Socialismo liberale

idea politica di stampo socialista
Il logo del movimento Giustizia e Libertà

Il socialismo liberale (o liberalsocialismo), è una corrente ideologica e politica, che unisce il pensiero socialista (e nella fattispecie il socialismo democratico) con le istanze del liberalismo classico[1]. Rispetto al socialismo classico, il fine ultimo, per i socialisti liberali, non è la totale conversione della società capitalistica in una di stampo socialista[2], bensì il conseguimento di un sistema economico misto, caratterizzato da una qualche forma di regolamentazione e pianificazione economica statalizzata coniugata ad una mera economia di mercato[3], in cui siano equamente contemplate la presenza di proprietà privata e proprietà statale, sotto forma di imprese pubbliche nazionalizzate o di società cooperative (autogestite o meno), dei beni strumentali, ed in cui il processo politico-economico della società sia maggiormente democratizzato[4][5].

StoriaModifica

OriginiModifica

Furono inizialmente soprattutto intellettuali di area socialista ad evidenziare sul finire del XIX secolo le positività del liberismo, maturando progressive aperture nei confronti di esso, ed incontrandosi su quel terreno con diversi pensatori di cultura liberale che al medesimo tempo stavano approfondendo la compatibilità del progetto socialista democratico con la cornice ideale e politica del liberalismo.

Uno dei primi pensatori di un socialismo riformista e liberale è stato Karl Renner, membro del Partito Socialdemocratico d'Austria e primo cancelliere della Prima Repubblica Austriaca.

In Italia, il precursore del socialismo liberale è considerato da alcuni Gaetano Salvemini, che ebbe tra i propri allievi Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e Camillo Berneri.

Salvemini, nel 1920, si pose il problema del nesso tra democrazia, socialismo e riformismo[6], ritenendo che il capitalismo dovesse essere riformato ad opera del movimento operaio, in modo da migliorare le condizioni materiali di tutti; inoltre egli postulò il superamento del marxismo e sostenne, come Filippo Turati (deputato del Partito Socialista Italiano dell'epoca), che i socialisti dovessero andare al potere per salvare la democrazia.

In quegli anni, del resto, il PSI diede il suo appoggio parlamentare a governi come quelli di Zanardelli, Sonnino e Giolitti. Così vennero varate nuove importanti riforme: l'abbassamento delle ore di lavoro giornaliero fino a dieci, l'impedimento per i bambini e le donne di svolgere lavori in miniera, la nazionalizzazione delle ferrovie e della scuola elementare (fino ad allora di competenza solo dei Comuni), e l'istituzione di una cassa nazionale per le assicurazioni sociali (l'attuale INPS).

Il dialogo s'interruppe dopo l'impresa di Libia: la divisione tra riformisti, contrari all'intervento militare, e massimalisti, invece favorevoli, si acuì al punto che alcuni esponenti riformisti del PSI vennero espulsi (come Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati). Gaetano Salvemini uscì dal partito per un'eccessiva accondiscendenza dello stesso verso l'intervento in Libia. Bissolati e i suoi fondarono il Partito Socialista Riformista Italiano. In quegli anni la corrente massimalista prese il controllo del PSI e nel XIV Congresso del partito, svoltosi ad Ancona del 1914, fu stabilito che il PSI non dovesse più appoggiare i governi a guida liberale.

Durante la Prima guerra mondiale, il partito si divise ancora: riformisti e rivoluzionari erano entrambi contrari all'entrata in guerra; nonostante ciò non mancarono atteggiamenti interventisti come quelli di Benito Mussolini, all'epoca direttore dell'Avanti!, che fu costretto a lasciare prima la direzione del giornale e poi il partito. Il PSI decise infine di assumere un atteggiamento neutrale.

