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Marcello Petacci

Marcello Cesare Augusto Petacci (Roma, 1º maggio 1910Dongo, 28 aprile 1945) fratello dell'attrice Maria Petacci e di Clara Petacci, amante del dittatore Benito Mussolini dal 1932 alla loro morte.

BiografiaModifica

Figlio di Giuseppina Persichetti (1888-1962) e del medico Francesco Saverio Petacci (1883-1970), Marcello si laureò in medicina a 22 anni nel 1932, era assistente del'illustre chirurgo Mario Donati a Milano e in seguito era diventato anche ufficiale della Regia Marina[1].

Con la fine della Guerra civile spagnola nel 1939 incominciò ad avere legami con alti funzionari del nuovo regime franchista.

Dal 1940 fu un oppositore del capo della Polizia Carmine Senise e tentò di destituirlo[2]. Nel 1942 divenne direttore di un ospedale a Venezia e comprò una villa a Merano. Venne quindi criticato dai gerarchi per il suo comportamento da affarista: sia Galeazzo Ciano che Francesco Maria Barracu inviarono in proposito molte lettere riservate al Duce. Nel 1943 provò a trasportare oro dalla Spagna nascosto in scatole di tonno e sardine[3].

Dal 25 luglio all'8 settembre 1943 finì in carcere per la sua vicinanza a Benito Mussolini. In seguito chiese a Mussolini stesso che la sua fedeltà fosse premiata e che fosse risarcito dei giorni in carcere.

La fuga in Svizzera e il ritorno in ItaliaModifica

 
Marcello Petacci negli anni '30.

La notte del 19 aprile 1945 accompagnato dalla moglie Zita Ritossa e dai due bambini pagò la somma di un milione di lire a dei contrabbandieri (usando dei passaporti falsi rilasciati dal Consolato di Spagna a Milano a nome dei coniugi Molano) per provare ad entrare in Svizzera da Angra nel luinese[4] o da Lanzo d'Intelvi in Canton Ticino. Il gruppo venne ospitato dalla famiglia ebrea dei Rosemberg; i quattro vennero però quasi subito scoperti dalla polizia svizzera e internati in un campo a Bellinzona; nonostante la contrarietà delle autorità di polizia riguardo alla loro sicurezza[5], per le sue abilità da chirurgo li lasciarono tornare a Milano dalla sorella Clara.

Rientrò quindi in Italia con la famiglia il 23 aprile 1945 dal valico pedonale di Palone nel comune di Dumenza vicino Luino[6].

Il 25 aprile si recò dal console spagnolo di Milano Don Fernando Canthal per avere il suo permesso ad un'importante missione per conto di Mussolini: il console accettò ed entrambi si recarono in Prefettura dove si trovava Mussolini. Questi gli affidò una lettera per l’ambasciatore inglese Norton che si trova a Berna: nella lettera c'era scritto che si offriva la resa della Repubblica Sociale Italiana agli inglesi; in cambio gli inglesi non avrebbe dovuto far cadere il fascismo, ma usarlo come alleato contro i comunisti[7].

La morteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Morte di Benito Mussolini.

Il 27 aprile 1945 Marcello Petacci viaggiava con la famiglia a bordo di un Alfa Romeo 6C 2500 Superleggera con la bandiera spagnola, aveva un falso passaporto diplomatico spagnolo e - dichiarandosi estraneo al convoglio in cui era Mussolini nascosto coi gerarchi - si spacciava per il diplomatico spagnolo; da Lampredi venne scambiato inizialmente per Vittorio Mussolini, ma poi, dopo aver raggiunto con la sua auto l'ingresso del municipio di Dongo, il partigiano Urbano Lazzaro "Bill" smascherò la sua vera identità[1].

Venne decisa la sua fucilazione con un'esecuzione separata sul lungolago di Dongo il 28 aprile dopo gli altri gerarchi; Marcello Petacci cercò di scappare gettandosi nel lago ma venne crivellato di colpi di mitra[8]. Il suo cadavere, assieme a quello degli altri sedici fucilati, venne portato a Milano dove alle tre del mattino del 29 aprile venne esposto a piazzale Loreto[9].

Verso le ore 15 del 29 aprile per ordine del comando Militare Americano le 19 salme furono portate con un camion nell'obitorio obitorio municipale di Via Ronzo n. 1; poi la salma del Petacci venne portata al Cimitero Maggiore e tumulata come sconosciuta al campo 16, dove si trovavano già quelle di Mussolini e di Starace. Il 17 agosto 1945 il suo cadavere venne riconosciuto; nel 1951 venne fatta una ricognizione della tomba con nome fittizio "Mario Contarini", ma non corrispondeva alle caratteristiche del Petacci[1]. Nel 1957 la sua salma e quella di Clara furono tumulate nella tomba di famiglia al Cimitero del Verano a Roma.

La convivente Zita Ritossa (morta nel 1987) e i figli Ferdinando e Benvenuto sarebbero stati tenuti sotto custodia di Luigi Longo dal 28 aprile al 2 maggio (periodo in cui lei venne ripetutamente seviziata)[senza fonte]. Il 2 maggio fu concesso dal Corpo volontari della libertà un lasciapassare per raggiungere la famiglia a Milano.[10]

NoteModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica