Socialismo liberale

idea politica che unisce istanze del liberalismo al socialismo

Il socialismo liberale (o liberalsocialismo), è una corrente ideologica e politica che unisce il pensiero socialista (e nella fattispecie il socialismo democratico) con le istanze del liberalismo classico.[1]

Rispetto al socialismo classico, il fine ultimo, per i socialisti liberali, non è la totale conversione della società capitalistica in una di stampo socialista[2], bensì il conseguimento di un sistema economico misto, caratterizzato da una qualche forma di regolamentazione e pianificazione economica statalizzata coniugata a una mera economia di mercato[3], in cui siano equamente contemplate la presenza di proprietà privata e proprietà statale, sotto forma di imprese pubbliche nazionalizzate o di società cooperative (autogestite o meno), dei beni strumentali, e in cui il processo politico-economico della società sia maggiormente democratizzato.[4][5]

Il socialismo liberale è stato paragonato alla socialdemocrazia del secondo dopoguerra, in quanto quest'ultima sostiene un'economia mista che include sia la proprietà privata che la proprietà sociale nei beni capitali. Il socialismo liberale avversa gli oligopoli (considerati come incompatibili sia con la libertà d'impresa che con la giustizia sociale), si oppone a un mercato completamente non regolamentato, e considera sia la libertà che l'uguaglianza compatibili e reciprocamente dipendenti l'una dall'altra.

Il socialismo liberale in ItaliaModifica

OriginiModifica

Furono inizialmente soprattutto intellettuali di area socialista a evidenziare sul finire del XIX secolo le positività del liberismo, maturando progressive aperture nei confronti di esso, e incontrandosi su quel terreno con diversi pensatori di cultura liberale che al medesimo tempo stavano approfondendo la compatibilità del progetto socialista democratico con la cornice ideale e politica del liberalismo[senza fonte].

In Italia, il precursore del socialismo liberale è considerato da alcuni Gaetano Salvemini, che ebbe tra i propri allievi, tra gli altri, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e Camillo Berneri[6].

Salvemini, nel 1920, si pose il problema del nesso tra democrazia, socialismo e riformismo[6], ritenendo che il capitalismo dovesse essere riformato per opera del movimento operaio, in modo da migliorare le condizioni materiali di tutti; inoltre egli postulò il superamento del marxismo e sostenne, come Filippo Turati (deputato del Partito Socialista Italiano dell'epoca), che i socialisti dovessero andare al potere per salvare la democrazia.

In quegli anni, del resto, il PSI diede il suo appoggio parlamentare a governi come quelli di Zanardelli, Sonnino e Giolitti. Così vennero varate nuove importanti riforme: l'abbassamento delle ore di lavoro giornaliero fino a dieci, l'impedimento per i bambini e le donne di svolgere lavori in miniera, la nazionalizzazione delle ferrovie e della scuola elementare (fino ad allora di competenza solo dei Comuni), e l'istituzione di una cassa nazionale per le assicurazioni sociali (l'attuale INPS).

L'opera di Rosselli e GobettiModifica

 
Il logo del movimento Giustizia e libertà

Nei primi anni venti Carlo Rosselli, uno degli allievi di Salvemini, collabora con la rivista La Rivoluzione liberale di Piero Gobetti. Essa nacque proprio tra il 1920 e il 1924 con l'obiettivo specifico di approfondire i legami tra liberalismo e socialismo, auspicando anche che il liberalismo divenisse la teoria delle élite operaie: Gobetti aveva appunto vissuto molto da vicino la fase dell'occupazione delle fabbriche in una città industriale come Torino, e aveva così maturato l'idea di democrazia dal basso "di cui egli vedeva un esempio nel movimento torinese dei consigli di fabbrica (ben presto comunisti) dell'Ordine Nuovo per la formazione di una aristocrazia operaia"[7].

Gobetti e Rosselli insieme si interrogarono sugli errori commessi dai vecchi partiti, anche in relazione all'avanzata fascista, e si facevano promotori di un'opera di opposizione dura al regime.

