidata dalla "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II", previo altro concorso indetto il 9 febbraio 1884, a Enrico Chiaradia già nell'aprile 1889, nel giorno stesso della chiusura del concorso per la costruzione del Vittoriano[64]. La genesi della statua non fu priva di polemiche: Chiaradia e Sacconi erano infatti in disaccordo sulle sue fattezze[64]. Chiaradia aveva infatti in mente una statua molto realistica, mentre Sacconi pensava a una scultura più classicheggiante, quindi più idealista e allegorica[66], che meglio si sposava con lo stile del Vittoriano[64][67]. Alla fine vinse Chiaradia, con la statua che fu poi completata da Emilio Gallori, visto che il suo ideatore era morto nel 1901[68]. Gallori operò delle modifiche al progetto di Chiaradia seguendo i suggerimenti della "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II": l'obiettivo era quello di rendere meno stridente la differenza tra lo stile della statua e quello del Vittoriano[67]. Fu anche proposto di creare ex novo un nuovo progetto, ma questa idea fu accantonata in favore di una leggera rivisitazione del progetto esistente[67]. La statua fu poi fusa grazie al bronzo proveniente da alcuni cannoni del Regio Esercito, e poi montata sul piedistallo marmoreo dove sono rappresentate allegoricamente le città d'Italia, tra il 1907 e il 1910[69].

In occasione della visita di Vittorio Emanuele III, le autorità decisero di offrire un rinfresco a un ristretto gruppo di invitati tra coloro che parteciparono al progetto[70] L'evento fu allestito all'interno del ventre del gigantesco cavallo di bronzo, che fu in grado di ospitare più di venti persone, come testimoniano le fotografie d'epoca, le cui copie sono esposte nella terrazza posteriore del Vittoriano[70][71][72]. Le altre sculture e opere d'arte hanno impegnato i maggiori artisti allora attivi in Italia[73].

Il 4 giugno 1890 re Umberto I visitò il cantiere[74]. Questa fu l'occasione per Sacconi di raccogliere tutte le piccole modifiche al progetto che aveva presentato nel tempo alla "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II" e realizzare un disegno aggiornato del Vittoriano da mostrare al Sovrano[74]. Con il passare del tempo il concetto massima del Vittoriano infatti si trasformò, grazie alle modifiche operate in corso d'opera al progetto, da severo monumento chiuso, da un punto di vista architettonico, in sé stesso a moderno foro aperto verso piazza Venezia[75]. Un'importante modifica al progetto fu eseguita intorno all'anno 1900: l'originario ingresso a due scalinate fu cambiato in un solo ingresso affiancato da due fontane, le fontane dei mari[75].

 
Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini sul cantiere del Vittoriano

Per quanto riguarda i soggetti da rappresentare sul basamento della terrazza che si trova alla base del sommoportico la discussione fu accesa[7]. La prima proposta prevedeva una lista di uomini illustri del Risorgimento comprendeva Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Terenzio Mamiani, Massimo d'Azeglio, Camillo Benso, conte di Cavour, Manfredo Fanti, Luigi Carlo Farini e Vincenzo Gioberti[7]. In una seconda lista Manfredo Fanti fu sostituito da Guglielmo Pepe, Massimo d'Azeglio da Daniele Manin e Terenzio Mamiani da Bettino Ricasoli[76].

Dato che si riusciva a compiere la scelta degli uomini illustri, fu fatta la proposta di scolpirci scene della Breccia di Porta Pia su un lato e del plebiscito di Roma del 1870 su quell'altro[77]. Vennero proposti altri temi che sganciassero da quello risorgimentale. Fu avanzata l'ipotesi di scolpire personaggi dell'antica Roma, ovvero Romolo (che avrebbe allegoricamente rappresentato l'Origine o la Redenzione), Marco Furio Camillo (la Liberazione), Publio Cornelio Scipione (la Conquista), Cornelia (la Virtù domestica), Gaio Giulio Cesare (la Gloria), Augusto (l'Impero), Virgilio (la Poesia) e Emilio Papiniano (il Diritto), ma anche in questo caso la discussione fu accesa, con varie controproposte sulla scelta dei personaggi da ritrarre[78]. Alla fine non fu presa una decisione e la scelta cadde, decenni dopo, sulla posa di altari rappresentanti le città "redente", ovvero le città unite all'Italia in seguito alla prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi: Trieste, Trento, Gorizia, Pola, Zara e Fiume[78]. Il loro collocamento fu effettuato tra il 1929 e il 1930[78].

Dopo la morte del progettista e direttore dei lavori Giuseppe Sacconi, avvenuta nel 1905, i lavori proseguirono sotto la direzione di Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini[64]; vi lavorò intensamente anche l'architetto Guido Cirilli. La costruzione del Vittoriano indusse ad ampliare e ridisegnare la forma della sottostante Piazza Venezia, che ebbe la sua forma attuale, basata sulle idee del Sacconi, nel 1906. Negli ultimi anni prima dell'inaugurazione del Vittoriano, che avvenne nel 1911, furono operate le ultime modifiche al progetto, aggiornamento che diede come risultato la versione finale del Vittoriano[64]. Questa aggiornamento, che comprese l'abbassamento delle balaustre delle terrazze e la modifica di alcune scalinate (che vennero rese più rettilinee), furono finalizzare a slanciare ulteriormente la struttura con l'obiettivo di dare l'impressione che il Vittoriano fosse la naturale prosecuzione di piazza Venezia[64].

Sempre nel 1906, tramite regio decreto del 17 maggio, fu istituito il Comitato nazionale per la storia del Risorgimento, antesignano del moderno istituto[79]. Nello stesso decreto venne decisa la sede di questo comitato: l'erigendo Vittoriano[79]. Contestualmente fu decretato che all'interno del monumento dedicato a Vittorio Emanuele II avrebbe anche ospitato il Centro culturale di studi e ricerche, nonché un museo e una biblioteca sull'argomento[79]. In precedenza, nel febbraio dell'anno 1900, ci fu il passaggio della gestione del cantiere dalla "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II" al Ministero dei Lavori Pubblici[21][80].

L'inaugurazioneModifica

I nomi con cui è conosciuto il Vittoriano

Sin dall'epoca della sua inaugurazione il Vittoriano, chiamato ufficialmente "Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II", era indicato anche con due sinonimi: "Vittoriano" e "Altare della Patria", che allora come oggi sono i nomi più usati per l'edificio. Dal 1921, quando il Milite Ignoto, militare italiano morto nella prima guerra mondiale la cui identità resta sconosciuta, fu tumulato sotto la statua della dea Roma nella parte del Vittoriano che è chiamato "Altare della Patria", l'idea che il Vittoriano sia l'"Altare della Patria" si è rafforzata, e nello stesso tempo l'espressione ha cominciato a indicare non solo il luogo della sepoltura del soldato simbolo di tutti i caduti e i dispersi in guerra, ma l'intero Vittoriano[7], grazie a un processo di metonimia che è dovuto al simbolismo del Milite Ignoto, che è molto sentito dalla popolazione[81].

 
Cerimonia di inaugurazione del Vittoriano (4 giugno 1911)

Il complesso monumentale fu inaugurato davanti a un'immensa folla il 4 giugno 1911, in occasione dell'Esposizione internazionale per i cinquant'anni dell'Unità d'Italia[79], da Vittorio Emanuele III di Savoia alla presenza della regina Elena, della regina madre, ovvero di Margherita di Savoia, dalla restante parte della famiglia reale, compresa Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II e regina madre del Portogallo, da poco deposta dalla rivoluzione che instaurò, l'anno precedente, la repubblica[82][83], nonché alla presenza del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, dei seimila sindaci d'Italia, dei veterani delle guerre risorgimentali e di tremila studenti delle scuole romane[79].

Tra i veterani delle guerre, sia quelli inquadrati nel Regio esercito che i garibaldini, degno di nota fu l'ultimo sopravvissuto della Costituente che proclamò la Repubblica Romana del 1849 e tre garibaldini che fecero sfilare una bandiera tricolore che sventolò durante la campagna del Trentino (campagna della terza guerra d'indipendenza italiana guidata da Giuseppe Garibaldi) e la battaglia di Digione (scontro combattuto durante la guerra franco-prussiana): questo tricolore, a causa dei colpi di mitragliatrice subiti, era pesantemente danneggiato, tant'è che era rimasta integra solo la banda verde, quella vicina all'asta, con quella bianca che era interamente sfilacciata[84].

Il momento dell'inaugurazione fu rappresentato dal solenne scoprimento della statua equestre di Vittorio Emanuele II dal drappo che la rivestiva, gesto che venne eseguito dopo un cenno di Giolitti, il quale prese l'ordine da re Vittorio Emanuele III[82]. Poco prima Giolitti aveva pronunciato il discorso ufficiale dell'inaugurazione, la cui parte d'esordio recita[85]:

« Sopra questo colle che ricorda le glorie e la grandezza di Roma [...] degnamente di inaugura il Monumento nazionale che nell'effigie del Padre della Patria riassume il ricordo delle lotte, dei sacrifici, dei martiri, degli eroismi che preparano e compirono la risurrezione dell'Italia. [...] »

(Giovanni Giolitti)
 
Volume del 1911, nel cinquantenario dell'Unità d'Italia, in cui il monumento, inaugurato proprio quell'anno, è chiamato "Altare della Patria"

In questo clima conciliante e fortemente connotato da uno spirito unitario e nazionale ci furono delle voci fuori dal coro[86]. Innanzitutto i socialisti, che erano guidati dall'ala più radicale, erano contrari a questa cerimonia (la loro ideologia è infatti internazionalistica, che è all'antitesi del patriottismo che si respirava durante l'inaugurazione del Vittoriano), come erano contrari i repubblicani, visti i forti connotati monarchici che aveva il monumento[86].

Il costo totale per realizzare il Vittoriano fu di circa 30 milioni di lire[4]. Per realizzare le sue fondamenta fu invece necessario sbancare 70 000 metri cubi di terreno[4].

L'Altare della Patria e la tumulazione del Milite IgnotoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Milite Ignoto (Italia).

La decisione di inserire, all'interno del Vittoriano, un "altare" dedicato alla Patria fu avuta da Sacconi solo successivamente, durante i lavori di costruzione del monumento[66]. L'idea sembra che sia venuta a Giovanni Bovio, filosofo e deputato repubblicano, che suggerì a Sacconi la creazione, in una parte del monumento, di un Altare della Patria su modello degli analoghi altari civili costruiti in Francia[87]. Il luogo e il soggetto dominante furono scelti subito: una grande statua della dea Roma che sarebbe stata collocata, su un terrazzo dedicato, appena sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II[77].

La prima idea fu quella scolpire lungo il basamento dell'intero terrazzo, che è lungo cinquanta metri, un corteo di personalità di spicco del Risorgimento convergente verso il centro, dove si sarebbe trovata la statua della dea Roma[77]. La proposta fu accolta positivamente dal parlamento, visto che il soggetto, gli uomini illustri del Risorgimento, era strettamente legato a Vittorio Emanuele II, la cui statua equestre si sarebbe trovata proprio sopra quella della dea Roma[77]. Un'altra proposta fu quella di ritrarre personaggi di pensiero, come Dante Alighieri, Niccolò Macchiavelli, Galileo Galilei, cola di Rienzo, Leonardo da Vinci, Giordano Bruno, Cristoforo Colombo e Virgilio[78].

 
Maria Bergamas, madre di un disperso della prima guerra mondiale, che scelse la salma da inumare all'altare della Patria

Sacconi però respinse le proposte: memore delle discussioni avvenute per i soggetti da ritrarre sulla terrazza sotto il colonnato del sommoportico, che portarono a un nulla di fatto, propose di ritrarre figure allegoriche[7]. La scelta del soggetto da rappresentare fu demandato a un concorso pubblico che ebbe luogo nel 1908[88]. Questo bando, oltre a scegliere l'artista a cui affidare i lavori, lasciava liberi gli scultori di proporre il soggetto preciso delle raffigurazioni laterali, fermo restando la presenza al centro della statua della dea Roma[88]. Vincitore fu Angelo Zanelli, che propose le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio, le quali furono inaugurate, insieme alla statua della dea Roma, nel 1925 in occasione del Natale di Roma (21 aprile)[88].