L'opera di Carlo Rosselli e Piero GobettiModifica

Nei primi anni venti Carlo Rosselli, uno degli allievi di Salvemini, collabora con la rivista La Rivoluzione liberale di Piero Gobetti. Essa nacque proprio tra il 1920 e il 1924 con l'obiettivo specifico di approfondire i legami tra liberalismo e socialismo, auspicando anche che il liberalismo divenisse la teoria delle élite operaie: Gobetti aveva appunto vissuto molto da vicino la fase dell'occupazione delle fabbriche in una città industriale come Torino, ed aveva così maturato l'idea di democrazia dal basso "di cui egli vedeva un esempio nel movimento torinese dei consigli di fabbrica (ben presto comunisti) dell'Ordine Nuovo per la formazione di una aristocrazia operaia".[7].

Gobetti e Rosselli insieme si interrogarono sugli errori commessi dai vecchi partiti, anche in relazione all'avanzata fascista, e si facevano promotori di un'opera di opposizione dura al regime.

Tuttavia Gobetti, il quale pure intratteneva ottimi rapporti con Antonio Gramsci (ma non con Palmiro Togliatti che lo definirà “parassita della cultura”) continuava a definirsi genericamente un "liberale" (pur essendo il suo un liberalismo a sfondo sociale): immaginava una "società di produttori", e professava essenzialmente una visione di liberalismo profondamente radicato nel mondo del lavoro, comunque distante rispetto alle idee marxiste.

Anche Rosselli sviluppò una differente lettura del "socialismo", al di fuori del marxismo. Il suo socialismo doveva intendersi come un "divenire perenne”. Egli scrive: “Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. È un ideale di vita, d'azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all'elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente".

A seguito della rivoluzione russa il PSI aveva espulso l'area comunista di Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, che si organizzò nel Partito Comunista d'Italia, e l'area riformista di Filippo Turati e Giacomo Matteotti, che invece si organizzò nel Partito Socialista Unitario: Rosselli aderì convintamente al PSU ma riprese ad analizzare gli errori e le prospettive del socialismo italiano. A giudizio di Rosselli il problema era Marx, e per lui il PSI marxista non aveva alcun senso, d'altronde la stessa lotta al fascismo in nome della libertà non aveva fatto breccia a sinistra. I comunisti, ad esempio, faticavano a comprendere che il fascismo dovesse essere combattuto in quanto dittatura ed in alcuni casi (tra i quali lo stesso Lenin) ne salutarono positivamente l'ascesa in quanto accelerazione della crisi del capitalismo. Dunque porre la questione liberale alla sinistra italiana serviva, secondo Rosselli, anche per definire la necessità di una vera lotta alla dittatura fascista.

Rosselli ritenne poi che l'allontanamento dei giovani dal socialismo partisse essenzialmente dal fatto che il socialismo, soprattutto per colpa del marxismo, era diventato un dogma che non dava spazio all'individuo. E per questo proponeva la visione di una società formata da individui e non da un massa indistinta in cui l'individuo si annulla. Queste idee valsero a Rosselli l'accusa di Togliatti di produrre “letteratura fascista”, e perfino il vecchio riformista Claudio Treves si spinse a criticare aspramente l'eleborazione di Rosselli. D'altronde, è bene ricordarlo, i riformisti (ad eccezione di persone come Camillo Prampolini e Henri De Man, presidente del Partito Operaio Belga ed autore di Psicologia del socialismo) erano all'epoca sostanzialmente marxisti moderati: essi non accettavano cioè di abiurare il marxismo, semmai lo conciliavano con altre idee e ne davano versioni particolari, come Giuseppe Saragat e il suo “umanesimo marxista”[8].

Benedetto Croce, invece, guardò con favore ad una revisione in senso liberale del socialismo, accettando quindi un tipo di economia mista e muovendo nel contempo critiche verso il taylorismo. Nel 1925, a causa del profilarsi dei totalitarismi fascisti e comunisti, si vide disposto a incoraggiare questo nuovo socialismo non marxista che guardava al metodo liberale[9].

