Particolare da Il banchetto nuziale (1568), dipinto olio su tavola di Pieter Brueghel il Vecchio, con al centro, in evidenza, lo scemo del villaggio

Lo scemo del villaggio (o il matto del villaggio, oppure lo scemo del paese) è, in senso stretto, una ricorrente figura sociale di persona che gode di una notorietà locale nella piccola comunità alla quale appartiene[1] e che è conosciuta per il fatto di esprimere stupidità, scioccheria, e un livello scarso di intelligenza[2]. Il termine è usato anche come stereotipo per denotare un disabile mentale[3] o come epiteto per tacciare l'atteggiamento naif e di ottimismo non realistico di singole persone[4].

Indice

StoriaModifica

Si tratta di una figura ricorrente nella società umana: "era tradizionale [...] che in tutti i villaggi ci fosse qualcuno che veniva chiamato lo scemo del villaggio", un tratto caratteristico di queste realtà comunitarie che si poteva rinvenire ancora come sopravvivente nell'Europa del Novecento, "in alcune regioni un po' arretrate e arcaiche"[5].

SociologiaModifica

 
Le Ravi, "santon" del presepe provenzale, esprime stupore davanti alla Natività

Da un punto di vista socio-antropologico, lo scemo del villaggio è stato a lungo considerato un ruolo sociale accettato, come un individuo singolare, deviante dalla "norma", dipendente dalla comunità di appartenenza ma anche in grado di essere partecipe della stessa e capace di contribuire al suo tessuto sociale[6]. Questa condizione sociale "accettata", e in certa misura "integrata", è stata gradualmente travolta dall'avvento della società industriale, il cui realizzarsi non ha modificato solo le condizioni di lavoro, ma ha creato la classe sociale del proletariato industriale e ha determinato una modificazione profonda delle relazioni sociali, erodendo, in modo progressivo, le comunità esistenti e riducendo la possibilità di contribuirvi a varie figure marginali (come il mendicante e, appunto, lo scemo di paese), i cui ruoli sociali, già riconosciuti e accettati, sono andati man mano eclissandosi col tempo, fino alla loro virtuale sparizione[6].

Già in epoca bizantina, lo "scemo del villaggio" era trattato come una forma accettabile di individuo squilibrato, compatibile con le allora prevalenti concezioni normative dell'ordine sociale. Anche nell'Europa del Medioevo, lo scemo del villaggio trovava un suo ruolo e una legittima collocazione, personaggio in certo qual modo tollerato, accolto, e nutrito dalla società[7]. La sua vita si svolge in un orizzonte che si può definire come una forma di integrazione sociale, una dimensione esistenziale limitata, comunque, che gli riservava uno statuto marginale e affievolito[5]: gli scemi del villaggio "non lavoravano, non erano sposati, non facevano parte del sistema del gioco, e il loro linguaggio era piuttosto svalutato[8].

Questo suo status sociale intermedio ha fatto sì che Erving Goffman, nella sua opera Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity (1963), ricorresse alla figura del "village idiot" per illustrare uno dei quattro "tipi" (quello integrato) nella sua tassonomia quadripartita della devianza[9].

Il concetto dello "scemo di paese" è in relazione stretta, sul versante opposto, con quello di "sapiente del villaggio", o "genio del villaggio", spesso legato al concetto dell'anti intellettualismo preindustriale, dal momento che entrambe le figure sociali potevano essere oggetto tanto di pietà quanto di derisione[10]. I ruoli sociali dei due sono combinati e applicati, soprattutto in un contesto sociopolitico, nel giullare di corte dell'Europa medievale e rinascimentale.

NoteModifica

  1. ^ Village idiot, su Dictionary.com.
  2. ^ scemo, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 30 gennaio 2016.
  3. ^ (EN) Loren J. Siegel, The Justifications for Medical Commitment--Real or Illusory, in Wake Forest Intramural Law Review, vol. 6, nº 21, 1970.
  4. ^ (EN) Antonio Culebras, The village idiot, in European Journal of Neurology, vol. 4, nº 6, novembre 1997, pp. 535–536, DOI:10.1111/j.1468-1331.1997.tb00402.x.
  5. ^ a b Michel Foucault, La follia e la società (1978), in Alessandro Pandolfi (a cura di), Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, 1998, p. 78, ISBN 88-07-10234-X.
  6. ^ a b (EN) Mike Oliver, Disability and dependency: a creation of industrial societies?, in Len Barton (a cura di), Disability and Dependency, Routledge, 1989, p. 20, ISBN 978-1-85000-616-9.
  7. ^ Michel Foucault, La follia e la società (1978), in Alessandro Pandolfi (a cura di), Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, 1998, p. 79, ISBN 88-07-10234-X.
  8. ^ Michel Foucault, La follia e la società (1978), in Alessandro Pandolfi (a cura di), Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, 1998, pp. 78-79, ISBN 88-07-10234-X.
  9. ^ (FR) Maryse Bresson, Sociologie de la précarité. Domaines et approches, Armand Colin, 2010, p. 34, ISBN 978-2-200-25821-4.
  10. ^ (EN) Michael W. Dols, Insanity and its treatment in Islamic society (PDF), in Medical History, nº 31, 1987, pp. 1-14, PMID 3543559.

Voci correlateModifica