Peste del 1630

epidemia di peste nel Nord Italia
Peste del 1630
epidemia
PatologiaPeste
LuogoItalia settentrionale, Toscana, Svizzera
Periodo1629 -
1633
Dati statistici globali[1]
Numero di morti1 100 000[2] (stima 1630-1631)
Non sono disponibili dati dettagliati
Mappa di localizzazione: Italia centro-settentrionale
Torino
Torino
Chiomonte
Chiomonte
San Michele della Chiusa
San Michele della Chiusa
Alessandria
Alessandria
Chieri
Chieri
Donnas
Donnas
Colico
Colico
Cremeno
Cremeno
Lecco
Lecco
Tirano
Tirano
Busto Arsizio
Busto Arsizio
Milano
Milano
Mantova
Mantova
Cremona
Cremona
Verona
Verona
Bergamo
Bergamo
Brescia
Brescia
Badia Polesine
Badia Polesine
Venezia
Venezia
Vicenza
Vicenza
Padova
Padova
Treviso
Treviso
Bassano del Grappa
Bassano del Grappa
Trento
Trento
Rovereto
Rovereto
Parma
Parma
Piacenza
Piacenza
Bologna
Bologna
Modena
Modena
Imola
Imola
Lugo
Lugo
Firenze
Firenze
Pistoia
Pistoia
Lucca
Lucca
Data di inizio della pestilenza in vari territori. Il colore indica gli anni 1629 (Map dot 00.svg), 1630 (trimestri Map dot 02.svg Map dot 04.svg Map dot 06.svg Map dot 08.svg) e 1631 (primi due trimestri Map dot 10.svg Map dot 12.svg)[3]

La peste del 1630 fu un'epidemia di peste bubbonica diffusasi in Italia nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì diverse zone del Settentrione, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera,[4] con la massima diffusione nell'anno 1630. Il Ducato di Milano, e quindi la sua capitale, fu uno degli Stati più gravemente colpiti.
Si stima che in Italia settentrionale tra il 1630 e il 1631 morirono per la peste 1.100.000 persone su una popolazione complessiva di circa 4 milioni.[2]

L'epidemia è nota in Italia come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame mentre all'Estero è ricordata come "Peste Italiana": en. Italian Plague o Great Plague of Milan; es. Plaga italiana o La gran peste de Milán.

Contesto storicoModifica

Tra il 1628 e il 1629 la popolazione dell'Italia settentrionale era affamata da una grave carestia; nello stesso periodo il Ducato di Milano venne colpito da una grave crisi nell'esportazione di prodotti tessili, uno dei settori manifatturieri principali.[5]

«Nel torbido che seguì l'anno 1629 in questa città che se ben parve ne fosse cagione la carestia del pane, infatti non fu del tutto essa; nella qual occasione sendo egli comandato di andar alla custodia del prestino di Porta Comasina, e venendogli replicato l'ordine di farne abbassare il prezzo, come esequì, se gli fece inanti un plebeo mezzo nudo, qual li disse, "che giova a me tal abbassamento, non avendo questo danaro da puoterlo comprare per pascer me e tre figlioli. Il mio mestiere è di tessitore, datemi da lavorare, che lo pagherò il maggiore costo".»

(Daniele de Capitanei di Sondria[6])

Inoltre dal 1628, con la morte di Vincenzo II Gonzaga, ebbe inizio la guerra di successione di Mantova e del Monferrato che vide lo spostamento di truppe attraverso le Alpi, provenienti da zone infette e dedite a saccheggi e violenze; il loro passaggio accelerò la diffusione della pestilenza.[7]

Alcuni casi di contagio in Piemonte si ebbero nel 1629 a Brianzone, a San Michele della Chiusa, a Chiomonte e nella stessa città di Torino.[8] Probabilmente questa diffusione in Piemonte dell'epidemia giunse dalle truppe francesi impegnate nei dintorni di Susa.[7]

Il successivo passaggio di lanzichenecchi inviati dal Sacro Romano Impero, provenienti da Lindau e diretti a Mantova attraverso parte dello Stato di Milano, diffuse enormemente la peste[9]: es. in Valle d'Aosta il contagio si propagò nel maggio 1630 per il passaggio di quattro reggimenti di lanzi che si accamparono nei dintorni di Aosta[10].

Il passaggio dei lanzichenecchiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di successione di Mantova e del Monferrato e Lanzichenecco.