In Italia il socialismo liberale si espresse comunque nel movimento clandestino Giustizia e Libertà, che darà vita durante la Resistenza agli omonimi reparti, e nel movimento liberalsocialista, nato nel 1936 tra gli emigrati antifascisti italiani per iniziativa di Guido Calogero e Aldo Capitini. Fu uno dei filoni politico-culturali confluiti nel Partito d'Azione.

Calogero, Tommaso Fiore, Piero Calamandrei, Leone Ginzburg ed altri contribuirono alla prima formazione di un programma liberalsocialista.

Tra i teorici del socialismo liberale spicca anche Guido De Ruggiero, il quale, nella sua Storia del liberalismo europeo, evidenziò la "funzione liberale" del socialismo, ritenendo il marxismo "intellettualmente errato" e il concetto di lotta di classe "privo di fondamento" poiché riteneva che il liberalismo non fosse l'idea politica di una classe sociale contrapposta ad un'altra. A differenza di Gobetti, infatti, De Ruggiero sosteneva che la società liberale si realizzava nel confronto tra le forze sociali, non con l'azione del movimento operaio.

Sviluppi nel secondo dopoguerraModifica

Dopo la fine della guerra civile (e quindi dopo la Seconda guerra mondiale) rinasce però in Italia un Partito Socialista Italiano non riformista, ma marxista e filosovietico, legato quindi al Partito Comunista Italiano, anche se tra i due partiti c'erano differenze ideologiche sul piano della democrazia.

L'unico partito che propagandava l'idea di un socialismo liberale era il Partito d'Azione, che però era frammentato al suo interno. Fu per questo che Benedetto Croce, il quale inizialmente vedeva con favore le idee liberalsocialiste, cominciò a condannare queste idee, ritenute da lui non ben definite, poiché temeva che potesse emergere un movimento socialista che avrebbe riportato l'Italia ad una dittatura.

In quel periodo Giuseppe Saragat organizzò, nel 1947, la scissione di "Palazzo Barberini", uscendo così dal PSI e ricreando il vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), ridenominato poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI); Giuseppe Saragat concepiva la socialdemocrazia italiana come una forza politica mirata alle esigenze dei nuovi ceti medi dinamici, una forza che doveva perseguire non tanto l'obiettivo della giustizia sociale quanto quello della parità sociale ("pari opportunità").

I socialisti riacquisteranno poi piena autonomia rispetto ai comunisti, rafforzando i caratteri democratici del socialismo, solo nel 1956, dopo la denuncia di Nikita Chruščëv sui crimini di Stalin (XX congresso del PCUS) e soprattutto a seguito dei fatti accaduti in Ungheria. Pietro Nenni e la maggioranza del PSI si schierarono dalla parte degli insorti, mentre il PCI di Palmiro Togliatti dalla parte dei sovietici.

Sempre nel 1947 fu sciolto il Partito d'Azione, e le sue componenti (tra cui quella liberalsocialista) si sparsero nell'ambito dell'area progressista soprattutto socialista (PSI e PSDI) e laica (Partito Repubblicano Italiano).

Anche nel Partito Liberale Italiano (PLI) di Benedetto Croce si era sviluppata una corrente minoritaria che vedeva nel socialismo molti punti d'incontro da adottare per una riforma social-progressista del liberalismo classico. Nel 1944 Nicolò Carandini si faceva capo di questa corrente, che però dopo pochi anni si trovò ai margini di un PLI che si era spostato sempre più a destra. Nel 1948 il gruppo intorno a Carandini e Mario Ferrara uscì dal PLI e formò il Movimento Liberale Indipendente (MLI) che cercava di realizzare una via laica tra liberali progressisti e socialdemocratici, molto simile all'ordoliberalismo di Wilhelm Röpke, che aveva come obiettivo il raggiungimento di un'economia sociale di mercato. Portavoce di questa iniziativa era 'Il Mondo' di Mario Pannunzio. I tentativi da parte del gruppo di Carandini però fallirono, anche per l'impossibilità di mobilitare l'ambiente degli ex-azionisti, e nel 1951 il MLI rientrò in un PLI nel frattempo tornato su posizioni di centro.

