Odissea

poema epico attribuito ad Omero
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Odissea
Head Odysseus MAR Sperlonga.jpg
Testa di Odisseo rinvenuta nella Villa di Tiberio a Sperlonga
Autore Omero
1ª ed. originale VI secolo a.C.[1]
Genere poema
Sottogenere epica
Lingua originale greco antico
Ambientazione Mediterraneo
Protagonisti Odisseo
Serie Ciclo troiano
(GRC)

« Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλά
πλάγχθη, ἐπεί Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσεν »

(IT)

« Narrami, o Musa, dell'uomo dall'agile mente, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra città di Troia. »

(Proemio)

L'Odissea (in greco antico: Ὀδύσσεια, Odýsseia) è uno dei due grandi poemi epici greci attribuiti all'opera del poeta Omero. Narra delle vicende riguardanti l'eroe Odisseo (o Ulisse, con il nome latino), dopo la fine della Guerra di Troia, narrata nell'Iliade. Assieme a quest'ultima, rappresenta uno dei testi fondamentali della cultura classica occidentale e viene tuttora comunemente letto in tutto il mondo sia nella versione originale che nelle sue numerose traduzioni.

Indice

DescrizioneModifica

NomeModifica

L'etimologia del nome "Odisseo" è ignota. Lo stesso Omero cerca di spiegarla nel libro XIX connettendola al verbo greco "ὀδύσσομαι", il cui significato è "essere odiato". Odisseo, quindi, sarebbe "colui che odia" (in questo caso i Proci, che approfittano della sua assenza per regnare su Itaca) oppure "colui che è odiato" (in questo caso da tutti coloro che ostacolano il suo ritorno a Itaca). L'origine del nome, però, non viene dalla Grecia, ma da una regione dell'Asia Minore, la Caria. In questa regione, Odisseo era il nome di un dio marino, il quale, in seguito all'invasione delle popolazioni indoeuropee, è stato assimilato nella figura di Poseidone. Ciò, dunque, fa intuire che l'Odissea trae le sue radici in antichi racconti marinari.

Il nome, in definitiva, può avere il significato di "Colui che odia ed è odiato". Il nome Odisseo presenta tuttavia assonanze interessanti con altri concetti: `οδός che significa "viaggio" e ουδείς che significa "nessuno" (che si collega con il passo in cui Odisseo, per ingannare Polifemo, gli dice di chiamarsi appunto nessuno. Bisogna comunque notare bene che la parola usata da Omero nel passo è ούτις, una variante arcaica del pronome ουδεις). Il nome Ulisse (Ulixes in latino, Ulixe in etrusco e Oulixes in siculo), datogli da Livio Andronico nella sua traduzione dell'opera, la prima in assoluto al di fuori dal greco, significa "Irritato" ed è stato scelto dal traduttore perché era abbastanza diffuso nel mondo latino e per l'assonanza con l'originale, a differenza di Odysseùs che suonava tipicamente straniero. Altri teorici però ritengono che "Ulisse" sia un soprannome e significhi, al pari dell'etrusco Clausus da cui Claudio, "Zoppo", e sia più antico dell'opera di Andronico, in riferimento ad una ferita alla gamba riportata da Odisseo.

DatazioneModifica

L'opera, così come l'Iliade, viene presumibilmente composta nella Ionia d'Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C.

L'originale più antico dell'opera risale alla fine dell'VIII secolo a.C., ed è questo che il tiranno ateniese Pisistrato usa quando, nel VI secolo a.C., decide di uniformare e dare forma scritta ad un poema che fino ad allora si era tramandato quasi esclusivamente per forma orale.

Quest'ultima forma, però, continuerà fino al III secolo d.C. in Egitto, con tutti i cambiamenti e le mutazioni inevitabili nella forma orale. L'Odissea appartiene al ciclo dei cosiddetti "poemi del ritorno", in greco nòstoi (da νόστος, ritorno).