L'Italia settentrionale era un campo di battaglia strategico per il Regno di Francia e la Casa d'Asburgo dal XVI secolo. Il controllo su quest'area permetteva agli Asburgo di minacciare la Linguadoca ed il Delfinato francesi, come pure di proteggere le rotte verso la Spagna. Quando nel dicembre del 1627 morì senza eredi diretti Vincenzo II Gonzaga, duca di Mantova, feudo imperiale soggetto all'autorità di Ferdinando II d'Asburgo, e del Monferrato, regione strategicamente importante per i collegamenti tra la Repubblica di Genova, alleata degli Asburgo di Spagna, ed il ducato di Milano, controllato da Filippo IV di Spagna, la questione della sua successione coinvolse giocoforza i potentati stranieri già contrapposti nella Guerra dei trent'anni da poco avviata[11]. Vincenzo II Gonzaga aveva nominato suo erede Carlo di Rethel, figlio di Ludovico Gonzaga-Nevers, ramo cadetto francese ma per evitare che una dinastia gallicana si insediasse nel Monferrato, la Spagna si accordò per una spartizione del territorio con il duca Carlo Emanuele I di Savoia, che pose sotto assedio Casale, difesa dai francesi, con le truppe spagnole guidate dal generale genovese Ambrogio Spinola. Ebbe così inizio nel 1628 la guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

Nel maggio del 1629 Luigi XIII, terminata in patria la riconquista di La Rochelle, senza dichiarare formalmente guerra alla Spagna scese in Italia, sconfisse Carlo Emanuele presso il colle del Monginevro (Susa e Chiomonte), liberò Casale dall'assedio, occupò la fortezza di Pinerolo e con il trattato di Susa impose ai Savoia di astenersi dalle ostilità contro il ducato di Mantova. L'intervento diretto dei francesi sul fronte monferrino provocò la reazione di Ferdinando II che inviò parte delle truppe di Albrecht von Wallenstein in Italia i supporto all'armata spagnola comandata da Ambrogio Spinola. Approfittando del rientro in patria di Luigi XIII, in settembre l'esercito imperiale al comando di Rambaldo XIII di Collalto scese nella penisola attraverso la Valtellina (territorio già interessato da scontri tra francesi e spagnoli sin dal 1620 - v.si Guerra di Valtellina) muovendo in direzione di Mantova. L'avanzata dei lanzichenecchi, apparentemente inarrestabile nonostante la resistenza dell'armata gonzaghesca, fu notevolmente rallentata proprio dalla peste che covava tra le fila dei tedeschi e che ne decimò il numero. Mantova cadde il 18 luglio 1630[12]: la maggior parte dei cittadini furono torturati e uccisi; dappertutto venne appiccato il fuoco; in ultimo arrivò la peste. In ultimo, i soldati tedeschi furono richiamati in patria dall'imperatore che aveva sposato in seconde nozze Eleonora Gonzaga.

La diffusione della peste nell'Italia settentrionaleModifica

Nello Stato di MilanoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Colonna infame (Milano) e Untore.
 
La lapide posta in origine presso la colonna infame (Milano, Castello Sforzesco)

Le testimonianze principali che hanno tramandato i fatti del 1630 del Ducato di Milano sono le cronache del medico Alessandro Tadino (1580-1661) e (fonte del Manzoni) del canonico, storico e letterato Giuseppe Ripamonti (1573-1643). Entrambi furono testimoni diretti della grande pestilenza del 1630 di cui lasciarono due opere fondamentali per la comprensione di quanto accadde: il Tadino diede alle stampe nel 1648 il Raguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano; il Ripamonti stampò nel 1640 la cronaca in latino Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae vrbis Mediolani De peste quae fuit anno 1630.

Nelle due cronache si trova un riferimento al primo caso di morte per peste nella città di Milano ma con dettagli diversi: secondo il Tadino fu Pietro Antonio Lovato proveniente dal territorio di Lecco ed entrato in città il 22 ottobre;[13] secondo il Ripamonti fu invece Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna, città già infetta, ed entrato a Milano il 22 novembre: ospitato da una zia a Porta Orientale, si ammalò per morire in capo a due giorni all'Ospedale Maggiore, avendo già infettato gli altri abitanti della casa che morirono anch'essi.[14]

