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Animoso
Ladnyj
RN Animoso.jpg
L’Animoso in uscita da Taranto tra il 1945 ed il 1947
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Naval Ensign of the Soviet Union (1950–1991).svg
Tipotorpediniera di scorta
ClasseCiclone
ProprietàFlag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regia Marina
Naval Ensign of the Soviet Union (1950–1991).svg Voenno-morskoj flot
CostruttoriOdero, Sestri Ponente
Impostazione2 aprile 1941
Varo15 aprile 1942
Entrata in servizio14 agosto 1942
Radiazione1949
Destino finaleceduto all’URSS nel 1949 ed incorporato nella Marina sovietica come Ladnyj, demolito nel 1960
Caratteristiche generali
Dislocamentostandard 1160 t
carico normale 1652 t
pieno carico 1800 t
Lunghezza87,75 m
Larghezza9,9 m
Pescaggio3,77 m
Propulsione2 caldaie
2 turbine Tosi
potenza 16.000 HP
2 eliche
Velocità26 nodi (48 km/h)
Autonomia2800 miglia nautiche a 14 nodi
800 miglia nautiche a 22 nodi
Equipaggio7 ufficiali, 170 tra sottufficiali e marinai
Armamento
Artiglieria2 pezzi da 100/47 mm,
8 mitragliere 20/65 Mod. 1935 (4 impianti binati),
4 mitragliere da 20/65 Mauser (1 impianto Flakvierling quadrinato)
Siluri4 tubi lanciasiluri da 533 mm
Altro4 lanciabombe di profondità,
attrezzature per il trasporto e la posa di 20 mine

dati presi principalmente da Warships 1900-1950, Regiamarina e Trentoincina

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L'Animoso è stata una torpediniera di scorta della Regia Marina.

StoriaModifica

Moderna unità della classe Ciclone, concepita appositamente per scortare i convogli lungo le pericolose rotte per l'Africa settentrionale, la torpediniera entrò in servizio nell'agosto 1942 ed ebbe un intenso impiego in guerra, specialmente nelle scorte tra Italia, Libia e Tunisia. Tra l'entrata in servizio ed il settembre 1943 l’Animoso effettuò complessivamente 108 missioni di guerra, percorrendo più di 20.000 miglia[1].

Il 4 novembre 1942 partì da Napoli per fungere da scorta – insieme ai cacciatorpediniere Velite, Maestrale, Grecale, Oriani e Gioberti ed alla torpediniera Clio – alle motonavi Giulia e Chisone ed al piroscafo Veloce, diretti a Tripoli: nonostante i diversi attacchi dal cielo, il convoglio fu uno degli ultimi a poter arrivare in Libia senza danni[2].

Il 28 novembre, di pomeriggio, salpò da Biserta di scorta, insieme al Maestrale e ad un altro cacciatorpediniere, il Folgore, all'incrociatore ausiliario Città di Napoli: quest'ultimo fu scosso, alle 22.40, da un'esplosione a prua ed affondò dopo una cinquantina di minuti, al largo di Capo San Vito Siculo; l’Animoso e le altre unità svolsero caccia antisommergibile ma, non avendo individuato bersagli, si ritenne che l'affondamento del Città di Napoli fosse dovuto ad una mina[3].

Il 31 gennaio 1943 l’Animoso lasciò Biserta rimorchiando verso l'Italia il cacciatorpediniere Maestrale, che aveva perso la poppa su mine due settimane prima e necessitava di riparazioni più approfondite di quelle, provvisorie, effettuate nel porto tunisino[4][5]. Durante la navigazione una delle due corvette di scorta, la Procellaria, saltò su una mina, perdendo la poppa e 24 uomini; affondò tre ore dopo, nonostante il tentativo di soccorso della vecchia torpediniera Prestinari, uscita da Biserta per portare aiuto e saltata anch'essa su di una mina, con la morte di 84 uomini[4][6]. Il Maestrale e l’Animoso poterono invece arrivare a Trapani, e da lì a Napoli[4][5].

