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Operazione Red Wings
parte della guerra in Afghanistan
Navy SEALs in Afghanistan prior to Red Wing.jpg
Navy SEALs in Afghanistan
Data27 giugno - luglio 2005
LuogoKonar, Afghanistan orientale
EsitoVittoria pirrica americana, ritiro dei talebani dalla zona
Comandanti
Stati Uniti Tenente colonnello Andrew MacMannisFlag of Taliban.svg Ahmad Shah
Effettivi
12 Navy SEALs
8 Night Stalkers
2 MH-47 Chinook
2 UH-60 Black Hawk
2 AH-64D Apache
circa 100 combattenti talebani
Perdite
19 morti, 1 ferito, 1 Chinook abbattutocirca 35 morti, feriti sconosciuti
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia

L'operazione Red Wings (erroneamente definita operazione Redwings o operazione Red Wing)[1][2][3] è stata un'operazione militare svoltasi durante la guerra in Afghanistan nella provincia del Konar, nei pressi dell'Hindu Kush. Ebbe luogo nel giugno del 2005[1][4], volta a fermare un gruppo di terroristi guidati da Ahmad Shah[5] e riportare la zona sotto controllo della coalizione per creare le condizioni adeguate in vista delle elezioni parlamentari del settembre 2005.

La missione fu condotta dal 2º battaglione, 3º reggimento dei Marine in cooperazione con diverse unità delle forze speciali statunitensi. L'operazione fu fallimentare perché nelle fasi iniziali un gruppo di quattro uomini dei Navy SEALs cadde in un'imboscata; successivamente un elicottero statunitense MH47 Chinook con 16 uomini a bordo, giunto in loro soccorso venne abbattuto da un RPG-7.[6]

Origine del nomeModifica

L'operazione prese il nome da una squadra di hockey su ghiaccio statunitense, i Detroit Red Wings. Quando il 2º battaglione del 3º reggimento Marine stilò le specifiche della campagna, l'ufficiale Thomas Wood chiese al tenente Lance Seiffert di comporre una lista di nomi delle squadre di hockey su ghiaccio americane. La lista di Seiffert comprendeva 10 nomi di squadre e il battaglione scelse il quarto nome (red wings) dalla lista, dato che i primi tre New York Rangers, Chicago Blackhawks, New Jersey Devils potevano essere confusi con nomi già utilizzati per altre operazioni in uso sul territorio.[7] Il nome spesso viene confuso e storpiato con "operazione redwing" oppure con "operazione red wing". Questo sbaglio cominciò da quando venne pubblicato il libro di Patrick Robinson "Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of SEAL Team 10"[8] frutto di un'intervista effettuata da Robinson al Seal superstite Marcus Luttrell.

Il contestoModifica

Nel 2004, dopo che la coalizione statunitense e la milizia afghana avevano consolidato la loro presenza sui rispettivi territori, si assistette ad una lenta ma inesorabile ripresa del potere dei nuclei combattenti talebani. In molte zone nel sud-est dell'Afghanistan cominciarono anche ad apparire piccoli centri di addestramento che esortavano al jihād. Altri campi mobili di addestramento furono eretti lungo il confine con il Pakistan, per formare nuove leve di fronte alla campagna contro la coalizione statunitense. Le basi più importanti furono realizzate nelle aree montuose del Pakistan, e vedevano impiegati centinaia di uomini e alcune contenevano elementi di spicco della parte talebana.[4]

I talebani agivano di norma in piccoli gruppi di circa 15 uomini attaccando convogli o edifici isolati e poco protetti, per poi dividersi in altre piccole formazioni così da non permettere al nemico di neutralizzare l'intero gruppo durante la ritirata strategica. Durante la primavera e l'estate, gli attacchi crebbero gradualmente di frequenza nel cuore del "territorio talebano". Dozzine di soldati governativi afghani, organizzazioni non governative, lavoratori umanitari, e diversi soldati statunitensi morirono in raid e imboscate.[8][9] Nel 2005 la coalizione decise dunque di effettuare massicce operazioni in risposta agli attacchi. L'aviazione statunitense eseguì bombardamenti a tappeto, mentre la milizia afghana riuscì a neutralizzare decine di roccaforti talebane situate nelle varie province poste al confine con il Pakistan.[9]

Le azioni militari ebbero un discreto successo e consentirono di riprendere il controllo sulla quasi totalità delle province.[1][9]