L'epidemia provocò in Milano una recrudescenza delle teorie, già esplose durante la peste del 1576, secondo cui la peste fosse provocata intenzionalmente (c.d. "pestis manufacta") da degli untori.
Il 9 febbraio 1629 si diffuse a Milano la notizia dell'arresto di alcuni frati francesi e anche di un tale che «aveva portato qua in ampolla della peste».[15] Si appurò che il tale era Girolamo Buonincontro, frate apostata proveniente da Ginevra, e che portava con sé solo alcuni innocui medicamenti contro il mal di stomaco;[16]
Nel corso dell'anno 1630 si verificarono realmente ungimenti di vario genere[17]. Il primo di cui si ha notizia fu scoperto nella notte del 17 maggio 1630 nel Duomo di Milano dai canonici monsignor Visconti, monsignor Alessandro Mazenta e monsignor Girolamo Settala (fratello di Ludovico Settala); pur dubitando che fosse fatto per diffondere la peste, avvertirono Marco Antonio Monti, presidente del tribunale di Sanità, per far verificare i banchi ed effettivamente "si trovarono segni con qualche ontome"[18]. La mattina del giorno successivo, 18 maggio, si scoprirono diversi luoghi "contaminati di grasso, parte che tirava al bianco e parte al giallo" e vennero compiuti sopralluoghi dalle autorità e da fisici collegiati per verificare se fosse "pestilenziali". Sempre il 18 maggio le panche furono portate fuori dal duomo e iniziarono a spargersi voci sugli untori[19]. Gli addetti alla Sanità pensavano a malevoli scherzi, ma una grida del 19 maggio per la denuncia dei colpevoli degli ungimenti conteneva un passaggio ambiguo che ammetteva una effettiva e possibile pericolosità di questi unti[20]. Nei giorni successivi gli ungimenti vennero ripetuti e proseguirono fino a settembre.[21]

La vastità e frequenza degli ungimenti portarono la popolazione a ipotizzare complotti di vario genere per giustificare l'operato degli untori.

Fin da maggio molti furono imprigionati e processati con l'accusa di essere untori[22] Con nuove gride del 13 giugno e del 7 agosto si aumentarono sia il premio per le denunce sia le pene per i colpevoli degli ungimenti, considerati ormai una realtà.[23][24] Nell'estate del 1630 fu istruito un processo contro due presunti untori, ritenuti responsabili del contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze, in seguito ad un'accusa da parte di una "donnicciola" del popolo, Caterina Rosa. L'istruttoria decretò sia la condanna capitale di due innocenti, Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (barbiere), giustiziati con il supplizio della ruota, sia la distruzione della casa-bottega di quest'ultimo. Come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione del Mora la celeberrima "colonna infame" che diede il nome alla vicenda poi narrata dal Manzoni nella "Storia della colonna infame". Sia il Mora sia il Piazza prima dell'esecuzione della sentenza, per liberarsi la coscienza e salvarsi l'anima, dichiararono di essere innocenti e di aver falsamente incolpato tutte le altre persone che vennero da loro trascinati nelle indagini[25] tra i quali figurava anche il nobiluomo spagnolo Giovanni de Padilla, figlio del castellano di Milano (arrestato e processato ma assolto da ogni accusa nel 1633).

A Torino e in PiemonteModifica

 
Trattato di G.F. Fiochetto sulla peste a Torino

Dalle cronache e dai documenti si desume che tra il 1600 e il 1630, Torino e il suo territorio subirono molti episodi bellici di carattere politico o religioso; le guerre tra cattolici e valdesi contribuirono fortemente a destabilizzare l'equilibrio sociale, provocando inevitabili ripercussioni sull'economia locale.

A ciò si deve aggiungere una serie di avverse stagioni caratterizzate da condizioni meteorologiche sfavorevoli che provocarono quasi ovunque pesanti carestie e un calo enorme dei prodotti alimentari di prima necessità. A tal proposito si può ricordare un editto emanato dallo stesso Duca Carlo Emanuele I di Savoia, al fine di calmierare i prezzi e limitare la speculazione sui prodotti della terra, nonché un ulteriore editto per la risistemazione e il risanamento. Guerre e fame costrinsero dunque migliaia di persone ad abbandonare le loro case, talvolta le campagne e vedersi costrette alla precaria condizione della mendicanza, muovendo verso i maggiori centri abitati tra cui appunto Torino che, nel 1630, contava circa 25 000 abitanti.

Il 2 gennaio 1630 venne segnalato il primo caso di peste a Torino: si trattava di un calzolaio. Non è un caso che sovente le prime vittime erano coloro che lavoravano a diretto contatto con calzature o con oggetti quotidiani in contiguità con il suolo che, troppo spesso, mancava delle più elementari condizioni igieniche. Torino, come le maggiori città piemontesi, vide aumentare la diaspora dalle campagne e dai territori limitrofi, fino a vietare l'ingresso agli stranieri e chiudere le porte della città. L'epidemia si diffuse rapidamente, coinvolgendo anche altri centri della provincia come Pinerolo ed estendendosi poi ai territori del cuneese quali: Alba, Saluzzo e Savigliano. A Torino la situazione raggiunse il culmine della gravità con il sopraggiungere del caldo estivo che favorì la trasmissione del morbo.

Di fondamentale rilevanza furono la figura dell'archiatra e protomedico di Casa Savoia Giovanni Francesco Fiochetto e dell'allora neosindaco Gianfrancesco Bellezia. Il primo è il più famoso tra i vari medici che rimasero in città durante la pestilenza ed è per questo conosciuto come il medico della peste per essere intervenuto, tra il 1630 ed il 1631, instaurando una rigorosa disciplina sanitaria tra la popolazione torinese e che avrebbe fatto scuola negli anni a venire. Il secondo rimase in maniera pressoché continuativa in città, che fu invece abbandonata dalle maggiori figure istituzionali. Gli stessi Savoia si rifugiarono a Cherasco. Eletto Decurione nel 1628 e poi primo sindaco della città proprio nel funesto anno 1630, Bellezia affrontò coraggiosamente il suo mandato diventando il fulcro dell'organizzazione sanitaria attivatasi per affrontare l'emergenza. Inoltre dovette anche contenere l'isteria del popolo nei confronti di episodi di sciacallaggio.

L'epidemia, seppur gestita con coscienzioso scrupolo, fu debellata solo verso novembre del 1630, con il favore del freddo. Su una popolazione di circa 25 000 abitanti[26], Torino contò la perdita di ben 8 000 persone. Nell'anno seguente e in quello successivo fu registrato un numero enorme di matrimoni. Il 7 aprile dello stesso anno la Pace di Cherasco decretò la fine della guerra per la successione del Ducato di Mantova e si andò quindi ristabilendo un relativo equilibrio; dal mese di settembre i registri di Torino tornarono a riempirsi di nuove nascite. Tuttavia ci vollero quasi due secoli prima di raggiungere nuovamente il numero di abitanti precedente al 1630.

Nella Repubblica di VeneziaModifica

La pestilenza apparve nella città della laguna nel 1630 durante la guerra di successione di Mantova e del Monferrato, in cui si trovò coinvolta anche Venezia, tra le truppe asburgiche che accesero i primi focolai di peste.

Si tramanda che a portare il morbo in Laguna sia stato l'ambasciatore di Carlo I di Gonzaga-Nevers cioè il contendente alla successione mantovana appoggiato dai veneziani. Questi, già infettato dalla peste, si recò a Venezia per svolgere la propria missione diplomatica: benché messo in quarantena le misure precauzionali evidentemente non vennero gestite con efficacia.

Il diplomatico mantovano avrebbe contagiato alcuni veneziani con i quali era venuto in contatto, i quali a loro volta, avendo libero accesso alla città, diffusero il morbo tra la popolazione. La peste prese così rapidamente ad infuriare.

Quella del 1630 fu un'epidemia particolarmente virulenta: tra il luglio e l'ottobre di quel tragico anno tra la città e il resto del dogado veneziano morirono all'incirca 150 000 persone, pari al 40% della popolazione[27]: in luglio e agosto del 1630 i registri del Magistrato Supremo di Sanità riportano che nella città di Venezia i decessi furono 48, per toccare il picco nel novembre dello stesso anno, con 14 465 morti. Testimonianza della peste nell'entroterra è il drammatico quadro di Giambattista Tiepolo conservato nella chiesa di Santa Tecla a Este (PD), dove la santa è raffigurata fuori delle mura della città, mentre prega Dio tra cadaveri abbandonati e scene di disperazione. La peste fu infine dichiarata debellata il 21 novembre 1631. Come voto per la fine della terribile pestilenza il governo di Venezia decretò che si erigesse la basilica di Santa Maria della Salute, terminata nel 1687.[28] Parimenti, a Vicenza, alla fine della peste fu deciso l'ampliamento della Basilica di Monte Berico. La grande pestilenza che colpì Venezia venne minuziosamente descritta da un futuro medico, testimone oculare della peste, Cecilio Folio, che intorno al 1680 descrisse i fatti del 1630-1631 in una sua opera citata da Giovanni Bianchi nel 1833.[29]