Dopo la Prima guerra mondiale, l'Altare della Patria venne scelto per ospitare la tomba del Milite Ignoto; si tratta di un soldato italiano morto durante la prima guerra mondiale, che a causa delle gravi ferite non fu possibile riconoscere; proprio per questo motivo egli rappresenta tutti i soldati italiani che morirono durante la guerra. Il motivo di questo spiccato simbolismo risiede nella non identificazione del soldato, che porta metaforicamente al passaggio (sempre più ampio: ciò è dovuto ai tratti indefiniti che sono propri del concetto di Milite Ignoto) dalla figura del soldato, a quella del popolo e infine a quella della nazione[89].

La scelta della salma da inumare all'Altare della Patria in una tomba che sarebbe diventata il monumento al Milite Ignoto fu fatta tra undici salme di soldati italiani non identificati, che furono individuate da un'apposita commissione costituita dal Ministero della Guerra[90]. La scelta delle undici salme non fu casuale; ognuna proveniva da una zona precisa del fronte italiano della prima guerra mondiale (Rovereto, le Dolomiti, gli Altipiani, il monte Grappa, Montello, il Basso Piave, il Cadore, Gorizia, il Basso Isonzo, il monte San Michele e Castagnevizza del Carso)[90].

Le undici bare furono poi portate provvisoriamente a Gorizia per poi essere trasferite ad Aquileia[90]. Nel frattempo, all'interno del complesso monumentale dell'Altare della Patria a Roma, fu realizzata la tomba che avrebbe ospitato il Milite Ignoto; la salma del soldato italiano sconosciuto sarebbe stata tumulata sotto la statua della dea Roma.

 
La carrozza che trasportava la salma del Milite Ignoto durante il suo viaggio in treno verso Roma (29 ottobre-2 novembre 1921)

La scelta della salma cui dare solenne sepoltura all'Altare della Patria fu affidata a Maria Bergamas, madre di Antonio Bergamas, volontario irredentista di Gradisca d'Isonzo (comune friulano annesso al Regno d'Italia solo dopo la guerra), che aveva disertato dall'esercito austroungarico per unirsi a quello italiano e che era morto in combattimento senza che il suo corpo fosse stato mai ritrovato[90].

Il corpo del soldato da tumulare all'Altare della Patria fu scelto il 28 ottobre 1921 nella basilica di Aquileia. Maria Bergamas fu condotta di fronte alle undici bare allineate: appoggiò lo scialle sulla seconda bara e, dopo essere passata davanti alle prime, non riuscì a proseguire nella ricognizione e si accasciò al suolo davanti alla decima bara su cui, per questo motivo, cadde la scelta.

La bara così selezionata fu quindi collocata sull'affusto di un cannone e deposta su un carro funebre ferroviario seguito da altre sedici carrozze[91], che venne disegnato per l'occasione da Guido Cirilli: la salma, fino al convoglio ferroviario, fu scortata da alcuni reduci decorati con la medaglia d'oro al valor militare[90]. Le altre dieci salme rimaste ad Aquileia furono tumulate nel cimitero di guerra che circonda il tempio romano, nella Tomba dei dieci militi ignoti[90].

Il viaggio della salma prescelta verso la Capitale si compì su treno trainato da due locomotive a vapore modello FS 740 sulla linea Aquileia-Roma, passando per Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto[92] a velocità moderatissima in modo che presso ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il caduto[90]. Furono molti gli italiani che attesero, a volte anche per ore, il passaggio del convoglio al fine di poter rendere onore alla salma del Milite Ignoto[92].

 
La cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria (4 novembre 1921)

Una Stella d'Italia in bronzo era collocata su una delle due locomotive che trainava il carro funebre ferroviario, mentre una seconda era rappresentata sull'edifico principale della stazione di Roma Tiburtina, all'epoca conosciuta come "stazione di Portonaccio", che accolse il convoglio nella destinazione finale[93]. Le bandiere di tutti i reggimenti delle forze armate italiane e le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con re Vittorio Emanuele III di Savoia in testa, accolsero l'arrivo della salma muovendosi incontro al Milite Ignoto; quest'ultimo fu poi portato da un gruppo di decorati di medaglia d'oro nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri[90].

La salma fu sepolta con cerimonia solenne all'Altare della Patria il 4 novembre 1921 in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate[90] e da allora la sua tomba è sempre vigilata da un picchetto d'onore e da due fiamme che ardono perennemente[94].

La cerimonia del 4 novembre 1921 è stata la più importante e partecipata manifestazione patriottica dell'Italia unita[95], visto che vi partecipò un milione di persone[96]. Parteciparono anche i socialisti e i comunisti: costoro infatti, legati alla loro ideologia, che era internazionalistica per definizione, erano ufficialmente avversi a questa celebrazione a causa dei suoi forti connotati nazionali[97]. Inoltre le forze politiche socialiste, durante il dibattito parlamentare che portò l'Italia a partecipare alla prima guerra mondiale, erano contrarie a un intervento diretto del Paese nel conflitto[98]. I socialisti resero comunque onore al Milite Ignoto definendolo «proletario straziato da altri proletari»[1]. La cerimonia del 4 novembre 1921 rappresentò il recupero, da parte degli italiani, di quello spirito patriottico che era stato annacquato dalle sofferenze patite durante la prima guerra mondiale[97].

Con la tumulazione del Milite Ignoto il Vittoriano assunse una più ampia valenza simbolica, e quello che era stato pensato inizialmente come monumento di commemorazione del primo re d'Italia dell'epoca moderna e del Risorgimento[3], è diventato un tempio laico vero e proprio[1][9] dove sono celebrate l'Italia unita e la sua libertà[10].

Il completamentoModifica

Con la realizzazione delle quadrighe dell'Unità e della Libertà, che vennero poste sui propilei fra il 1924 e il 1927, il Vittoriano poté dirsi completato negli spazi esterni. Il completamento degli spazi interni, compresa la cripta del Milite Ignoto (con mosaici di Giulio Bargellini) è dovuto ad Armando Brasini[99]. Lo stesso architetto progettò anche il prospetto laterizio a contrafforti su via di San Pietro in Carcere[99].

Nel 1928 si decise di sistemare l'area adiacente al Vittoriano e di aprire via del Teatro di Marcello; ciò comportò lo smantellamento della seicentesca chiesa di Santa Rita, che sorgeva alle pendici della scalinata della basilica dell'Ara Coeli, e il suo spostamento, dieci anni più tardi, nell'attuale posizione, nei pressi del teatro di Marcello.

 
La basilica dell'Ara Coeli. Sulla sinistra si intravede il Vittoriano

I lavori di scavo portarono alla luce l'insula dell'Ara Coeli, risalente al II secolo d.C., ancora oggi visibile sul lato sinistro del Vittoriano. La sistemazione dell'area intorno al monumento fu completata nel 1931-32 dall'architetto Raffaele De Vico, che progettò le due esedre alberate a gradoni di travertino[99].

Il Vittoriano in questi anni (e fino agli anni quaranta del XX secolo) fu un apprezzato simbolo nazionale, esempio di arte "moderna", che si affiancava ai monumenti dell'antica Roma e a quelli della Roma dei papi, ovvero relativi ai due periodi in cui l'Italia fu uno dei centri della storia mondiale; Primo Levi già nei primi anni del XX secolo spiegò la scelta di elevare il Vittoriano, che definì metaforicamente il centro della "Terza Roma", richiamando una futura e ipotetica terza epoca della storia d'Italia, dopo l'antica Roma e la Roma dei papi (quest'ultima era vista come la naturale conseguenza della prima: il "confine" tra le due era infatti la caduta dell'Impero romano d'Occidente[100]), durante la quale la città di Roma sarebbe di riferimento per il mondo[61], proprio sul Colle del Campidoglio[101]:

« [...] L'Italia era nell'obbligo di elevare la Terza Roma vicino alle due prime [...] »

(Primo Levi riferendosi all'ubicazione del Vittoriano)

La vicinanza della "Terza Roma" alle altre due comunicava indirettamente anche il concetto di unità, ovvero uno degli ideali del Risorgimento, il cui obiettivo fu proprio l'unificazione italiana da un punto di vista politico, sociale e amministrativo[61]. Altro concetto che comunicava la scelta di realizzare il Vittoriano, centro della "Terza Roma", vicino alle altre due, era quello che sarebbe stato impossibile separare completamente queste tre epoche storiche, i cui risultati si erano stratificati con il tempo dando origine alla Roma, e di riflesso all'Italia, dell'epoca[61].

Sono infatti visibili dalle terrazze più elevate del monumento molte delle più famose testimonianze dell'antica Roma, come il Colosseo, i Fori Imperiali, la Colonna Traiana e le Mura serviane, e della Roma dei papi, come la basilica di San Pietro in Vaticano, il palazzo del Quirinale, la basilica di San Giovanni in Laterano, basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio, la chiesa di Santa Maria di Loreto, la Cordonata capitolina e la basilica di Massenzio[102]. In lontananza sarebbe poi stato visibile anche il Gianicolo, con i busti dei patrioti, che è invece espressione della nuova Italia post risorgimentale[42].

Gli ultimi lavori di completamento del Vittoriano si ebbero alla fine nel 1935, con la realizzazione del Museo centrale del Risorgimento, che fu però inaugurato e aperto al pubblico decenni dopo, nel 1970[103]. Nell'occasione fu prevista pure la creazione di un Sacrario delle Bandiere, che avrebbe dovuto ospitare un'esposizione delle bandiere militari italiane storiche[103]. Questi però furono solo i suoi prodromi, con il trasferimento al Vittoriano delle bandiere di guerra dei reggimenti disciolti, che erano conservate a Castel Sant'Angelo[104]: lo spazio espositivo fu infatti inaugurato e aperto al pubblico decenni dopo, nel 1968[105].

Fu invece inaugurata durante la manifestazione del 24 maggio 1935, che era dedicata al ventennale dell'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, la cripta del Milite Ignoto[104]. Essa è un locale situato sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II, da cui è possibile vedere il lato del sacello del Milite Ignoto che dà all'interno del Vittoriano[106]. Si trova quindi in corrispondenza dell'Altare della Patria, da cui invece si può vedere il lato della tomba del Milite Ignoto che dà verso l'esterno[107]. In questo contesto, nel 1939, la gestione del Vittoriano passò dal Ministero dei Lavori Pubblici a quello della Pubblica Istruzione[108].

Il fascismoModifica

 
Il Vittoriano durante la tappa conclusiva della marcia su Roma (28 ottobre 1922)

Con l'avvento del fascismo il Vittoriano diventò uno dei palcoscenici del regime[1][57]. I prodromi alla politicizzazione di questo luogo si ebbero già nel 1920, prima della marcia su Roma (28 ottobre 1922), grazie alla quale Benito Mussolini conquistò il potere, e prima della tumulazione del Milite Ignoto (1921), per via di manifestazioni antisocialiste e antibolsceviche organizzate dai partiti nazionalisti-patriottici che ebbero luogo al Vittoriano prima delle elezioni dell'ottobre 1920 e del maggio 1921[98].

Il Vittoriano fu caricato di significato simbolico anche da Mussolini, che lo scelse come tappa finale della marcia su Roma: nell'occasione la celebre manifestazione fascista terminò con l'omaggio alla tomba del Milite Ignoto[98]. Ciò non fu un caso: dato il suo alto valore simbolico legato al primo conflitto mondiale, al Vittoriano il fascismo fornì un nuovo simbolismo, quello legato alla guerra[109].

A conflitto concluso e non terminato secondo le aspettative, tant'è che il suo epilogo venne definito "vittoria mutilata", il fascismo fece di questo problema politico uno dei suoi cavalli di battaglia, spesso richiamando le sofferenze e i sacrifici patiti dal popolo italiano durante la guerra[109]. Quindi il Vittoriano, per la seconda volta, mutò nuovamente il suo significato metaforico[109]. Dall'originario simbolismo legato alla celebrazione di Vittorio Emanuele II, con la sepoltura del Milite Ignoto, diventò un tempio laico vero e proprio dove è celebrata l'Italia unita e libera, per poi trasformarsi in un simbolo del riscatto militare dell'Italia[109]. Mussolini, quando accettò dal Re l'incarico di formare il suo primo governo, richiamò indirettamente il simbolismo del Vittoriano, visto che pronunciò le seguenti parole: "Porto a Vostra Maestà l'Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria"[98][109].