Lingua e stileModifica

La lingua dell'Odissea mescola forme appartenenti a diversi dialetti greci. Le forme attiche sono decisamente minoritarie e si possono probabilmente spiegare come modificazioni effettuate nella redazione di Pisistrato, le forme eoliche e ioniche, invece, sono entrambe molto presenti, anche se con una predominanza delle seconde. Il dialetto ionico è tradizionalmente la lingua dell'epica, quindi le molte proposte avanzate hanno tentato di spiegare soprattutto la consistente presenza dell'eolico: quella con più seguito accademico sostiene che le forme eoliche possano essere spiegate da ragioni quasi esclusivamente metriche e poetiche.

L'Odissea è ricca di formule, ovvero espressioni usate in sedi metriche fisse per esprimere un'idea essenziale, secondo la definizione di Milman Parry (gli esempi tipici potrebbero essere l'astuto Odisseo o Aurora dalle dita rosate). Queste formule, oltre ad essere poetiche, ci mostrano l'originaria natura orale dei poemi: sembra infatti che aiutassero gli aedi a comporre i loro canti improvvisandoli su richiesta dell'uditorio.

L'Odissea è anche stata vista come l'archetipo del romanzo, in quanto racconta dall'inizio alla fine la vicenda scelta, senza lasciarsi troppo distrarre, per così dire, da eventi secondari e non strettamente correlati alle avventure di Odisseo.

È da segnalare, infine, che la suddivisione in 24 libri non risale alla redazione di Pisistrato. Furono infatti i filologi alessandrini a suddividere i due poemi omerici in 24 capitoli e ad assegnare ad ogni capitolo una lettera dell'alfabeto greco (composto da 24 lettere, appunto) maiuscole per l'Iliade e minuscole per l'Odissea.

SuddivisioneModifica

L'Odissea si presenta attualmente in forma scritta, mentre in origine il poema era tramandato oralmente da abili ed esperti aedi e rapsodi. Questi ultimi recitavano i versi a memoria, mentre gli Aedi, nella narrazione, si servivano di un metro regolare chiamato "esametro dattilico" o "esametro epico". Ciascuno dei 12.110 esametri del testo originale è composto da 6 piedi; ciascun piede è alternativamente un dattilo, uno spondeo ad eccezione dell'ultimo che può anche essere un trocheo. È suddiviso in 24 libri, ognuno dei quali indicato con una lettera dell'alfabeto greco minuscolo, per un totale di 12.110 esametri.

All'interno dei 24 libri, possiamo distinguere 5 nuclei tematici principali:

  • Libro I - Libro IV

Si descrive la situazione determinatasi ad Itaca in assenza di Odisseo e si narra la cosiddetta Telemachìa, ovvero il viaggio del figlio di Odisseo, Telemaco, a Pilo, presso il re Nestore, e successivamente a Sparta, presso Menelao ed Elena, i quali alla fine si sono riconciliati. In questa sezione Odisseo non compare come personaggio.

  • Libro V - Libro VII

Occupati dalla "Feacide", che narra il naufragio di Odisseo nell'isola di Scheria, abitata appunto dai Feaci. La causa del naufragio è stato Poseidone, uno dei più accaniti antagonisti di Odisseo. Nella "Feacide", inoltre, non viene solo narrato il naufragio di Odisseo, ma anche la sua permanenza presso i Feaci e il loro re, Alcinoo.

  • Libro VIII - Libro XII

Occupati dai cosiddetti "Apologhi presso Alcinoo" (altrimenti detti μῦθοι, mŷthoi, racconti): nella notte del ventitreesimo giorno dall'inizio del poema, Odisseo narra ad Alcinoo e alla sua corte tutte le sue peripezie e le sue avventure per mare allo scopo di giungere in patria. Gli "Apologhi presso Alcinoo", quindi, costituiscono un'analessi, un salto indietro nel tempo in cui vengono narrati i fatti precedentemente accaduti.

