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Diomede

re di Argo nella mitologia greca, figlio di Tideo e Deipile
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Diomede
Diomedes Glyptothek Munich 304 n2.jpg
Diomede, copia romana da un'originale greca attribuita a Cresila (circa 440-430 a.C.), Gliptoteca (Monaco di Baviera)
SagaCiclo Troiano
Nome orig.Διομήδης
Lingua orig.Greco antico
EpitetoTidide (patronimico - da Tideo)
AutoreOmero
SessoMaschio
Luogo di nascitaArgo
ProfessioneRe di Argo
Condottiero

Diomede (in greco antico: Διομήδης, Diomēdēs) è un personaggio della mitologia greca. Figlio di Tideo e di Deipile, fu uno dei principali eroi achei della guerra degli Epigoni e della Guerra di Troia. Oltre all'importanza come guerriero, Diomede assume un ruolo rilevante come diffusore della civiltà, specie nell'Adriatico.

Re di Argo, partecipò alla guerra di Troia dalla parte di Agamennone e degli Achei, durante la quale si distinse molto presto in battaglia. Guerriero valorosissimo, assume un ruolo centrale all'interno dell'Iliade di Omero, specialmente nel V canto, a lui dedicato interamente, che, probabilmente, si rifaceva ad un poema epico preesistene[1] che aveva la figura di Diomede come protagonista. Dopo Achille e Aiace Telamonio, fu il più valoroso eroe dell'esercito acheo.

La figura di Diomede, uomo insigne per intelligenza e coraggio, è stata ripresa da numerosi autori antichi, posteriori a Omero, come Virgilio, che lo inserirà nel suo poema epico, l'Eneide e come Quinto Smirneo nei Posthomerica.

MitoModifica

OriginiModifica

 
La statua è in marmo bianco purissimo e rappresenta Diomede. Diomede è presentato qui con poca barba sulle sole guance, appena percettibile al tatto. Ha capelli ricci, corti. Il suo sguardo guarda lontano, nell'infinito forse. Quest'espressione enigmatica, ma allo stesso tempo pensosa riflette le sue imprese. In quest'opera sta rubando il Palladio, che però non si è conservato con l'opera. Sul suo busto si può scorgere anche una veste tipica dei Greci, ma anche dei senatori romani. Infatti l'opera è una copia romana del II o III secolo dopo Cristo ed è stata copiata dall'originale greco, che era naturalmente in bronzo, del V secolo prima di Cristo. Attualmente il busto è collocato all'interno della collezione del cardinale Richelieu esposta nel Museo del Louvre dal 1801. È collocata nel Museo nel 'Dipartimento di antichità greca, etrusca e romana', al piano terra, stanza 10.

La stirpe di Diomede regnava su Calidone, ma il nonno Oineo fu poi spodestato da un usurpatore. Diomede così nacque in esilio, ad Argo, detta l'inclita. Rimase orfano sotto le mura di Tebe, città posta sotto assedio per riportare sul suo trono il legittimo regnante.

Diomede passò la giovinezza ad allenarsi nell'arte della guerra insieme ai sei figli degli altri comandanti morti a Tebe, nel desiderio di vendicare la morte del padre, di ridare il trono a suo nonno e di far trionfare così la giustizia. Una volta adulti, Diomede e i suoi compagni furono i sette Epigoni: indissero la seconda guerra contro Tebe e la vinsero. Durante la guerra però morì il Re di Argo.

Dopo aver combattuto sotto le mura di Tebe, Diomede volle anche ridare il trono a suo nonno Oineo. S'infiltrò silenziosamente a Calidone e, assieme ad Alcmeone, uccise quattro figli di Agrio, usurpatori del trono. Tersite e Onchesto sfuggirono alla strage e si rifugiarono nel Peloponneso. Agrio stesso, espulso dal regno, si tolse la vita. Diomede offrì poi il regno ad Andremone, marito di Gorga.

Ora, quando Elena, la figlia di Zeus e Leda, raggiunse l'età da marito, la sua bellezza attirò al palazzo del suo patrigno Tindaro re e principi di tutta la Grecia che pretesero la sua mano, in cambio di ricchi doni. Giovane e bello, Diomede, insieme ad altri principi della Grecia, si presentò al palazzo di Tindaro per chiedere Elena in moglie.