Tuttavia Gobetti, il quale pure intratteneva ottimi rapporti con Antonio Gramsci (ma non con Palmiro Togliatti che lo definirà “parassita della cultura”) continuava a definirsi genericamente un "liberale" (pur essendo il suo un liberalismo a sfondo sociale): immaginava una "società di produttori", e professava essenzialmente una visione di liberalismo profondamente radicato nel mondo del lavoro, comunque distante rispetto alle idee marxiste.

Anche Rosselli sviluppò una differente lettura del "socialismo", al di fuori del marxismo: egli lo intendeva come un "divenire perenne”, scrivendo: “Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. È un ideale di vita, d'azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all'elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente".

A giudizio di Rosselli, uno dei problemi del socialismo italiano era il marxismo, perché per lui non aveva alcun senso un PSI marxista: infatti, all'epoca, i cosiddetti "riformisti" nel partito erano sostanzialmente marxisti moderati: essi non accettavano cioè di abiurare il marxismo, semmai lo conciliavano con altre idee e ne davano versioni particolari, come Giuseppe Saragat e il suo “umanesimo marxista”[8]. Oltre a Rosselli, pochissimi accarezzavano l'idea di un socialismo non marxista, come Camillo Prampolini e Henri De Man, presidente del Partito Operaio Belga e autore di Psicologia del socialismo.

Un altro problema era il fatto che la stessa lotta al fascismo in nome della libertà non aveva fatto breccia a sinistra. I comunisti, ad esempio, faticavano a comprendere che il fascismo dovesse essere combattuto in quanto dittatura e in alcuni casi (tra i quali lo stesso Lenin) ne salutarono positivamente l'ascesa in quanto accelerazione della crisi del capitalismo. Dunque, porre la questione liberale alla sinistra italiana serviva, secondo Rosselli, anche per definire la necessità di una vera lotta alla dittatura fascista.

Rosselli ritenne poi che l'allontanamento dei giovani dal socialismo partisse essenzialmente dal fatto che il socialismo, soprattutto per colpa del marxismo, era diventato un dogma che non dava spazio all'individuo. Per questo egli proponeva la visione di una società formata da individui e non da un massa indistinta in cui l'individuo si annulla.

Queste idee ebbero diverse reazioni: Togliatti accusò Rosselli di produrre “letteratura fascista”, e perfino il vecchio riformista Claudio Treves si spinse a criticare aspramente l'elaborazione di Rosselli. Benedetto Croce, invece, guardò con favore a una revisione in senso liberale del socialismo, accettando quindi un tipo di economia mista e muovendo nel contempo critiche verso il taylorismo. Nel 1925, a causa del profilarsi dei totalitarismi fascisti e comunisti, Croce si vide disposto a incoraggiare questo nuovo socialismo non marxista che guardava al metodo liberale[9].

Fra gli anni venti e quarantaModifica

In Italia il socialismo liberale si espresse comunque nel movimento clandestino Giustizia e Libertà, che darà vita durante la Resistenza agli omonimi reparti, e nel Movimento liberalsocialista, nato nel 1936 tra gli emigrati antifascisti italiani per iniziativa di Guido Calogero e Aldo Capitini: i membri di questo movimento (tra cui Calogero, Tommaso Fiore, Piero Calamandrei e Leone Ginzburg) contribuirono alla prima formazione di un programma liberalsocialista. Il movimento divenne poi uno dei filoni politico-culturali del Partito d'Azione, fondato nel 1942.

Tra i teorici del socialismo liberale spicca anche Guido De Ruggiero, il quale, nella sua Storia del liberalismo europeo, evidenziò la "funzione liberale" del socialismo, ritenendo il marxismo "intellettualmente errato" e il concetto di lotta di classe "privo di fondamento" poiché riteneva che il liberalismo non fosse l'idea politica di una classe sociale contrapposta a un'altra. A differenza di Gobetti, infatti, De Ruggiero sosteneva che la società liberale si realizzava nel confronto tra le forze sociali, non con l'azione del movimento operaio.

