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Nuovo Pignone
StatoItalia Italia
Fondazione1842 a Firenze
Fondata daPasquale Benini
Sede principaleFirenze
GruppoBaker Hughes
Lampione storico del Nuovo Pignone in piazza della Libertà a Firenze

La Fonderia di ferro di seconda fusione, in seguito Fonderia del Pignone, poi Officine Meccaniche del Pignone, successivamente Nuovo Pignone, è una delle maggiori realtà industriali di Firenze. Si occupa attualmente della realizzazione di compressori alternativi, turbine a gas, compressori centrifughi ecc, per la movimentazione di idrocarburi e gas. È controllata dal gruppo Baker Hughes.

StoriaModifica

FondazioneModifica

Negli anni '40 del XIX secolo Pasquale Benini, imprenditore di Lastra a Signa, ai primi sentori di crisi nell'industria dei cappelli di paglia, causata dalla concorrenza cinese, pensò di diversificare le sue attività investendo nell'industria metallurgica.

Fondò così nel 1842 la sua officina nel rione del Pignone, appena fuori dall'antica cinta muraria e ben servita da un porticciolo fluviale cui attraccavano le barche provenienti principalmente dal porto di Livorno. Inizialmente fu costituita come Fonderia di ghisa con la denominazione Società Anonima Fonderia del Pignone (per poi passare ai primi del '900 all'attività meccanica con la produzione di compressori alternativi).

I tecnici Friedrich Schenk e Giovanni Niccoli condussero esperimenti di metallurgia, e fin dai primi anni la fonderia si distinse per la produzione di arredi urbani, anche artistici, guadagnando una buona fama. A Firenze e molte altre città italiane è facile incontrare lampioni, tombini, fontane dove in un angolo si può ancora leggere "Fonderia del Pignone". Vale anche per tutte le decorazioni in ferro e in bronzo del Palazzo Postale di Città del Messico.

SviluppoModifica

Nel 1848, dall'altra parte dell'Arno, fu costruita la Stazione Leopolda, che pur perdendo presto il servizio passeggeri rimase terminal merci, contribuendo così alla crescita dell'azienda.

Nel 1856 l'annessa officina meccanica realizzò, sotto la guida dell'ingegnere Pietro Benini, il primo motore a scoppio seguendo il progetto di Eugenio Barsanti e Felice Matteucci, sviluppando negli anni seguenti prototipi a uno e due pistoni adatti per impiego fisso al posto di motori a vapore.

La fabbrica si sviluppava sempre più, cominciando ad avere centinaia di operai; alla fine del XIX secolo fu avviata anche una produzione di armi. La prima guerra mondiale diede un grande impulso allo sviluppo dell'azienda, tanto che nel 1917 si trasferì nella zona di Rifredi per poter usufruire degli ampi spazi disponibili (fino agli anni settanta rimarrà praticamente in aperta campagna).

RicostruzioneModifica

Durante la seconda guerra mondiale il Pignone fu coinvolto nella produzione bellica, ma questa volta fu anche pesantemente colpito dai bombardamenti alleati tanto da uscire quasi completamente distrutto dagli eventi bellici. Gli operai riuscirono a salvare qualche macchinario e un poco di materiali dalle distruzioni e dalle razzie, per poter riprendere quanto prima la produzione.

Nel 1946 l'azienda fu acquistata dalla SNIA con l'intenzione di riconvertirla alla produzione di telai tessili, ma la produzione non decollò mai anche per la concorrenza internazionale, tant'è che nel 1953 ne fu prospettata la chiusura.

L'ipotesi di chiusura del Pignone, a parte gli ovvi aspetti occupazionali, sollevò una mobilitazione popolare in quanto tale fabbrica era "'la'" fabbrica di Firenze, assieme (ma forse più) alla Galileo, e la popolazione la sentiva oramai come componente fondamentale della città, al pari dei suoi monumenti.

Giorgio La Pira, storico sindaco, intervenne presso Enrico Mattei, presidente del neonato ENI e riuscì a convincerlo ad acquistare l'azienda, salvandola in extremis.

Non è dato sapere quali furono le reali motivazioni che spinsero Mattei ad accettare, ma dopo una iniziale attività di produzione di bombole di gas il Nuovo Pignone fu coinvolto nell'impiantistica del settore petrolifero, acquistando ben presto un ruolo di eccellenza internazionale nel settore dei compressori e delle turbine, grazie anche alle brillanti idee del giovane ingegnere Pier Luigi Ferrara.