  • Libro XIII - Libro XXIII

Accompagnato dai Feaci, impietositi dalla triste storia di Odisseo e dalle sue disavventure, il protagonista sbarca sulla costa della tanto agognata Itaca. Il poema, però, non è ancora finito. Infatti, inizia ora la sua seconda macrosequenza, che narra la vendetta sui proci da parte di Odisseo, che si è riconciliato con il figlio Telemaco nella tenda del fedele servo Eumeo. Dopo aver superato la "prova dell'arco", Odisseo si vendica dei proci e dei servi infedeli e torna a regnare su Itaca con la fedele moglie Penelope.

  • Libro XXIV

Ultimo libro, costituito da una sorta di "riepilogo" che fa un quadro generale della vicenda.

EdizioniModifica

L'edizione pisistratea non rappresentava un canone fisso. In seguito, infatti, essa convisse con successive edizioni scritte, redatte nelle città greche di Massalia (odierna Marsiglia), Creta, Cipro, Argo, Sinope e probabilmente altre ancora. Queste edizioni erano dette "politiche" (dal greco κατά πόλεις, katà póleis) nel senso di appartenenti alle poleis, alle città, ma sono oggi andate perdute.

Esisteva anche un'edizione pre-ellenistica di origine ignota, chiamata πολύστιχος (polýstichos, letteralmente "con molte linee"), e che presentava un maggior numero di versi rispetto alla versione pisistratea: gli studiosi tendono oggi a considerarla una versione "annacquata" da interventi operati da chi la tramandava oralmente.

Esistevano inoltre edizioni dette "personali", nel senso che appartenevano a uomini illustri, come Antimaco di Colofone o Euripide (l'omonimo figlio del famoso drammaturgo). Sembra che anche il filosofo Aristotele avesse un'edizione personale delle opere di Omero. Di tali versioni tuttavia si sa molto poco, né è possibile ipotizzare in cosa differissero dal testo oggi noto.

TraduzioniModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Traduzioni dell'Odissea.
 
Odissea, 1794

Una delle più note traduzioni in italiano dell'Odissea è quella di Ippolito Pindemonte, di stampo decisamente classicistico, mentre quella oggi più usata è di Rosa Calzecchi Onesti ed è uscita per la prima volta nel 1963. Questa traduzione, pur essendo comunque in poesia, è sicuramente più moderna e di più facile lettura. Ma c'è anche la pregevole traduzione (più moderna e semplice rispetto a quella della Calzecchi) di Aurelio Privitera. Inoltre c'è la traduzione di Emilio Villa, pubblicata una prima volta da Feltrinelli nel 1964 e ripubblicata nel 2004 da Derive Approdi. Da ricordare, inoltre, la traduzione in prosa di Maria Grazia Ciani per Marsilio Editori. Attualmente la traduzione più affidabile filologicamente (in versi, ma senza un metro fisso) è quella che Vincenzo di Benedetto ha realizzato per la BUR nel 2010. Consigliabile anche il commento ricchissimo di questa edizione.

ContenutiModifica

I temi dell'OdisseaModifica

Lo spazio è differente rispetto all'Iliade in quanto nell'Iliade è circoscritto alla città di Troia e dintorni, mentre nell'Odissea è ambientato nell'area mediterranea in luoghi reali e fantastici. Lo spazio domestico sede degli affetti famigliari è ben presente nell'Odissea a differenza dell'Iliade. Motivo conduttore del poema è il ritorno al quale è connesso quello del viaggio in cui sono inseriti elementi meravigliosi e fantastici: esseri prodigiosi, giganti cannibali e mostri, bacchette magiche, erbe miracolose, riti per evocare i morti. Questi aspetti appartengono al patrimonio delle credenze popolari e dei saperi magici delle antiche civiltà. Il finale eroico, cioè la vendetta di Odisseo sui Proci, riafferma, come nell'Iliade, la concezione di vita dell'aristocrazia guerriera. Gli dei invece sono presentati diversamente nei due poemi omerici. Gli dei dell'Odissea infatti sono meno capricciosi di quelli dell'Iliade e più consapevoli del loro ruolo di difensori della giustizia e dei valori posti alla base del vivere civile.[2]