In TrentinoModifica

 
Stendardo votivo trentino per la peste del 1630

In Emilia-RomagnaModifica

Anche i grandi centri della Romagna pagarono alla peste un pesante tributo: Bologna ed il suo contado persero a causa del morbo circa 40.000 persone nel corso del 1630[30] (15.000 accertate nella sola città che riuscì a contenere discretamente il diffondersi del contagio)[2]; statisticamente, andò molto peggio a Modena che perse più del 50% della popolazione[2] e dovette dotarsi in tutta fretta di necropoli extra-murarie per smaltire i cadaveri[31]; la medesima nefasta statistica interessò Reggio Emilia che perse 4.000 abitanti[32].

In SvizzeraModifica

La peste non risparmiò nemmeno i territori dell'attuale Svizzera. Difatti dalle cronache relative al piccolo villaggio di Bondo in Bregaglia, possiamo leggere come nel mese di giugno 1629 la peste colpì anche il piccolo villaggio alpino della Bregaglia causando significative morti.

In ToscanaModifica

 
La peste a Firenze nel 1630
 
Da Firenze si ammette che la peste è entrata in Toscana, ma si spera ancora non solo di tenerla sotto controllo, ma di estinguere il contagio. Archivio Storico di Vicopisano
 
Un elenco di navicellai (barcaioli) di Uliveto Terme (PI), morti per causa di peste. Facevano parte delle squadre che si alternavano per rifornire Firenze di grano, dopo averlo caricato a Pisa e Livorno.

Le prime avvisaglie che la peste stava divenendo un pericolo sempre più tangibile anche per la Toscana si ebbero già nell'autunno del 1629, quando guardie armate furono messe ai confini del Granducato. Si trattava ancora di un allarme generico, volto a non far circolare nella Regione le genti che provenivano dal nord Italia. Contemporaneamente venivano pubblicati bandi in cui venivano man mano elencate le zone e le città "bandite" ovverosia dalle quali non si poteva accedere alla Toscana.

Provvedimenti più concreti furono poi intrapresi nel primo quarto del 1630: su ordine della Magistratura fiorentina della Sanità si resero obbligatorie le “bollette di sanità”, lasciapassare personali che venivano rilasciati a certificare che si proveniva da luoghi non sospetti di peste e che dovevano essere mostrati alle guardie di sanità dislocate sul territorio toscano o alle porte delle città.

In previsione di una emergenza sanitaria, nel giugno del 1630 i Magistrati di Sanità di Firenze decisero di far giungere a Firenze grandi quantità di grano, da conferire presso i granai della magistratura dell’Abbondanza, per il sostentamento della popolazione toscana in caso di peste. Non era certo un’azione diretta contro la peste, ma comunque era un segnale di allarme: la città si stava preparando nell'eventualità fosse stata raggiunta dal contagio, soprattutto in conseguenza di anni penuriosi di raccolti come quelli del biennio 1627-1629. Di tale compito di trasporto furono incaricati i navicellai, conduttori di imbarcazioni fluviali, che attraverso l'Arno e la rete dei suoi affluenti collegavano Firenze e Pisa a Livorno, porto principale della regione.

Tra il finire di maggio e gli inizi di giugno la peste scoppiò furibonda a Bologna. Le misure in Toscana si fecero via via più stringenti: anche la guardia personale del Granduca venne inviata a presidiare in confini settentrionali. Ma la peste stava oramai per varcare i confini della regione: le prime vittime, nel luglio del 1630, furono i componenti di una famiglia di Trespiano, che si diceva avesse ospitato un pollaiolo proveniente dal bolognese. La casa fu sigillata, le suppellettili date alla fiamme, ma la peste ormai aveva intrapreso una traiettoria che guardava fatalmente al cuore delle città circostanti. Ed inevitabilmente, ai primi di agosto la peste arrivò a Firenze ed a Tavola, nel territorio pratese.