 
Manifestazione fascista al Vittoriano organizzata il 31 ottobre 1922 poco dopo la marcia su Roma

Sulle scalinate del Vittoriano si assiepava poi parte del pubblico che assisteva ai discorsi profferiti da Benito Mussolini dal celebre balcone di Palazzo Venezia, che si trova di fronte al Vittoriano[98]. Più in generale, dalla marcia su Roma in poi, il Vittoriano diventò sempre più spesso il luogo dove il fascismo organizzava molte delle sue manifestazioni[109]. Da tempio laico dove il sentimento che imperava era il ricordo dei caduti in guerra, il Vittoriano si trasformò in luogo dove era continuo il richiamo al patriottismo[109]. A questo si aggiunse, nel 1929, il trasferimento degli uffici di Benito Mussolini a Palazzo Venezia[57]. Da questo momento in poi piazza Venezia, e con esso il Vittoriano, diventò il punto nevralgico della propaganda del regime, visto che Mussolini pronunciava i suoi discorsi più importanti da un balcone di Palazzo Venezia[57]. Considerando che il richiamo alla romanità era uno dei capisaldi della propaganda di regime, la scelta di piazza Venezia non fu caso: oltre che per la presenza del Vittoriano, nei suoi pressi erano presenti, ad esempio, il Colosseo e i Fori Imperiali[57].

Per fissare nella mente degli italiani l'immagine del Vittoriano, il fascismo, dalla fine degli anni venti, fece un'opera propagandistica nella nascente industria cinematografica italiana che portò il Vittoriano ad essere una presenza costante nei filmati di regime il cui soggetto erano riprese del panorama di Roma[110]. Dal 1928 al 1943 il Vittoriano comparì in 249 filmati di regime distribuiti nei cinema: 168 (il 67,4%) di queste apparizioni sono legate a un omaggio al Milite Ignoto, mentre le restanti 81 (il 32,5 %) il vittoriano era il teatro di una manifestazione fascista organizzata all'interno di esso[111]. In questo contesto l'architetto e ingegnere Gustavo Giovannoni propose la costruzione, nei pressi di piazza di Spagna, di un monumento paragonabile al Vittoriano che celebrasse l'Italia fascista, progetto che non poi realizzato[112]. Questa non fu l'unico punto di contatto tra l'Italia liberale e quella fascista: entrambe avevano l'obiettivo di forgiare una "nuova Italia" ed ambedue avevano tendenze imperialistiche coloniali[113]. Ciò che invece li differenziava era il modo con cui perseguire questi obiettivi: L'Italia liberale lasciando il libero arbitrio ai cittadini, il regime fascista con la coercizione e le violenze[113].

 
Sfilata lungo via dell'Impero della Decima Leva Fascista in una foto del 1936. Sullo sfondo, il Vittoriano

Durante il fascismo Roma conobbe, per la seconda volta nella storia dell'Italia unita, una massiccia opera di demolizioni di edifici storici[114]. Anche in questo caso, l'obiettivo era quello di fornire alla Capitale un'aspetto più moderno e più legato alla situazione politica dell'epoca[114]. L'opera urbanistica più importante che venne realizzata fu via dell'Impero (la moderna via dei Fori Imperiali), per la cui costruzione, che avvenne tra il 1931 e il 1932, furono abbattuti un cospicuo numero di edifici storici, sia civili che religiosi[114]. Il Vittoriano, con le demolizioni operate dal fascismo, era pienamente visibile da via del Corso, con le conseguenze prospettiche e sceniche del caso: in precedenza il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II si scorgeva appena[115]. Inoltre, il Vittoriano, ora era anche facilmente riconoscibile dal Colosseo, dal quale poi si poteva imboccare via dell'Impero e giungere in piazza Venezia[115].

Il fascismo però non si limitò a demolire edifici storici e a costruirne di nuovi, ma realizzò una vasta opera di ristrutturazioni dei monumenti antichi nell'ottica di fornire a Roma una doppia caratteristica: moderna capitale della nuova Italia e città ricca di testimonianze storiche[116]. Quest'ultimo aspetto era legato soprattutto alla storia dell'antica Roma, per cui il fascismo aveva un vero e proprio culto[116]. I restauri non furono mossi solamente da motivi storici e artistici: spesso gli edifici e i monumenti vennero restaurati tenendo in grande considerazione l'attualizzazione dell'antico, attualizzazione che era legata alle condizioni politiche dell'epoca[116]. Spesso gli edifici e i monumenti restaurati facevano da sfondo alla celebrazione del regime, di cui il Vittoriano fu molte volte il protagonista[117].

 
Re Vittorio Emanuele III di Savoia consegna una medaglia d'oro a un uomo all'Altare della Patria alla presenza di Benito Mussolini (10 giugno 1942)

L'obiettivo era quello di realizzare una nuova grande strada che congiungesse piazza Venezia, dove sorge il Vittoriano, con il Colosseo passando dai Fori Imperiali[114]. Con essa scomparvero dalle mappe molte vie di Roma, come via Cremona, via Bonella, via della Croce Bianca, via di San Lorenzo ai Monti, via delle Marmorelle e via della Salaria Vecchia[114]. Scomparve anche il Velia, uno dei colli di Roma, che fu spianato[114]. Fu anche portato a termine, tra il 1926 e il 1933, l'opera di demolizione degli edifici intorno al Vittoriano iniziata alla fine del XIX secolo[118]. Come conseguenza di questi lavori di demolizione e costruzione, piazza Venezia, e con essa il Vittoriano, si trovò al centro urbanistico del quartiere, con cinque strade che vi convergevano, la cui più importante era via dell'Impero[119]. Fu anche completamente rifatta, con la piantumazione di esedre arboree, piazza Venezia[119]. Il Vittoriano non fu quindi solo il protagonista di molte molte manifestazioni che furono organizzate all'interno del suo perimetro, ma diventò anche un simbolico sfondo di celebrazioni, raduni e sfilate che avvennero in via dell'Impero[120].

Con l'avvento del fascismo, come già accennato, il Vittoriano diventò uno dei palcoscenici del regime per le manifestazioni finalizzate all'ostentazione delle virtù militari dell'Italia[107]. Era quindi un ruolo di secondo piano, dato che le parate militari avvenivano lungo via dell'Impero con il Vittoriano che faceva da sfondo. Il vero protagonista di piazza Venezia era il balcone dell'omonimo palazzo, da dove Benito Mussolini faceva i suoi discorsi alla folla. Il Vittoriano mantenne però un ruolo importante, che era perlopiù legato alla presenza della tomba del Milite Ignoto, a cui il regime rendeva spesso omaggio[121]. Un ruolo analogo ce l'aveva l'Ara dei caduti fascisti, che si trovava in Campidoglio[81].

Tra le celebrazioni avvenute al Vittoriano durante il fascismo, quelle più legate al simbolismo del monumento furono quella avvenuta il 24 maggio 1935, che ricordò l'entrata in guerra dell'Italia vent'anni prima, e quella del 9 novembre 1938, che celebrò il ventennale della vittoria nel primo conflitto mondiale[122].

 
Il Vittoriano tra il 1943 e il 1944

Altra manifestazione degna di nota che venne organizzata al Vittoriano il 18 dicembre 1935, e che fu contemporaneamente replicata in tutta Italia, fu quella chiamata "oro alla Patria", che fu una raccolta di metalli utili alla causa bellica che fu necessaria in seguito alle sanzioni economiche all'Italia fascista decretate dalla Società delle nazioni in risposta all'attacco italiano contro l'Impero d'Etiopia, che portò alla conseguente guerra d'Etiopia[123]. La regina Elena, che donò le fedi nuziali della famiglia reale in una cerimonia officiata all'Altare della Patria, pronunciò un discorso ufficiale, un cui stralcio recita[123]:

« [...] Nell'ascendere il sacrario del Vittoriano unita alle fiere madri e spose della nostra cara Italia per deporre sull'altare dell'Eroe ignoto la fede nuziale, simbolo delle nostre prime gioie e delle estreme rinunce, in purissima offerta di dedizione alla Patria piegandoci a terra quasi per confonderci in ispirito coi nostri gloriosi Caduti della Grande Guerra, invochiamo unitamente a loro, innanzi a Dio, "Vittoria" »

(Discorso della regina Elena al Vittoriano, 18 dicembre 1935)

Il messaggio era legato a uno dei messaggi politici del fascismo: la Vittoria riscattata dalla rivoluzione fascista e quindi non più "mutilata"[81]. Di questi anni è la realizzazione del sacello del milite Ignoto, ovvero della cripta interna al Vittoriano resa visitabile al pubblico, che così può vedere anche l'altro lato della tomba, quello che dà all'interno dell'edificio, e non solo il lato esterno, quello che è in corrispondenza dell'Altare della Patria[104].

L'oblioModifica

 
Carro armato pesante della Germania nazista Panzer VI Tiger I di fronte al Vittoriano, nel febbraio 1944 durante l'occupazione tedesca dell'Italia

Con la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e la fine della seconda guerra mondiale (2 settembre 1945), da cui conseguì il referendum del 2 giugno 1946, grazie al quale fu proclamata la Repubblica Italiana, il Vittoriano, svuotato dai contenuti militareschi che gli furono associati dal fascismo, tornò alla precedente funzione: la celebrazione dell'Italia libera e unita grazie alla presenza del sacello del Milite Ignoto[16]. Da questo momento in poi l'Altare della Patria è il teatro di manifestazioni che si svolgono annualmente in occasione dell'Anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d'alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre[16].

Già nel 1947 si registrarono le prime avvisaglie dell'uso di parte che alcune forze politiche italiano fecero del Vittoriano e del milite Ignoto, suo simbolo più sentito dalla popolazione[124]. L'occasione fu la deposizione, l'11 febbraio 1947, di una corona d'alloro sulla tomba del Milite Ignoto e la contestuale organizzazione di uno sciopero generale, durante i quali si registrarono incidenti in piazza Venezia tra fazioni politiche avversarie[124]. L'occasione fu la firma del trattato di Parigi, che avvenne il giorno prima, il 10 febbraio, tramite il quale furono ridisegnati confini dell'Europa, frontiere italiane comprese, e vennero stabiliti i risarcimenti che le nazioni sconfitte avrebbero dovuto pagare a quelle vittoriose, dopo gli eventi legati alla seconda guerra mondiale[124].

 
L'ex presidente della Repubblica Antonio Segni rende omaggio al Milite Ignoto (4 novembre 1955)

Nel 1948 lo scontro politico fu molto più acceso, visto che erano in programma le prime elezioni libere dopo la caduta del fascismo, che erano previste per il 18 aprile[124]. In questo caso il coinvolgimento del Vittoriano fu molto più diretto: in piazza Venezia, proprio davanti al monumento, fu installato dalla Democrazia Cristiana un cartellone di propaganda elettorale alto quindici metri che mostrava il Vittoriano che "dava un calcio" da dietro a un soldato dell'Armata Rossa, avente le fattezze di King Kong, riconoscibile per la presenza dei simboli più celebri del comunismo: la falce e martello e la stella rossa[124]. Sopra questa scena capeggiava un vistoso "NO!"[124].

Questo clima politico dai toni fortemente contrastati si stemperò in parte con il passare degli anni[125]. Nel 1955, primo decennale della Liberazione, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, per la prima volta il Presidente della Repubblica Italiana depose una corona d'alloro in omaggio al Milite Ignoto[125]. In precedenza il programma della manifestazione prevedeva infatti altri eventi che non comprendevano il solenne atto di ossequio al soldato simbolo di tutti i caduti italiani nelle guerre[125]. A partire da questa data, la deposizione di una corona d'alloro al sacello del Milite Ignoto è entrata a far parte del programma ufficiale della manifestazione[125]. Il solenne omaggio del 25 aprile 1955 non fu privo di contrasti[125]. Accanto alle delegazioni dell'ANPI, della FIAP e della FIVL, ovvero delle associazioni partigiane comuniste, azioniste e cattoliche, che presenziarono all'Altare della Patria insieme al Presidente della Repubblica, si registrarono contestazioni di piazza ad opera dei giovani di destra ed estrema destra[126][127][128] del Movimento Sociale Italiano[125].

 
Come da prassi per i Capi di Stato esteri in visita in Italia, John Fitzgerald Kennedy (presidente degli Stati Uniti d'America) si appresta a rendere omaggio al Milite Ignoto accompagnato da Giulio Andreotti (luglio 1963)

Il 23 febbraio 1958, nel decennale del'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, ci fu la solenne traslazione della bandiera del comando del corpo volontari della libertà, ovvero della struttura di coordinamento generale della Resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale, ufficialmente riconosciuta sia dagli Alleati che dal governo Badoglio[129]. Questo vessillo si aggiunse alle bandiere di guerra dei reggimenti disciolti dell'esercito, che erano conservate nel Vittoriano già dal 1935 in attesa di inaugurare un Sacrario delle Bandiere aperto al pubblico[129]. Il 14 giugno 1961 il sacrario fu arricchito dalle bandiere della Marina Militare e da alcuni cimeli legati alla storia navale militare italiana[130]. Nel complesso, il Sacrario delle Bandiere, fu inaugurato e aperto al pubblico il 4 novembre 1968 in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate[130]. In questo contesto, il 2 ottobre 1970, fu inaugurato e aperto al pubblico, in occasione della commemorazione del centenario del plebiscito che decretò l'annessione del Lazio al Regno d'Italia, il Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano[131].