I preparativiModifica

Verso gli inizi dell'estate 2005, quindi, l'Afghanistan era, per la quasi totalità, sotto il controllo delle forze di coalizione. La situazione calda restava al confine, nella provincia del Konar dove le forze talebane si erano riunite sotto la guida di Ahmad Shah. Il tenente Regan Turner, in pattuglia con gli uomini della "compagnia whiskey" del 2º battaglione del 3º reggimento Marine, aveva guadagnato un numero significativo di informazioni che allertarono i servizi di intelligence statunitensi. Ahmad Shah aveva assoldato circa un centinaio di uomini e aveva allestito il suo campo base alle pendici del Sawtalo Sar[10][11] nella valle del Korangal.[9] Gli uomini del tenente Turner avevano inoltre scoperto alcune foto[5][12] e scoperto che il leader talebano aveva un'alleanza con Gulbuddin Hekmatyar originario di Peshawar, in Pakistan.[5][12] Attraverso alcune rilevazioni effettuate con un drone UAV, il 17 giugno del 2005 l'intelligence statunitense aveva identificato un complesso di strutture nella zona segnalata dal tenente Turner. Gli edifici erano probabilmente adibiti ad ospitare i talebani e alla fabbricazione di IED. Iniziarono dunque i preparativi effettivi dell'operazione Red Wings.[1][6] La missione prevedeva di far infiltrare inizialmente il team 10 dei Navy SEALs (nome in codice spartan01) nei pressi dell'obiettivo, spostarsi a piedi e rilevare visivamente il complesso delle strutture e possibilmente il leader talebano. Dopodiché, la seconda fase sarebbe stata quella di contattare via radio il campo base, da dove sarebbero decollati due elicotteri MH-47, con a bordo altri uomini dei Navy SEALs e uomini del SOAR, supportati da un elicottero Apache. Dopo L'attacco, la terza fase prevedeva di allestire un cordone di sicurezza formato da truppe di terra dei Marine e della milizia afghana, nei pressi del complesso montuoso per catturare eventuali fuggitivi. L'ultima fase prevedeva di mettere in sicurezza la zona e stabilire un campo base provvisorio per bonificare in maniera definitiva l'obiettivo e rilevare ulteriori informazioni.[1][4]

L'imboscataModifica

La notte del 27 giugno 2005, due elicotteri si avvicinarono alla zona dell'Hindu Kush a 25 chilometri da Asadabad. Il primo, in testa alla formazione era vuoto. Era il cosiddetto elicottero "civetta", compì alcune manovre in modo da attirare su di sé l'attenzione di eventuali nemici a terra per poi allontanarsi nel buio della notte. L'altro in coda, virò spostandosi qualche chilometro per raggiungere un punto tra il Sawtalo Sar e il Gatigal Sar.[10] A bordo il team Navy SEAL spartan01, si preparò ad abbandonare il mezzo. Quando furono sul posto, lanciarono la sacca dei materiali e si calarono con una fune. Successivamente il secondo elicottero abbandonò la zona e si ricongiunse con il primo per tornare al campo. Una volta al suolo il tenente Michael Murphy[13] al comando, prese contatto con il campo base per verificare il contatto radio. Concordarono che ogni due ore avrebbero dovuto segnalare la posizione fino al raggiungimento dell'obiettivo prestabilito da cui avrebbero coordinato l'attacco principale. Se avessero mancato l'appello per due volte consecutive il campo base avrebbe inviato immediatamente una squadra di recupero.[1][2][4]

 
Fotografia dell'imboscata.

Il Team 10 Navy SEAL, composto, oltre che dal tenente Murphy, dai sottufficiali di seconda classe Danny Dietz[14], Matthew G. Axelson[15] e Marcus Luttrell, si mise in marcia per raggiungere un punto di interesse sul Sawtalo Sar a circa due chilometri dalla loro posizione attuale. Raggiunto il punto stabilito avrebbero dovuto prendere posizione per l'individuazione, oltre che delle strutture, del bersaglio, contattare il campo e restare a disposizione per coadiuvare l'attacco congiunto per poi essere successivamente esfiltrati dalla zona.