Nel gennaio 1954 l'ENI rilevò quindi la società (appartenente al Gruppo Snia Viscosa) che aveva cessato l'attività da alcuni mesi e ne cambiò la denominazione in Nuovo Pignone - Industrie Meccaniche e Fonderia Spa. Il grande intuito dell'ing. Mattei portò a rinnovare le strutture, orientando la produzione principalmente verso macchinari e apparecchiature per l'industria del petrolio, della petrolchimica, della raffineria e del gas naturale. Dopo le prime forniture alle aziende del Gruppo ENI, la società iniziò ad ottenere importanti commesse da clienti terzi. Agli stabilimenti di Firenze e Massa, rilevati dal "Pignone" si aggiunsero quelli di Talamona (SO) nel 1961, di Vibo Valentia (VV) nel 1962, di Porto Recanati (MC) nel 1963, di Schio (VI) nel 1968, e di Bari e Roma nel 1972. Nel 1986 la società è stata quotata in borsa previo collocamento fra il pubblico del 18% del cap. soc. (21.6 milioni di azioni a 4,250 lire). Con effetto 30 dicembre 1987 il Nuovo Pignone ha incorporato la società Confezioni Monti d'Abruzzo Spa acquisita nel 1987 per usufruire di alcuni benefici fiscali connessi alle perdite registrate dall'incorporata. Il Nuovo Pignone (con oltre 5000 dipendenti) dispose in Italia di sette stabilimenti di produzione con sede e Direzione Generale a Firenze, dove sorse lo stabilimento più importante (dove vennero prodotti compressori alternativi, centrifughi e assiali, turbine a gas e vapore).

Negli anni pur con qualche crisi l'azienda crebbe, specializzandosi nella realizzazione di impianti nei più remoti luoghi, mantenendo comunque sempre una bassa, ma costante redditività.

Situazione attualeModifica

Nel 1993 nell'ambito della privatizzazione della controllante ENI il Nuovo Pignone fu venduto alla General Electric (il caso fu seguito da Pier Luigi Ferrara), pur tra numerose polemiche (anche di natura interna all'ENI). Alcuni timori erano motivati dal fatto che General Electric avesse accettato l'affare solo per impadronirsi e smembrare il suo maggior concorrente. In realtà in seno ad alcuni vertici dell'ENI v'era principalmente la contrarietà a voler "svendere" uno dei pochi asset strategici per la società energetica (uno dei pochi tra l'altro in attivo in un momento in cui le tragiche perdite della chimica stavano quasi per compromettere la stessa sopravvivenza dell'ENI).

S'esplica bene questo concetto in alcune toccanti lettere (riservate e personali) inviate dall'allora Presidente di Nuovo Pignone Franco Ciatti all'ex-amministratore delegato dell'ENI Franco Bernabè. Scrive ad esempio Ciatti in una polemica missiva dell'11 novembre 1992:

«Faccio seguito alle mie lettere del 16 e 25 sull'argomento della privatizzazione della Nuovo Pignone ed al ns. successivo colloquio nel corso del quale chiese la mia disponibilità per fornire all'IMI, a fronte del mandato affidatogli dall'ENI, ogni informazione necessaria... General Electric opera in europa attraverso la società EGT costituita insieme ad Alstom (Francia) e GEC (UK). La sovrapposizione di prodotti nel campo delle turbine a gas fino a 25 MW della Ruston/GEC porterebbe alla eliminazione di questa produzione, che rappresenta l'unico caso in Italia di sviluppo originale di turbine a gas. Si toglierebbe cioè a Nuovo Pignone la produzione di quelle turbine a gas per le quali recentemente è stata data licenza alla tedesca Siemens. Anche la tecnologia dei compressori sarebbe esportata in UK, dove non c'è alcun costruttore originale; General Electric ha ripetutamente manifestato questo desiderio negli anni scorsi. Privato delle principali tecnologie originali, Nuovo Pignone sarebbe ridotto ad una officina al servizio di EGT. Il Polo Elettronico sarebbe dismesso o asservito a programmi di Alstom... è interesse di questo gruppo (GEC) eliminare un concorrente ed appropriarsi del know-how, riservando strategicamente a sé stesso lo sviluppo tecnologico... risulta pertanto confermata quale soluzione più valida e praticabile quella di realizzare la privatizzazione della società mediante il ricorso alla Borsa. Avendo come traguardo il 51% anche da Lei indicato ... trattasi del collocamento sul mercato del 33% di azioni di proprietà dell'ENI (essendo il flottante dichiarato pari al 18%) una quota delle quali dovrebbe essere riservata a dipendenti della società. Il Consorzio garante del collocamento delle azioni dovrebbe costituirsi intorno ad un nucleo di Banche a preminente interesse regionale già a Lei note ... vale la pena di ricordare che dal 1985, a valori attualizzati, la Nuovo Pignone è stata in grado di generare un reddito complessivo superiore a 350 miliardi di Lire...»