Negli anni sessanta del XX secolo iniziò il lento disinteressamento degli italiani nei confronti del Vittoriano[132] perché non più visto come uno dei simboli dell'identità nazionale ma come un ingombrante monumento di un Italia sorpassata dalla storia[133]. Sempre meno persone partecipavano alle celebrazioni officiate al Vittoriano, comprese quelle che interessavano il Milite Ignoto[132], complice anche il sempre più evidente stato di abbandono della struttura[43]. Da più parti si giunse anche proporre di abolirle[132]. Era ancora vivo il ricordo delle adunate oceaniche fasciste in piazza Venezia e il Vittoriano, che era il suo sfondo, progressivamente, scivolò in una damnatio memoriae che causò la sua progressiva esclusione del monumento dall'immaginario collettivo degli italiani[132]. A questo si aggiunse la memoria delle demolizioni e degli sventramenti di interi isolati storici, sia durante la costruzione del Vittoriano che durante il ventennio fascista, che lasciò un ricordo nostalgico[51]. Anche da parte delle istituzione ci fu un mutamento: da eventi coinvolgenti e emozionanti, si passò a commemorazioni rituali e asettiche con sempre meno spettatori che vi assistevano[132]. Il Vittoriano si trasformò quindi in un semplice punto urbanistico della città, con piazza Venezia che diventò, a causa del'espansione urbanistica di Roma degli anni cinquanta del XX secolo e il conseguente aumento del traffico veicolare, un punto nevralgico del sistema stradale della Capitale[132].

 
Il presidente della Repubblica Sandro Pertini rende omaggio al Milite Ignoto

Il 12 dicembre 1969 il Vittoriano fu colpito da un attentato: nel pomeriggio (alle 17:30, a dieci minuti una dall'altra) vennero fatte esplodere due bombe, senza vittime, in concomitanza con la strage di piazza Fontana a Milano[134]. Furono collocate lateralmente, una in corrispondenza di ogni propileo[134]. Una riuscì a scardinare la porta del Museo centrale del Risorgimento, facendolo volare per sette metri, e a rompere le vetrate della basilica dell'Aracoeli, mentre l'altra bomba rese pericolante il basamento di un pennone[134]. A causa dei danni dovuti all'attentato, il Vittoriano venne chiuso al pubblico, e tale resterà per quarant'anni[15]: ormai da anni, infatti, era ignorato da sempre più persone, che non ne vedevano più l'utilità[134]. Sulla scia del clima politico degli anni settanta, e a causa dell chiusura al pubblico, il Vittoriano conobbe un lungo periodo di oblio, sia da parte dei cittadini che da parte delle istituzioni[108]. In questo contesto, nel 1975, il Vittoriano passò in carico dal Ministero della Pubblica istruzione a quello dei Beni Culturali, ente che tuttora gestisce il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II[108], mentre nel 1981, tramite decreto datato 20 maggio, il ministero citato dichiarò l'importanza storico artistica del Vittoriano riallacciandosi alla precedente legge n° 1.089 del 1° giugno 1939[108].

Negli anni settanta e ottanta del XX secolo il Vittoriano iniziò a sollevare polemiche nella critica d'arte, che vedeva nell'edificio un tentativo anacronistico e "mal riuscito" di riportare a Roma la classicità dell'età imperiale; d'altra parte, già nel 1913 Giovanni Papini lo definì "Vespasiano di lusso"[135], mentre nel 1931, in occasione di un evento, i futuristi, irriverentemente lo chiamarono "pisciatoio"[136]. Giornalisti e scrittori polemicamente soprannominarono il monumento "torta nuziale" e "macchina per scrivere"[137], mentre alla fine degli anni ottanta sorse un movimento d'opinione che ne voleva la "ruderizzazione", ovvero il completo abbandono a sé stesso a cui sarebbe dovuta seguire una fase di smantellamento parziale, con l'asportazione delle opere artistiche più importanti, che sarebbero state musealizzate, e la conversione del monumento a semplice luogo di passeggio con la demolizione delle sue parti più imponenti e caratterizzanti, come parte del sommoportico e dei propilei[138]. In questo modo il Vittoriano ruderizzato non sarebbe più spiccato agli occhi dei visitatori e avrebbe avuto una monumentalità paragonabile a quella degli edifici circostanti[139].

 
Il Vittoriano si staglia sul paesaggio di Roma in una foto del 1988

Più in generale, il Vittoriano è ricco di significati allegorici che secondo i suoi realizzatori dovevano essere chiari e univoci[140]. Con obiettivo non fui però raggiunto, visto che durante la sua storia il vittoriano ha spesso avuto dell'interpretazioni ambigue[140]. In primis è stato utilizzato come simbolo da due classi dirigenti molto differenti, soprattutto nel modo con cui comunicavano i loro messaggi politici: l'Italia liberale quella fascista[140].

L'ambivalenza intrinseca del Vittoriano va forse ricercata nel Risorgimento, che fu caratterizzato da una natura duale: da una parte i patrioti, dall'altra parte la maggioranza silenziosa formata principalmente da contadini e dalla classe media che era indifferente al processo di unificazione italiana[140]. I soprannomi dissacranti che furono dati al Vittoriano derivano proprio da questo aspetto: dato che non tutti gli italiani furono coinvolti nelle guerre risorgimentali, parte della popolazione non aveva quella deferenza nei confronti del Vittoriano che era invece era tipica dei patrioti[140]. A questo si aggiunse l'iniziale ostilità del Papato, che fu originata dalla questione romana, ovvero dalla presa di Roma e dalla conseguente relegazione del papa nei palazzi apostolici, che fu risolta dopo alcuni decenni grazie alla firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929)[140]. Anche i patrioti non erano compatti: fin dall'inizio furono infatti divisi in federalisti e centralisti, in monarchici e in repubblicani, ecc.[140].

Inoltre si criticava aspramente la scelta, compiuta dalla "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II" durante il secondo concorso, di demolire gli edifici medievali, anche monumentali, che sorgevano sul Campidoglio, al fine di erigere il nuovo monumento in un luogo altamente simbolico[141]. Si criticava anche la scelta di usare il marmo botticino (che non fu però del Sacconi), ritenuto di colore troppo chiaro rispetto ad altri monumenti di Roma. Chi vole va la ruderizzazione del Vittoriano propose di ripristinare in parte l'antica viabilità di piazza Venezia, ricostruendo, tra l'altro, palazzo Torlonia e modificando gli antichi allineamenti delle vie rispetto a via del Corso[141].

Per quelli che pensavano alla sua ruderizzazione, sarebbe stato meglio trasferite la tomba del Milite Ignoto altrove, ad esempio all'interno del Parco della Rimembranza, nel quartiere Parioli[141]. Questa area verde era altamente simbolica: fu infatti creata nel 1923 sulla scorta di una disposizione del sottosegretario della Pubblica Istruzione Mario Lupi, che predisponeva la creazione, lungo tutta l'Italia, di parchi o viali alberati lungo i quali era presente un numero di alberi almeno pari al numero dei caduti e dei dispersi della città o del paese[141]. Ognuno di questi alberi era caratterizzato dalla presenza di una targhetta riportante il nome di un caduto o di un disperso della prima guerra mondiale[141].

La riscopertaModifica

 
Giorgio Napolitano riceve dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi le insegne di cavaliere di gran croce decorato di gran cordone (15 maggio 2006)

Fu l'ex Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi, all'inizio del XXI secolo, a iniziare un'opera di valorizzazione e di rilancio dei simboli patri italiani, Vittoriano compreso[43][15][142]. Grazie a Ciampi, il Vittoriano tornò ad essere il luogo più importante dove vengono organizzati gli eventi più ricchi di simbolismo nazionale[15]. L'iniziativa di Ciampi è stata ripresa e continuata anche dal suo successore, Giorgio Napolitano, con particolare risalto durante le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia[142].

Nello specifico, il monumento venne riaperto grazie alla volontà di Carlo Azeglio Ciampi, dopo un accurato restauro e dopo decenni di chiusura, il 24 settembre 2000 in occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico 2000-2001, la cui parte più importante, che avvenne proprio al Vittoriano alla presenza di Ciampi[15][143]. Il Vittoriano fu poi aperto ufficialmente al pubblico il 4 novembre successivo, in occasione della commemorazione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate[15]. Ciampi lo propose come nuovo foro di Roma: il "foro della Repubblica". In quella occasione così si espresse[144]:

« [...] questa straordinaria terrazza di Roma, della nostra capitale, su un monumento che sta diventando uno dei punti centrali dell'incontro di ogni italiano con la città eterna. [...] »

(Carlo Azeglio Ciampi)

Dal 4 novembre 2000 in poi le celebrazioni più importanti da un punto di vista simbolico della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate e della Festa della Repubblica (2 giugno) avvengono stabilmente al Vittoriano[15]. Il Vittoriano è anche diventato anche importante sede museale di collezioni inerenti l'identità nazionale italiana: i musei già presenti, il Museo centrale del Risorgimento e il Sacrario delle Bandiere, sono stati infatti rilanciati con un'opera di potenziamento e aggiornamento che li ha resi maggiormente frequentati da parte dei turisti[15]. Questo rilancio del Vittoriano è andato di pari passo con la costante e crescente opera di valorizzazione dei simboli patri italiani[15].

 
Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, fra i Corazzieri e la guardia d'onore, rende omaggio al Milite Ignoto (4 novembre 2016)

Nel 2002, dopo un'altra serie di interventi di restauro, nuovi luoghi del Vittoriano sono stati aperti al pubblico. Alcuni di questi interventi sono stati realizzati anche grazie a parte degli introiti del Gioco del Lotto, in base a quanto stabilito dalla legge 662/96[145].

In occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico 2003-2004, che si svolse nuovamente al Vittoriano, l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi affermò, a proposito di questo monumento[146]:

« [...] Questo monumento sta vivendo una seconda giovinezza. Lo riscopriamo simbolo dell'eredità di valori che le generazioni del Risorgimento ci hanno affidato. Le fondamenta di questi valori sono qui incise nel marmo: l'unità della Patria, la libertà dei cittadini. [...] »

(Carlo Azeglio Ciampi)

Alla riscoperta del valore simbolico si accompagnò anche una più serena valutazione degli aspetti architettonici: il Vittoriano è oggi visto dalla più aggiornata critica d'arte come un importante passo nella ricerca di un nuovo "stile nazionale", che doveva caratterizzare il Regno d'Italia da poco costituito[147]. Il Vittoriano appare dunque oggi come un ottimo esempio dell'arte del primo periodo dell'unità nazionale, fusione di eclettismo e neoclassicismo, sia di per sé stesso, sia per le numerosissime opere d'arte che accoglie[2].

Come già accennato, il Vittoriano è proprietà del Ministero dei Beni Culturali e, dal 1° febbraio 2005, è gestito dalla direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio[108][148].

Pianta del VittorianoModifica

  1. Ingresso del Vittoriano con cancellata artistica di Manfredo Manfredi;
  2. Gruppo scultoreo Il Pensiero di Giulio Monteverde;
  3. Gruppo scultoreo L'Azione di Francesco Jerace;
  4. Fontana dell'Adriatico di Emilio Quadrelli;
  5. Gruppo scultoreo La Forza di Augusto Rivalta;
  6. Gruppo scultoreo La Concordia di Lodovico Pogliaghi;
  7. Fontana del Tirreno di Pietro Canonica;
  8. Gruppo scultoreo Il Sacrificio di Leonardo Bistolfi;
  9. Gruppo scultoreo Il Diritto di Ettore Ximenes;
  10. Una statua per lato del gruppo scultoreo
    Leone alato di Giuseppe Tonnini;
  11. Scalinata d'ingresso;
  12. Vittoria alata su rostro di Edoardo Rubino;
  13. Vittoria alata su rostro di Edoardo De Albertis;
  14. Altare della Patria, dov'è situata la tomba del Milite Ignoto;
  15. Statua della Dea Roma di Angelo Zanelli;
  16. Statue di quattordici città d'Italia di Eugenio Maccagnani;
  17. Statua equestre di Vittorio Emanuele II di Enrico Chiaradia;
  18. Vittoria alata su colonna di Nicola Cantalamessa Papotti;
  19. Vittoria alata su colonna di Adolfo Appoloni;
  20. Propileo sulla cui sommità è presente
    la Quadriga dell'Unità di Carlo Fontana;
  21. Vittoria alata su colonna di Cesare Zocchi;
  22. Vittoria alata su colonna di Mario Rutelli;
  23. Propileo sulla cui sommità è presente
    la Quadriga della Libertà di Paolo Bartolini;
  24. Sommoportico con colonne il cui cornicione superiore è decorato
    dalle statue rappresentanti le regioni d'Italia. Di fronte
    al colonnato, verso la statua equestre di Vittorio Emanuele II,
    è presente la terrazza della città redente.

