Virtù cardinali

virtù già note ai filosofi antichi

Le virtù cardinali, denominate anche virtù umane principali, nella religione cristiana sono delle virtù morali che costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene, ovvero l'abito operativo che induce a vivere rettamente.

Concettualmente enunciate dai filosofi antichi, in particolare da Platone[1], presso il cattolicesimo riguardano l'animo umano (a differenza perciò delle virtù teologali, che invece riguardano Dio) regolando la condotta in conformità alla fede, nonché alla ragione e possono essere sia infuse da Dio sia acquisite con la pratica. Inoltre sono strettamente connesse alle virtù intellettuali: sapienza, scienza ed intelletto.

Le quattro virtù cardinaliModifica

La classificazione cristiana e tomistica rispecchia quella proposta nel Fedro di Platone, il dialogo che presenta anche il Mito del carro alato che descrive il rapporto dell'anima razionale con le due altre due facoltà dell'anima, quella irascibile e quella concupiscente. Le virtù platoniche erano le seguenti: fortezza (ἀνδρεία, trasl. andréia), sapienza (σοφία, trasl. sophìa), temperanza (σωφροσύνη, trasl. sophrosyne) e la giustizia (δικαιοσυνη, trasl. dikaiosyne).
Quest'ultima è stata interpretata dai platonici principalmente come giustizia distributiva. Tuttavia, esistono differenze tra le due quadruple di virtù, a partire dal fatto che soltanto nel Cristianesimo hanno tutte carattere etico e salvifico, laddove nella Repubblica le virtù dell'anima razionale sono le uniche davvero importanti che rendono questa parte dell'anima certamente immortale.

PrudenzaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Prudenza.
 
Prudenza e Giustizia (Perugino, Collegio del Cambio, Perugia)

La prudenza (in latino prudentia) dispone la ragione pratica a discernere, in ogni circostanza, il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per attuarlo. Da un punto di vista strettamente biblico la prudenza evoca essenzialmente il dono della Sapienza, cioè la capacità di vedere ogni cosa alla luce di Dio, facendosi istruire da Lui circa le decisioni da prendere. Concretamente la prudenza consiste nel discernimento, cioè nella capacità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male, smascherando -attraverso questa stessa virtù- le false verità (a volte difficilmente identificabili) approfondendo ciò che si vede. L'uomo prudente allora non è tanto l'indeciso, il cauto, il titubante, ma al contrario è uno che sa decidere con sano realismo, non si fa trascinare dai facili entusiasmi, non tentenna e non ha paura di osare e di andare contro una cultura lontana dalla legge di Dio.

GiustiziaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giustizia.

La giustizia (in latino iustitia) consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto e quindi, per mezzo di essa, intendiamo e conseguentemente operiamo ciò che è bene nei riguardi di Dio, di noi stessi e del prossimo. È la più importante tra le virtù cardinali perché "chi pratica la giustizia è giusto come Egli [Cristo] è giusto" (1Giovanni 3,7) mentre "chi non pratica la giustizia non è da Dio" (1Giovanni 3,10) come dice San Giovanni.

FortezzaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fortezza (virtù).
 
Fortezza e Temperanza (Perugino, Collegio del Cambio, Perugia)

La fortezza (in latino fortitudo) assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza si oppone alla pusillanimità che, come insegna Tommaso d'Aquino, è il difetto di chi non sfrutta al massimo le proprie possibilità, cioè non si esprime nella pienezza delle sue potenzialità, facendosi cullare dalla pigrizia o accontentandosi di condurre un'esistenza vuota.

TemperanzaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Temperanza.

