Autorità

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Con il termine autorità (dal latino auctoritas, da augeo, accrescere) si intende quell'insieme di qualità proprie di una istituzione o di una singola persona alle quali gli individui si assoggettano in modo volontario per realizzare determinati scopi comuni.

Spesso è usato come sinonimo di potere, ma in realtà i due termini afferiscono ad accezioni diverse. Il "potere" si riferisce all'abilità nel raggiungere determinati scopi mentre il concetto di "autorità" comprende la legittimazione, la giustificazione ed il diritto di esercitare quel potere.

Studi sul concetto di autoritàModifica

Le prime riflessioni sul concetto di autorità possono essere fatte risalire a Platone (427 a.C.-347 a.C.) ed agli antichi Romani che distinsero tra auctoritas, potestas ed imperium, ma è stato con la nascita degli stati nazionali che l'indagine si separa da implicazioni di tipo divino, grazie a Il Principe (1513) di Niccolò Machiavelli e al Leviatano (1651) di Hobbes, opere in cui per la prima volta viene affermata una nozione moderna e laica di autorità.

Successivamente fu l'empirista Locke, nei Due trattati sul governo (1690) a continuare la riflessione in proposito, giungendo a concludere che il fondamento dell'autorità debba essere cercato nella libertà e nell'uguaglianza di tutti gli individui. Contro ogni forma di assolutismo fu anche Jean-Jacques Rousseau che, nella sua opera Contratto sociale, (1762), teorizzava un concetto di autorità come emanazione della volontà popolare.

Nel XIX secolo l'autorità, nelle riflessioni di Hegel e di Comte, divenne la guida irrinunciabile del progresso umano. Secondo Marx, invece, nella prospettiva del materialismo storico, l'autorità si configurava come il dominio oppressivo della società capitalistica sulla classe operaia.

Il sociologo Émile Durkheim nel 1893, con l'opera Divisione del lavoro sociale, propose un'idea di autorità come regolamentazione dall'alto del funzionamento complessivo della società, basata appunto sulla divisione del lavoro.

Su questo piano conduce la sua riflessione anche Max Weber che, nel suo saggio Economia e società, distingue tre tipi di autorità:

  1. quella legale, ovvero quella regolata da un sistema ufficiale di leggi;
  2. quella tradizionale, ossia legittimata dalla tradizione;
  3. quella carismatica, legittimata dalle capacità personali (il carisma appunto) del capo.

Gli studi più recenti sul concetto di autorità, condotti nel 1936 da Max Horkheimer, Herbert Marcuse e Erich Fromm (in Studi sull'autorità e la famiglia) e da Theodor Adorno con l'opera La personalità autoritaria (1950), vertono sulla denuncia della degenerazione dell'autorità in autoritarismo.

L'Auctoritas AugusteaModifica

Il concetto di Auctoritas, nell'antica Roma, rimane indissolubilmente legato alla figura di Augusto. Lui stesso, nelle Res Gestae Divi Augusti, spiega come l'enorme mole di poteri che gli vennero attribuiti dal senato, li ottenne poiché fu riconosciuto, unanimemente, come il cittadino con la maggiore Auctoritas rispetto agli altri. Augusto, per auctoritas, intendeva lo spessore che ebbe assunto la sua persona, in virtù delle gesta e delle imprese militari nelle quali si rese protagonista e che gli permisero di accumulare un potere personale effettivo, nonostante non ricoprisse cariche politiche ufficiali.

Auctoritas come fonte del sapere medievaleModifica

Fuori dal contesto geo-politico, la parola auctoritas aveva anche un valore nel campo religioso-scientifico. L'auctoritas era quella forma di reverenza e di fiducia che si riponeva nelle sacre scritture, quali strumenti della rivelazione divina: esse non potevano essere messe in discussione, ma essendo oggetto di fede, rappresentavano oltre che testi religiosi, le fonti più importanti per qualsiasi campo del sapere. In questo senso l'auctoritas era il principio su cui si basava la conoscenza scientifica prima della rivoluzione scientifica di Galileo e Francesco Bacone (il tutto è riassumibile nella locuzione latino Ipse dixit).

Nel corso del Medioevo l'auctoritas non rimase circoscritta ai testi sacri, ma gradualmente venne estesa ad altri grandi autori del mondo classico (sebbene la filosofia scolastica indicasse anche quale valore dare ai passaggi in apparente contraddizione) e poi alla grande maggioranza degli scritti in genere, pur nella costante convinzione che la ratio fosse superiore all'auctoritas (l'autorità si fonda sulla ragione, ma non la ragione sull'autorità, dice Scoto Eriugena) e che, negli argomenti umani, l'argomento d'autorità fosse, per definizione, il più debole, di fronte ad argomenti di ragione o di tipo empirico (Tommaso d'Aquino).