DescrizioneModifica

GeneralitàModifica

Il Vittoriano è alto 70 metri (81 metri se si comprendono le quadrighe di coronamento dei propilei), largo 135 metri, profondo 130 metri e ha una superficie totale di 17 550 metri quadrati[3][4]. La scalinata d'ingresso è larga 41 metri e lunga 34 metri; la terrazza dove è situato l'Altare della Patria è invece larga 66 metri[4]. Esso presenta una struttura dinamica e semplice nella concezione generale ma, a causa delle grandi dimensioni, assai complessa nei particolari. Dal giugno 2007 è possibile salire alla terrazza delle quadrighe usufruendo di un ascensore[5]; la terrazza è anche raggiungibile tramite 196 scalini che partono dal colonnato.

 
La scalinata d'ingresso al Vittoriano, che porta all'Altare della Patria

Gli elementi fondamentali sono la scalinata e il sommoportico inserito tra due propilei. Da un punto di vista architettonico, si è infatti scelta una vistosa presenza di colonnati di ordine corinzio, con la cospicua presenza, da un punto di vista monumentale, di statue rappresentanti Vittorie alate, sia in marmo che in bronzo[59]. Alcune opere richiamano la storia dell'antica Roma[59]. Diversi sono i simboli vegetali che ricorrono nel monumento, fra i quali si ricordano la palma per la vittoria, la quercia per la forza, l'alloro per la pace vittoriosa, il mirto per il sacrificio e l'ulivo per la concordia[3]. Più in generale, le metafore presenti rappresentano le virtù e i sentimenti, molto spesso resi come personificazioni allegoriche, che hanno animato gli italiani durante il Risorgimento, ovvero dai moti del 1821 alla presa di Roma (1870), grazie ai quali è stata realizzata l'unità nazionale[13].

Per quanto riguarda il materiale preminente, in luogo dello storico travertino, che caratterizzò per secoli le costruzioni realizzate durante l'antica Roma, venne usato il marmo botticino, le cui cave si trovano in provincia di Brescia[59]. Questo stile, che doveva comunicare i fasti imperiali di Roma, si è ispirato agli stili utilizzati da diverse nazioni imperialiste dell'epoca come il Regno Unito, la Francia, l'Impero tedesco e il Belgio anche in ambito coloniale[59]. Lo stile che influenzò di più l'architettura del Vittoriano fu quello in voga durante il Secondo Impero francese, regime bonapartista di Napoleone III instaurato in Francia dal 1852 al 1870, tra la Seconda e la Terza Repubblica, che fu assai comune nei nuovi edifici realizzati a Parigi in questo periodo storico, che portò alla completa trasformazione dell città[44].

Da un punto di vista stilistico, l'architettura e le opere d'arte che impreziosiscono il Vittoriano sono state concepite con l'obiettivo di creare uno "stile nazionale" vero e proprio da replicare anche in altri ambiti[1]. Camillo Boito già nel 1884 domandava agli artisti di allora: «Quale sarà l'impronta artistica speciale che debba farci distinguere dalle altre epoche nella grande rassegna dei secoli?»[149]. All'epoca Boito aveva proposto, come nuovo "stile nazionale", un modello che si sarebbe dovuto ispirare al Rinascimento italiano cinquecentesco[150]. Sacconi, per la realizzazione del Vittoriano, prese invece spunto dall'architettura dell'antica Grecia e dell'antica Roma, nella sua versione italica, a cui sono state aggiunte, come già accennato, delle influenze eclettiche[2].

Dalla sua inaugurazione, il complesso del Vittoriano celebra la grandezza e la maestà di Roma, eletta al ruolo di legittima capitale d'Italia[79][151], rappresentando l'unità del Paese (Patriae Unitati) e la libertà del suo popolo (Civium Libertati)[3].

Le fontane dei due mariModifica

Addossate al basamento esterno del Vittoriano, ai lati della cancellata d'ingresso, si trovano le fontane dei due mari. In questo modo, il Vittoriano è simbolicamente affiancato, come la penisola italiana, dai due mari maggiori, in modo che esso possa rappresentare anche geograficamente, l'intero Paese[1]. Entrambe sono inserite in un'aiuola.

A destra della fontana dell'Adriatico si osservano i resti del Sepolcro di Gaio Publicio Bibulo, monumento dell'epoca repubblicana, importante punto di riferimento per la toponomastica romana antica, dato che all'epoca le tombe dovevano trovarsi fuori dal recinto murario[152].

Opera Descrizione Autore Immagine
Fontana dell'Adriatico Rappresenta il mare Adriatico, con un braccio rivolto a Oriente e con il Leone di San Marco, che rappresenta la città di Venezia (a sinistra dell'ingresso al Vittoriano)[3] Emilio Quadrelli  
Fontana del Tirreno Rappresenta il mar Tirreno, con la lupa capitolina e la sirena Partenope, a simboleggiare le città di Roma e Napoli (a destra dell'ingresso al Vittoriano)[3] Pietro Canonica  

La scalinata e le terrazzeModifica

 
La cancellata artistica che chiude l'ingresso del Vittoriano

Elemento fondamentale del Vittoriano sono le scalinate, che conducono prima alla terrazza dell'Altare della Patria, poi alla terrazza delle città redente (che è quella più elevata, proprio al di sotto del sommoportico) e infine alla terrazza dei due propilei, che sono l'ingresso del sommoportico, punto più elevato del Vittoriano[88][44]. Il Vittoriano è stato quindi ideato come un grande foro aperto ai cittadini, in una sorta di piazza sopraelevata nel cuore della capitale organizzata come un'agorà su tre livelli dove sono cospicui gli spazi riservati al passeggio dei visitatori[43][44].

Già all'ingresso è presente un'imponente scalinata, che porta alla terrazza dell'Altare della Patria e del Milite Ignoto, prima piattaforma del Vittoriano e centro simbolico del monumento[88]. Il percorso lungo la scalinata continua anche oltre la tomba del Milite Ignoto a rappresentare un corteo di italiani continuo e senza interruzioni che prosegue simbolicamente la sua camminata fino al punto più elevato della costruzione[1]. Il Vittoriano è stato infatti pensato come un colle marmoreo artificiale dov'è possibile compiere una passeggiata patriottica tra le opere presenti, che hanno quasi tutte significati allegorici legati alla storia d'Italia[134].

L'artistica cancellata d'accesso al Vittoriano è opera di Manfredo Manfredi ed ha la particolarità di essere "a scomparsa", ossia di poter scorrere nel sottosuolo rendendo il Vittoriano direttamente collegato alla città.

Su entrambi i lati della scalinata d'ingresso si trovano una serie di sculture che accompagnano il visitatore verso l'Altare della Patria[88]. Le prime sculture che si incontrano sono due gruppi scultorei in bronzo dorato[3], con soggetti ispirati al pensiero di Giuseppe Mazzini[1], Il Pensiero e L'Azione (rispettivamente, a sinistra e a destra della scalinata), a cui seguono due gruppi scultorei (anche in questo caso uno per parte) che raffigurano leoni alati e infine, sulla sommità della scalinata, prima dell'inizio della terrazza dell'Altare della Patria, due vittorie alate[88][152].

La descrizione dettagliata delle opere presenti lungo la scalinata d'ingresso è:

Opera Descrizione Autore Immagine
Il Pensiero Il genio alato bronzeo che rappresenta il Pensiero traccia nello spazio il futuro d'Italia, mettendo in fuga la Discordia e la Tirannide; ai suoi piedi giace il Popolo, incitato ad alzarsi dalla dea Minerva, mentre un secondo genio affila le armi (a sinistra della scalinata) Giulio Monteverde  
L'Azione Un'amazzone bronzea, simboleggiante l'azione, solleva la bandiera d'Italia, mentre un leone ruggisce, una donna si getta contro il nemico, un giovane garibaldino si prepara all'assalto e un popolano grida alla riscossa (a destra della scalinata). Francesco Jerace  
Leone alato Statue marmoree rappresentanti un leone alato accovacciato sulla balaustra Giuseppe Tonnini[152]  
 
Vittoria alata Statue bronzee che rappresentano una Vittoria alata e che svettano su un basamento decorato da rostri[1] Edoardo Rubino (quella di sinistra)[152]  
Edoardo De Albertis (quella di destra)[152]  

Sulla sommità della scalinata d'ingresso, subito dopo le statue delle Vittorie alate, si apre il terrazzo dell'Altare della Patria, prima piattaforma del Vittoriano, che è dominato centralmente dalla statua della dea Roma[88]. Sul terrazzo dell'Altare si trovano anche i gruppi scultorei in marmo botticino che simboleggiano i valori ideali degli italiani[3]. I gruppi hanno un'altezza di 6 metri e sono situati a destra e a sinistra dell'ingresso alla terrazza dell'Altare della Patria, in corrispondenza delle fontane dei due mari, lungo dei parapetti che si affacciano sull'esterno[88]:

Opera Descrizione Autore Immagine
La Forza Si trova a sinistra del parapetto, sopra alla fontana dell'Adriatico[3][1] Augusto Rivalta  
La Concordia Si trova a destra del parapetto, sopra alla fontana dell'Adriatico[3][1] Lodovico Pogliaghi
Il Sacrificio Si trova a sinistra del parapetto, sopra alla fontana del Tirreno Leonardo Bistolfi  
Il Diritto Si trova a destra del parapetto, sopra alla fontana del Tirreno Ettore Ximenes

Ai lati dell'Altare della Patria la scalinata riprende dividendosi in due rampe simmetriche e parallele alla tomba del Milite Ignoto. Entrambe giungono a un pronao dove si apre un grande portone (uno per lato, entrambi posizionati simmetricamente e lateralmente al Milite Ignoto) che conduce ai musei interni[153]. Sopra le porte sono collocate due statue: sul portone di sinistra sono presenti le statue che rappresentano allegoricamente La Politica e La Filosofia, mentre sul portone di destra sono collocate le statue raffiguranti metaforicamente la La Guerra e la La Rivoluzione[153]:

Opera Descrizione Autore Immagine
La Politica Nicola Cantalamessa  
La Filosofia Eugenio Maccagnani  
La Guerra Ettore Ferrari  
La Rivoluzione  
 
Una delle due rampe che portano alla statua equestre di Vittorio Emanuele II

Da questi ripiani partono due ulteriori rampe di scale che convergono, esattamente dietro l'Altare della Patria, verso il basamento della statua equestre di Vittorio Emanuele II, che è situata sulla seconda piattaforma, in ordine di altezza, del Vittoriano[88]. Dietro quest'ultima la scalinata riprende e giunge a un ripiano, da cui partono lateralmente due scalinate che portano, ciascuna, a all'ingresso di un propileo.

Prima di giungere agli ingressi dei propilei ognuna delle due scalinate si interrompe in un piccolo ripiano che consente l'accesso alla terrazza delle città redente, terza e ultima piattaforma del Vittoriano, che si trova esattamente dietro alla statua equestre di Vittorio Emanuele II, sotto il colonnato del sommoportico.

Le città "redente" sono le città unite all'Italia in seguito alla prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi. Esse sono Trieste, Trento, Gorizia, Pola, Zara e Fiume[N 2]; queste ultime tre, dopo la seconda guerra mondiale, passarono alla Jugoslavia e, in seguito alla dissoluzione di quest'ultima, alla Croazia.

Gorizia fu invece divisa in due, prima con la Jugoslavia (che chiamò la propria parte "Nova Gorica") e poi, con la dissoluzione di quest'ultima, con la Slovenia. Ogni città redenta è rappresentata da un altare recante lo stemma corrispondente[1], addossato alla parete di fondo.