Ad Argo Diomede si sposò con Egialea, la figlia ormai orfana del re, e diventò così sovrano della città. Avrebbe voluto governare in pace e dedicarsi alle gioie familiari ma ben presto dovette partire per la guerra di Troia.

Guerra di TroiaModifica

(GRC)

«ἔνθ᾽ αὖ Τυδεΐδῃ Διομήδεϊ Παλλὰς Ἀθήνη
δῶκε μένος καὶ θάρσος, ἵν᾽ ἔκδηλος μετὰ πᾶσιν
Ἀργείοισι γένοιτο ἰδὲ κλέος ἐσθλὸν ἄροιτο·
δαῖέ οἱ ἐκ κόρυθός τε καὶ ἀσπίδος ἀκάματον πῦρ
ἀστέρ᾽ ὀπωρινῷ ἐναλίγκιον, ὅς τε μάλιστα
λαμπρὸν παμφαίνῃσι λελουμένος ὠκεανοῖο·
»

(IT)

«E allora Pallade Atena diede energia e coraggio al Tidide Diomede poiché voleva che si distinguesse tra tutti gli Argivi e acquistasse una grande fama. Gli accendeva sull'elmo e sullo scudo un balenio incessante, tanto che pareva di vedere l'astro della tarda estate, quando più luccica in tutto il suo splendore, dopo i lavacri nelle acque dell'Oceano.»

(Omero, Iliade, V, vv. 1-6 (traduzione di Riccardo Guiffrey).)
 
Ulisse e Diomede nell'atto di impadronirsi del Palladio, Calcedonio, 1500-50 ca.

Diomede partì alla volta di Troia con 80 navi da guerra[2] e arrivò addirittura a scendere in campo contro Ettore, Enea e gli dei stessi: ferì Afrodite, accorsa per aiutare il figlio, e l’amante di lei, Ares, dio della guerra. Diomede era protetto dalla dea Atena. Omero afferma che, durante le battaglie, Diomede era simile ad un torrente in piena, che tutto travolge. Come è raccontato nell'Iliade, in particolare nei libri V e VI, Diomede compì molte gesta eroiche, uccidendo diversi guerrieri, tra cui i fratelli Xanto e Toone, l'arciere Pandaro, Dreso e il giovane possidente Assilo insieme all'auriga Calesio.

Lo scontro con EneaModifica

 
Diomede ed Enea di Wenceslaus Hollar

Fu eroe valoroso e spesso supportato da Atena. Atena diede a Diomede l'ispirazione di realizzare un massacro di nemici sul campo: simile all'astro della canicola, sotto le sue armi si accese un fuoco. Lo affrontarono allora due guerrieri, che combattevano su un carro, figli di Darete, sacerdote di Efesto a Troia, i quali gli corsero incontro: uno di questi, Fegeo, cercò di colpirlo con la sua lancia, ma lo mancò. L'eroe scagliò a sua volta l'asta contro di lui e colse il nemico in pieno petto, facendolo precipitare morto dal cocchio.

Diomede, nella battaglia che seguì al duello fra Paride e Menelao, uccise Pandaro, che combatteva sul carro da guerra in compagnia di Enea. Quest'ultimo lasciò incustodito il carro (che verrà poi portato al campo greco da Stenelo, fedele compagno d'armi e auriga di Diomede) per difendere il corpo dell'amico dagli assalti greci.

«Balzò a terra Enea, con la lunga lancia e lo scudo, temendo che gli Achei gli strappassero il morto. Gli si mise accanto come un leone che della sua forza si fida; teneva davanti a sé la lancia e lo scudo rotondo, pronto a uccidere chiunque gli venisse di fronte, e gridava in modo terribile.»