Nella prima mattina del 20 febbraio 1943 l’Animoso ed un'altra torpediniera, l’Orione, salparono da Napoli per scortare a Biserta la nave cisterna Thorsheimer (carica di 13.000 tonnellate di carburante) ed il piroscafo Fabriano (con a bordo truppe e 1700 tonnellate di provviste e munizioni); la scorta fu poi rafforzata con l'invio di una terza torpediniera, la Pegaso[7]. Alle 19.40 di quel giorno il convoglio evitò senza danni un primo attacco da parte di bombardieri ed aerosiluranti, ma durante la successiva sosta a Trapani un attacco aereo notturno colpì il Fabriano, obbligandolo a restare in porto[7]. La petroliera con le tre torpediniere di scorta ripartì nel mattino del 21 ma subito dopo la partenza venne mitragliata da aerei, con il ferimento a morte del comandante ma nessun serio danno materiale; sopraggiunse poi una poderosa scorta di 14 aerei (10 caccia della Luftwaffe e 4 idrovolanti della Regia Aeronautica)[7]. Alle 14.25, una ventina di miglia a meridione di Marettimo, il convoglio fu assalito da otto bombardieri britannici, scortati da 12 caccia: colpita da due bombe (una delle quali però rimasta inesplosa), la Thorsheimer rimase immobilizzata con incendio a bordo[7]. Animoso e Pegaso fornirono assistenza alla nave colpita, mentre l'Orione ne recuperava l'equipaggio per poi dirigere su Trapani; al contempo vennero fatti partire dal porto siciliano due rimorchiatori per trainare la petroliera[7]. Durante l'attesa, tuttavia, verso le otto di sera, una formazione di aerosiluranti attaccò la Thorsheimer: dopo un violento scontro in cui furono abbattuti tre aerei alleati (due dalle torpediniere ed uno dalla scorta aerea) e due dell'Asse (uno Junkers Ju 88 tedesco ed un CANT Z.506 italiano), la petroliera fu centrata da uno o più siluri ed esplose[7].

Il 24 febbraio l’Animoso salpò da Biserta per scortare a Napoli, insieme alle gemelle Monsone e Fortunale, i piroscafi Alcamo, Chieti e Stella di ritorno in Italia: tuttavia nella notte tra il 24 ed il 25 il convoglio fu attaccato dall'aria e l’Alcamo, immobilizzato da un primo siluro all'1.30 e colpito da una seconda arma e da bombe alle 3.15, s'inabissò nel punto 39°14' N e 12°30' E[8]. Durante l'attacco un aerosilurante Bristol Beaufort del 39° Squadron precipitò in mare e tre membri del suo equipaggio furono tratti in salvo dalla Monsone, che li trasportò poi a Napoli[9].

In seguito alla proclamazione dell'armistizio l’Animoso, il 9 settembre 1943, riparò a Portoferraio, dove erano confluite numerose torpediniere, corvette ed unità minori ed ausiliarie provenienti dai porti del Tirreno[10]. Nel mattino dell'11 settembre la nave lasciò Portoferraio insieme ad altre sei torpediniere (tra cui le gemelle Aliseo, Indomito, Ardimentoso e Fortunale) e diresse per Palermo, porto controllato dagli Alleati, dove il gruppo arrivò alle dieci del mattino del 12 settembre[10][11]. Le navi rimasero in rada dal 12 al 18 settembre, giorno in cui entrarono in porto e ricevettero acqua e provviste da parte degli statunitensi[10]. Il 20 settembre 1943 la nave lasciò il porto siciliano insieme a svariate altre unità e si portò a Malta[11], dove consegnò parte dei viveri ricevuti alle altre navi italiane già giunte nell'isola[10]. Il 5 ottobre l’Animoso, le sue gemelle ed altre tre torpediniere lasciarono Malta e rientrarono in Italia[11].

Dopo il termine del conflitto il trattato di pace assegnò l’Animoso, così come alcune altre unità della sua classe, all'Unione Sovietica.

Al termine del conflitto, in ottemperanza alle clausole del trattato di pace la nave venne ceduta all'Unione Sovietica come riparazione per i danni di guerra. Oltre all'Animoso i sovietici ottennero le torpediniere della stessa classe Ardimentoso e Fortunale, la nave da battaglia Giulio Cesare, l'incrociatore leggero Duca d'Aosta, la nave scuola Cristoforo Colombo, i cacciatorpediniere Artigliere e Fuciliere, i sommergibili Nichelio e Marea, oltre al cacciatorpediniere Riboty, che non venne ritirato a causa della sua obsolescenza ed altro naviglio, quali MAS e motosiluranti, vedette, navi cisterna, motozattere da sbarco, una nave da trasporto e dodici rimorchiatori. Oltre al Riboty, una piccola parte della quota di naviglio destinata ai sovietici non venne ritirata a causa del pessimo stato di manutenzione e per questa parte di naviglio i sovietici concordarono una compensazione economica.[12]

Il trattato prevedeva che le navi destinate alla cessione, fossero cedute in condizione di operare e pertanto prima della cessione l'unità venne sottoposta ad alcuni lavori di ripristino.

La consegna delle navi ai sovietici sarebbe dovuto avvenire in tre fasi a partire da dicembre 1948 per concludersi nel giugno successivo. Le unità principali erano quelle del primo e del secondo gruppo. Del primo gruppo facevano parte il Giulio Cesare, l'Artigliere e ai due sommergibili, mentre il del secondo gruppo facevano parte il Duca d'Aosta il Colombo e le torpediniere. Per tutte le navi la consegna sarebbe avvenuta nel porto di Odessa, ad eccezione della corazzata e dei due sommergibili la cui consegna era prevista nel porto albanese di Valona, in quanto la Convenzione di Montreux non consentiva il passaggio attraverso i Dardanelli di navi da battaglia e sommergibili appartenenti a stati privi di sbocchi sul Mar Nero.[12] Il trasferimento sarebbe dovuto avvenire con equipaggi civili italiani sotto il controllo di rappresentanti sovietici e con le navi battenti bandiera della Marina Mercantile, con le autorità governative italiane responsabili delle navi sino all'arrivo nei porti dove era prevista la consegna. Per prevenire possibili sabotaggi, le navi dei primi due gruppi sarebbero state condotte ai porti di destinazioni senza munizioni a bordo, che sarebbero state trasportate successivamente a destinazione con normali navi da carico, ad eccezione della corazzata, consegnata con 900 tonnellate di munizioni, che comprendevano anche 1100 colpi dei cannoni principali e l'intera dotazione di 32 siluri da 533mm dei due battelli.[12]

