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Colonna infame (Milano)

monumento di Milano non più esistente
La colonna infame e la lapide, 1630 ca.

«La casa del Mora si spiani, et in quel largo si drizzi una Colonna, la quale si chiami Infame et in essa si scrivi il successo, né ad alcuno sia permesso mai più riedificare detta casa»

(da La sentenza data a Guglielmo Piazza e Gio. Giacomo Mora, 1631.)

La colonna infame era un monumento a memoria del processo all'untore Gian Giacomo Mora posto all'angolo tra le attuali via Gian Giacomo Mora[1] e corso di Porta Ticinese a Milano. Eretta nel 1630 dal governo milanese durante la dominazione spagnola e demolita nel 1778 durante l'amministrazione austriaca di Maria Teresa d'Austria, la colonna era intesa in origine come marchio d'infamia nei confronti dei due untori. Grazie al celebre saggio di Alessandro Manzoni la Storia della colonna infame, passò alla storia come simbolo della superstizione e dell'iniquità del sistema giudiziario spagnolo dell'epoca.

Indice

Contesto storicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Untore.

Milano, allora amministrata dagli spagnoli, fu duramente colpita nel 1630 da una terribile peste diffusa in gran parte del nord della penisola italiana, nota anche come peste manzoniana e che uccise quasi la metà della popolazione provocando la morte di circa 60 000 milanesi[2]: in un clima che vedeva la popolazione allo stremo, aggravato dalla ampia diffusione di superstizioni popolari, una donna del quartiere denunciò Guglielmo Piazza accusandolo di essere un untore intento a diffondere il morbo mediante particolari unguenti procuratigli dal barbiere Gian Giacomo Mora e che egli avrebbe applicato alle porte di alcune case. Venne quindi imbastito un processo in cui i due malcapitati vennero accusati di essere untori: il procedimento, condizionato da un uso disinvolto della tortura secondo gli usi dell'epoca, terminò con la condanna a morte dei due che confessarono la propria inesistente colpevolezza pur di porre fine alle atroci sofferenze a loro causate dalle torture, peraltro contraddicendo più volte le loro stesse dichiarazioni.

La sentenza, oltre ad una condanna a morte da eseguirsi dopo vari supplizi da infliggere sfilando per le contrade della città, prevedeva l'abbattimento della casa-bottega di Gian Giacomo Mora; lo spazio vuoto venne occupato dalla colonna infame a memoria perpetua delle punizioni che sarebbero toccate a chi si fosse macchiato della colpa di essere un untore e come marchio di infamia indelebile per lo sventurato Mora.

DescrizioniModifica

 
La distruzione della casa del Mora (Gonin 1840)
 
La colonna infame (Gonin 1840)

Nella prima metà del XVIII secolo l'avversione verso i presunti untori era ancora viva e diffusa tra la popolazione.

Scriveva così Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano (1674):[3]

«Ditemi che state voi osservando in quel lato sinistro, dove apresi ristretta aia, entro cui sorge colonna, e nel cui seno leggesi COLONNA INFAME? S'ella è cagione dei vostri fissi sguardi, dirovvi, essere stata tal colonna eretta nell'anno fatale 1630, allor quando in Milano fiero morbo di pestilenza, fece inenarrabile strazio de' cittadini, venendo accresciuta la di lui rabbia con avvelenate unzioni, anzi ammaliate, da perfidi animi somministrate, che pagarono alfine il fio de' loro tradimenti con gastighi atroci. [...] Vennevi mai all'orecchio più enorme scelleratezza? Fu ragione cancellare dal libro dei viventi chi desiderava estinti gli stessi viventi: spiantare le mura dell'abitazione di colui, che voleva dispopolata di cittadini la sua natia città e con unzioni rendeva più sdruccioloso il sentiere della morte»

(Carlo Torre[4])

Intorno al 1713 ebbe a scrivere lo storico ed erudito Ludovico Muratori, con cui il Manzoni polemizzò, nel trattato "Del governo della peste" dopo aver avvertito le autorità preposte a "invigilare [...] che il Morbo non si comunichi [...] e [...] che non sia esso accresciuto dalla malizia e diabolica ingordigia degli scellerati":