La geografia dell'OdisseaModifica

L'Odissea si svolge principalmente nel Peloponneso, nelle isole ioniche e nel mediterraneo occidentale, ma identificare esattamente i luoghi visitati da Ulisse appare quasi impossibile, anche perché il testo offre in genere assai pochi spunti per identificare geograficamente i luoghi. Gli studiosi non sono nemmeno unanimemente concordi nell'identificare l'Itaca di Odisseo con la moderna Itaca, poiché le descrizioni geografiche e il numero di isole dell'arcipelago non corrispondono.

Tradizionalmente si identifica nella Sicilia la terra dei Ciclopi e dei Lestrigoni, in una delle isole Eolie l'isola in cui Ulisse incontrò il dio Eolo, e in Corfù la terra dei Feaci, Scheria. Secondo uno studioso tedesco, il professor Armin Wolf, i Feaci erano invece ubicati in Calabria, più precisamente nei pressi di Catanzaro.[3]

Successivamente sono stati proposti molti altri luoghi, la maggior parte di questi situati nell'area mediterranea, ma alcuni studiosi sono anche arrivati ad ipotizzare che Ulisse abbia raggiunto l'Oceano Atlantico, oltre i confini rappresentati dalle cosiddette colonne d'Ercole (lo stretto di Gibilterra), o addirittura che tutta la sua vicenda si sia svolta nel Mar Baltico (la cosiddetta "teoria dell'Omero nel Baltico", avanzata da Felice Vinci nel 1995, fa riferimento a somiglianze toponomastiche e geografiche tra i luoghi descritti da Omero e le terre del Nord Europa).

La società nell'OdisseaModifica

L'Odissea è lo specchio di una nuova epoca nella storia del mondo greco, un periodo di transizione dal regime monarchico, ormai privo di prestigio e potere, a quello oligarchico della polis, la città-stato in formazione. La presenza violenta ed invadente dei Proci segna il contrasto fra il potere assoluto del re e l'aristocrazia. D'altronde nella polis i nobili rivendicano il proprio ruolo politico-militare ed economico e mirano a limitare il potere del monarca. Questo poema omerico è anche testimonianza di una più stratificata e complessa struttura sociale rispetto a quella dell'Iliade: oltre agli aristocratici sono ricordati anche aedi (Femio e Demodoco), indovini (Tiresia), servi (la nutrice Euriclea e il fedele servo Eumeo), artigiani, mercanti, predoni. Il viaggio di Odisseo rappresenta inoltre la nuova epoca in cui i Greci si spingono in terre lontane e poco conosciute per avviare attività commerciali.[4]

La vicendaModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Trama dell'Odissea.

Il protagonista UlisseModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Odisseo.

Ulisse (o Odisseo, dal greco Ὀδυσσεύς, Odysseús), originario di Itaca, è uno degli eroi achei descritti e narrati da Omero nell'Iliade.

Al contrario di Achille, personaggio principale dell'Iliade, che agisce secondo istinti primordiali (l'Ira in particolare), Ulisse invece (uomo dal multiforme ingegno) ricorre sovente a stratagemmi e ai suoi molteplici talenti (idea il cavallo di Troia con l'aiuto della dea Atena, è in grado di costruirsi una zattera sull'isola di Calipso e si finge mendicante a Itaca per verificare chi gli sia fedele o no, ad esempio). Quindi, mentre Achille rappresenta l'uomo che eccelle per forza fisica, dominato dall'impulsività, Ulisse rappresenta l'uomo che eccelle in astuzia e intelligenza,che agisce consciamente, riuscendo tramite le sue abilità a dominare l'ambiente circostante.