Il Team SEAL 10 rispose al primo contatto radio, comunicando che la situazione era sotto controllo e che stavano per raggiungere il punto prestabilito. Quando erano quasi a destinazione si imbatterono in un gruppo di pastori nomadi, probabilmente del villaggio vicino. Decisero di catturarli, ma vi furono opinioni divergenti su come agire nei loro confronti. Dietz e Axelson erano propensi ad uccidere i pastori per non compromettere la missione, Luttrell si rifiutò categoricamente invocando le convenzioni di Ginevra e la moralità dei suoi commilitoni.[16] Tra i pastori c'erano un adolescente e un anziano. Il tenente Murphy alla fine decise di lasciarli andare. Questo avvenimento fu probabilmente decisivo, dato che[2] i pastori rivelarono la loro posizione.

Non molto tempo dopo aver liberato i pastori, i Navy SEALs furono attaccati dagli uomini di Shah, i quali disponevano del fuoco pesante di grosse mitragliatrici RPK razzi RPG-7 e mortai da 82 mm. A causa di un malfunzionamento della radio principale, il contatto con il campo base fu interrotto. I SEALs furono presto accerchiati e spinti verso la parte nord del Sawtalo Sar. Anche se il primo contatto radio prestabilito saltò, nessuna forza di recupero fu inviata. Il primo a cadere sul campo di battaglia fu Dietz. Ferito gravemente rimase indietro e fu raggiunto dagli uomini di Shah che lo finirono. Gli altri, feriti, continuarono a fuggire. Murphy cercò più volte di stabilire un contatto con la base, anche con il telefono satellitare a rischio di essere intercettato.

Il tenente si rese presto conto che non c'era altra alternativa se non quella di raggiungere una posizione più elevata e priva di vegetazione per tentare di contattare i soccorsi. Perdendo ogni riparo dal fuoco nemico il tenente Murphy riuscì a raggiungere un punto isolato e contattare la base, ma venne ucciso prima di comunicare la situazione in dettaglio. Axelson fu ferito a morte poco dopo nel tentativo di raggiungere il capo squadra. Luttrell ferito gravemente e privo di conoscenza venne localizzato e salvato da un nomade pashtun che in seguito lo ospitò e gli salvò la vita curandolo dai numerosi traumi riportati.[8][17]

Red Wings IIModifica

Il campo base era stato allertato per intervenire se il team spartan01 avesse saltato due contatti radio consecutivi con il campo base. Al primo mancato appello, fu semplicemente disposta una squadra di recupero pronta a partire composta da 8 uomini dei Navy SEALs e 8 uomini del SOAR in attesa di ulteriori istruzioni. Quando Murphy[13] riuscì a contattare il campo base la squadra non partì immediatamente. A causa dei problemi di trasmissione radio il messaggio non fu recepito perfettamente; tuttavia la mancanza di un contatto stabile fece propendere per l'ok al decollo della QRF [Quick Reaction Force].[2] Dalla base decollarono elicotteri di trasporto MH-47 Chinook supportati da 2 elicotteri d'attacco Apache e 2 elicotteri Blackhawk. La priorità era recuperare i SEALs, la missione quindi cambiò nome e divenne operazione Red Wings II.

Giunti in zona il team non riuscì ad ottenere nessun contatto radio con il team spartan01 e fu sottoposto al fuoco nemico. Uno degli uomini di Shah fece partire un razzo RPG-7 che colpì in pieno il rotore di uno dei due elicotteri Chinook che precipitò per poi esplodere al suolo, uccidendo tutti i passeggeri. Nello schianto perirono il comandante dei Navy SEALs Erik S. Kristensen[18] che avrebbe dovuto guidare le truppe di terra nella terza fase e il maggiore Stephen C. Reich.

A causa del pesante fuoco nemico e di una perturbazione meteo, le forze statunitensi abbandonarono quindi la zona senza riuscire ad entrare in contatto con il team spartan01. Nei giorni successivi grazie all'ausilio di un ingente numero di truppe di terra e supporto aereo, i Marine riuscirono a recuperare i corpi di Dietz, Murphy e Axelson e a raggiungere il luogo dove era caduto l'elicottero abbattuto.[19] Luttrell fu rintracciato a Salar Ban un villaggio ad un chilometro di distanza dal luogo dell'imboscata.[2][17]

Gulab e LuttrellModifica

L'imboscata spinse il team spartan01 verso la parte nord del Sawtalo Sar. La zona confluisce in una gola che mise con le spalle al muro Murphy e i suoi uomini. Secondo la ricostruzione che fornì Luttrell nell'intervista rilasciata a Patrick Robinson, che è uno degli elementi base per la documentazione storica su questa tragica vicenda, l'ufficiale ricorda che prima di essere stato ferito gravemente era riuscito a trovare una via per tornare a valle.[2] Purtroppo a causa del dissanguamento dovuto alle ferite perse conoscenza e cadde in un dirupo riportando diverse fratture multiple.