(Omero, Iliade, Canto V, vv. 299-302)

Affrontò dunque Enea, che rimase ferito a causa di un masso scagliato dal greco. L'eroe troiano venne salvato dalla madre che lo avvolse nel suo velo. Diomede, non temendo l'ira della dea, la ferì ad una mano costringendola alla fuga. Ares corse in aiuto di Afrodite, che riuscì in tal modo a fuggire col suo carro sull'Olimpo insieme a Iris. Il corpo di Enea venne ricoverato nel tempio di Apollo e curato da Artemide e Latona. Al suo posto combatté sul campo un fantasma con le sue sembianze. Apollo, allora, apostrofò Diomede con queste parole: “Tu, mortale, non tentare il confronto con gli dei!”. Diomede si scontrò quindi con Ares e lo ferì al ventre: il dio dovette uscire dalla battaglia e rifugiarsi sull'Olimpo dove verrà curato dal medico degli dei, Panèon.[3].

Diomede e GlaucoModifica

 
Il combattimento di Diomede, Jacques-Louis David, 1776

«"Sei dunque un ospite antico per me da parte di padre; il divino Oineo accolse un tempo il nobile Bellerofonte nella sua reggia e lo trattenne per venti giorni; si scambiarono l’un l’altro doni ospitali, bellissimi; Oineo offrì una cintura di porpora, splendida, Bellerofonte una coppa d’oro a due manici: l’ho lasciata nella mia casa quando sono partito. Non ricordo Tideo perché ero ancora bambino quando mi lasciò per andare a Tebe dove l’esercito acheo fu distrutto. Io sono dunque per te ospite e amico in Argolide e tu in Licia, se mai io vi giunga. Non incrociamo le lance tra noi, anche se siamo in battaglia; sono molti i Troiani e gli illustri alleati che io posso uccidere se un dio me li manda davanti o se li raggiungo io stesso; e molti sono gli Achei che tu puoi abbattere. Scambiamoci invece le armi perché sappiano anche costoro che siamo ospiti per tradizione antica e questo è il nostro vanto." Dopo aver così parlato balzarono entrambi dai carri, si strinsero la mano, si giurarono fede. Ma Zeus figlio di Crono tolse il senno a Glauco che scambiò le sue armi d’oro con quelle di bronzo del figlio di Tideo: il valore di cento buoi contro quello di nove[4]

(Omero, Iliade, Canto VI, vv. 215-236)

Diomede non era però solo furia e impeto: egli diede nel pieno della lotta un'altissima prova di lealtà e di spirito cavalleresco: fu poco prima di intraprendere il duello con Glauco, il nobile di Licia, che si batteva a fianco dei Troiani. È questo uno degli episodi più toccanti dell'Iliade: dopo aver chiesto al nemico il suo nome, Diomede si rese conto che l'uomo che aveva di fronte era legato da un antico vincolo di amicizia e di ospitalità con la propria famiglia. Gettò allora la spada a terra e i due nemici, anziché scontrarsi, si strinsero la mano e si scambiarono le armi, secondo consuetudine. Glauco, preso dall'entusiasmo del gesto e noncurante del loro valore, scambiò le sue armi d'oro con armi di bronzo, pari al valore di cento buoi per nove buoi[4].

Diomede e UlisseModifica

 
Ulisse e Diomede sottraggono il Palladio. Oinochoe apula da Reggio Calabria (360-350 a.C.). Museo del Louvre

Assecondò spesso Ulisse, quando si trattò di condurre trattative delicate (sia presso Agamennone che presso Achille), e con lui compì varie imprese pericolose, tra le quali il furto del Palladio (la statua da cui dipendevano le sorti di Troia), e l'incursione notturna nell'accampamento del giovane re tracio Reso, che Diomede colpì con la spada mentre dormiva. Narra Omero che il sonno di Reso, famoso russatore, fu quella notte più rumoroso che mai, essendogli apparso in sogno il suo assassino.

Dopo la caduta di TroiaModifica

 
Sacrificio di Ifigenia: la figlia di Agamennone viene portata di peso da Ulisse e Diomede al sacerdote Calcante, pronto a sacrificarla ad Artemide, il cui simulacro è a sinistra sulla colonna. Agamennone, completamente avvolto nel suo mantello, impotente di cambiare il volere degli dei, è racchiuso nel suo dolore. Intanto ecco arrivare dall'alto Artemide che salverà Ifigenia sostituendola con una cerva. Mosaico del I secolo, oggi al Museo Archeologico di Napoli

Dopo che Troia fu conquistata, Diomede viaggiò per tornare ad Argo, con una veloce navigazione favorita da Afrodite, desiderosa di accelerare il ritorno dell'eroe in patria, dove aveva intenzione di vendicarsi dell'offesa subita durante la guerra[5].