Sviluppi nel secondo dopoguerraModifica

Dopo la seconda guerra mondiale, l'unico partito che propagandava l'idea di un socialismo liberale era il Partito d'Azione, che però era frammentato al suo interno. Fu per questo che Benedetto Croce, il quale inizialmente vedeva con favore le idee liberalsocialiste, cominciò a condannare queste idee, ritenute da lui non ben definite, poiché temeva che potesse emergere un movimento socialista che avrebbe riportato l'Italia a una dittatura.

In quel periodo Giuseppe Saragat organizzò, nel gennaio 1947, la scissione di "Palazzo Barberini", uscendo così dal PSI e ricreando il vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), ridenominato poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI); Giuseppe Saragat concepiva la socialdemocrazia italiana come una forza politica mirata alle esigenze dei nuovi ceti medi dinamici, una forza che doveva perseguire non tanto l'obiettivo della giustizia sociale quanto quello della parità sociale ("pari opportunità").

Alcuni mesi dopo, nell'ottobre 1947, fu sciolto il Partito d'Azione, e le sue componenti (tra cui quella liberalsocialista) si sparsero nell'ambito dell'area progressista soprattutto socialista (PSI e PSDI) e laica (Partito Repubblicano Italiano).

Anche nel Partito Liberale Italiano (PLI) di Benedetto Croce si sviluppò una corrente minoritaria che vedeva nel socialismo molti punti d'incontro da adottare per una riforma social-progressista del liberalismo classico[la corrente propugnava il socialismo liberale o il liberalismo sociale?]. Nel 1944 Nicolò Carandini si faceva capo di questa corrente, che però dopo pochi anni si trovò ai margini di un PLI che si era spostato sempre più a destra. Nel 1948 il gruppo intorno a Carandini e Mario Ferrara uscì dal PLI e formò il Movimento Liberale Indipendente (MLI) che cercava di realizzare una via laica tra liberali progressisti e socialdemocratici, molto simile all'ordoliberalismo di Wilhelm Röpke, che aveva come obiettivo il raggiungimento di un'economia sociale di mercato. Portavoce di questa iniziativa era Il Mondo di Mario Pannunzio. I tentativi da parte del gruppo di Carandini però fallirono, anche per l'impossibilità di mobilitare l'ambiente degli ex-azionisti, e nel 1951 il MLI rientrò in un PLI nel frattempo tornato su posizioni di centro.

Alla fine del 1955, dopo l'avvento di Giovanni Malagodi alla guida dei liberali e una nuova sterzata del partito sulla linea di una destra economica, il gruppo di Carandini lasciava di nuovo il PLI formando questa volta, insieme con elementi dell'area ex-azionista (Leo Valiani) il Partito Radicale (PR). Questo partito, seppur con scarso peso elettorale, si adoperò per preparare sul piano teorico l'ingresso del Partito Socialista Italiano nell'area governativa intorno alla Democrazia Cristiana, creando un contrappeso social-liberale il più forte possibile rispetto ai democristiani.

Il Partito Radicale fece un'alleanza con il PRI per le elezioni legislative del 1958 e con il PSI per le amministrative del 1960. Si sciolse nel 1962, in seguito a dissensi interni, prima di poter partecipare all'ingresso del PSI al governo.

In questo periodo, molti partiti socialisti e socialdemocratici europei cominciarono ad allinearsi su idee di un socialismo non marxista: il primo partito a compiere questo passo fu il Partito Socialdemocratico di Germania durante il congresso di Bad Godesberg del 1959.