Nel dettaglio, la descrizione degli altari è la seguente[78]:

Città Descrizione Immagine
Trieste Altare riportante il nome della città a cui è dedicato che è sormonto dal suo stemma araldico[78]  
Trento  
Gorizia  
Pola  
Zara  
Fiume  

Al centro della fila degli altari, incisa sulla parete verticale dello stilobate, è collocata la monumentale iscrizione che riporta il testo del Bollettino della Vittoria che è stata scolpita in occasione della solenne cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto (4 novembre 1921)[154]; alla sua base si trovano due altari simili a quelli delle città redente ma che hanno, in luogo dello stemma araldico delle municipalità, un elmetto. I due altari recano, rispettivamente, il detto: "Et Facere Fortia " (a sinistra) "Et Pati Fortia " (a destra), riecheggiante la locuzione latina Et facere et pati fortia romanum est (Tito Livio, Storia di Roma, 11: nell'opera di Livio la frase è pronunciata da Muzio Scevola nei confronti di Porsenna), ossia "È da Romano compiere e patire cose forti"[88].

Nello specifico, la monumentale iscrizione che riporta il Bollettino della Vittoria, firmato da Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito, recita:

« Regnando Sva Maestà il Re Vittorio Emanvele III di Savoia

 
Il testo del Bollettino della Vittoria scolpito sul marmo, e i due altari che riportano la locuzione latina "Et Facere Fortia " (a sinistra) "Et Pati Fortia " (a destra)

La gverra contro l'Avstria-Vngheria che, sotto l'alta gvida di S.M. il Re, dvce svpremo, l'Esercito Italiano, inferiore per nvmero e per mezzi, inizio' il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condvsse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla qvale prendevano parte cinqvantvno divisioni italiane, tre britanniche, dve francesi, vna cecoslovacca ed vn reggimento americano, contro settantatre' divisioni avstrovngariche, è finita. La fvlminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata sv Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle trvppe della VII armata e ad oriente da qvelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre piv' indietro il nemico fvggente. Nella pianvra, S.A.R. il Dvca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sva invitta III armata, anelante di ritornare svlle posizioni da essa già vittoriosamente conqvistate, che mai aveva perdvte. L'Esercito Avstro-Vngarico è annientato: esso ha svbito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'insegvimento ha perdvto qvantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i svoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinqvemila cannoni. I resti di qvello che fv vno dei piv' potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicvrezza.

IV novembre MCMXVIII, Comando Svpremo Diaz »

Analogamente fu firmato, dall'ammiraglio Paolo Thaon di Revel, comandante supremo della Regia Marina, il Bollettino della Vittoria Navale. Non fu mai redatto un analogo bollettino per le forze aeree, visto che queste ultime facevano capo al Servizio Aeronautico, reparto destinato agli aeromobili del Regio Esercito: la Regia Aeronautica, terza forza armata del Regno d'Italia, fu infatti istituita nel 1923, dopo la fine della prima guerra mondiale.

Sulla terrazza si trova un macigno proveniente dal Massiccio del Grappa, per un anno teatro del fronte di guerra, per rappresentare tutti i luoghi dove i soldati italiani hanno combattuto durante il primo conflitto mondiale[1].

L'Altare della PatriaModifica

 
L'Altare della Patria al Vittoriano, con la guardia d'onore del Milite Ignoto sovrastata dalla statua della dea Roma

L'Altare della Patria è la parte più nota del Vittoriano ed è quella con cui esso viene spesso identificato. È situato alla sommità della scalinata d'ingresso. Venne disegnato dallo scultore bresciano Angelo Zanelli, che vinse il concorso appositamente indetto nel 1906[3]. Si tratta dunque dell'unica parte architettonica del Vittoriano i cui lavori, per motivi cronologici, non furono diretti dal Sacconi, che era morto l'anno precedente.

L'Altare della Patria è formato dal lato della tomba del Milite Ignoto (lat. Ignoto Militi, com'è riportato sul suo sacello) che dà all'esterno dell'edificio (l'altro lato, quella dà all'interno del Vittoriano, è situato in una cripta), dalla statua della dea Roma (che si trova esattamente sopra la tomba del Milite Ignoto) e da due rilievi marmorei verticali che scendono dai bordi dell'edicola che contiene la statua della dea Roma e che corrono verso il basso lateralmente alla tomba del Milite Ignoto[3].

 
Uno dei due bracieri che ardono perennemente ai lati della tomba del Milite Ignoto

Il Milite Ignoto, militare italiano morto nella prima guerra mondiale la cui identità resta sconosciuta, come già accennato, fu trasferito all'Altare della Patria il 4 novembre 1921[3]. L'epigrafe della parte esterna della pietra sepolcrale del Milite Ignoto riporta la scritta "Ignoto Militi" e gli anni di inizio e di fine della partecipazione italiana al primo conflitto mondiale, ovvero "Mcmxv" (1915) e "Mcmxviii" (1918).

La sua tomba è un sacello simbolico che rappresenta tutti i caduti e i dispersi in guerra[3]. Il lato della tomba del Milite Ignoto che dà verso l'esterno, verso l'Altare della Patria, è sempre vigilata da una guardia d'onore e da due fiamme che ardono perennemente[155]. Alla guardia provvedono militari delle varie armi delle forze armate italiane, che avvicendano ogni dieci anni[90].

La tomba del Milite Ignoto è scenario di cerimonie ufficiali durante le celebrazioni della Festa della Repubblica del 2 giugno e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate del 4 novembre, occasioni in cui il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato le rendono solenne omaggio.

Esattamente sopra la tomba del Milite Ignoto, come già accennato, è presente una grande statua della dea Roma che emerge da uno sfondo dorato, già presente nel progetto sacconiano. La presenza della dea Roma vuole significare che, tra le volontà dei patrioti risorgimentali, ci fosse quello, irrinunciabile, di avere la Città eterna come capitale d'Italia, concetto indicato come tale da tutta la storia[1][151].

Il contributo alla costruzione del Vittoriano da parte degli italiani all'estero è tangibile su una parte del monumento: sui due bracieri che ardono perennemente, e che sono posti all'Altare della Patria di fianco alla tomba del Milite Ignoto, è collocata una targa il cui testo recita "Gli italiani all'estero alla Madre Patria" in ricordo alle donazioni fatte dagli emigrati italiani all'inizio del XX secolo[156].

La concezione generale dei bassorilievi situati lateralmente alla statua della dea Roma richiama le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio. Entrambi i bassorilievi simboleggiano l'operosità dell'Italia[1]. Il bassorilievo a sinistra dell'Altare rappresenta il Trionfo del Lavoro, che visivamente converge verso la dea Roma[1] con le seguenti allegorie (da sinistra a destra)[3]:

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Agricoltura Concetto rappresentato da tre figure: ll'Allevamento, la Mietitura, la Vendemmia e l'Irrigazione Angelo Zanelli  
Genio alato del Lavoro Rappresentato da una figura che sale su un grande aratro trionfale  
Industria Rappresentato da una trave da cui pende una pesante incudine, su di cui una mano femminile posa una corona di quercia, simbolo della forza.  

Il secondo bassorilievo, a destra della statua della dea Roma, simboleggia il Trionfo dell'amor patrio, che converge anch'esso da un punto di vista visivo verso la dea Roma[1]. Esso è composto dalle seguenti allegorie (da sinistra a destra)[3]:

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Figure femminili che portano corone onorarie a Roma Sono tre figure seguite dai labari e dalle insegne legionarie Angelo Zanelli  
Il Genio dell'Amore di Patria e l'Eroe L'Eroe, il cui mantello è sollevato da due figure femminili, si appoggia alla grande spada dei Titani; entrambe le figure si trovano su una biga trionfale  
Braciere del fuoco sacro della Patria È appeso a una trave, elemento presente simmetricamente anche nel corteo del Trionfo del Lavoro.  

La statua equestre di Vittorio Emanuele II e le statue delle città nobiliModifica

 
La statua equestre di Vittorio Emanuele II, che si trova al centro del Vittoriano, sopra l'Altare della Patria

Oltre l'altare della Patria, continuando a salire la scalinata, è presente la statua equestre di Vittorio Emanuele II, opera di Enrico Chiaradia e centro architettonico del Vittoriano[64], e le statue delle città nobili[1]. La statua, che è alta 12 metri e lunga 10; è in bronzo e pesa cinquanta tonnellate[157]. Nel complesso, compreso il basamento, il gruppo scultoreo è alto 24,80 metri[4].

La statua equestre di Vittorio Emanuele II è l'unica rappresentazione non simbolica del Vittoriano, dato che è la raffigurazione precisa di un personaggio storico: infatti, come già accennato, le altre opere artistiche presenti nel Vittoriano rappresentano in modo metaforico le virtù e i sentimenti, molto spesso resi come personificazioni allegoriche, che hanno animato gli italiani durante il Risorgimento, ovvero dai moti del 1821 alla presa di Roma (1870), grazie ai quali è stata realizzata l'unità nazionale[13].

Sul suo basamento si trovano le statue di quattordici città nobili, che furono cioè capitali di stati nobiliari italiani in vari periodi della storia. Non sono rappresentate tutte le città che furono capitali di stati italiani nella storia e neanche tutte le capitali dell'Italia preunitaria, mancando Parma e Modena. Inoltre alcune di esse furono sede di governi nobiliari solo nel Medioevo e per poco tempo: è il caso di Pisa e di Bologna.

Non si tratta perciò delle statue delle città più importanti d'Italia, ma di quelle una volta sede capitali di Stati italiani preunitari oppure di repubbliche marinare, considerate antecedenti e convergenti nella monarchia sabauda e per questo reputate "nobili"; per questo motivo sono poste alla base della statua equestre a Vittorio Emanuele II. Al contrario di quelle rappresentanti le regioni d'Italia, sono tutte opere di uno stesso scultore: Eugenio Maccagnani[3].

La descrizione dettagliata della statua equestre di Vittorio Emanuele II è la seguente:

Opera Descrizione Autore Immagine
Statua equestre di Vittorio Emanuele II Statua bronzea di re Vittorio Emanuele II che a cavallo di un destriero Enrico Chiaradia  

Quello che segue è invece l'elenco delle statue che si riferiscono alle città nobili italiane. Ogni città è rappresentata con lo scudo del proprio stemma e con una propria simbologia (l'elenco comincia dalla statua posta sulla fronte del basamento e prosegue in senso antiorario)[153]:

Città Descrizione Autore Immagine
Torino La tradizione bellicosa della città è simboleggiata dall'armatura (la statua è situata al centro, poiché fu la prima capitale d'Italia); sullo stemma il toro araldico Eugenio Maccagnani  
Venezia Porta la corona e l'abito dogale; nel suo stemma il leone marciano è in molèca, ossia nella posizione del granchio  
Palermo Il serpente intorno al braccio è uno dei simboli più antichi della città; sullo scudo è presente l'altro simbolo della città: l'aquila  
Mantova Indossa la corona ducale e incorona di quercia la targa a lei vicina; nel suo scudo crociato è raffigurato di profilo Virgilio  
Targa con l'iscrizione "Vittorio Emanuele II Padre della Patria"
Urbino Poggia un ramo di alloro sulla targa e indossa abiti rinascimentali, per ricordare il periodo d'oro della splendida città marchigiana, patria di Raffaello Sanzio e di Bramante Eugenio Maccagnani  
Napoli Indossa la collana di dignità e un abito regale che ricorda il ruolo di capitale che la città ebbe per secoli  
Genova In mano regge il caduceo di Mercurio, simboleggiante il commercio, e indossa l'abito dei dogi della Repubblica, patria di Colombo  
Milano Lo scudo presenta il biscione, simbolo dei Visconti, e la croce comunale  
Bologna Porta la corona dottorale e i codici del Diritto che ricordano la sua antica università  
Ravenna Porta in mano un ramo di pino, per ricordare la celebre pineta e indossa gli abiti regali tipici dell'esarcato bizantino  
Pisa Porta il berretto frigio e appoggia sulla targa a lei vicina un ramo d'alloro  
Targa con l'iscrizione "Per legge del 16 maggio 1878"
Amalfi Appoggia sulla targa una foglia di palma; nello stemma è raffigurata la bussola di Flavio Gioia, che ricorda l'antica repubblica marinara Eugenio Maccagnani  
Ferrara La lira, sacra ad Apollo, rappresenta la colta corte degli Estensi, che ospitò il Tasso e l'Ariosto  
Firenze È incoronata con il lauro come Dante, e il suo aspetto ricorda Beatrice; sullo stemma il giglio fiorentino  

Il sommoportico e i propileiModifica

Caratteristiche generaliModifica

 
Il propileo di destra del Vittoriano, quello dedicato alla libertà dei cittadini

Continuando a salire la scalinata oltre la statua equestre di Vittorio Emanuele II e le statue delle città nobili si arriva all'elemento architettonicamente più imponente e vistoso del Vittoriano, il sommoportico, ossia il grande colonnato in stile corinzio, leggermente in curva, inserito tra due propilei a tempietto, ovvero tra due porticati antistanti le porte di ingresso al sommoportico che sono situati alle sue estremità, che richiamano gli splendori dei Propilei dell'acropoli di Atene. Sull'architrave si alternano festoni di quercia e aquile.

 
Particolare del colonnato del sommoportico

Il sommoportico, che è lungo 72 metri[4], è retto centralmente da sedici colonne alte quindici metri che terminano con un capitello corinzio decorato da foglie d'acanto ed dal volto dell'Italia turrita[153]. Il cornicione sopra il colonnato è invece decorato da statue che rappresentano le sedici personificazioni allegoriche delle regioni italiane: ogni statua si trova in corrispondenza di una colonna[1]. Per realizzare il sommoportico Sacconi si è ispirato al Tempio dei Dioscuri, tempio che si trova nel Foro Romano di Roma[153].

Ciascun propileo ha come coronamento due quadrighe bronzee sormontate da Vittorie alate, che ripropongono le sinergie architettoniche ed espressive degli archi di trionfo. Le due quadrighe, come dichiarano espressamente le iscrizioni latine poste sui frontoni dei propilei, simboleggiano la libertà dei cittadini (rappresentata dalla scritta di destra, Civium Libertati) e l'unità della Patria (Patriae Unitati, che è invece è a sinistra)[3]. L'utilizzo di quadrighe, ovvero di carri veloci a due ruote trainati da quattro cavalli, in luogo di statue più "statiche", comunica allegoricamente che l'Italia, dopo aver conquistato l'unità e la libertà, è pronta a diffondere nuovamente nel mondo (dopo l'antica Roma e la Roma dei papi, ovvero i due periodi in cui l'Italia fu uno dei centri della storia mondiale) grazie a un nuovo Rinascimento le virtù morali rappresentate nel Vittoriano[9].

Esse riassumono le tematiche fondamentali[3] che caratterizzarono l'inizio e la fine del contributo dato da Vittorio Emanuele II al Risorgimento, ovvero il proclama di Moncalieri (20 novembre 1849), con cui il re, salito al trono da pochi mesi, confermò la sopravvivenza del regime liberale, in un periodo di forte reazionarismo seguito alla soppressione dei moti del 1848 ("la libertà dei cittadini"), e la presa di Roma (20 settembre 1870), con la quale Vittorio Emanuele II concluse i suoi obiettivi politici: un'Italia unita (a cui però mancavano il Trentino e la Venezia Giulia) con Roma capitale ("l'unità della Patria")[85]. Le quadrighe, previste già nel progetto originario, vennero realizzate e collocate nel 1927[3].

Questa la loro descrizione nel dettaglio:

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Quadriga con vittoria alata Quadriga di destra che simboleggia la libertà dei cittadini. La modella scelta dallo scultore per realizzare questa scultura, come la tradizione vuole, fu la nobildonna Vittoria Colonna, duchessa di Sermoneta. Paolo Bartolini  
Quadriga con vittoria alata Quadriga di sinistra che simboleggia l'unità della Patria. La modella scelta dallo scultore per realizzare questa scultura fu Rosalia Bruni Carlo Fontana  

All'interno dei frontoni dei due propilei si trovano gruppi scultorei che hanno lo stesso tema delle rispettive quadrighe sovrastanti:

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Unità della Patria Scultura del propileo di sinistra Enrico Butti[158]  
Libertà dei cittadini Scultura del propileo di destra Emilio Gallori[158]  

Le vittorie alate sulle colonne trionfaliModifica

Le quattro statue delle vittorie alate, realizzate nel 1911[3], che si trovano su colonne trionfali situate alla base dell'ingresso dei propilei (due in corrispondenza del propileo di destra, due situate all'ingresso del propileo di sinistra). Ogni figura è posta su di una sfera. L'altezza, compresa la sfera, è di 3,70 metri:

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Vittoria alata Situata di fronte al propileo di sinistra, è collocata alla sinistra del suo ingresso. La figura porta palma e serpente. Nicola Cantalamessa Papotti  
Vittoria alata Situata di fronte al propileo di sinistra, è collocata alla destra del suo ingresso. La figura porta una spada. Adolfo Apolloni  
Vittoria alata Situata di fronte al propileo di destra, è collocata alla sinistra del suo ingresso. La figura porta una corona d'alloro. Mario Rutelli  
Vittoria alata Situata di fronte al propileo di destra, è collocata alla destra del suo ingresso. La figura porta una corona d'alloro. Arnaldo Zocchi  

Le statue delle regioni sulle colonne del sommoporticoModifica

 
Particolare della statua equestre di Vittorio Emanuele II, dietro la quale è visibile il colonnato del sommoportico, sul cui cornicione superiore sono state scolpite le statue delle regioni italiane

La scalinata che conduce alla terrazza delle città redente è il miglior punto di osservazione delle statue delle regioni d'Italia; esse si trovano sul cornicione esterno superiore del sommoportico, ognuna in corrispondenza di una colonna. Traggono ispirazione dalle personificazioni allegoriche delle province, che si usavano porre sui monumenti celebrativi durante l'epoca dell'Impero Romano. All'epoca di costruzione del Vittoriano le regioni italiane erano sedici e tante sono dunque le statue; ognuna fu affidata a uno scultore diverso, quasi sempre nativo della regione di cui avrebbe scolpito l'immagine, alta cinque metri[3]. Il cornicione è impreziosito da fregi costituiti da aquile e teste di leone[159].

All'epoca della costruzione del Vittoriano l'Emilia-Romagna era chiamata Emilia[160][161], l'Abruzzo e il Molise erano visti come un'unica regione chiamata Abruzzi e Molise (che fu pocostituita e in seguito scissa nelle due moderne regioni nel 1963[162]), la Basilicata era chiamata Lucania[163][164] mentre per quanto che riguarda il Piemonte e la Valle d'Aosta, quest'ultima nel 1927 fu costituita in provincia e nel 1945 cambiò denominazione diventando la provincia piemontese della Valle d'Aosta. Infine nel 1948 la provincia fu soppressa per istituire la regione a statuto speciale della Valle d'Aosta.

Da sinistra a destra le statue sono le seguenti[165]:

Regione Descrizione Autore Immagine
Piemonte[N 3] La statua rappresenta le attuali regioni del Piemonte e della Valle d'Aosta. È rappresentata con la corazza, il gladio e un elmo coronato da un'aquila, a rappresentare il ruolo fondamentale giocato nelle guerre d'indipendenza e nel Risorgimento. Pier Enrico Astorri  
Lombardia È raffigurata con in capo la Corona ferrea, custodita nella città di Monza, simbolo del regno longobardo e mentre sta per sguainare la spada, per ricordare sia Milano capitale dell'Impero Romano d'Occidente sia l'antico regno italico medievale, anticipazione del nuovo Regno d'Italia per il quale i Lombardi tanto combatterono. Emilio Bisi  
Veneto[N 4] La statua rappresenta le tre regioni attuali del Veneto, del Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia. All'epoca di costruzione del Vittoriano, infatti, solo il Veneto e la gran parte del Friuli erano già italiane, mentre il Trentino, l'Alto Adige, la Venezia Giulia e una piccola parte del Friuli facevano parte dell'Impero austro-ungarico. La statua veste gli abiti del Doge e porta lo scudo con il Leone di S. Marco e lo scettro della Serenissima Repubblica. Ricorda la potenza marinara di Venezia e le gloriose pagine di storia risorgimentale scritte da tutti gli abitanti dell'Italia nord-orientale Paolo Bartolini  
Liguria La statua porta la corona ducale e al suo fianco è presente la prua rostrata di una nave, a simboleggiare la potenza marinara di Genova e lo spirito intraprendente e avventuroso dei Liguri, primo tra tutti Cristoforo Colombo Antonio Orazio Quinzio  
Emilia[N 5] La statua rappresenta l'attuale regione Emilia-Romagna. La statua porta in capo il berretto frigio, simbolo dell'amore per la libertà; la scritta “Libertas” posta sullo scudo ricorda il Liber Paradisus, con il quale nel 1256 il Comune di Bologna abolì la schiavitù. Il libro con la scritta BONONIA ALMA MATER STUDIORUM e i fasci littori sono simboli invece dell'antichissima università di Bologna, da secoli faro di cultura e di Diritto[N 6] Mauro Benini  
Toscana La statua di questa regione è incoronata di alloro come Dante Alighieri, per ricordare il celebre fiorentino fu il padre della lingua italiana. La fiaccola simboleggia la cultura toscana, che portò luce nell'intera Europa, specie durante il Quattrocento. Lo scudo con il leone di Firenze (detto il marzocco) ricorda il coraggio dei patrioti toscani Italo Griselli  
Marche Con la mano sinistra regge una lira, sacra ad Apollo dio delle arti, per ricordare che le Marche sono una terra di amatissimi poeti, pittori, musicisti come Leopardi, Raffaello, Rossini, Pergolesi e il Bramante. La mano destra poggia su un timone di nave, per ricordare gli avventurosi pescatori marchigiani e l'antica potenza marinara di Ancona Giuseppe Tonnini  
Umbria La statua è caratterizzata da una spada, dal capo velato come i sacerdoti dell'età classica e dalla patera inclinata nel gesto della libagione, per ricordare lo spirito mistico dell'Umbria e i grandi santi di questa regione che illuminarono l'Italia e l'Europa. Sono umbri infatti il patrono d'Italia San Francesco d'Assisi, Santa Chiara d'Assisi e il patrono d'Europa San Benedetto da Norcia Elmo Palazzi  
Lazio La statua della Vittoria in mano simboleggia la responsabilità della regione in cui si trova Roma di conservare e proteggere l'Unità d'Italia con tanti sacrifici conquistata nel Risorgimento Adolfo Pantaresi  
Abruzzi e Molise[N 7] La statua rappresenta le due regioni attuali dell'Abruzzo e del Molise. È vestita con pelle di leone che le copre anche la testa. In una mano porta un ramo di quercia e nell'altra il bastone da viaggio, per rappresentare la natura aspra delle splendide montagne, il carattere forte e gentile degli abitanti e l'antica pratica della transumanza Silvio Sbricoli  
Campania La statua porta una cornucopia ricolma di frutta, antico simbolo di abbondanza e di fortuna, per ricordare l'antico epiteto di Campania Felix, dovuto alla fertilità del suolo vulcanico, e legato alla celebre mitezza del clima, con cieli azzurri e sole splendente Gaetano Chiaromonte  
Puglia La statua ha un abito semplice e capelli sciolti, offre grappoli d'uva e si appoggia su un aratro. Tutto ciò ricorda la fertilità del Tavoliere e di tutto il suolo pugliese, che rifornisce di uva, di grano e di tanti altri saporiti prodotti le altre regioni d'Italia Francesco Pifferetti  
Lucania[N 8] La statua, che rappresenta l'attuale Basilicata, è vestita con una toga e stringe una spada e un bastone. Ciò serve a ricordare il carattere forte e temprato dei Lucani e l'antica civiltà di questa terra, risalente alla colonizzazione greca e fiorente sotto l'Impero romano Luigi Casadio  
Calabria Rivestita di una pelle di animale selvatico, regge una spada e lo scudo della dea Atena. Ciò ricorda la splendida civiltà greca che allignò sulle coste calabre, ma anche l'aspetto selvaggio delle foreste e delle montagne che si trovano al suo interno, in vista dello Ionio e del Tirreno Giovanni Nicolini  
Sicilia La statua porta un fascio di grano, per ricordare la fertilità e la ricchezza della terra siciliana; regge anche uno scudo con l'antico simbolo della Triscele, espressione della forza di questa terra e anche dell'abbondanza di fantastici miti e leggende a essa legate fin dall'epoca più antica Michele Tripisciano  
Sardegna La statua porta lo scettro ed è rappresentata nell'atto di porgere la propria corona, per ricordare che le battaglie che portarono all'unità e all'indipendenza d'Italia partirono proprio dal Regno di Sardegna, e che tanti sardi, fin dall'inizio, combatterono durante il Risorgimento. La corona è generosamente tenuta in mano e non sulla testa per ricordare che dal Regno di Sardegna nacque il Regno d'Italia Luigi Belli  

L'internoModifica

 
Scorcio del soffitto del sommoportico

Alla passeggiata del sommoportico si accede, da destra o da sinistra, attraverso due vasti vestiboli quadrangolari, aperti verso un ampio panorama sulla città; essi si trovano all'interno della parte sommitale dei propilei.