Secondo una variante del mito, invece, una tempesta suscitata da Afrodite, sempre per vendicare l'offesa subita, spinse Diomede sulle coste della Licia: qui fu sul punto di essere sacrificato ad Ares dal re Lico, che voleva vendicare la morte di Sarpedonte caduto a Troia, ma poté salvarsi per l'intervento di Calliroe, figlia del re, che lo aiutò a ripartire. Secondo alcune fonti Diomede sarebbe poi sbarcato per errore ad Atene, e qui avrebbe perso il Palladio, finito nelle mani di Demofonte.

Arrivato ad Argo, Diomede ebbe un'amara sorpresa: né sua moglie Egialea, né i suoi sudditi lo ricordavano più, in quanto Afrodite aveva cancellato il ricordo di Diomede dalla loro memoria. Secondo una variante del mito, Egialea, ispirata dalla dea, tradì Diomede con Comete, il giovane figlio di Stenelo, e gli tese molti agguati.

Viaggio di Diomede, eroe della civilizzazioneModifica

 
Luoghi legati al mito di Diomede e ritrovamenti micenei

Diomede decise di abbandonare la città, imbarcandosi per l'Italia insieme ai suoi compagni: Acmone, Lico, Idas, Ressenore, Nitteo, Abante[6]. Dopo aver errato a lungo nel mare Adriatico si fermò in più porti insegnando alle popolazioni locali la navigazione e l'addomesticamento ed allevamento del cavallo. La diffusione della navigazione forse aveva l'intento di ottenere il perdono dalla dea nata dalla spuma del mare e considerata divinità della buona navigazione (Afrodite euplea). In ogni caso si realizza così una straordinaria trasformazione: da campione della guerra Diomede diventa l'eroe del mare e della diffusione della civiltà greca. Era infatti venerato come benefattore ad Ankón (Ancona), città nella quale è nota la presenza di un suo tempio[7], a Pola, a Capo San Niccolò (in Dalmazia) [8], a Vasto, a Lucera e all'estremo limite dell'Adriatico: alle foci del Timavo[9]. In questi luoghi il culto di Diomede si era sovrapposto a quello del Signore degli Animali, un'antichissima divinità dei boschi.

La caratteristica di civilizzatore viene rafforzata dalla fondazione di molte città italiane, tra cui Vasto (Histonium), Andria, Brindisi, Benevento, Argiripa (Arpi) presso l'attuale Foggia, Siponto[10] presso l'attuale Manfredonia, Canusio (Canosa di Puglia), Equo Tutico (Ariano Irpino), Drione (San Severo), Venafrum (Venafro) e infine Venusìa (Venosa). La fondazione di quest'ultima città, come lo stesso toponimo (da Venus) ricorda, coincide con il perdono ottenuto da Afrodite, in seguito al quale si stabilì in Italia meridionale e si sposò con la figlia del Re del popolo dei Dauni: Evippe.

Stretto fu il rapporto tra l'eroe e la Daunia. Il primo contatto con questa terra si ebbe con l'approdo alle isole che da lui avrebbero preso il nome di Insulae Diomedee (le isole Tremiti). Sbarcò quindi nell'odierna zona di Rodi, sul Gargano alla ricerca di un terreno più fecondo e si spostò a sud dove incontrò i Dauni, che prendevano il nome dal loro re eponimo, Dauno, figlio di Licaone e fratello di Enotro, Peucezio e Japige[11].