Gli anni settanta e ottantaModifica

Nell'agosto del 1978 apparve sul settimanale L'Espresso un ampio articolo dal titolo Il Vangelo Socialista, cofirmato da Bettino Craxi, segretario del PSI dal 1976, e fatto pervenire a lui da Luciano Pellicani, docente di sociologia politica[10]. Nel 1979, inoltre, il liberale Enzo Bettiza e il socialista Ugo Intini scrissero un saggio intitolato Lib/Lab[11]. Il Partito Socialista Italiano cominciò a elevare il socialismo liberale a principale riferimento culturale della sinistra riformista italiana con questi scritti, e con i progetti di divulgazione e propaganda che furono portati avanti subito dopo dall'Avanti! e dalla rivista Mondoperaio, anche attraverso dibattiti con personalità del mondo liberale come Enzo Bettiza, Giovanni Spadolini e Massimo Pini.

Durante la segreteria di Craxi, il PSI si spostò ufficialmente da una visione puramente socialdemocratica all'idea liberalsocialista, ponendo in evidenza il richiamo alla continuità con le idee di Carlo Rosselli dato, oltre allo smarcamento dal marxismo e la condanna al leninismo, con il riconoscimento al ruolo delle imprese e dell'iniziativa economica privata nelle moderne economie, la valorizzazione dell'individuo e la esaltazione del pluralismo economico e sociale, ritenuto essenziale per garantire il pluralismo politico, nonché, sempre secondo questa prospettazione, l'innovativo messaggio dell'alleanza tra merito e bisogno sviluppato sul finire degli anni ottanta.

Questa impostazione mise in netto contrasto ideologico il PSI e il PCI; quest'ultimo, però, nel frattempo aveva maturato un nuovo tipo di comunismo, più aperto alla democrazia: l'eurocomunismo. Questo tipo di trasformazione non fu ignorato dai socialisti, che in più occasioni proposero ai comunisti l'alternativa di sinistra, senza però avere successo. A livello europeo, in realtà, alcuni partiti socialisti non disdegnarono alleanze con i partiti comunisti, soprattutto dopo l'affermarsi dell'eurocomunismo tra questi ultimi: un esempio fu il Partito Socialista francese di François Mitterrand e Lionel Jospin. Nel 1981 Mitterrand vinse le elezioni presidenziali e affidò il governo a Pierre Mauroy, il quale fu affiancato da ministri appartenenti al Partito Comunista Francese. Mauroy rimase in carica fino al 1984.

Fu in questo periodo che in Italia cominciò la stagione dei governi guidati dal Pentapartito (nel quale erano inclusi PSI e PSDI), e fu in questo periodo che nei governi europei, eccezion fatta per il Regno Unito, erano presenti partiti socialisti e socialdemocratici (come il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il già citato Partito Socialista francese, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia e il Movimento Socialista Panellenico).

Gli anni novantaModifica

Nel 1990, il Partito Socialista francese (il cui segretario all'epoca era Pierre Mauroy) considerò il socialismo liberale come una delle ideologie ufficiali del partito: nella dichiarazione dei principi del 1990, infatti, il partito sostiene un'economia mista che, senza misconoscere le regole del mercato, fornisce al potere pubblico e alle forze sociali i mezzi per la realizzazione degli obiettivi di interesse generale; il partito, con quella dichiarazione, cercò altresì di coniugare economia mista e sviluppo sostenibile.

Secondo alcuni osservatori, inoltre, principale interprete di una linea politica essenzialmente liberalsocialista sembrerebbe essere stato il Partito Laburista inglese di Tony Blair, il quale, a ben vedere, si configurò piuttosto come il prodotto di una trasformazione radicale del laburismo britannico: in effetti la linea di Blair riflette il progetto del socialismo liberale unicamente nella parte "liberal" (cioè un progetto di terza via, definito talvolta come blairismo), con l'intuizione della necessità di venire incontro ai bisogni degli individui dotati di talento e di capacità di poter emergere contro ogni logica di privilegio sociale. Uguale discorso si può fare in relazione ai progetti politici del Partito Socialdemocratico di Germania di Gerhard Schröder, oltre ad altre frange della sinistra riformista europea.