Alla fine del 1955, dopo l'avvento di Giovanni Malagodi alla guida dei liberali e una nuova sterzata del partito sulla linea di una destra economica, il gruppo di Carandini lasciava di nuovo il PLI formando questa volta, insieme ad elementi dell'area ex-azionista (Leo Valiani) il Partito Radicale (PR). Questo partito, seppur con scarso peso elettorale, si adoperò per preparare sul piano teorico l'ingresso del Partito Socialista Italiano nell'area governativa intorno alla Democrazia Cristiana, creando un contrappeso social-liberale il più forte possibile rispetto ai democristiani.

Il Partito Radicale fece un'alleanza con il PRI per le elezioni legislative del 1958 e con il PSI per le amministrative del 1960. Si sciolse nel 1962, in seguito a dissensi interni, prima di poter partecipare all'ingresso del PSI al governo.

Gli anni settanta e ottantaModifica

Nell'agosto del 1978 apparve sul settimanale l'Espresso un ampio articolo dal titolo Il Vangelo Socialista, cofirmato da Bettino Craxi, segretario del PSI dal 1976, e fatto pervenire a lui da Luciano Pellicani, docente di sociologia politica[10]. Nel 1979, inoltre, Enzo Bettiza e Ugo Intini scrissero un saggio intitolato Lib/Lab[11]. Il Partito Socialista Italiano cominciò a elevare il socialismo liberale a principale riferimento culturale della sinistra riformista italiana con questi scritti, e con i progetti di divulgazione e propaganda che furono portati avanti subito dopo dall'Avanti! e dalla rivista Mondoperaio, anche attraverso dibattiti con personalità del mondo liberale come Enzo Bettiza, Giovanni Spadolini e Massimo Pini.

Durante la segreteria di Craxi, il PSI si spostò da una visione puramente socialdemocratica all'idea liberalsocialista, ponendo in evidenza il richiamo alla continuità con le idee di Carlo Rosselli dato, oltre allo smarcamento dal marxismo e la condanna al leninismo, con il riconoscimento al ruolo delle imprese e dell'iniziativa economica privata nelle moderne economie; la valorizzazione dell'individuo e la esaltazione del pluralismo economico e sociale, ritenuto essenziale per garantire il pluralismo politico, nonché, sempre secondo questa prospettazione, l'innovativo messaggio dell'alleanza tra merito e bisogno sviluppato sul finire degli anni ottanta.

Questo tipo di trasformazione investì in realtà molti partiti socialisti dell'epoca, influenzati soprattutto dalla decisione del Partito Socialdemocratico di Germania di abbandonare il marxismo durante il congresso di Bad Godesberg del 1959.

Questa impostazione mise in netto contrasto ideologico il PSI e il PCI; quest'ultimo, però, nel frattempo aveva maturato un nuovo tipo di comunismo, più aperto alla democrazia: l'eurocomunismo. Questo tipo di trasformazione non fu ignorato dai socialisti, che in più occasioni proposero ai comunisti l'alternativa di sinistra, senza però avere successo. A livello europeo, in realtà, alcuni partiti socialisti non disdegnarono alleanze con i partiti comunisti, soprattutto dopo l'affermarsi dell'eurocomunismo tra questi ultimi: un esempio fu il Partito Socialista francese di François Mitterrand e Lionel Jospin. Nel 1981 Mitterrand vinse le elezioni presidenziali e affidò il governo a Pierre Mauroy, il quale fu affiancato da ministri appartenenti al Partito Comunista Francese. Mauroy rimase in carica fino al 1984.

Dal punto di vista programmatico, in realtà, il PSI degli anni ottanta rimase legato ad un'impostazione classicamente socialdemocratica, e si limitò ad un generico spostamento verso il centro politico, come del resto già il PSDI di Saragat e il Partito Socialista Operaio Spagnolo di Felipe González.