«[N]essun caso è più rinomato di quel di Milano, ove nel contagio del 1630, furono prese parecchie Persone, che confessarono un sì enorme delitto, e furono aspramente giustiziate. Ne esiste ivi tuttavia (e l'ho veduta anch'io) la funesta memoria nella Colonna infame posta, ov'era la Casa di quegl'inumani carnefici. Il perché grande attenzion ci vuole, affinché non si rinnovassero più simili esecrande scene»

(Ludovico Muratori[5])

Poco dopo però il Muratori prosegue, esprimendo i suoi dubbi circa superstizioni ed abuso di potere della magistratura milanese:

«Tuttavia avvertano i saggi Maestrati, e Lettori, che una tal vigilanza non degenerasse poi in Superstizione, e in Timori, ed Apprensioni spropositate, dalle quali potrebbono poi nascere altri non men gravi disordini. [...] Anzi si giunge ad imprigionar delle Persone, e per forza di tormenti a cavar loro di bocca la confession di delitti, ch'eglino forse non avranno mai commesso, con far poi di loro un miserabile scempio sopra i pubblici patiboli. Questa malattia dell'Immaginazione è vecchia in altri simili casi»

(Ludovico Muratori[6])

Scriveva invece Serviliano Latuada nel 1738:

«Sopra la vasta strada, che guida verso il centro della Città, si ritrova a mano manca una Colonna piantata sopra picciola Piazza, che conduce entro un'altra Contrada, detta de' Cittadini [...]. Chiamasi Colonna Infame, sendo stata innalzata ad eterna memoria dell' empia scelleraggine commessa dal Barbiere Giangiacopo Mora, che appunto in questo luogo abitava, la di cui Casa diroccata servì di piedistallo all'erezione di questa Colonna. Nell'anno 1630 faceva gran strage in questa Città la pestilenza, ed il mentovato Mora collegato Con Guglielmo Piazza e molt'altri accresceva con unguenti avvelenati a' nostri Cittadini il terrore. Preso pertanto, e condannato ad atrocissima morte, insieme degli altri Complici, gli fu ancora eretto quello perenne testimònio delle di lui scelleraggini»

(Serviliano Latuada[7])

Ancora riguardo alla peste e agli untori:

«Sino dall'anno 1576, in cui precedentemente la Peste aveva fatto scempio di questi Cittadini, vi furono alcuni malnati perturbatori della comune quiete, e nemici del ben pubblico, i quali o con idea di aumentare il male contagioso, o per accrescere lo spavento nel Popolo, occultamente ungevano e facevano da altri loro partitanti ungere li catenacci, ferramenti, e cantonate delle Contrade»

(Serviliano Latuada[8])

AspettoModifica

 
Lapide con la descrizione dei fatti
 
Grida del 29 luglio 1630 con la condanna di Piazza e di Mora

Della colonna non sono giunte descrizioni dettagliate, ma nelle stampe è raffigurata con una palla posta sulla sommità.

La lapide che descrive gli avvenimenti e le pene inflitte ai colpevoli era originariamente posta su un muro a fianco della colonna ed è oggi conservata nei musei del castello Sforzesco.

(LA)

«HIC VBI HÆC AREA PATENS EST
SVRGEBAT OLIM TONSTRINA
IO. IACOBI MORAE
QVI FACTA CVM GVGLIELMO PLATEA PVBL. SANIT. COMMISSARIO
ET CVM ALIIS CONSPIRATIONE
DVM PESTIS ATROX SAEVIRET
LETHIFERIS VNGVENTIS HVC ET ILLVC ASPERSIS
PLVRES AD DIRAM MORTEM COMPVLIT
HOS IGITVR AMBOS HOSTES PATRIÆ IVDICATOS
EXCELSO IN PLAVSTRO
CANDENTI PRIVS VELLIICATOS FORCIPE
ET DEXTERA MVLCTATOS MANV
ROTA INFRINGI
ROTÆQVE INTEXTOS POST HORAS SEX IVGVLARI
COMBVRI DEINDE
AC NE QVID TAM SCELESTORVM HOMINVM RELIQVI SIT
PVBLICATIS BONIS
CINERES IN FLVMEN PROIICI
SENATVS IVSSIT
CVIVS REI MEMORIA ÆTERNA VT SIT
HANC DOMVM SCELERIS OFFICINAM
SOLO ÆQVARI
AC NVNQVAM IN POSTERVM REFICI
ET ERIGI COLVMNAM
QVAE VOCETVR INFAMIS
PROCVL HINC PROCVL ERGO
BONI CIVES
NE VOS INFOELIX INFAME SOLVM
COMMACVLET
MDCXXX KAL. AVGVSTI

(PRÆSIDE PVBLICO SANITATIS MARCO ANTONIO MONTIO SENATORE)
(PRÆSIDE SENATVS AMPLISS. IO. BAPTISTA TROTTO)
(R. IVSTITIÆ CAPITANEO IO. BAPTISTA VICECOMITE)
»

(IT)

«Qui dov'è questa piazza
sorgeva un tempo la barbieria
di Gian Giacomo Mora
il quale congiurato con Guglielmo Piazza pubblico commissario di sanità
e con altri
mentre la peste infieriva più atroce
sparsi qua e là mortiferi unguenti
molti trasse a cruda morte
Questi due adunque giudicati nemici della patria
il senato comandò
che sovra alto carro
martoriati prima con rovente tanaglia
e tronca la mano destra
si frangessero colla ruota
e alla ruota intrecciati dopo sei ore scannati
poscia abbruciati
e perché nulla resti d'uomini così scellerati
confiscati gli averi
si gettassero le ceneri nel fiume
A memoria perpetua di tale reato
questa casa officina del delitto
il Senato medesimo ordinò spianare
e giammai rialzarsi in futuro
ed erigere una colonna
che si appelli infame
Lungi adunque lungi da qui
buoni cittadini
che voi l'infelice infame suolo
non contamini
Il primo d'agosto MDCXXX.

(Il presidente della Pubblica Sanità, Marco Antonio Monti senatore)
(Il presidente dell'ecc. Senato, Giovanni Battista Trotti)
(Il R. Capitano della Giustizia, Giovanni Battista Visconti)»

(Il testo originale della lapide e la traduzione di Pietro Verri)

I nomi posti dopo la data, oggi non più presenti, furono trascritti in forme diverse da vari autori.[8][9][10][11]

Filippo Argelati, in riferimento a Marco Antonio Monti, considerava una menzione d'onore (honorifica mentio[12]) quella sulla lapide. Pietro Verri invece nelle Osservazioni sulla tortura riportò il testo solo fino alla data, omettendo i nomi, forse per non offendere le famiglie dei nominati, in parte ancora presenti a Milano.[13]

L'abbattimentoModifica

 
La colonna infame in una ricostruzione del 1843

Nella sua traduzione in lingua milanese della Gerusalemme Liberata del 1772, Domenico Balestrieri inserì in nota l'indicazione di una veramente compiuta dissertazione sulla colonna infame, letta dall'avvocato fiscale Fogliazzi durante una riunione dell'Accademia dei Trasformati, e riportò l'intera iscrizione della lapide; nel testo citò anche alcuni versi di un'opera di Giuseppe Parini.[14]

Quando tra vili case in mezzo a poche
rovine i' vidi ignobil piazza aprirsi.
Quivi romita una colonna sorge
in fra l'erbe infeconde e i sassi e il lezzo
5Ov'uom mai non penetra, però ch'indi
genio propizio all'insubre cittade
ognun rimuove alto gridando: — Lungi,
o buoni cittadin, lungi che 'l suolo
miserabile infame non v'infetti —
10Al piè della colonna una sfacciata
donna sedea, che della base al destro
braccio facea puntello; e croci e rote
e remi e fruste e ceppi erano il seggio,
su cui posava il rilassato fianco.
15Ignuda affatto se non che dal collo
Pendeale un laccio, e scritti al petto aveva
obbrobriosi, e in capo strane mitre,
terribile ornamento. Ergeva in alto
la fronte petulante, e quivi sopra
20avea stampate con rovente ferro
parole che dicean: Io son l'Infamia!
Io che virtù seguendo odio costei,
anzi gloria immortai co' versi cerco,
a tal vista fuggìa, quando la donna
25amaramente sorridendo disse [...][15]
 
Cosi dicea la donna, e il vil dispregio,
e mille turpi Genii intorno a lei
la gien beffando intanto, ed inframmesso
il pollice a le due vicine dita,
30ad ambe mani le faceano scorno.