Le alte temperature estive però non erano ideali per lo sviluppo delle pulci, serbatoio della malattia, per cui il contagio rallentò, dando l'impressione di poter essere tenuto sotto controllo, ma con il raffrescamento portato dall'autunno l'epidemia riprese forza e proseguì la sua espansione. Il 9 settembre la Sanità di Pisa bandisce la città e territorio di Firenze (ma a fine settembre anche la città della Torre viene raggiunta dal morbo) vietando il transito di uomini, merci ed animali anche con bolletta di sanità; ad ottobre la peste è segnalata ad Empoli; il 23 dicembre dello stesso anno si bandisce la Quarantena generale della città di Firenze a partire dal 10 gennaio (con licenza, a chi poteva, di "andare ad abitare in villa" fuori dalla città) . Nei mesi in cui imperversò in città la malattia causò migliaia di morti, tanto che il censimento del 1632 contò 10.000 persone meno (66.000) rispetto a quello del 1622, ovviamente non tutte riferibili all'epidemia. In quella occasione furono adottate barelle nuove, coperte «a guisa di una gondola» di tela cerata. Della stessa tela erano fatti i sanrocchini (da san Rocco, curatore degli appestati), piccoli mantelli che coprivano le spalle, e anche i mantelli più lunghi detti ferraioli, indossati dai portatori, dai fratelli e dai sacerdoti che andavano a seppellire i morti.

Di fronte al diffondersi del male, le autorità delle varie città colpite emisero allora tutta una serie di provvedimenti, simili dappertutto: le già viste "guardie di sanità" nei punti di snodo viario e sui passi montani; proibizione di fiere e mercati; attenta vigilanza alle porte della città; nomina di commissari con incarichi vari di igiene pubblica; istituzione di lazzaretti ove isolare i colpiti; sepoltura dei morti in fosse comuni, coperte poi di calce; bruciatura delle robe infette (sia vestiti, che panni qualsiasi ed anche mobilia); nomina di appositi medici, chirurghi e becchini cui affidare la cura dei malati; bando di quarantene per cercare di debellare l’epidemia. Fu disposta anche l’uccisione dei cani randagi e fu previsto di tenere profumate le stanze o la fumigazione delle stesse con zolfo, soprattutto nei casi che vi avesse soggiornato un infetto. Le persone con palesi sintomi del morbo venivano trasportate ai lazzaretti, che sorsero numerosi nei pressi dei centri abitati; i familiari dei contagiati venivano chiusi nelle case e nutriti attraverso le finestre. Così recitavano le “Istruzioni” inviate da Firenze già nell’agosto 1630 ai vari Vicari del territorio: “Prima daranno ordini a chi si asetta che li morti di male sospetto non si seppellischino nelle Chiese, ma alla Campagna lontano dalle strade maestre, e dalle case per cento braccia, e in fossa almeno tre braccia profonda con quella benedizione che parrà a Curati della Chiesa Parrocchiale dove saranno tali morti, e se non vi sieno Becchini, si faccia mettere il cadavero sur'una scala e con maneggiarlo meno che sia possibile, si conduca alla fossa, e essendovi commodità si metta sopra detto Cadavero della calcina, e poi della terra.[33]”. Nelle stesse istruzioni si davano anche consigli di tipo alimentare "... piglino noci, e fichi secchi e ruta, e ne mangino la mattina di buon'hora, o altre cose che intenderanno essere a proposito. Gl'infermi piglieranno ogni mattina un bicchiere di cinque once, o di sugo di cicerbita, o di capraggine alquanto calda, e si faranno bene coprire per sudare... Li detti infermi si habbino cura della vita e mangino carne, uova, e cose buone, si astenghino dal vino, e bevino acqua cotta con una medolla di pane, e pochi curiandoli in essa.[33]"

Nel corso della primavera del 1631 il contagio, con le temperature in aumento dopo il calo invernale, riprese indisturbato, raggiungendo la maggior parte dei centri posti lungo l'Arno e riattivandosi anche nella città di Pisa, in cui le punte di mortalità più acuta si registrarono tra ottobre e novembre 1630 (1631 al pisano), con una media di una venticinquina di morti il giorno[34], e questo nonostante tutti i bandi, le premure ed i divieti di circolazione terrestre di uomini, merci ed animali: è però certo che i traffici fluviali sull'asse Livorno-Pisa-Firenze non furono interrotti in quel periodo, perlomeno fino alla primavera del 1631, vista la vitale necessità di rifornire di cibo la capitale toscana, e non è da sottovalutare quindi la possibilità che anche i navicellai abbiano, in una certa misura, contribuito alla diffusione del morbo nelle varie località poste lungo il fiume. Anche il fatto che, progressivamente allontanandosi dall'Arno, la peste abbia pian piano perso la sua virulenza (Arezzo, Grosseto e Siena non furono colpite dall'epidemia) può indicare nel fiume, allora vettore principale dei traffici per via d'acqua, una sorta di grossolano confine meridionale nella geografia del contagio, certo da non intendersi come insuperabile (la peste si registrò anche in località nettamente più a sud dell'Arno, come Campiglia Marittima[35]) ma indicativo di un certo andamento e limite del contagio.

