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Angelo Emo (sommergibile 1938)

sommergibile della Regia Marina varato nel 1938
Angelo Emo
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Tiposommergibile
ClasseMarcello
ProprietàRegia Marina
CantiereCRDA - Monfalcone
Impostazione16 febbraio 1937
Varo29 giugno 1938
Entrata in servizio14 ottobre 1938
Destino finaleautoaffondato in combattimento il 10 novembre 1942
Caratteristiche generali
Dislocamento in immersione1313 t
Dislocamento in emersione1060 t
Lunghezza73 m m
Larghezza7,2 m m
Altezza4,7 m m
Propulsione2 motori principali Diesel da 3000HP
2 motori secondari Diesel da 1100HP
Velocità in immersione 8 nodi
Velocità in emersione 17,4 nodi
Autonomiain superficie 7500 miglia a 9,4nodi
in immersione 120 miglia a 3nodi
Equipaggio7 ufficiali
50 sottufficiali e comuni
Armamento
Armamentoartiglieria alla costruzione:

siluri:

informazioni prese da [1]

voci di sommergibili presenti su Wikipedia

L’Angelo Emo è stato un sommergibile della Regia Marina, seconda unità a portare questo nome.[2]

StoriaModifica

Comandante Cap di Corvetta Carlo Liannazza Ufficiale in 2a Ten di Vascello Franco Giuseppe Direttore macc Capitano G.N. Facciolo Riccardo Ufficiale di rotta Sott di Vascello Brega Renzo Ufficiale armi Sott di Vascello Cerio Corrado Sottord di macc Sott di Macc Carbonin Sergio Silurista tubi lancio 1-3 Marinaio Vincenzo Cangiano

Venne destinato al 2º Gruppo Sommergibili di Napoli presso il quale fu adibito all'addestramento dal 1938 al 1940[3].

Alle 14.50 del 6 luglio 1940, durante la prima missione di guerra (in Mediterraneo), al comando del capitano di corvetta Carlo Liannazza, avvistò al largo del Marocco la Forza H britannica: due corazzate, una portaerei e vari cacciatorpediniere[4]. Il sommergibile cercò di avvicinarsi (era a 12.000 metri di distanza), ma quando arrivò a 9.000 metri la formazione inglese cambiò rotta e si portò al di fuori della portata dell’Emo[3][4][5].

Se ne decise poi l'invio in Atlantico. Il 27 agosto 1940 lasciò Napoli e il 5 settembre passò lo stretto di Gibilterra; dieci giorni dopo arrivò nel suo settore d'agguato (Atlantico centrale)[3] dove il 14 settembre immobilizzò con un siluro il piroscafo inglese Saint Agnes (5199 tsl); dopo averlo fatto abbandonare dall'equipaggio lo finì a colpi di cannone e con un altro siluro[3][5][6]. Il 3 ottobre 1940 giunse a Bordeaux, sede della base italiana di Betasom[3][5].

Il 31 ottobre salpò da Bordeaux diretto a ovest della Scozia, ma fra il 2 ed il 3 novembre il mare molto mosso causò la morte di una vedetta (il sottocapo De Giobbi), caduta in acqua, e ferì gravemente il comandante Liannazza, obbligando al rientro a Bordeaux, avvenuto il 6 novembre[3][5][7].

Il 5 dicembre partì con il tenente di vascello Giuseppe Roselli Lorenzini come nuovo comandante, sempre con zona d'operazioni nelle acque scozzesi, che raggiunse il 14 dicembre; sei giorni dopo lanciò infruttuosamente due siluri contro una nave cisterna stimata in 3.000-4.000 tsl[3]. Il 26 dicembre intraprese la rotta di rientro, giungendo a Bordeaux il 1º gennaio 1941[3].

Il 3 marzo 1941 lasciò Bordeaux diretto a ovest dell'Irlanda; il 9 del mese fu attaccato da un aereo mentre cercava un convoglio: due bombe scoppiarono vicino ai timoni bloccandoli e facendo dapprima emergere il sommergibile (che stava navigando a 20 metri di profondità) e facendogli poi perdere quota sino a 110 metri[3][5]. Risolto il problema avvistò una portaerei, ma dovette immergersi per la presenza di un cacciatorpediniere[3]. Il 14 marzo silurò e affondò il piroscafo inglese Western Chief (5759 tsl) e quattro giorni dopo colpì con un siluro un altro mercantile, il Clan Maciver (4500 tsl); quest'ultimo, tuttavia, cannoneggiò l’Emo e cercò di speronarlo, obbligandolo ad immergersi e allontanarsi[3][5]. Il 19 marzo il sommergibile si avviò sulla rotta di ritorno[3].

Il 19 maggio ripartì da Betasom e dopo una settimana silurò due trasporti stimati rispettivamente in 3.000 e 1.900 tsl; non essendovi conferme è probabile che le due navi furono semplicemente danneggiate[3][5]. Subì poi caccia con bombe di profondità che riuscì ad evadere senza danni gravi e il 20 giugno tornò alla base[3].

Il 20 agosto lasciò Bordeaux per rientrare in Mediterraneo e il 27 passò lo stretto di Gibilterra; ad un certo punto s'immerse ritenendo di essere stato rilevato, ma sprofondò sino a 125 metri a causa delle correnti; il 1º ottobre 1941 attraccò a Napoli[3].

Fra il 1º ottobre ed il 12 dicembre fu assegnato alla Scuola Sommergibili di Pola (anche se dall'8 al 10 novembre interruppe l'attività addestrativa per una missione antisommergibile nell'Adriatico settentrionale)[3][5].

Nel dicembre 1941 fu inviato a Bardia con rifornimenti ma la missione dovette essere interrotta per la conquista nemica del porto[3]. Svolse poi attività offensiva[3].

Fu tra i sommergibili inviati contro un convoglio britannico nella Battaglia di mezzo giugno 1942, ma non incontrò le navi nemiche[8].

Fu nuovamente inviato contro le unità britanniche due mesi dopo, nella Battaglia di mezzo agosto, al comando del tenente di vascello Giuseppe Franco: durante tale scontro, il 12 agosto, lanciò quattro siluri contro un incrociatore nei pressi dell'isola La Galite, avvertendo tre esplosioni, ma non vi sono riscontri di danneggiamenti[3][5].

Il 7 novembre 1942 salpò da Cagliari e si portò nella sua zona d'agguato a sud della Sardegna; inviato poi a nord di Algeri per contrastare lo sbarco alleato, il 10 novembre fu rilevato dal peschereccio antisommergibile[9] HMS Lord Nuffield che lo bombardò con cariche di profondità arrecandogli gravi danni e obbligandolo all'emersione; dopo un breve ma violento scontro d'artiglieria, nel quale rimasero uccisi 14 uomini dell’Emo (un guardiamarina, 3 sottufficiali e 10 fra sottocapi e marinai[10]), il comandante, dato che non c'era possibilità di scampo (i motori erano inutilizzabili) ordinò l'autoaffondamento, mentre i superstiti furono tratti in salvo (e catturati) dall'unità britannica[3][5].

In Mediterraneo l’Emo aveva svolto 9 missioni offensivo-esplorative e 5 di trasferimento, navigando per 14.611 miglia in superficie e 2276 in immersione[3].

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, Mondadori, 2002, ISBN 978-88-04-50537-2.
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