 
Diomede in una scultura di Bertoldo, nel cortile di Michelozzo del Palazzo Medici Riccardi

Diomede si guadagnò le simpatie di Dauno il re che "pauper aquae agrestium regnavit populorum" e dopo avergli prestato valido aiuto nella guerra contro i Messapi, per il suo alto valore militare - victor Gargani - ebbe in sposa la figlia Evippe (secondo alcuni si chiamava Drionna, secondo altri Ecania) ed in dote parte della Puglia - "dotalia arva"-, i cosiddetti campi diomedei, "in divisione regni quam cum Dauno". Fu allora che fondò Siponto, detta così dal nome greco sipius, a motivo delle seppie sbalzate sulla riva da onde gigantesche[12]. Virgilio nell'Eneide ci racconta che i Latini e i Rutuli, bisognosi di alleati per scacciare Enea dalla loro terra, chiedono aiuto a Diomede, ricordando i trascorsi tra i due eroi. Diomede, però sorprende gli ambasciatori a lui pervenuti, rifiutando di combattere il suo antico nemico ed anzi invocando la pace tra i popoli[13]. Secondo il poema latino, Diomede non è genero di Dauno, che è invece padre di Turno, il re dei Rutuli.

MorteModifica

 
Scultura di Diomede con il Palladio nella Gliptoteca di Monaco di Baviera

Strabone elenca quattro diverse leggende sulla vita dell'eroe in Italia. Una afferma che nella città di Yria, Diomede stava facendo un canale verso il mare quando fu chiamato a casa ad Argo. Lasciò la Daunia e andò a casa dove morì. Il secondo mito afferma il contrario, che rimase a Yria fino alla fine della sua vita. La terza tradizione afferma che scomparve sull'isola disabitata di Diomedea (chiamata così in suo onore e identificata in San Domino, una delle Tremiti o Diomedee), dove secondo la leggenda vivono i suoi compagni trasformati da Afrodite in grandi uccelli marini, le diomedee, il che implica una sorta di deificazione. La quarta racconto viene dagli Heneti, che sostengono che Diomede rimase nel loro paese e alla fine ebbe un'apoteosi misteriosa.

 
La scena del film di Federico Fellini nella quale un cardinale racconta a Marcello Mastroianni della leggenda sulla morte dell'eroe

Una tradizione identifica in una spiaggia dell'isola di San Nicola il luogo della sua sepoltura[14]. Nel film di Fellini , un cardinale racconta questa storia all'attore Marcello Mastroianni.

ImmortalitàModifica

 
Statua di Diomede e Atena a Berlino

«La dea dai capelli d'oro e dagli occhi grigi fece di Diomede un dio immortale»

(Pindaro, Nemea X)

Secondo il racconto omerico, Diomede ricevette da Atena l'immortalità, che non aveva dato a suo padre. Per raggiungere l'immortalità, uno scolio di Nemea X dice che Diomede sposò Ermione, l'unica figlia di Menelao ed Elena, e vive con i Dioscuri come un dio immortale godendosi anche gli onori di Metaponto e Turi.

Era adorato come un essere divino sotto vari nomi in Italia, dove statue di lui esistevano ad Argi, Metaponto, Turi e in altri luoghi. C'era un tempio consacrato a Diomede chiamato "Timavo" nell'Adriatico. Ci sono tracce anche in Grecia anche del culto di Diomede.

Le prime due tradizioni elencate da Strabone non danno alcuna indicazione sulla divinità se non più tardi attraverso un culto eroe, e le altre due dichiarano fortemente l'immortalità di Diomede come più di un semplice eroe di culto.

Diomede nella Commedia di Dante AlighieriModifica

 
Particolare di una miniatura della Divina Commedia in cui Dante e Virgilio incontrano Ulisse e Diomede tra i cattivi consiglieri, Priamo della Quercia (XV secolo)

«Rispuose a me: "Là dentro si martira Ulisse e Dïomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l'ira; e dentro da la lor fiamma si geme l'agguato del caval che fé la porta onde uscì de' Romani il gentil seme. Piangevisi entro l'arte per che, morta, Deïdamìa ancor si duol d'Achille, e del Palladio pena vi si porta".»