Al comando dell'unità venne designato il Capitano di 3º rango Timofej Šineelev (cirillico: Семён Михайлович Лобов) che nel corso del secondo conflitto mondiale era stato prima comandante di cacciatorpediniere e poi di squadriglia in Estremo Oriente e successivamente, dopo aver lasciato il comando dell'incrociatore italiano, avrebbe comandato l'incrociatore Vorošilov e dal 1951 la nave da battaglia Sevastopol', per poi raggiungere nel 1970 il grado di ammiraglio di flotta, il secondo più alto grado della Marina Sovietica.[12]

Contrassegnata con la sigla Z 15,[13] la torpediniera venne consegnata alla Marina Sovietica nel porto di Odessa il 16 marzo 1949[1].

Sotto la nuova bandiera la nave prese il nome di Ladnyj (in cirillico Ладный); impiegata principalmente a scopo addestrativo, fu posta alle dipendenze della 78ª Brigata di addestramento[12]. Successivamente, privata dell'armamento (30 dicembre 1954) e riclassificata come nave bersaglio, fu ridenominata CL 60[12].

Radiata il 31 gennaio 1958[12], l'ex Animoso fu demolita nel 1960[14].

NoteModifica

  1. ^ a b Trentoincina.
  2. ^ Giorgerini, p. 532.
  3. ^ Giorgerini, p. 543.
  4. ^ a b c Gianni Rocca, Fucilate gli ammiragli. La tragedia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Mondadori, 1987, p. 272, ISBN 978-88-04-43392-7.
  5. ^ a b Aldo Cocchia, Convogli. Un marinaio in guerra 1940-1942 , Mursia, 2004, pp. 355-356, ISBN 978-88-425-3309-2.
  6. ^ Corvetta Procellaria, su trentoincina.it.
  7. ^ a b c d e f Giorgerini, pp. 551-552.
  8. ^ Rolando Notarangelo e Gian Paolo Pagano, Navi mercantili perdute, Roma, Ufficio Storico Marina Militare, 1997, p. 15, ISBN 978-88-98485-22-2.
  9. ^ airman191570.
  10. ^ a b c d 7-12 settembre 1943 - Lo Stato in fuga.
  11. ^ a b c Joseph Caruana, Interludio a Malta, in Storia Militare, nº 204, settembre 2010.
  12. ^ a b c d e f g Sergej Berežnoj, traduzione e annotazioni: Erminio Bagnasco, Navi italiane all'URSS, in Storia Militare, nº 23, agosto 1995, pp. 24–33, ISSN 1122-5289 (WC · ACNP)..
  13. ^ Le navi che l'Italia dovette consegnare in base al trattato di pace nell'imminenza della consegna vennero contraddistinte da una sigla alfanumerica. Le navi destinate all'Unione Sovietica erano contraddistinte da due cifre decimali precedute dalla lettera 'Z': Giulio Cesare Z 11, Artigliere Z 12, Marea Z 13, Nichelio Z 14, Duca d'Aosta Z15, Animoso Z 16, Fortunale Z 17, Colombo Z 18, Ardimentoso Z 19, Fuciliere Z 20; le navi consegnate alla Francia erano contraddistinte dalla lettera iniziale del nome seguita da un numero: Eritrea E1, Oriani O3, Regolo R4, Scipione Africano S7; per le navi consegnate a Jugoslavia e Grecia, la sigla numerica era preceduta rispettivamente dalle lettere 'Y' e 'G': l'Eugenio di Savoia nell'imminenza della consegna alla Grecia ebbe la sigla G2. Stati Uniti e Gran Bretagna rinunciarono integralmente all'aliquota di naviglio loro assegnata, ma ne pretesero la demolizione - Erminio Bagnasco, La Marina Italiana. Quarant'anni in 250 immagini (1946-1987), in supplemento "Rivista Marittima", 1988, ISSN 0035-6984 (WC · ACNP)..
  14. ^ Italian Animoso (AN) - Warships 1900-1950 Archiviato il 13 maggio 2014 in Internet Archive.

BibliografiaModifica

  • Giorgio Giorgerini, La guerra italiana sul mare. La Marina tra vittoria e sconfitta, 1940-1943, Mondadori, 2002, ISBN 978-88-04-50150-3.
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