 
Luttrell con Gulab nel 2010

A poche centinaia di metri si ergeva il piccolo villaggio montano di Salar Ban. Un pastore di questo villaggio Mohammad Gulab Khan, chiamato semplicemente Gulab da Luttrell, stava tornado a casa quando si imbatté nel soldato in fin di vita. Lo prese con sé e riuscì a portarlo al suo villaggio chiedendo l'aiuto dei suoi paesani, tenendo fede ad un'antica tradizione del popolo pashtun che offriva asilo e protezione a chiunque fosse in fuga dai propri nemici senza tenere conto di etnia, nazionalità e religione.[8][20]

Quando i miliziani di Shah si fecero vivi alle porte del villaggio di Gulab, per chiedere la resa dell'americano, i pashtun invitarono i talebani a tornare indietro con la minaccia di usare le armi. La minaccia ebbe effetto perché Ahmad Shah temeva probabilmente di attirare l'attenzione americana su quell'area.

Ancora debole, ma in via di convalescenza, Marcus Luttrell scrisse una nota e chiese a Gulab di farla arrivare alla base americana più vicina. Gulab si spinse a Nangalam[21] dove gli americani avevano un campo base da cui venne inviata una squadra di recupero che portò Luttrell in salvo.

Successivamente, Gulab e i suoi familiari furono portati in una zona più sicura sotto il controllo delle forze di coalizione.

L'epilogo di Ahmad ShahModifica

L'operazione Red Wings, ebbe un notevole risalto mediatico, a causa dei 19 morti tra le file americane oltre che per il suo fallimento. Un macabro esito che, sconvolse l'opinione pubblica occidentale e rese Shah un nuovo eroe della resistenza talebana. Durante l'imboscata, i talebani filmarono alcuni cortometraggi per testimoniare "l'impresa" che sono stati resi successivamente di dominio pubblico da alcuni siti internet.[22]

Nel luglio 2005 le forze statunitensi riuscirono a distruggere le cellule talebane anti-coalizione, presenti nella zona; Shah e i suoi uomini si rifugiarono in Pakistan.[4]

Da questa nazione confinante il leader talebano riformò un nuovo piccolo esercito. Anche grazie alla sua nuova fama di "eroe nazionale". Tornato nel Kunar verso la metà di agosto fu definitivamente sconfitto negli scontri di quella che venne battezzata "operazione Whalers", dove tra l'altro riportò gravi ferite.[1][4] Il leader talebano perse la vita tre anni dopo circa, in uno scontro a fuoco con le forze di polizia pakistane nella zona del Khyber Pakhtunkhwa.[23]

Militari caduti nell'operazioneModifica

 
Michael P. Murphy - Medal of Honor

U.S. Navy SealModifica

Uccisi nell'abbattimento dell'elicottero MH-47 Chinook

160th Special Operations Aviation RegimentModifica

Uccisi nell'abbattimento dell'elicottero MH-47 Chinook[6]

OnorificenzeModifica

Tutti i soldati uccisi nella missione sono stati insigniti postumi, della Bronze Star[24]

Il 4 settembre 2006 Dietz e Axelson ricevettero, postuma, la Navy Cross e la Purple Heart, lo stesso Luttrell venne insignito della Navy Cross qualche tempo dopo, in una cerimonia apposita alla Casa Bianca. Michael P. Murphy ricevette, postuma, la Medal of Honor.

W. Stanley Proctor ha realizzato un lavoro per il Veteran Memorial Park a Cupertino, in California, chiamato The Guardians.[25] La scultura, commissionata dalla Cupertino Veterans Memorial Corporation, commemora i soldati uccisi nell'operazione. Si tratta di uno dei primi monumenti scolpiti a coloro che hanno servito la patria nella guerra in Afghanistan. L'opera raffigura i SEALs Axelson e Suh schiena contro schiena, intenti a proteggersi l'un l'altro dal fuoco nemico. Alla base della statua in bronzo, vi sono 19 placche che commemorano ognuno dei caduti nell'operazione Red Wings e una per l'unico superstite Marcus Luttrell.[26] In seguito verrà intitolata al Tenente Murphy una unità della Marina Militare americana (Uss Michael Murphy - DG 112).