(Dante, Inferno - Canto ventiseiesimo, vv. 55-63)

Dante Alighieri (Inferno - Canto ventiseiesimo) colloca Diomede nell'VIII bolgia dell'VIII cerchio, quella dei consiglieri fraudolenti, che in vita agirono con inganno e di nascosto e quindi la loro pena nell'inferno sarà quella di essere celati dalle fiamme alla vista altrui. Egli infatti si trova avvolto in una fiamma a due capi insieme ad Ulisse, poiché proprio con lui andò nottetempo a rubare il Palladio, la statua di Atena protettrice della città di Troia.

Vittime di DiomedeModifica

  1. Fegeo - Figlio di Darete (libro V, 17-19)
  2. Astinoo - (libro V, 144-147)
  3. Ipeirone - (libro V, 144-147)
  4. Abante - Figlio di Euridamante (libro V, 148-151)
  5. Paliido - Figlio di Euridamante (libro V, 148-151)
  6. Xanto - Figlio di Fenope (libro V, 152-158)
  7. Toone - Figlio di Fenope (libro V, 152-158)
  8. Cromio - Figlio di Priamo (libro V, 159-165)
  9. Echemmone - Figlio di Priamo (libro V, 159-165)
  10. Pandaro - Figlio di Licaone, abile arciere (libro V, 290-296)
  11. Assilo - Figlio di Teutra, proveniente da Arisbe (libro VI, 12-19)
  12. Calesio - Auriga e scudiero di Assilo (libro VI, 17-19)
  13. Eniopeo - Figlio di Tebeo (libro VIII, 118-123)
  14. Dolone - Araldo troiano, figlio di Eumede (libro X, 455-459)
  15. Reso - Re dei Traci, figlio di Eioneo (libro X, 482-497)
  16. Adrasto - Re di Adrastea, figlio di Merope l'indovino (libro XI, 328-334)
  17. Anfio - Re di Pitiea, fratello del precedente (libro XI, 328-334)
  18. Timbreo - Re asiatico (libro XI)
  19. Agastrofo - Eroe, figlio di Peone (libro XI)
  20. Agelao - Figlio di Fradmone (libro VIII)

Diomede uccise 20 dei 362 nemici caduti contro i Greci[15], cui vanno aggiunti i 12 guerrieri traci agli ordini di Reso colpiti nel sonno insieme al loro signore[16]; quindi in totale 33.

NoteModifica

  1. ^ e oggi andato perduto
  2. ^ un gran numero
  3. ^ Libro V, 792-845.
  4. ^ a b Questo paragone del valore rispetto al bestiame ci fa capire come non fosse presente un sistema di commercio basato sulla moneta, ma fosse in vigore il baratto. Libro VI, 119-236.
  5. ^ Augusto M. Funari, Le colonne d'Ercole. 20 piccole canzoni di sogni e di miti del mondo, Augusto Funari, 2007, p. 44.
  6. ^ I nomi dei compagni di Diomede ci sono noti grazie ad Ovidio, che li elenca nel XIV libro delle Metamorfosi; vedi David Ansell Slater, Lactantius, Lactantius Placidus, Towards a Text of the Metamorphosis of Ovid, Clarendon Press, 1927 (pagina 162)
  7. ^ Scilace, Periplo 16 f.
  8. ^ Detto anticamente promunturium Diomedis; in lingua croata è chiamato Kap Planka.
  9. ^ Dette anticamente Caput Adriae.
  10. ^ A tal proposito nel libro VI della Geografia di Strabone, il geografo storico fine conoscitore del territorio dauno, viene anche affermato che Siponto "a Diomede greco conditum".
  11. ^ Francesco Palestini, Studi sulle origini e sulla protostoria..., Youcanprint, 26 feb 2016. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  12. ^ Secondo Dionisio Petavio la fondazione di Siponto risale al 1182 a.C. - più di quattro secoli prima della fondazione di Roma. Il calcolo cronologico della fondazione di Siponto, desunto dall'opera del citato autore, comunque oscilla tra il 1184 e il 1182 a.C..
  13. ^ Virgilio, Eneide, 11° libro.
  14. ^ Questo mito è ripreso nel romanzo storico Le paludi di Hesperia dell'archeologo Valerio Massimo Manfredi.
  15. ^ Igino, Fabulae, 114.
  16. ^ Omero, Iliade, libro X, 482-495.

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