Gli anni novantaModifica

Secondo alcuni osservatori, a livello internazionale, principale interprete di una linea politica essenzialmente liberalsocialista è stato il New Labour di Tony Blair, segretario del Partito Laburista inglese, il quale, a ben vedere si configurò piuttosto come il prodotto di una trasformazione radicale del laburismo britannico, avvenuto anche grazie al supporto di intellettuali riformisti quali Anthony Giddens (rettore della prestigiosa London School of Economics), David Marquand, Geoff Mulgan, David Held e David Goodhart: in effetti la linea di Blair riflette il progetto del socialismo liberale unicamente nella parte "liberal" (cioè un progetto di terza via, definito talvolta come blairismo), con l'intuizione della necessità di venire incontro ai bisogni degli individui dotati di talento e di capacità di poter emergere contro ogni logica di privilegio sociale.

Uguale discorso si può fare in relazione ai progetti politici del Partito Socialdemocratico di Germania di Gerhard Schröder e del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Felipe González, oltre ad altre frange della sinistra riformista europea.

FondamentiModifica

Proprio Carlo Rosselli, considerato da molti il vero padre del socialismo liberale italiano, quando fu chiamato a dare riferimenti politici e culturali più solidi e riconoscibili al socialismo liberale, nella sua opera principale (appunto chiamata “Socialismo liberale” e scritta nel 1929, nel confino di Lipari, dove era stato inviato dal regime fascista per avere aiutato Filippo Turati e Sandro Pertini ad espatriare in Francia) ne sviluppò una definizione attorno a 13 tesi:

1. Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.

2. Come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.

3. Tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.

4. Anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.

5. Socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).

6. Il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.

7. La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.

8. La socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.

9. Lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.

10. Il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.

11. Ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.

12. Il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.

13. Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.

In sostanza il programma liberalsocialista di Rosselli proponeva il superamento del concetto della lotta di classe, del determinismo economico marxista e dell'idea di massa da guidare al socialismo, in funzione di una nuova forma di socialismo che nasce e cresce sull'idea di Libertà (civile, economica, politica) rappresentando così l'eredità del liberalismo invece che la sua negazione, ed in grado di realizzare una profonda modernizzazione delle strutture sociali ed economiche attraverso un'opera di riforme costanti e progressive finalizzate alla graduale emancipazione dei lavoratori e dei ceti emarginati della società, seppur all'interno della cornice liberal-democratica.

Disse infatti ancora Carlo Rosselli:

«Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente.»

Anche Guido De Ruggiero sottolineava, nella sua Storia del liberalismo europeo, la "funzione liberale" del socialismo, ritenendo il marxismo "intellettualmente errato" e il concetto di lotta di classe "privo di fondamento". Nei suoi scritti egli evidenziò la validità liberale delle lotte socialiste: egli sosteneva l'idea di un nuovo liberalismo capace di condividere con il socialismo democratico una battaglia per il progresso sociale e la difesa delle libertà individuali.

Riflessioni in epoca più recente sono state condotte da Norberto Bobbio e Ralf Dahrendorf. A proposito dei termini socialismo liberale e liberalsocialismo (inteso come liberalismo sociale), Norberto Bobbio ha scritto:

«Il liberalsocialismo [...] nasceva dal grembo della tradizione liberale come eresia del liberalismo di origine intellettuale, mentre il socialismo liberale nelle sue varie apparizioni storiche, da quella anarchica a quella rosselliana, era nata all'interno dei movimenti di sinistra il cui soggetto storico era la classe operaia. Volendo usare ancora una volta la dicotomia destra-sinistra, che, nonostante l'ostracismo cui è a parole condannata, è ancora di dominio comune, il socialismo liberale potrebbe essere definito un socialismo di destra e il liberalsocialismo, invece, un liberalismo di sinistra»

(Attualità del socialismo liberale, prefazione a Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Einaudi, 1997, pp. VIII-IX)

In via generale tuttavia, liberalsocialismo è la contrazione di socialismo liberale, costituendo comunque cosa distinta rispetto al liberalismo sociale o socioliberalismo, che invece rappresenta l'ala sinistra del liberalismo.