Stando a una ricostruzione dello storico milanese Francesco Cusani,[16] il Balestrieri donò copia della propria opera al barone Joseph Sperges, consigliere austriaco per gli affari italiani; nella lettera di ringraziamento il barone si dolse per la citazione della colonna infame, monumento di disonore per il Senato di Milano. Balestrieri in seguito mostrò la lettera al conte Firmian, governatore della Lombardia.

Successivamente, sempre secondo il Cusani, il governo cercò di far demolire la colonna, approfittando di una norma che vietava il restauro dei monumenti d'infamia: gli anziani della parrocchia fecero firmare agli abitanti delle case adiacenti una richiesta per l'abbattimento della colonna danneggiata dal tempo, ma il Senato rifiutò più volte quanto richiesto.

Nelle notti dell'agosto 1778 gli abitanti sentirono più volte colpire la base della colonna, che cadde nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1778 e "la palla che la sormontava rotolò giù pel vicolo dei Vetraschi". Alla fine di agosto i resti furono smantellati completamente e il 1º settembre ci fu un sopralluogo ufficiale.[17]

Dopo l'eliminazione della colonna infame, il terreno venne acquistato e fu costruita un'abitazione.[17]

Opere relative alla colonna infameModifica

Dalla prima metà dell'Ottocento le vicende della colonna infame conobbero nuova fama.

Il luogo oggiModifica

Oggi all'angolo tra via Gian Giacomo Mora e corso di Porta Ticinese è presente una palazzina; nel 2005 in una rientranza vennero poste una scultura in bronzo e una targa a ricordo degli eventi.

«QUI SORGEVA UN TEMPO LA CASA DI GIANGIACOMO MORA
INGIUSTAMENTE TORTURATO E CONDANNATO A MORTE
COME UNTORE DURANTE LA PESTILENZA DEL 1630.

"... È UN SOLLIEVO PENSARE CHE SE NON SEPPERO QUELLO CHE FACEVANO,
FU PER NON VOLERLO SAPERE, FU PER QUELL'IGNORANZA CHE L'UOMO
ASSUME E PERDE A SUO PIACERE, E NON È UNA SCUSA MA UNA COLPA".
Alessandro Manzoni, Storia della Colonna infame»

(Testo della targa[21])

NoteModifica

  1. ^ Già "contrada della Vetra dei Cittadini", rinominata via Gian Giacomo Mora in tempi più recenti proprio in onore della vicenda
  2. ^ C.M.Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, 2005, p. 191.
  3. ^ Va però considerato che il Torre viveva in una Milano ancora amministrata dagli spagnoli e che presumibimente gli sarebbe stato difficile pubblicare un libro contenenti accuse a quegli amministratori.
  4. ^ Torre, pp. 127-128.
  5. ^ Muratori, p. 97.
  6. ^ Muratori, pp. 97, 99.
  7. ^ Latuada, p. 330.
  8. ^ a b Latuada, p. 332.
  9. ^ Torre, p. 128.
  10. ^ F. Masiero, Opere chirurgiche, Padova, 1707, p. 705.
  11. ^ Balestrieri, pp. 238-239.
  12. ^ F. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, vol. 2, 1745, pp. 953-954.
  13. ^ L. Besozzi, Il cardinale arcivescovo Cesare Monti, in Archivio Storico Lombardo, 1994, p. 50.
  14. ^ Balestrieri, pp. 239-241.
  15. ^ Descrizione del contenuto della lapide non riportata da Balestrieri.
  16. ^ Cusani, p. 151.
  17. ^ a b Cusani, p. 152.
  18. ^ P. Verri, Osservazioni sulla tortura, in Scrittori classici italiani di economia politica, XVII, Milano, 1804, pp. 191-312.
  19. ^ V.V., La colonna infame, in Il dramma, nº 314, novembre 1962, pp. 83-84.
  20. ^ Dino Buzzati, La colonna infame, in Il dramma, nº 315, dicembre 1962, pp. 33-61.
  21. ^ Scheda di Gian Giacomo Mora, su Chi era costui?.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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