L'opera canonica appartiene ai poemi Nostoi (Nόστοι, "ritorni"), i poemi greci del ciclo epico che descrivevano il ritorno degli eroi achei in patria dopo la distruzione di Troia. Questo ritorno si può anche descrivere in tre nuclei:

Telemachia (I-IV)Modifica

Telemaco, il figlio di Ulisse, era ancora un bambino quando suo padre partì per la Guerra di Troia. Al momento in cui la narrazione dell'Odissea ha inizio, dieci anni dopo che la guerra stessa è terminata, Telemaco è ormai un uomo di circa vent'anni; condivide la casa paterna con la madre Penelope e, suo malgrado, con un gruppo di nobili locali arroganti, i proci, che intendono convincere Penelope ad accettare il fatto che la scomparsa del marito è ormai definitiva e che, di conseguenza, lei dovrebbe scegliere tra loro un nuovo marito; la donna ha promesso che lo farà solo quando avrà finito di tessere un sudario per il suocero Laerte; Penelope ogni notte disfa la tela tessuta durante il giorno.

La dea Atena, protettrice di Ulisse, in un momento in cui il dio del mare Poseidone, suo nemico giurato, si è allontanato dall'Olimpo, discute del destino dell'eroe con il re degli dei, Zeus. Quindi, assunte le sembianze di uno straniero di nome Mentore, va da Telemaco e lo esorta a partire al più presto alla ricerca di notizie del padre. Telemaco gli offre ospitalità e insieme assistono alle gozzoviglie serali dei proci, mentre il cantastorie Femio recita per loro un poema. Penelope si lamenta del testo scelto da Femio, ovvero il "Ritorno da Troia"[5], perché le ricorda il marito scomparso, ma Telemaco si oppone alle sue lamentele.

Il mattino seguente Telemaco convoca un'assemblea dei cittadini di Itaca e chiede loro di fornirgli una nave ed un equipaggio. Sciolta l'assemblea senza aver ottenuto nulla, Telemaco è raggiunto da Mentore che gli promette la nave e i compagni. Così, all'insaputa della madre, fa vela verso la casa di Nestore, il più venerabile dei guerrieri greci che avevano partecipato alla guerra di Troia e che aveva fatto ritorno nella sua Pilo. Da qui Telemaco, accompagnato dal figlio di Nestore, Pisistrato, si dirige via terra verso Sparta, dove incontra Menelao ed Elena che si sono alla fine riconciliati. Gli raccontano che erano riusciti a fare ritorno in Grecia dopo un lungo viaggio durante il quale erano passati anche per l'Egitto: lì, sull'isola incantata di Faro, Menelao aveva incontrato il vecchio dio del mare Proteo che gli aveva detto che Odisseo era prigioniero della misteriosa Ninfa Calipso. Telemaco viene così a conoscenza anche del destino del fratello di Menelao, Agamennone, re di Micene e capo dei greci sotto le mura di Troia, che era stato assassinato dopo il suo ritorno a casa da sua moglie Clitemnestra con la complicità dell'amante Egisto.

Arrivo di Odisseo a Scheria e racconto del suo viaggio (V-XII)Modifica

Intanto Odisseo, dopo svariate peripezie che dobbiamo ancora apprendere, ha trascorso appunto gli ultimi sette anni prigioniero sulla lontana isola Ogigia dove viveva la bellissima ninfa Calipso. Quest'ultima si innamorò perdutamente di Odisseo. Il messaggero degli dei Ermes la convince però a lasciarlo andare, e Odisseo si costruisce a questo scopo una zattera. La zattera, dato che il dio del mare Poseidone gli è nemico, fa inevitabilmente naufragio, ma egli riesce a salvarsi a nuoto toccando alla fine terra a Scheria sulla cui riva, nudo ed esausto, cade addormentato. Il mattino dopo, svegliatosi udendo delle risa di ragazze, vede la giovane Nausicaa che era andata sulla spiaggia spinta da Atena a giocare a palla con le sue ancelle. Odisseo le chiede così aiuto, ed ella lo esorta a chiedere l'ospitalità dei suoi genitori Arete e Alcinoo, re dei Feaci. Questi lo accolgono amichevolmente senza nemmeno, dapprima, chiedergli chi egli sia. Resta parecchi giorni con Alcìnoo, partecipa ad alcune gare atletiche ed ascolta il cieco cantore Demodoco esibirsi nella narrazione di due antichi poemi.