FondamentiModifica

Per quanto riguarda l'Italia, proprio Carlo Rosselli, considerato da molti il vero padre del socialismo liberale italiano[12], quando fu chiamato a dare riferimenti politici e culturali più solidi e riconoscibili al socialismo liberale, nella sua opera principale (appunto chiamata “Socialismo liberale” e scritta nel 1929, nel confino di Lipari, dove era stato inviato dal regime fascista per avere aiutato Filippo Turati e Sandro Pertini a espatriare in Francia) ne sviluppò una definizione attorno a 13 tesi:

  1. Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.
  2. Come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.
  3. Tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.
  4. Anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.
  5. Socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).
  6. Il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.
  7. La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.
  8. La socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.
  9. Lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.
  10. Il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.
  11. Ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.
  12. Il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.
  13. Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse un'unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.

In sostanza il programma liberalsocialista di Rosselli proponeva il superamento del concetto della lotta di classe, del determinismo economico marxista e dell'idea di massa da guidare al socialismo, in funzione di una nuova forma di socialismo che nasce e cresce sull'idea di Libertà (civile, economica, politica) rappresentando così l'eredità del liberalismo invece che la sua negazione, e in grado di realizzare una profonda modernizzazione delle strutture sociali ed economiche attraverso un'opera di riforme costanti e progressive finalizzate alla graduale emancipazione dei lavoratori e dei ceti emarginati della società, seppur all'interno della cornice liberal-democratica.

Disse infatti ancora Carlo Rosselli:

«Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente.»

Anche Guido De Ruggiero sottolineava, nella sua Storia del liberalismo europeo, la "funzione liberale" del socialismo, ritenendo il marxismo "intellettualmente errato" e il concetto di lotta di classe "privo di fondamento". Nei suoi scritti egli evidenziò la validità liberale delle lotte socialiste: egli sosteneva l'idea di un nuovo liberalismo capace di condividere con il socialismo democratico una battaglia per il progresso sociale e la difesa delle libertà individuali.

Riflessioni in epoca più recente sono state condotte da Norberto Bobbio e Ralf Dahrendorf. A proposito dei termini socialismo liberale e liberalsocialismo (inteso come liberalismo sociale), Norberto Bobbio ha scritto:

«Il liberalsocialismo [...] nasceva dal grembo della tradizione liberale come eresia del liberalismo di origine intellettuale, mentre il socialismo liberale nelle sue varie apparizioni storiche, da quella anarchica a quella rosselliana, era nata all'interno dei movimenti di sinistra il cui soggetto storico era la classe operaia. Volendo usare ancora una volta la dicotomia destra-sinistra, che, nonostante l'ostracismo cui è a parole condannata, è ancora di dominio comune, il socialismo liberale potrebbe essere definito un socialismo di destra e il liberalsocialismo, invece, un liberalismo di sinistra»

(Attualità del socialismo liberale, prefazione a Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Einaudi, 1997, pp. VIII-IX)

In via generale tuttavia, liberalsocialismo è la contrazione di socialismo liberale, costituendo comunque cosa distinta rispetto al liberalismo sociale o socioliberalismo, che invece rappresenta l'ala sinistra del liberalismo.

Per Ian Adams, la socialdemocrazia del secondo dopoguerra e il New Labour socialista sono esempi di socialismo liberale, in contrasto con il socialismo classico.

Differenze con liberalismo sociale e socialdemocraziaModifica

Il socialismo liberale si differenzia leggermente dalle posizioni a esso più affini: liberalismo sociale e socialdemocrazia[senza fonte].

Il liberalismo sociale, infatti, è favorevole a riforme sociali che pongono le basi a una moderata e temporanea economia keynesiana, in modo da proteggere le libertà e le pari opportunità di tutti e per garantire le libertà di mercato anche alle classi meno abbienti. Il liberalismo sociale, però, è in genere contrario allo statalismo e ad altre forme di interventismo economico in generale, che è invece accettato dal socialismo liberale, in virtù dell'obiettivo di un'economia mista[senza fonte].