MediaModifica

Il film statunitense del 2013, Lone Survivor, interpretato da Mark Wahlberg, si basa sull'operazione Red Wings. La pellicola è stata oggetto di alcune critiche, rea di non aver trasposto correttamente alcuni fatti della vicenda e soprattutto di aver danneggiato la memoria del tenente Michael P. Murphy per "aver solo proposto" di eliminare o meno civili inermi. Le stesse critiche sono state rivolte al libro, frutto dell'intervista a Marcus Luttrell, da parte del padre di Michael Murphy.[27][28]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g Andrew Mac Mannis (USMC) and Robert Scott (USMC), Operation Red Wings: A Joint Failure in Unity of Command Archiviato il 28 ottobre 2007 in Internet Archive. Marine Corps Association / Marine Corps Gazette
  2. ^ a b c d e f Ed Darack Operation Red Wings "what really happened?" Archiviato il 19 gennaio 2011 in Internet Archive. gennaio 2011 pagina 65
  3. ^ articolo su www.onviolence.com febbraio 2012 "he got the title wrong? 6 more mistakes about lone survivor"
  4. ^ a b c d e f Ed Darack Victory Point: Operations Red Wings and Whalers – The Marine Corps' Battle for Freedom in Afghanistan, Penguin Group, ISBN 978-0-425-23259-0] 2010
  5. ^ a b c fotografo s^ a b c Command Chronology for 3rd Battalion, 3rd Marines, January through June, 2005 darack. www.darack.com
  6. ^ a b c Articolo della cnn online "helicopters crash victims identified" 4 luglio 2005 [1]
  7. ^ Operation Red Wings Possible Hockey Team Names List by Lance Seiffert darack.com
  8. ^ a b c d Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of SEAL Team 10, Back Bay Books, ISBN 0-316-06759-8
  9. ^ a b c d Command Chronology for 3rd Battalion, 3rd Marines, January through June, 2005 darack.com
  10. ^ a b mappa aerea del Sawtalo Sar e zone adiacenti darack.com
  11. ^ mappa topografica del sawtalo sar darack.com
  12. ^ a b darack.com fotografo sconosciuto
  13. ^ a b biografia Michael P. Murphy Archiviato il 15 settembre 2012 in Internet Archive. archivio marina militare americana
  14. ^ Bio e informazioni su Danny Dietz Archiviato il 9 febbraio 2015 in Internet Archive. sito U.S. Navy SEAL
  15. ^ sito della fondazione matthew axelson
  16. ^ regole di ingaggio per quanto concerne i civili darack.com
  17. ^ a b "Surviving SEAL tells story of deadly mission" Army times. 2008
  18. ^ Biografia Erik s. Kristensen Archiviato il 26 giugno 2012 in Internet Archive. sito U.S. Navy SEAL
  19. ^ Articolo online della Cnn U.s. searching missing seals
  20. ^ Pashtunwali: il codice etico afghano
  21. ^ immagine satellitare della zona di Nangalam
  22. ^ Cortometraggio dell'imboscata girato dalle milizie talebane
  23. ^ articolo del longwar journal
  24. ^ blog con foto su un'altra opera in onore dei 19 uomini caduti durante l'operazione Red Wings Archiviato il 9 febbraio 2015 in Internet Archive. blunntrama.ning.com
  25. ^ sito dell artista Stanley proctor, su proctorbronzes.com. URL consultato il 9 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 15 marzo 2015).
  26. ^ articolo su wlunews.com a proposito dell'artista Stanley Proctor e dei suoi lavori in bronzo
  27. ^ articolo su darack.com Operations Red Wings misinformation
  28. ^ Articolo su Shadowspear.com

BibliografiaModifica

  • Darack, Ed (2009), Victory Point: Operations Red Wings and Whalers – The Marine Corps' Battle for Freedom in Afghanistan, Berkley Hardcover, ISBN 0-425-22619-0
  • Luttrell, Marcus; Patrick Robinson (2007), Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of SEAL Team 10, Back Bay Books, ISBN 0-316-06759-8
  • Williams, Gary (2010), Seal of Honor: Operation Redwing and the Life of LT. Michael P. Murphy, USN, Naval Institute Press, ISBN 1-59114-957-6

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