La temperanza (in latino temperantia) modera l'attrattiva dei piaceri sensibili e rende capaci di equilibrio nell'uso della materia. Se l'uomo, come l'animale, seguisse liberamente le proprie pulsioni, prodotto del peccato originale, finirebbe per diventare schiavo delle sue bramosie e delle sue passioni, giacché la parte animale dell'uomo è molto sensibile, se non controllata costantemente, alla degenerazione e all'abuso. Occorre allora un impegno ascetico, che alleni la volontà e l'intelligenza ad evitare e a valutare ciò che può nuocere loro tramite il rapporto con Dio. Questa autoeducazione della volontà è precisamente la virtù della temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che "la temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà" (N° 1809). In senso specificamente cristiano la temperanza diventa imitazione di Gesù, il quale è modello di equilibrio, perché sa essere temperante in tutti i suoi rapporti e in tutte le sue azioni.

Rispetto alla Repubblica di PlatoneModifica

Il Cristianesimo ha sostituito alla virtù della sapienza quella parzialmente simile della saggezza, traduzione del latino prudentia. Inoltre, la giustizia è la massima delle quattro virtù, laddove si consideri che "il giusto" è l'appellativo riservato a san Giuseppe, padre di Gesù, e al patriarca Abramo. La virtù del "coraggio" è l'unica rinvenibile nel nome di uno dei Dodici, sant'Andrea apostolo e martire. Invece, i platonici antepongono la sapienza a tutte le altre.

Se si stabilisce una corrispondenza biunivoca fra i quattro stadi della conoscenza descritti nella metafora della linea continua e le quattro virtù platoniche, si ottiene che la congettura corrisponde alla temperanza platonica, la credenza al coraggio o fortezza, la conoscenza ipotetica alla giustizia e la noèsis alla sapienza del filosofo. La conoscenza ipotetica di tipo matematico-geometrico inizia l'aspirante filosofo ai concetti di limite (Uno), ordine, proporzione e misura che sono attributi della dea Giustizia la quale impugna anche una spada, segno della necessità di una precedente acquisizione del coraggio. L'associazione fra noèsis e sophìa è autoevidente.

Il tiranno e matematico pitagorico Archita di Taranto, amico di Platone, associò la conoscenza matematica alla virtù della "giustizia", intesa come redistribuzione e scambio compensativo di beni materiali fra ricchi e poveri, quindi come garanzia di concordia e uguaglianza.

Una concezione simile della giustizia redistributiva e compensativa si ritrova nella Repubblica di Platone. In un passaggio del testo, il filosofo aristocratico ateniese soprannomina gli uomini comuni come filo-dossi, amanti dell'opinione e di ciò che è sensibile, mentre i filosofi sono coloro che amano la sapienza. Il passo sembra suggerire che il filosofo platonico persegue soltanto le due forme della conoscenza razionale, corrispondenti alle ultime due delle quattro le virtù (giustizia e sapienza): esse dovrebbero essere intese nel senso greco della parola aretè, come essenze che sono proprie di quanti in vario modo si approcciano alla ricerca della verità, scegliendo se limitarsi alla conoscenza sensibile oppure addentrarsi nella seconda navigazione alla ricerca dell'episteme. Le ultime due avrebbero anche un valore etico. In modo coerente, Platone teorizzò che la matematica dovesse essere una base di iniziazione alla superiore conoscenza (e virtù etica) filosofica.

Secondo il Cristianesimo, invece, le quattro virtù devono essere tutte perseguite in ordine alla salvezza dell'anima e del corpo.

Le virtù cardinali in DanteModifica

Dante nel Canto I del Purgatorio, Divina Commedia, fa riferimento a quattro stelle, ognuna di essa corrisponde ad una virtù cardinale.

«I’ mi volsi a man destra, e puosi mente a l’altro polo, e vidi quattro stelle non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato se’ di mirar quelle!»

(Dante Alighieri, Divina Commedia; versi 22-27)

NoteModifica

  1. ^ "Fra i beni divini, invece, si trova al primo posto, in posizione preminente, la saggezza; al secondo, subito dopo, l'intelligenza, l'atteggiamento temperante dell'anima. Terza viene la giustizia che nasce dalla mescolanza di queste virtù con il coraggio. Al quarto posto, infine, mettiamo il coraggio." Platone, Leggi, I 631C (traduzione di Giovanni Reale).

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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