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Urbem Romam

Bolla pontificia
Urbem Romam
Bolla pontificia
Stemma di Benedetto XIV
Pontefice Benedetto XIV
Data 1746
Traduzione del titolo Costituzione della Città di Roma

Con la Bolla Urbem Romam, il 4 gennaio 1746 il papa Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, istituì ufficialmente l'Albo della Nobiltà Romana, ordinando la compilazione dell'elenco dei Nobili Romani e il deposito, nelle tavole della Congregazione Araldica del Senato Romano, in Campidoglio, dei cognomi e degli stemmi delle famiglie che ne facevano parte.

Papa Benedetto XIV era dotato di un fiuto giuridico e politico raffinato. Lo scopo della sua Bolla era limitato a definire il ruolo del Nobile Romano, le sue funzioni nell'amministrazione cittadina e le famiglie che potevano godere di privilegi. La Bolla fissava la composizione, gli attributi e il sistema di reclutamento della Nobiltà Romana; inoltre separava, all'interno del ceto patrizio, le famiglie papali dalle altre. Le norme servivano a stabilire le famiglie Nobili romane esistenti e l'ammissione delle nuove. Riguardava la materia, sia dal punto di vista araldico, sia dal punto di vista amministrativo. Ai romani si impediva quindi l'uso del titolo, in atti pubblici e privati, se non avevano i requisiti necessari per essere ascritti alla Nobiltà cittadina. Questa Costituzione ebbe l'effetto di riservare, in pratica, all'aristocrazia romana l'esercizio delle magistrature cittadine, in modo da legare i Nobili Romani alle tradizioni municipali, invece che alla Sede Apostolica, allontanandoli quindi dalle decisioni politiche e religiose e confinandoli in quelle amministrative. I nobili, in pratica, dovevano aver avuto avi tra i Conservatori, tra i Priori dei Caporioni, tra i Caporioni di Roma. Il sistema restò praticamente immutato, fino alla caduta del Potere temporale del papa, avvenuto con la presa di Roma del 1870.

Perché una persona fosse ascritta alla Nobiltà Romana, era necessario fornire prove inoppugnabili che il postulante, così come suo padre e sua madre e gli avi paterni e materni, appartenevano a famiglie vissute in splendore et juribus nobilitatis. Il postulante doveva fornire inoltre le sue fedi di nascita e quelle dei genitori e dei nonni, per poter stabilire i quattro quarti di Nobiltà. Si dovevano anche presentare prove fornite da magistrature dei municipi di provenienza. Tra queste prove erano compresi i titoli onorifici, le cariche esercitate, gli antenati illustri. Esisteva anche la prova del censo dovizioso.

Pietro Bracci, Benedetto XIV Lambertini

Benedetto XIV sanciva anche la Nobiltà delle famiglie dei papi, dando ai nipoti, figli maschi del fratello del papa, il rango principesco e il trattamento con Eccellenza, cioè una posizione ufficiale nello Stato e il riconoscimento di nobiltà de jure, cioè senza bisogno di prove. Nel Libro d'Oro risultarono elencate 180 famiglie che avevano diritto al titolo di patrizio romano; di queste, 60 avevano il titolo di patrizio romano Coscritto.

Il Libro d'oro della nobiltà romana fu bruciato dai giacobini, durante la Repubblica Romana (1798-1799).

Negli anni tra il 1839 e il 1847 fu compilato un nuovo Libro d’oro che è conservato presso l'Archivio Storico Capitolino.[1] Al pittore Giovanni Rust fu affidato l’incarico di dipingere, su fogli di pergamena, le armi gentilizie delle famiglie Nobili Romane e di miniare riccamente il frontespizio del Libro d’oro, con le insegne del Comune di Roma e del pontefice regnante. Il codice è rilegato in velluto rosso ed è guarnito, agli angoli, sul dorso e sui piatti, di bronzi dorati, realizzati da Guglielmo Hopfgarten. Vi sono elencate 335 casate che avevano diritto a godere del titolo di patrizio romano.

Secondo il Dizionario di Gaetano Moroni, intorno al 1840 per ogni postulante la spesa ammontava a scudi 113,35; ma non erano comprese: la scatola d'argento per il sigillo, la copia e la legatura del diploma, la redazione della scrittura e le copie per i membri della Congregazione, per cui bisognava aggiungere altri 150 scudi. Secondo una recente disposizione - annotava Moroni - i sudditi dell'Impero d'Austria dovevano avere un permesso dall'ambasciatore del loro Paese.

NoteModifica

  1. ^ Copia archiviata, su archiviocapitolinorisorsedigitali.it. URL consultato il 3 novembre 2017 (archiviato dall'url originale l'11 agosto 2015).

BibliografiaModifica

  • M. Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato (1816-1853), Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1968.
  • N. La Marca, La nobiltà romana e i suoi strumenti di perpetuazione del potere, v. I, Roma, Bulzoni, 2000.

Voci correlateModifica