Questi spazi sono decorati da mosaici, che ricoprono i lunettoni e le due cupole; essi sono importanti opere del Liberty floreale e del Simbolismo[158]. Per essi venne indetto un apposito concorso tra il 1912 e il 1913, cosa che spiega il cambio di stile rispetto alle precedenti opere situate nel Vittoriano.

In seguito al concorso, la decorazione del soffitto del propileo di sinistra venne affidata a Giulio Bargellini; in questi mosaici egli adottò accorgimenti tecnici innovativi, come l'uso di materiali di varia natura e di tessere di dimensioni diverse e inclinate in modo da creare studiati riflessi luminosi; inoltre è da notare come le linee delle raffigurazioni musive proseguano quelle delle colonne sottostanti[158].

I mosaici del Bargellini rappresentano:

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Fede Rappresentata con il popolo che consacra i propri figli alla Patria, sullo sfondo di una città che ricorda Gerusalemme Giulio Bargellini  
Forza Un guerriero che accompagna un giovane all'incontro con una donna armata di spada  
Lavoro Personificato da una famiglia di agricoltori che si ritrova insieme dopo una giornata sui campi  
Sapienza Rappresentato da un maestro in cattedra di fronte ai suoi alunni seduti sui banchi  

La decorazione del soffitto del propileo di destra, con finte architetture, fu invece affidata ad Antonio Rizzi, che vi rappresentò[158]:

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Legge È completata dalle allegorie delle virtù della Giustizia (sul trono), della Sapienza, della Ricchezza, della Prudenza, della Fortezza e della Temperanza, ognuna con i suoi classici attributi Antonio Rizzi  
Valore Rappresentata da un giovane che tempra la sua spada sulle ali della Libertà, attorniato dai fondatori della stirpe italica, tra cui Enea e Ascanio  
Pace Impersonata da una figura femminile che regge un fascio di grano e da altre figure che portano i frutti della terra, mentre colombe bianche volano verso una fonte  
Unione Rappresentata dall'incontro tra un giovane e la Poesia  

Le porte che dai due propilei conducono al sommoportico sono ornate di sculture allegoriche rappresentanti le arti[158]:

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L'Architettura e la Musica Si trova nel vestibolo di sinistra Antonio Garella  
La Pittura e la Scultura Si trova nel vestibolo di destra Lio Gangeri  

L'interno del sommoportico ha un pavimento di marmi policromi[152] e un soffitto a lacunari, progettato da Gaetano Koch esso è chiamato "Soffitto delle Scienze"; deve il suo nome alle sculture in bronzo di Giuseppe Tonnini rappresentanti trofei d'arme e allegorie delle Scienze[158]:

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Trofei d'arme Si tratta di insiemi di scudi, corazze, alabarde, lance, bandiere, frecce e faretre; in un trofeo si mostrano gli emblemi della Casa Savoia, ossia la corona sabauda, l'aquila con lo scudo crociato e il collare dell'Annunziata Giuseppe Tonnini  
Allegorie delle Scienze Figure femminili che rappresentano la Geometria (con compasso e squadra), la Chimica (con storta e distillatore), la Fisica (con lanterna e barometro), la Mineralogia (con cristallo di quarzo), la Meccanica (con ruota dentata e sestante), la Medicina (con coppa e serpente), l'Astronomia (con il globo dello Zodiaco), la Geografia (con goniometro e globo terrestre)  

La parete verticale opposta alle colonne è decorata, nella parte più alta, da mosaici a fondo dorato, realizzati dopo il 1925[152].

La cripta del Milite IgnotoModifica

La cripta del Milite Ignoto, come già accennato, è un locale situato sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II, da cui è possibile vedere il lato del sacello del Milite Ignoto che dà all'interno del Vittoriano[106]. Si trova quindi in corrispondenza dell'Altare della Patria, da cui invece si può vedere il lato della tomba del Milite Ignoto che dà verso l'esterno[107].

L'epigrafe della parte interna della pietra sepolcrale del Milite Ignoto riporta la scritta "Ignoto Militi" e le date di inizio e di fine della partecipazione italiana al primo conflitto mondiale, ovvero "Xxiv Maggio Mcmxv" (24 maggio 1915) e "Iv Novembre Mcmxviii" (4 novembre 1918). Come già accennato, il lato esterno della pietra sepolcrale riporta invece solo gli anni della partecipazione italiana alla guerra.

Al Milite Ignoto, il 1° novembre 1921[166], fu conferita la medaglia d'oro al valor militare, massima decorazione militare italiana, con una motivazione che fu riportata anche sul lato del suo sacello che si trova internamente al Vittoriano, nell'omonima cripta:

 
Il sacello al Milite Ignoto all'interno del Vittoriano

« Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria »

Sulla porta del simulacro è invece presente il seguente epitaffio[90], che forse è stato redatto da re Vittorio Emanuele III in persona[96]:

« Ignoto il nome - folgora il suo spirito - dovunque è l'Italia - con voce di pianto e d'orgoglio - dicono - innumeri madri: - è mio figlio »

La medaglia al valor militare, il 12 ottobre 1921, era stata preceduta dalla Medal of Honor, massima decorazione militare assegnata dal Governo federale degli Stati Uniti d'America[167], a cui seguì la Croce della Libertà per il comando militare di I Classe, massima onorificenza militare dell'Estonia, e la Croix de guerre, onorificenza militare della Francia[168].

La cripta del Milite Ignoto è opera dell'architetto Armando Brasini[103]. È un locale a forma di croce greca con volta a cupola a cui si accede tramite due rampe di scale[103]. Dalla cripta si diparte un breve cunicolo che raggiunge la nicchia del sacello del Milite Ignoto[103]. Questa nicchia è inserita in un arcosolio il cui stile si ispira alle edifici paleocristiani, in particolar modo alle catacombe.

Il soffitto della cripta si ispira allo stile dell'antica Roma alternando volte a crociera e volte a botte[103]. Il locale, che è stato realizzato in laterizi, è caratterizzato dalla presenza di archi a tutto sesto e di nicchie[106]. È anche presente un piccolo altare per le funzioni religiose[107].

Le pareti della cripta sono decorate da un mosaico avente stile bizantino che è opera di Giulio Bargellini[107]. I soggetti ritratti sono a sfondo religioso: la crocifissione, che è situata sopra la tomba del Milite Ignoto, e l'immagine dei santi protettori delle varie armi delle forze armate italiane, ovvero la Madonna di Loreto (patrona dell'Aeronautica Militare), che è situata sulla cupola, san Martino (patrono della fanteria), san Giorgio (patrono della cavalleria), san Sebastiano (patrono della polizia locale) e santa Barbara (patrona della Marina Militare, degli artificieri e dei genieri), tutti rappresentati sulle pareti verticali[107].

Parti della cripta e del sepolcro sono state realizzate con materiali lapidei provenienti dalle montagne che furono teatro degli scontri della prima guerra mondiale: il pavimento in marmo del Carso mentre il piccolo altare è stato realizzato in unico blocco di pietra proveniente dal monte Grappa[107].

Gli spazi espositivi del VittorianoModifica

 
Bandiera militare del Regno d'Italia con puntali, conservata al Sacrario delle bandiere del Vittoriano

All'interno del Vittoriano si trovano alcuni spazi espositivi dedicati alla storia d'Italia, in particolar modo quella risorgimentale: il Sacrario delle Bandiere, il Museo centrale del Risorgimento, con annesso istituto di studio, un'area che ospita anche mostre temporanee di pittura e che è chiamata "ala Brasini"[148] e il Museo Nazionale dell'emigrazione italiana. Sono anche visitabili parte dei ritrovamenti archeologici rinvenuti durante i lavori di costruzione del Vittoriano[148].

Sacrario delle bandiereModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sacrario delle Bandiere.

Il Sacrario delle Bandiere è il luogo in cui sono raccolte e custodite le bandiere di guerra dei reparti militari disciolti e delle unità navali radiate dal naviglio dello Stato, nonché le bandiere degli istituti militari e delle unità appartenenti ai corpi armati dello stato (Esercito Italiano, Aeronautica Militare, Marina Militare, Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia penitenziaria, Corpo forestale dello Stato, Guardia di Finanza) disciolte.

Presso il sacrario sono custoditi anche dei cimeli, relativi alle guerre, soprattutto risorgimentali, a cui hanno preso parte le forze armate italiane. Tra i cimeli della Grande guerra si ricorda il MAS con il quale Luigi Rizzo compì la celebre impresa che gli valse la medaglia d'oro: da Ancona raggiunse Premuda e riuscì ad affondare la nave da battaglia austro-ungarica SMS Szent István. Nel primo salone sono conservate 228 bandiere e 469 nel secondo. Al piano inferiore trovano posto le bandiere e gli stemmi di combattimento delle unità della Marina Militare.

Museo centrale del RisorgimentoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano.

L'accesso al Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano è dal fianco sinistro del momumento. Al contrario dell'esterno del Vittoriano, qui il percorso che portò all'unità italiana è narrato attraverso le testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti e non per mezzo di immagini allegoriche; la visita del Museo del Risorgimento è dunque complementare a quella degli esterni del Vittoriano.

Una sezione è dedicata ai personaggi storici del Risorgimento italiano: Cavour, Mazzini, Garibaldi. Altre sezioni illustrano le varie fasi risorgimentali: dalla Restaurazione al 1848, alla Repubblica Romana del 1849, alla spedizione dei Mille, all'annessione di Roma all'Italia[169]. Un percorso parallelo è dedicato all'approfondimento di temi particolari, come ad esempio il brigantaggio.

 
Ingresso del Museo centrale del Risorgimento

Nel museo sono esposti cimeli della prima guerra mondiale e anche l'affusto del cannone utilizzato nel 1921 per trasportare il feretro del Milite Ignoto.

Sulle pareti vi sono tele inerenti alle imprese che hanno meritato la medaglia d'oro, dei disegni realizzati da Anselmo Bucci, Aldo Carpi, e Italico Brass. Il percorso termina con alcune installazioni videografiche dell'Istituto Luce[169].

Museo Nazionale dell'emigrazione italianaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Emigrazione italiana.

Il primo giugno 2009 si è aperto al Vittoriano il Museo Nazionale dell'emigrazione italiana, che ha lo scopo di raccontare la storia dell'emigrazione italiana attraverso un percorso cronologico, esponendo materiali di varia tipologia: letteratura, cinematografia, documentari, musica, testimonianze audio, fotografie, giornali e riviste d'epoca, oggetti[170].

La localizzazione al Vittoriano di questo museo non è certo casuale: già Giovanni Pascoli aprì le celebrazioni del Giubileo del 1911 (cinquantenario dell'Unità) cantando le storie "dell'Italia raminga", riconoscendo fin da allora l'importante ruolo svolto nel processo di definizione dell'identità italiana dall'emigrazione di milioni di contadini, operai e piccoli imprenditori. Essi, giunti nei paesi più lontani, con i loro sacrifici e affrontando le difficoltà del processo d'integrazione, hanno diffuso nel mondo la cultura e i valori italiani, contribuendo all'economia e alla cultura dei luoghi ove andarono a vivere[171].

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ L'etimologia stessa della parola "travertino" (litus tiburtinum) ricorda le tante cave di estrazione prossime a Roma. Si veda Storia del travertino, su casaeditriceonline.it. URL consultato il 1º gennaio 2018.
  2. ^ Città italiana dal 1924 con la stipula del trattato di Roma.
  3. ^ Attuali Piemonte e Valle d'Aosta.
  4. ^ Attuali Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia.
  5. ^ Emilia Romagna.
  6. ^ Questi simboli, risalendo all'età medievale, non hanno alcun riferimento al fascismo.
  7. ^ Attualmente due regioni distinte.
  8. ^ Attuale Basilicata.

BibliograficheModifica

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  72. ^ Si riportano i collegamenti a un sito che ha pubblicato le foto dello strano ricevimento: Autorità in piedi, su olmeda.it. URL consultato il 1º gennaio 2018.; Autorità sedute.jpg (immagine JPEG) (JPG), su olmeda.it. URL consultato il 1º gennaio 2018.; Maestranze.jpg (immagine JPEG) (JPG), su olmeda.it. URL consultato il 1º gennaio 2018.
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BibliografiaModifica

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