Giuseppe Pasolini

politico italiano (1815-1876)
Giuseppe Pasolini
Giuseppe Pasolini foto.jpg

Presidente del Senato del Regno
Durata mandato 3 dicembre 1874 –
3 ottobre 1876
Predecessore Luigi des Ambrois de Nevache
Successore Sebastiano Tecchio

Ministro degli affari esteri del Regno d'Italia
Durata mandato 8 dicembre 1862 –
24 marzo 1863
Monarca Vittorio Emanuele II di Savoia
Presidente Luigi Carlo Farini
Predecessore Giacomo Durando
Successore Emilio Visconti Venosta
Giuseppe Desiderio Pasolini dall'Onda, II conte dall'Onda
Conte dall'Onda
Stemma
In carica 1839 –
1876
Predecessore Pietro Desiderio Pasolini dall'Onda, I conte dall'Onda
Successore Pietro Desiderio Pasolini dall'Onda, III conte dall'Onda
Trattamento Sua Eccellenza
Altri titoli Patrizio di Ravenna
Nascita Ravenna, 7 febbraio 1815
Morte Ravenna, 4 dicembre 1876
Dinastia Pasolini dall'Onda
Padre Pietro Desiderio Pasolini dall'Onda, I conte dall'Onda
Madre Amalia Santacroce
Consorte Antonietta Bassi
Religione cattolicesimo

Il Conte Giuseppe Francesco Leonardo Apollinare Pasolini Dall'Onda (Ravenna, 7 febbraio 1815Ravenna, 4 dicembre 1876) è stato un politico italiano. Fu Presidente del Senato del Regno d'Italia. Nel 1848 fu Ministro del Commercio, Belle Arti e Agricoltura nel primo governo con componente laica (il Pasolini) dello Stato Pontificio, retto dal Cardinale Giuseppe Bofondi. Era padre di Pier Desiderio Pasolini, anch'egli senatore[1].

BiografiaModifica

Nato a Ravenna l'8 febbraio 1815, figlio del conte Pier Desiderio Pasolini dall'Onda e della contessa Amalia Santacroce.

Giuseppe nacque alla fine del periodo napoleonico, ma già suo nonno Giuseppe (1733-1814) aveva coinvolto la famiglia nell'impresa di Bonaparte, anche grazie all'appoggio del cognato Antonio Codronchi, vescovo di Imola gradito a Napoleone. Il padre, all'epoca della sua nascita, era podestà di Ravenna. La madre, Amalia, morì quando Giuseppe aveva tre anni ed egli si formò quindi in prevalenza grazie al padre che risentì sempre di una certa nostalgia per il clima bonapartista.

Costretto ad abbandonare il collegio dei gesuiti di Reggio Emilia per motivi di salute, nel 1829, rientrò a Ravenna. Proseguì studi più orientati all'agronomia sotto la guida del barone svizzero Elie Victor Benjamin Crud (Losanna, 1772 - Ginevra, 1845). Contemporaneamente coltivò le aspirazioni politiche del padre sostenendo il suo impegno militante durante i moti del 1830-31. Intraprese un grand tour in Italia, toccando la Toscana, Roma e Napoli, dove ebbe modo, tra il 1834 ed il 1835, di formarsi con l'esperto mineralogico Leopoldo Pilla e con lo zoologo Arcangelo Scacchi. A Firenze conobbe il marchese Gino Capponi ed il conte Luigi Guglielmo Cambray-Digny, di cui divenne amico. Dall'aprile del 1836 andò prima a Parigi, dove prese parte ad alcune sedute della camera dei deputati, ed in particolare a quella che discusse il caso del fallito attentato di Louis Alibaud contro re Luigi Filippo. Passò poi a Londra e in Belgio dove visitò la piana di Waterloo dove Nappo Leone era stato sconfitto. In Svizzera fu a Berna e Ginevra, scalando diverse cime e ghiacciai alpini, facendo poi tappa a Torino (dove conobbe e divenne amico di Alfonso La Marmora, allora giovane ufficiale d'artiglieria) e Mantova. Rientrato in patria, uno dei suoi primi incarichi pubblici fu quello di rendere omaggio per conto del comune di Ravenna al cardinale Luigi Amat di San Filippo e Sorso che nel novembre del 1837 era stato nominato dal pontefice nuovo legato per quella provincia.