La socialdemocrazia classica è favorevole anch'essa a riforme sociali, per porre però le basi a un'economia keynesiana (più marcata rispetto a quella propugnata dai socialiberali) che possa garantire le pari opportunità di tutti e soprattutto delle classi meno abbienti, dando poca importanza alle classi medio-alte: il socialismo liberale, invece, cerca di venire incontro alle esigenze di qualsiasi classe sociale, ancora in virtù dell'obiettivo di un'economia mista che possa migliorare le condizioni delle classi meno abbienti e garantire a tutti libertà d'iniziativa, sia sociali sia di mercato[senza fonte].

Partiti liberalsocialistiModifica

Alcuni partiti che includono il socialismo liberale tra le ideologie principali (rendendolo quindi comune a tutte le eventuali correnti interne e non prerogativa di una sola corrente) sono:

Altri partiti che in un certo senso sono vicini alle idee liberalsocialiste sono, in generale, tutti i partiti socialdemocratici ed alcune entità politiche d'ispirazione radicale, con aggiunta di:

In passato sono stati vicini a idee liberalsocialiste Partito d'Azione, Democratici di Sinistra, Socialisti Democratici Italiani e Rosa nel Pugno.

NoteModifica

  1. ^ Gerald F. Gaus, Chandran Kukathas. Handbook of Political Theory. SAGE Publications, 2004. p. 420.
  2. ^ Ian Adams. Ideology and Politics in Britain Today. Manchester University Press, 1998. p. 127.
  3. ^ Steve Bastow, James Martin. Third way discourse: European ideologies in the twentieth century. Edinburgh, Scotland, UK: Edinburgh University Press, Ltd, 2003. p. 72.
  4. ^ Gareth Dale, Karl Polanyi: A Life on the Left, su books.google.com.br, Columbia University Press, 14 giugno 2016. URL consultato il 4 aprile 2018. Ospitato su Google Books.
  5. ^ http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1470594x03002002004
  6. ^ a b Socialismo liberale/Liberalsocialismo « Biblioteca liberale, su bibliotecaliberale.it.
  7. ^ Gianfranco Contini, La letteratura italiana Otto-Novecento, Milano, Rizzoli, 2001, p. 256.
  8. ^ Giuseppe Saragat, Marxismo e democrazia, Marsiglia, 1929.
  9. ^ Benedetto Croce, Liberismo e liberalismo, vedi la sezione Bibliografia
  10. ^ Luciano Pellicani e Bettino Craxi, Il Vangelo socialista. Craxi e Berlinguer 30 anni fa, in DorinoPiras.it, 26 agosto 2008.
  11. ^ Ugo Intini, I SOCIALISTI; Dal 1960 alla tragedia: gli uomini, i fatti, la verità, Milano, Editoriale Gea, 1996, pp. 127-128.
  12. ^ Michele Mioni, L’esperienza intellettuale e politica del laburismo nel pensiero di Carlo Rosselli, in Diacronie Studi di Storia contemporanea, vol. 4, n. 12, 2012, DOI:10.4000/diacronie.2535. URL consultato il 4 novembre 2021.

BibliografiaModifica

  • Carlo Rosselli, Socialismo liberale e altri scritti, Torino, Einaudi, 1973. (prima edizione francese: 1930)
  • Carlo Rosselli, "Giustizia e Libertà" e la Concentrazione Antifascista (1929-1934), Torino, Einaudi, 1988.
  • Carlo Rosselli, Scritti dall'esilio - Dallo scioglimento della Concentrazione Antifascista alla Guerra di Spagna 1934-1937), Torino, Einaudi, 1988.
  • Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Firenze, Vallecchi, 1945.
  • Guido Calogero, Primo Manifesto del Liberalsocialismo, Roma, Ed. Roma, 1945. (scritto nel 1940)
  • Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo, Napoli, Ricciardi, 1957.
  • Guido De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Bari, Laterza, 1925.

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