Il primo narra di un altrimenti poco noto episodio della guerra di Troia, "La lite tra Odisseo ed Achille"; il secondo è il divertente racconto della storia d'amore tra due dèi dell'Olimpo, Ares e Afrodite. Alla fine Odisseo chiede a Demodoco di continuare ad occuparsi della guerra di Troia, e questi racconta dello stratagemma del Cavallo di Troia, episodio nel quale Odisseo aveva svolto la parte dell'indiscusso protagonista. Incapace di dominare le emozioni suscitate dall'aver rivissuto quei momenti, Odisseo finisce per rivelare la sua identità, ed inizia a narrare l'incredibile storia del suo ritorno da Troia.

Dopo aver saccheggiato la città di Ismara, nella terra dei Ciconi, lui e le dodici navi della sua flotta persero la rotta a causa di una tempesta che si abbatté su di loro. Approdarono nella terra dei lotofagi e finirono per essere catturati dal ciclope Polifemo figlio di Poseidone, riuscendo a fuggire, dopo aver subito sei gravi perdite, con lo stratagemma di accecargli l'unico occhio e uscire dalla sua grotta appendendosi al ventre delle sue pecore. Questo scatenò però la rabbia di Poseidone. Sostarono per un periodo alla reggia del signore dei venti Eolo, che diede ad Odisseo un otre di pelle che racchiudeva quasi tutti i venti, un dono che avrebbe garantito loro un rapido e sicuro ritorno a casa. I marinai, però, aprirono sconsideratamente l'otre mentre Odisseo dormiva: i venti uscirono insieme dall'otre, scatenando una tempesta che ricacciò le navi indietro da dove erano venute.

 
Odisseo nella grotta di Polifemo Jakob Jordaens secolo XVI Museo Puskin Mosca

Pregarono Eolo di aiutarli nuovamente, ma egli rifiutò di farlo. Rimessisi in mare finirono per approdare sulla terra dei mostruosi cannibali Lestrigoni: solo la nave di Odisseo riuscì a sfuggire al terribile destino. Nuovamente salpati, giunsero all'isola della maga Circe, che con le sue pozioni magiche trasformò in maiali molti dei marinai di Odisseo. Il dio Ermes venne quindi in soccorso di Odisseo e gli donò un'erba magica, utile come antidoto contro l'effetto delle pozioni di Circe. In questo modo egli costrinse la maga a liberare i suoi compagni dall'incantesimo. Ulisse diventò poi l'amante di Circe, tanto che restò con lei sull'isola per un anno. Alla fine, i suoi uomini riuscirono a convincerlo del fatto che era giunto il momento di ripartire.

Grazie anche alle indicazioni di Circe, Odisseo e la sua ciurma attraversarono il Mar Mediterraneo e raggiunsero una baia situata all'estremo limite occidentale del mondo conosciuto, nella terra dei Cimmeri. Lì, dopo aver celebrato un sacrificio in loro onore, Odisseo invocò le ombre dei morti, allo scopo di interrogare lo spettro dell'antico indovino Tiresia sul suo futuro. Incontrò poi lo spettro di sua madre, che era morta di crepacuore durante la sua lunga assenza, ricevendo così per la prima volta notizie di quanto succedeva nella sua casa, messa in serio pericolo dall'avidità dei proci. Incontrò poi molti altri spiriti di uomini e donne illustri e famosi, tra i quali il fantasma di Agamennone (che lo mise al corrente del suo assassinio), quello di Aiace Telamonio (che si rifiutò di parlargli) e quello di Achille (che gli domandò notizie di suo figlio Neottolemo e del suo vecchio padre Peleo).

