Dione (divinità)

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Nella mitologia greca Dione (in greco Διώνη, Diṓnē) è una delle dee della prima generazione divina, associata al cielo[1], al mare e alla bellezza. È nota soprattutto come una delle possibili madri di Afrodite, avuta da Zeus.

Hestia, Dione e Afrodite, scultura di Fidia e aiuti, dal frontone orientale del Partenone, 435 a.C., Londra, British Museum.

Dione è anche la dea della quercia, e come tale è assimilata a Dioniso, di cui a volte è ritenuta la madre[2], frutto successivo del suo amore con Zeus.

Dione, assimilata alla Dea Madre, era venerata insieme a Zeus nel santuario di Dodona[3]. Le loro sacerdotesse erano chiamate Peleiadi.

EtimologiaModifica

Il nome Dione è semplicemente la forma femminile di quello di Zeus (Διός Diós), con il significato di "la dea"[1][4].

MitologiaModifica

AscendenzaModifica

Secondo la versione di Esiodo, riportata nella Teogonia, Dione è una delle Oceanine, figlia del titano Oceano e della titanide Teti. Secondo Apollodoro (1.1.3) è invece essa stessa una titanide, figlia di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra), quindi sorella di Temi, Rea, Teti, Febe, Mnemosine e Teia. Infine, lo scrittore romano Igino, nelle sue Fabulae, la ritiene una delle Pleiadi, le figlie di Atlante e di Pleione; in quest'ultima versione, sposata a Tantalo, ebbe due figli: Niobe e Pelope.

DiscendenzaModifica

Omero racconta che Zeus l'aveva sposata e da lei aveva avuto una figlia, Afrodite; questa leggenda è stata accolta anche dal poeta Virgilio, che nomina la dea con l'epiteto di "Dionea".

Secondo Platone, esistevano due Afrodite: la prima, nata da Urano, era l'Afrodite Urania, dea dell'amore puro, la seconda, l'Afrodite Pandemia (cioè l'Afrodite del Popolo), figlia di Zeus e Dione, dea dell'amore volgare. Tuttavia questa è un'interpretazione filosofica tardiva, estranea ai più antichi miti della dea.

Nell'IliadeModifica

Durante i combattimenti nella guerra di Troia, Afrodite intervenne per salvare suo figlio Enea, che, ferito, rischiava di essere ucciso nella mischia. Mentre cercava di coprirlo col suo peplo sgargiante, Diomede la vide e colpì con la lancia, ferendole il polso. Disperata, la dea lasciò il figlio ad Apollo e riparò nell'Olimpo, dove si gettò ai piedi della madre Dione. Al vederla, la dea domandò la causa del suo dolore, dando per scontato che solo un immortale aveva potuto procurarle quella ferita. Quando sua figlia le svelò il contrario, Dione la rassicurò, annunciandole che numerose divinità avevano già patito dolori a causa di mortali; citò Ade, ferito da una mortale freccia di Eracle, oppure Era, anch'essa ferita dall'eroe semidio. Infine la dea pose le proprie mani sulla ferita di Afrodite e le lenì ogni dolore.

NoteModifica

  1. ^ a b Dione, su treccani.it. URL consultato il 24 settembre 2021.
  2. ^ Hesychius. Alphabetical Collection of All Words: "Bákkhou Diṓnēs".
  3. ^ Thompson, Dorothy B. Hesperia Supplements, 20 (1982), pp. 155–219. "Studies in Athenian Architecture, Sculpture and Topography: A Dove for Dione". JSTOR 1353956
  4. ^ William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology: "Dióne". Spottiswoode & Co. (London), 1873.

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