A fronte di una profittabilità pluriennale e di un portafoglio ordini valutato 5.000 miliardi di lire, il Nuovo Pignone, in consorzio con Snam-Progetti, conclude un accordo da 3.400 miliardi lire per la fornitura di materiali ed apparecchiature al neocostituito ente pubblico russo Gazprom. L'accordo aveva una durata di 13 anni, al termine dei quali prevedeva a favore di Snam un diritto di opzione per l'acquisto di gas naturale.[1] La dirigenza esprime la propria solidarietà a Ciatti per per "salvaguardare l'integrità e la reputazione internazionale conquistata in quarant'anni di attività", rispetto ad un "percorso di privatizzazione di cui non sono chiare le motivazioni industriali, né tantomeno le modalità di attuazione".[2]

Mentre i lavoratori occupano lo stabilimento di Firenze, GE presenta un piano industriale che riserva a loro e ai dirigenti del Nuovo Pignone una quota minima pari al 5% del capitale sociale.[3], lasciando sul mercato una 10% del flottante azionario. Un pool di banche nazionali italiane era in trattativa con quattro colossi energetici stranieri interessati all'acquisto del Nuovo Pignone: Gec-Alshtom, Abb-Atlas, Dress-Ingersoll Rand e la General Electric.[1]

Successivamente, Nuovo Pignone diventa la capofila della divisione Oil & Gas della GE Energy (caso unico per General Electric di capofila non basata in USA); ha moltiplicato per un fattore di circa 8 il fatturato e detiene una quota rilevante del mercato mondiale delle turbine a gas e a vapore, compressori centrifughi e alternativi, oltre ad altri apparati relativi allo spostamento e impiego di petrolio e gas, operando con successo sia nella progettazione e costruzione dei macchinari che nella manutenzione di impianti.

Al 2017, GE stava valutando se dismettere la propria quota in Baker Huges General Electric.[4] Il 4 luglio 2019 viene inaugurata una nuova linea produttiva allo stabilimento Baker Hughes GE di Talamona.[5]

Nel 2019 General Electric cede le sue quote al gruppo Baker Hughes[6][7].

NoteModifica

  1. ^ a b Antonio Parlato, Interrogazione parlamentare a risposta scritta n. 4/21229, su dati.camera.it. URL consultato il 22 agosto 2019 (archiviato il 22 agosto 2019).
  2. ^ Nuovo Pignone: dirigenti solidali con Ciatti, su Adnkronos.com, Roma, 10 marzo 1993. URL consultato il 22 agosto 2019 (archiviato il 22 agosto 2019).
  3. ^ Claudia Fusani e Claudia Riconda, Firenze rivuole il Pignone, su ricerca.repubblica.it, 24 dicembre 1993. URL consultato il 22 agosto 2019 (archiviato il 22 agosto 2019).
  4. ^ Maurizio bologni, Ge valuta se vendere Nuovo Pignone, su ricerca.repubblica.it/, 15 novembre 2017. URL consultato il 22 agosto 2019 (archiviato il 22 agosto 2019).
  5. ^ Maxi investimento sull’innovazione al Nuovo Pignone, su laprovinciadisondrio.it, 4 luglio 2019. URL consultato il 22 agosto 2019 (archiviato il 4 luglio 2019).
  6. ^ "Ge" cede le quote: Nuovo Pignone si chiamerà solo "Baker Hughes", su FirenzeToday. URL consultato il 18 settembre 2019.
  7. ^ (EN) Ge passa la mano e Bhge diventa Baker Hughes | Toscana24, su Toscana24 - Il Sole 24 Ore. URL consultato il 18 settembre 2019.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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