Quando tornarono all'isola di Circe questa, prima della loro nuova partenza, li mise in guardia sui pericoli che li attendevano nelle rimanenti tappe del loro viaggio. Riuscirono a fiancheggiare indenni gli scogli delle Sirene e passare in mezzo alla trappola rappresentata da Scilla, mostro dalle innumerevoli teste, e dal terribile gorgo Cariddi, approdando sull'isola Trinacria. Qui i compagni di Odisseo, ignorando gli avvertimenti ricevuti da Tiresia e Circe, catturarono e uccisero per cibarsene alcuni capi della sacra mandria del dio del sole Helios. Questo sacrilegio fu duramente punito dal Dio, che, con l'aiuto di Poseidone, colpì Odisseo e i suoi compagni con un naufragio nel quale tutti, tranne Odisseo stesso, finirono annegati. L'eroe fu spinto dai flutti sulle rive dell'isola di Calipso, che lo costrinse a restare con lei come suo amante per sette anni.

L'arrivo a Itaca e la sconfitta amara dei Proci (XIII-XXIV)Modifica

 
Ulisse e le sirene (Museo nazionale del Bardo, Tunisi)

Dopo aver ascoltato con grande interesse e curiosità la sua lunga storia, i Feaci, che sono un popolo di abili navigatori, decidono di aiutare Odisseo a tornare a casa: nottetempo, mentre è profondamente addormentato, lo portano ad Itaca approdando in un luogo nascosto. Al suo risveglio la dea Atena lo trasforma in un vecchio mendicante. In questi panni si incammina verso la capanna di Eumeo, guardiano dei porci, che gli è rimasto fedele anche dopo così tanti anni. Il porcaro lo fa accomodare e gli dà da mangiare. Dopo aver cenato insieme, racconta ai suoi contadini e braccianti una falsa storia della propria vita. Dice loro di essere nativo di Creta e di aver guidato un gruppo di suoi conterranei a combattere a Troia al fianco degli altri Greci, di aver quindi trascorso sette anni alla corte del re dell'Egitto e di essere alla fine naufragato sulle coste tesprote e da lì venuto ad Itaca.

Intanto Telemaco fa vela da Sparta verso casa e riesce a scampare ad un'imboscata tesagli dai Proci. Dopo essere sbarcato sulla costa di Itaca, va anche lui alla capanna di Eumeo. Finalmente il padre e il figlio si incontrano: Odisseo si rivela a Telemaco (ma non ancora ad Eumeo) e insieme decidono di uccidere i Proci. Dopo che Telemaco è tornato a palazzo per primo, Odisseo, accompagnato da Eumeo, fa ritorno nella sua casa ma continua a restare travestito da mendicante. In questo modo osserva il comportamento violento e tracotante dei Proci e studia il piano per ucciderli. Incontra per primo il suo cane Argo che lo riconosce e dopo un ultimo sussulto di gioia muore felice per aver rivisto il padrone, incontra poi anche sua moglie Penelope, che non lo riconosce; egli cerca di capire le sue intenzioni raccontando anche a lei di essere cretese e che un giorno sulla sua isola aveva incontrato Odisseo. Incalzato dalle ansiose domande di Penelope, dice anche che di recente in Tesprozia ha avuto notizia delle sue più recenti avventure.

La vecchia nutrice Euriclea capisce la vera identità di Odisseo quando egli si spoglia per fare un bagno, mostrando una cicatrice sopra il ginocchio che si era procurato durante una battuta di caccia, ed egli la costringe a giurare di mantenere il segreto. Il giorno dopo, su suggerimento di Atena, Penelope spinge i Proci a organizzare una gara per conquistare la sua mano: si tratterà di una competizione di abilità nel tiro con l'arco e i Proci dovranno servirsi dell'arco di Odisseo, che nessuno a parte lui stesso è mai riuscito a tendere. Nessuno dei pretendenti riesce a superare la prova e a quel punto, tra l'ilarità generale, quello che è creduto un vecchio mendicante chiede di partecipare a sua volta: Odisseo naturalmente riesce a tendere l'arma e a vincere la gara, lasciando tutti stupefatti. Prima che si riprendano dalla sorpresa rivolge quindi l'arco contro i Proci e, con l'aiuto di Telemaco, li uccide tutti. Odisseo e il figlio decidono poi di far giustiziare dodici delle ancelle della casa che erano state amanti dei Proci e uccidono il capraio Melanzio che era stato loro complice. Adesso Odisseo può finalmente rivelarsi a Penelope: la donna esita e non riesce a credere alle sue parole, ma si convince dopo che il marito le descrive alla perfezione il letto che lui stesso aveva costruito in occasione del loro matrimonio.

 
Odisseo e Tiresia nel regno dei morti - Vaso greco del IV secolo a.C.

Il giorno dopo, insieme a Telemaco, va ad incontrare suo padre Laerte nella sua fattoria, ma anche il vecchio accetta la rivelazione della sua identità solo dopo che Odisseo gli ha descritto il frutteto che un tempo Laerte stesso gli aveva donato. Gli abitanti di Itaca hanno seguito Odisseo con l'intenzione di vendicare le uccisioni dei Proci loro figli: quello che sembra essere il capo della folla fa notare a tutti che Odisseo è stato la causa della morte di due intere generazioni di uomini a Itaca, prima i marinai e coloro che l'avevano seguito in guerra dei quali nessuno è sopravvissuto, poi i Proci che ha ucciso con le sue mani. La dea Atena però interviene nella disputa e convince tutti a desistere dai propositi di vendetta.

Influenze culturaliModifica

Influenze dei miti mediorientaliModifica

Alcuni studiosi ritengono di poter rintracciare nell'Odissea forti influenze da parte di temi tipici della mitologia mediorientale. Martin West ha evidenziato sostanziali parallelismi tra l'Epopea di Gilgamesh e il poema omerico.[6]

Sia Odisseo che Gilgamesh compiono un viaggio fino ai confini della terra e discendono da vivi nel mondo dei morti. Nel corso della sua discesa agli inferi Odisseo segue i consigli e le indicazioni dategli da Circe, una semidea figlia del dio del sole Elio, la cui isola Eea si trova ai limiti del mondo conosciuto e per la quale si può fare una chiara associazione con il sole. Come Odisseo, Gilgamesh trova il modo di raggiungere il mondo dei morti grazie ad un aiuto divino: nel suo caso quello della dea Siduri che, come Circe, vive in mare nei pressi dei confini del mondo. Anche la sua casa è in relazione con il sole: Gilgamesh la raggiunge attraversando una galleria che passa sotto al monte Mashu, l'alta montagna dietro la quale il sole sorge per poi innalzarsi nel cielo.

West ne deduce quindi che le somiglianze dei viaggi di Odisseo e Gilgamesh ai confini della terra siano il risultato dell'influenza avuta dall'epopea di Gilgamesh sulla composizione dell'Odissea.

Opere ispirate all'OdisseaModifica

L'Odissea nella cinematografiaModifica

NoteModifica

  1. ^ Stesura scritta promossa da Pisistrato
  2. ^ Beatrice Panebianco, Irene Scaravelli, op. cit., pag. 100-101.
  3. ^ Ulisse sbarcò in Calabria, Archiviolastampa.it, 24 agosto 1988. URL consultato l'8 agosto 2011.
  4. ^ "Il Medioevo ellenico e l'Odissea", Testi e immaginazione, Epica, di Beatrice Panebianco e Irene Scaravelli, Zanichelli, 2014, pag. 104-105.
  5. ^ Questo particolare racconto un tempo esisteva sotto forma scritta, ed era chiamato i "Nostoi", ma è andato perduto.
  6. ^ West, Martin. The East Face of Helicon: West Asiatic Elements in Greek Poetry and Myth. (Il volto orientale dell'Elicona: elementi mediorientali nella poesia e nei miti greci)(Oxford 1997) 402-417.
  7. ^ Odissea su Rai
  8. ^ Lorenza Miretti, "Mafarka il Futurista. Epos e avanguardia", Gedit, 2005

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

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