Nel settembre-ottobre del 1631 la fase acuta dell'emergenza in Toscana (riferibile al periodo giugno-agosto) era terminata e lentamente si ricominciò a riattivare la rete dei commerci per tornare ad una normalità sempre più auspicata. Nonostante la peste si ripresentasse in diverse località anche nei due anni successivi, essa non raggiunse mai più i livelli di virulenza del 1630-31. Difficile se non impossibile stimare il numero dei morti in Toscana, data l'assenza di rilevazioni sistematiche: si può ipotizzare che la mortalità variò da località a località, in base a fattori difficilmente generalizzabili (densità di popolazione, mobilità delle persone, vicinanza a vie di comunicazione) ma con percentuali che variarono dal 40 al 10 percento di decessi sul totale della popolazione. Certo è che i ceti più poveri subirono una mortalità più alta, cosa che fu notata anche dai cronisti coevi.

Dati sulla mortalità in alcune città italiane nel periodo 1630-1631.Modifica

Città Popolazione Morti Fonti
Numero %
Verona 54.000 33.000 61% [2]
Padova 32.000 19.000 59% [2]
Modena 20.000 11.000 55% [36]
Parma 30.000 15.000 50% [2]
Milano 250.000 186.000 74% [37]
Cremona 37.000 17.000 46% [2]
Brescia 24.000 11.000 45% [2]
Piacenza 30.061 13.317 44% [38]
Como 12.000 5.000 42% [2]
Bergamo 25.000 10.000 40% [2]
Vicenza 32.000 12.000 38% [2]
Venezia 140.000 46.000 33% [2]
Torino 25.000 8.000 32% [39]
Bologna 62.000 15.000 24% [2]
Firenze 76.000 9.000 12% [2]

In mancanza di dati dettagliati, si stima che in Italia settentrionale tra il 1630 e il 1631 morirono per la peste 1.100.000 persone su una popolazione complessiva di circa 4 milioni.[2]

NoteModifica

  1. ^ Numero complessivo di casi confermati e sospetti.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p C.M.Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, 2005, p. 190-191.
  3. ^ A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1850, vol. 3, Bologna, 1870, pp. 65-67. Sono utilizzate anche integrazioni da altre fonti.
  4. ^ (ENFR) Edward A. Eckert, Boundary formation and diffusion of plague : swiss epidemics from 1562 to 1669, in Annales de Démographie Historique, 1978. La mortalité du passé, Parigi, École des hautes études en sciences sociales, 1978, pp. 49-80, DOI:10.3406/adh.1978.1378.
  5. ^ C.M. Cipolla, Mouvements monétaires dans l'Etat de Milan, Parigi, 1952, pp. 52-53.
  6. ^ Daniele de Capitanei di Sondria, Processo In causa dell'alloggiamento, & aggrauij, 1659, p. 13.
  7. ^ a b C.M. Cipolla, Cristofano e la peste, 1976, pp. 7-9.
  8. ^ G. Claretta, Il Municipio Torinese ai tempi della pestilenza del 1630, Torino, 1869, pp. 20-21.
  9. ^ P. Pensa, La peste del 1630, in Broletto, 1985, pp. 64-73.
  10. ^ Malattie e cure di un tempo, su regione.vda.it.
  11. ^ Stephane Thion, French Armies of the Thirty Years' War, Histoire et Collections, 2013, p. 18, ISBN 978-2-917747-01-8.
  12. ^ Cronaca universale della città di Mantova. Volume III. p.543
  13. ^ Tadino, p. 50.
  14. ^ Ripamonti, pp. 50-51.
  15. ^ C. Cantù, Scorsa di un lombardo negli archivi di Venezia, 1854, p. 65.
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BibliografiaModifica

FontiModifica

StudiModifica

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