Differenze con liberalismo sociale e socialdemocraziaModifica

Il socialismo liberale si differenzia leggermente dalle posizioni ad esso più affini: liberalismo sociale e socialdemocrazia.

Il liberalismo sociale, infatti, è favorevole a riforme sociali che pongono le basi ad un'economia sociale di mercato, in modo da proteggere le libertà e le pari opportunità di tutti e per garantire le libertà di mercato anche alle classi meno abbienti. Il liberalismo sociale, però, è in genere contrario allo statalismo e ad altre forme di interventismo economico in generale, che è invece accettato dal socialismo liberale, in virtù dell'obiettivo di un'economia mista.

La socialdemocrazia classica è favorevole anch'essa a riforme sociali, per porre però le basi ad un'economia keynesiana che possa garantire le pari opportunità di tutti e soprattutto delle classi meno abbienti, dando poca importanza alle classi medio-alte: il socialismo liberale, invece, cerca di venire incontro alle esigenze di qualsiasi classe sociale, ancora in virtù dell'obiettivo di un'economia mista che possa migliorare le condizioni delle classi meno abbienti e garantire a tutti libertà d'iniziativa, sia sociali che di mercato.

Partiti liberalsocialistiModifica

I partiti che si definiscono liberalsocialisti sono:

Altri partiti vicini alle idee liberalsocialiste sono, in generale, tutti i partiti socialdemocratici con aggiunta di:

In passato sono stati vicini a idee liberalsocialiste Partito d'Azione, Democratici di Sinistra e Socialisti Democratici Italiani.

NoteModifica

  1. ^ Gerald F. Gaus, Chandran Kukathas. Handbook of Political Theory. SAGE Publications, 2004. p. 420.
  2. ^ Ian Adams. Ideology and Politics in Britain Today. Manchester University Press, 1998. p. 127.
  3. ^ Steve Bastow, James Martin. Third way discourse: European ideologies in the twentieth century. Edinburgh, Scotland, UK: Edinburgh University Press, Ltd, 2003. p. 72.
  4. ^ Gareth Dale, Karl Polanyi: A Life on the Left, Columbia University Press, 14 giugno 2016. URL consultato il 4 aprile 2018. Ospitato su Google Books.
  5. ^ http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1470594x03002002004
  6. ^ Socialismo liberale/Liberalsocialismo « Biblioteca liberale, su bibliotecaliberale.it.
  7. ^ Gianfranco Contini, La letteratura italiana Otto-Novecento, Milano, Rizzoli, 2001, p. 256.
  8. ^ Giuseppe Saragat, Marxismo e democrazia, Marsiglia, 1929
  9. ^ Benedetto Croce, Liberismo e liberalismo, vedi la sezione Bibliografia
  10. ^ VangeloSocialista.
  11. ^ Intini1996.

BibliografiaModifica

  • Carlo Rosselli (1930), Socialismo liberale e altri scritti, Torino, Einaudi, 1973, 532 pp. (prima edizione francese: 1930)
  • Carlo Rosselli, "Giustizia e Libertà" e la Concentrazione Antifascista (1929-1934), Torino, Einaudi, 1988, 338 pp.
  • Carlo Rosselli, Scritti dall'esilio - Dallo scioglimento della Concentrazione Antifascista alla Guerra di Spagna 1934-1937), Torino, Einaudi, 1988, 338 pp.
  • Aldo Garosci (1945), Vita di Carlo Rosselli, Firenze, Vallecchi, 1945, 153 pp.
  • Guido Calogero (1940), Primo Manifesto del Liberalsocialismo, Roma, Ed. Roma, 1945, 64 pp.
  • Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo, Napoli, Ricciardi, 1957
  • Guido De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Bari, Laterza, 1925

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