Il coinvolgimento di Giuseppe Pasolini in politica sembrava ormai segnato e la sua posizione fu ulteriormente consolidata quando il 22 ottobre 1843 sposò Antonietta Bassi, nipote di Gabrio Casati, dalla quale ebbe quattro figli. Dopo un breve viaggio a Parigi, la coppia si stabilì a Imola, nella villa dei Codronchi, stringendo rapporti di amicizia con l'allora vescovo della città, Giovanni Maria Mastai Ferretti.

Il ruolo nel governo dello Stato PontificioModifica

Quando il Mastai Ferretti divenne papa Pio IX, si ricordò dell'amico ravennate e lo convocò a Roma nominandolo, dall'agosto del 1847, dapprima membro della Consulta di Stato in rappresentanza della città di Ravenna e poi, dal febbraio del 1848, lo nominò nel gruppo di ministri laici che per la prima volta in quell'anno di rivoluzioni costituì un governo pontificio. Gli fu affidato il ministero del commercio, dell'agricoltura, dell'industria e delle belle arti. Su sua raccomandazione, entrò nel governo anche l'amico Marco Minghetti, ma entrambi si dimisero nel 1848 quando il papa ritirò il proprio appoggio militare ai rivoluzionari. Minghetti riparò in Piemonte presso Carlo Alberto di Savoia ma Pasolini rimase a Roma, consigliato dall'amico Diomede Pantaleoni, e fu vicepresidente dell'Alto Consiglio. Ebbe modo di dirigere la politica locale favorendo l'ascesa di Pellegrino Rossi, noto giurista ed ex ambasciatore in Francia dal passato murattiano. Quando Rossi fu assassinato il 15 novembre 1848, Pasolini si rifiutò di sostituirlo per frizioni con Pio IX che non era intenzionato a riprendere la guerra a favore dei rivoluzionari ma anzi si rifugiò a Gaeta. Per fedeltà al pontefice, ad ogni modo, lasciò Roma alla proclamazione della Repubblica Romana nel 1849 e riparò in Toscana dove, a Pisa, fu raggiunto dal suocero Paolo Bassi. Decise a quel punto di stabilirsi a Firenze dove acquistò la villa di Fonte all'Erta e la relativa tenuta. Ripresi i contatti col Minghetti, Giuseppe Pasolini rimase a Firenze sino al 1855 quando Pio IX decise di convocarlo nuovamente a Roma nel tentativo di vincere le diffidenze che avevano portato il conte ravennate ad allontanarsi dal governo della città.

La seconda guerra d'indipendenzaModifica

Alla fine del 1857, venne nominato gonfaloniere di Ravenna, ma nel contempo iniziò ad avvicinarsi sempre più alla figura di Camillo Benso, conte di Cavour, che a suo tempo aveva conosciuto a Torino tramite il La Marmora e a lasciarsi tentare dalla soluzione prevista dai Savoia per l'Italia. Nel 1859, dunque, appoggiò la seconda guerra d'indipendenza, ma rifiutò categoricamente la dittatura di Parma e Piacenza offertagli per un periodo limitato dall'amico Luigi Carlo Farini. Rivolse il suo impegno a favorire il commercio di cui a suo tempo era stato ministro, contribuendo all'abolizione delle dogane interne agli stati col processo di unificazione e propugnò la costruzione di una ferrovia che collegasse le Romagne e la Toscana al Piemonte.

Senatore e ministro del Regno d'ItaliaModifica

Nel marzo 1860, Vittorio Emanuele II lo nominò senatore e nell'autunno di quello stesso anno venne nominato governatore provvisorio della città di Milano, sostituendo Massimo d'Azeglio. Nel 1862 e nel 1863 venne nominato prefetto a Torino e nel 1866 fu primo commissario regio a Venezia. Gli venne proposto di formare un nuovo governo come primo ministro alla caduta di Urbano Rattazzi, ma preferì rimanere in disparte, aderendo invece al governo Farini come ministro degli esteri dal dicembre del 1862 al marzo del 1863. Durante questo delicato periodo, si preoccupò di stabilire dei trattati commerciali con la Francia di Napoleone III e con l'Inghilterra di John Russell, I conte di Russell, suoi amici personali.

