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BiografiaModifica

Il ventennio fascistaModifica

Iscritto alla Facoltà di legge dell'Università di Bologna, partecipò alla Prima guerra mondiale (fu uno dei "Ragazzi del '99"). Nel 1920 si iscrisse ai Fasci di combattimento. Il 21 novembre di quell'anno, partecipò agli scontri che culminarono con la strage di Palazzo d'Accursio[1].

Laureato in giurisprudenza, iniziò la carriera giornalistica nell'organo della Federazione Fascista di Bologna (L'Assalto) prima come redattore e poi come direttore. Fedelissimo di Mussolini, sin dal 1925 fu invitato a collaborare a Il Popolo d'Italia, quotidiano fondato dallo stesso capo del fascismo. Nell'ottobre 1926 Pini fu nominato caporedattore de Il Resto del Carlino, il principale quotidiano di Bologna, per poi assumerne la direzione dal 1928 al 1930[2]. Inviso ai molti gerarchi bolognesi per la sua rapida ascesa, dopo soli due anni fu estromesso dal Carlino (3 marzo 1930)[3]. Mussolini allora dispose il suo trasferimento a Genova, dove Pini fu direttore di due quotidiani genovesi: il «Giornale di Genova» e il «Corriere Mercantile» (il primo usciva di mattina, il secondo nel pomeriggio)[4].

Nel settembre 1936 fu chiamato alla direzione del «Gazzettino di Venezia», posizione che lasciò dopo appena tre mesi perché Mussolini in persona lo volle a Milano alla guida della redazione del «Popolo d’Italia» (dicembre 1936). Negli anni successivi Pini riuscì a potenziare la tiratura quasi triplicandola[5]. Il giornalista bolognese ebbe il vantaggio di tenere contatti quotidiani con il capo del governo, che era solito telefonargli ogni sera. Mussolini riservò questo privilegio al solo Pini tra i giornalisti italiani[6]. Lavorò al Popolo d'Italia fino al 25 luglio 1943 (tranne sei mesi nel 1941, durante i quali fece l'inviato di guerra in Libia)[6], quando il giornale cessò le pubblicazioni.

La Repubblica SocialeModifica

Fedelissimo del Duce, Pini aderì alla Repubblica Sociale Italiana e diresse nuovamente Il Resto del Carlino, di cui fu anche redattore capo e responsabile amministrativo. Con la sua direzione il quotidiano assunse la connotazione di bollettino nazifascista[3], teso evidenziare i successi militari della Germania nazista. A mano a mano che gli Alleati conquistavano posizioni risalendo la penisola, il giornale si concentrò su quanto avveniva lontano dall'Italia, sul fronte europeo orientale.

Nell'ottobre 1944 Mussolini gli diede l'incarico di Sottosegretario al Ministero dell'Interno nel governo repubblicano, da lui voluto per il cambiamento dei vertici del partito: in questa veste, Pini fu assiduo sostenitore della rimozione da ministro di Guido Buffarini Guidi. Conclusosi il secondo conflitto mondiale fu preso prigioniero e custodito per breve tempo nel carcere di Bologna. Il 22 maggio 1945 Giovanni, il figlio diciottenne che si era recato presso il carcere in visita, scomparve[7] al ritorno presso Castiglione delle Stiviere[8], assassinato da un gruppo di partigiani.

Il secondo dopoguerraModifica

Il 26 dicembre 1946 Pini fu uno dei fondatori del Movimento Sociale Italiano. Fu uno dei principali esponenti della corrente di "sinistra nazionale" del MSI e poi uno dei fondatori e animatori nel 1952 del Raggruppamento Sociale Repubblicano e dal 1957 del Partito Nazionale del Lavoro.

Proseguì anche l'attività pubblicistica in modo piuttosto intenso: nel 1950 diede alle stampe Filo diretto con Palazzo Venezia, diario in cui registrò tutti gli incontri avuti con Mussolini nel periodo in cui lavorava al Popolo. Dal 1953 inizia la sua collaborazione con la testata Pensiero Nazionale; nel 1955, con Duilio Susmel, scrisse il saggio Mussolini, l'Uomo e l'opera.

Occorre infine citare i libri pubblicati dalla vedova del duce, Rachele Mussolini, di cui fu autore non accreditato[9].

Morì a 88 anni, divenendo così uno dei più longevi gerarchi del regime fascista.

OpereModifica

I, Dal Socialismo al Fascismo. 1883-1919, Firenze, La Fenice, 1953.
II, Dal Fascismo alla dittatura. 1919-1925, Firenze, La Fenice, 1954.
III, Dalla dittatura all'impero. 1925-1938, Firenze, La Fenice, 1955.
IV, Dall'Impero alla Repubblica. 1938-194, Firenze, La Fenice, 1955.

NoteModifica

  1. ^ Nazario Sauro Onofri, La strage di Palazzo d'Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese, Milano, Feltrinelli, 1980.
  2. ^ Solo dopo l'assunzione della direzione del Carlino Pini lasciò L'Assalto.
  3. ^ a b Giorgio Pini, direttore del Resto del Carlino l'11 Ottobre 1944, su montesole.eu. URL consultato l'8 ottobre 2016.
  4. ^ 30 Marzo 1987 – In ricordo di Giorgio Pini, su atuttadestra.net. URL consultato il 9 marzo 2015.
  5. ^ Giorgio Pini, su web.tiscali.it. URL consultato il 9 marzo 2015.
  6. ^ a b Alberto Malfitano, Giornalismo fascista. Giorgio Pini alla guida del «Popolo d'Italia».
  7. ^ da Salo' al socialismo un " ponte " per salvarsi
  8. ^ Repubblica Sociale, a cura dell'Istituto Storico della RSI, Edizioni Ritter, pag. 311.
  9. ^ Sergio Luzzatto, Il corpo del duce, Torino, Einaudi, 1998.

BibliografiaModifica

  • Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Bologna, Moderna, 1972.
  • Alberto Malfitano, Giornalismo fascista. Giorgio Pini alla guida del Popolo d'Italia, in Italia contemporanea, nº 199, giugno 1995, pp. 270-295.
  • Elisabetta Cassina Wolff, L'inchiostro dei vinti: stampa e ideologia neofascista, 1945-1953, Milano, Mursia, 2012, ISBN 978-88-425-4558-3.

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Controllo di autoritàVIAF (EN22388557 · ISNI (EN0000 0001 0773 2931 · LCCN (ENn2012037588 · BNF (FRcb14586470z (data) · BAV ADV11277326