In senato si dichiarò favorevole allo spostamento della capitale da Torino a Firenze, ma dopo tale atto decise di ritirarsi dalla vita pubblica.

Gli ultimi anniModifica

Negli ultimi anni, dopo la morte prima del figlio Enea nel 1869 e poi della moglie nel 1873, si dedicò ampiamente allo studio delle sacre scritture. Dopo aver trascorso l'autunno del 1874 a Varese dove il figlio Pier Desiderio aveva sposato Maria Ponti, figlia della dinastia di ricchi industriali, tornò a Ravenna dove nel 1876 si sposò anche la figlia Angelica col conte Giuseppe Rasponi dalle Teste. Su pressioni del nuovo sovrano Umberto I e del cugino Giovanni Codronchi, segretario generale del ministero dell'Interno, Pasolini accettò la presidenza del senato del Regno d'Italia, rimanendo in carica dal 6 marzo 1876 sino all'ascesa della Sinistra storica.

Andò un'ultima volta a Londra nell'estate del 1876 e nell'autunno a Sanremo per registrare l'atto di morte della principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, ex duchessa d'Aosta ed ex regina di Spagna, prendendo poi parte alle sue esequie presso la Basilica di Superga a Torino. Al ritorno da questo viaggio, morì a Ravenna il 4 dicembre 1876.

Matrimonio e figliModifica

Giuseppe Pasolini sposò a Milano, il 22 ottobre 1843, Antonietta Bassi figlia del conte Paolo e di sua moglie, la contessa Elisabetta Cavazzi della Somaglia. La coppia ebbe i seguenti figli:

  • Pier Desiderio (1844-1920), III conte dall'Onda, sposò Maria Ponti
  • Enea (1846-1869), ufficiale d'esercito, morì celibe
  • Amalia (1847-1848)
  • Angelica (1854-?), sposò il conte Giuseppe Rasponi delle Teste

OnorificenzeModifica

  Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia

Albero genealogicoModifica

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Pietro Desiderio Pasolini Girolamo Pasolini  
 
Costanza Gomez  
Giuseppe Pasolini  
Anna Cecilia Abbati  
 
 
Pietro Desiderio Pasolini dell'Onda, I conte dell'Onda  
Innocenzo Codronchi  
 
 
Teresa Codronchi  
Giulia Stivivi  
 
 
Giuseppe Pasolini dall'Onda, II conte dall'Onda  
 
 
 
Francesco Santacroce, conte  
 
 
 
Amalia Santacroce  
 
 
 
 
 
 
 
 

NoteModifica

  1. ^ Scheda senatore Pasolini Giuseppe, su notes9.senato.it.

BibliografiaModifica

  • M. Minghetti, Miei ricordi, voll. I-III, Torino 1888-1890
  • F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari 1951, pp. 124, 181, 220, 328, 376
  • A. Moscati, Giuseppe Pasolini, in I Ministri del Regno d’Italia, vol.II, Napoli 1957, pp. 6–26
  • A. Torre, Giuseppe Pasolini nel Risorgimento fino all'annessione delle Romagne, in Il Risorgimento e Carlo Luigi Farini. Rassegna trimestrale di studi, vol. II (1960), 3, pp. 68–76
  • N. Pasolini dall'Onda, Documenti relativi ad un ministero mai formato (dicembre 1862), in Rassegna storica del Risorgimento, LIII (1966), 3, pp. 469–477
  • R. P. Coppini, L'opera politica di Cambray-Digny, sindaco di Firenze e ministro delle finanze, Roma 1975, pp. 140 e seguenti
  • A. Appari, Giuseppe Pasolini, in Il Parlamento italiano 1861-1988, III, Milano 1988, pp. 345 e seguenti

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