Il commento di san Bonaventura alle Sentenze di Pietro Lombardo afferma:

(LA)

«[...] quadruplex est modus faciendi librum. Aliquis enim scribit aliena, nihil addendo vel mutando; et iste mere dicitur scriptor. Aliquis scribit aliena, addendo, sed non de suo; et iste compilator dicitur. Aliquis scribit et aliena et sua, sed aliena tamquam principalia, et sua tamquam annexa ad evidentiam; etiste dicitur commentator non auctor. Aliquis scribit et sua et aliena, sed sua tamquam principalia, aliena tamquam annexa ad confirmationem; et talis debet dici auctor.[1]»

(IT)

«[...] Esiste un quadruplice modo di comporre un libro. Uno, infatti, scrive cose altrui, non aggiungendo o modificando nulla; e si dice questi è meramente uno scriba. Un altro scrive cose altrui, aggiungendo, ma non delle sue proprie [parole]; e questo si dice compilatore. Un altro»

(San Bonaventura, Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo scrive sia cose altrui che cose proprie: le [proposizioni] altrui come quelle principali, mentre le sue proprie come annessi per chiarimento. Un altro ancora scrive sia cose proprie che cose altrui: le proprie come le principali, mentre le altrui come annessi per conferma; e questi deve essere chiamato autore.)

Il Dante della Vita nova ancora applica questo schema. Pietro Lombardo distingue quindi quattro tipologie di scrittore, ma la distinzione prima è fra gli amanuensi-compilatori da un alto, e i commentatori e autori dall'altro. Lo scriba amanuense copista non è tenuto a comprendere pienamente significato dell'opera trasmessa[1], anzi nulla può aggiungere o modificare del testo originale, pur essendo talora chiamato inevitabilmente a emendare il testo originale nelle sue parti corrotte. Il compilatore è considerato uno scriba, non può esprimere il proprio pensiero, ma dispone di una notevole libertà nella scelta e nell'organizzazione del materiale proveniente da commentatori o autori riconosciuti come tali. Fonti molto citate dai compilatori sono i dizionari e i thesaurus. Il valore aggiunto al testo non proviene da lui.[2] In rari casi, il compilatore è autorizzato ad aggiungere il proprio nome in calce all'opera, ad esempio nel caso della compilazione di un'opera enciclopedica.[1]
Il commentatore appartiene già alla sfera autoriale, ma è obbligato a riferire la propria opera al testo di un'auctor al quale aggiunge le proprie glosse (annexa) per chiarine e illustrare il significato, dovendo seguire pedissequamente il corso del testo dell'autorità e non potendo deviare dall'argomento principale.[3] L'auctor, infine, esprime principalmente e in via prioritaria il proprio pensiero, sceglie liberamente gli altri autori da citare, facendo proprie le loro parole al fine di chiarire o di provare la veridicità delle sue affermazioni, nell'ambito di un testo argomentativo. All'autore è richiesta l'originalità e l'apporto di un contributo incrementale alla conoscenza: l'etimologia del latino auctor si ricollega all'equivalente greco di auctoritas.[4] Il loro numero e ruolo era stato assimilato a quello delle quattro cause aristoteliche di ogni trasformazione: causa formale, materiale, efficiente e finale.[4]Solamente a una selezione di autori maggiori è riconosciuto il privilegio dell'autorità.

Lo scrivano e l'autorità si pongono agli estremi diametralmente opposti. Tale distinzione è regolata in modo particolare fra i teologi e gli ecclesiastici, che già durante l'Alto Medioevo era solito citare come auctores la Sacra Scrittura e le fonti patristiche. Non mancano casi di scribi che si siano comunque attribuiti il ruolo proprio dei traduttori, compilatori e commentatori, se non delle stesse autorità.[5]
Ordinariamente gli scrittori vernacolari maschi non sono riconosciuti come autorità, mentre l'auctor scrive in latino. Il suo nome e quello dell'auctoritas sono il termine maschile e generale che designano chi ha la facoltà e il compito di dare origine e di governare il processo culturale e di redazione del testo. In questo verso, si distinguevano i ruoli di commentatore, compilatore, predicatore, scrittore (scriptor) e retore.[6]

In genere, il riconoscimento di un'autorità giungeva postumo, e, come i processi di canonizzazione o la proclamazione a Dottore della Chiesa, richiedevano decenni o secoli di tempo. Ruggero Bacone attesta che all'Università di Parigi sant'Alberto Magno era citato come un'autorità assimilata a Aristotele, Avicenna e Averroè.[7]

Rinascimento e Illuminismo

Alcune posizioni polemiche posteriori, umaniste o illuministe, hanno invece voluto presentare un Medioevo preda della ferma convinzione della totale assimilabilità tra una prova empirica e una testimonianza ritenuta credibile; questo principio, si dice, sarebbe alla base di tutto il sapere medievale e spiegherebbe anche la proliferazione di credenze di sapore più superstizioso e magico. Secondo questa posizione, i primi accenni alla delegittimazione di questa sorta di (usando un termine dispregiativo) "creduloneria" sarebbero avvenuti a partire dall'umanesimo e dalla riscoperta del mondo classico senza il filtro degli autori medievali.

NoteModifica

  1. ^ a b c Michelangelo Picone, La teoria dell’Auctoritas nella Vita nova (PDF), Università di Zurigo, p. 177 (archiviato il 17 gennaio 2020).
  2. ^ (FR) Jean Vachè, Translator : scriptor, compilator, commentator, auctor, in Actes du 13e colloque du GERAS, n. 1, 1993, pp. 403-410, DOI:10.4000/asp.4389. al n. 17
  3. ^ Robert L. Kindrick, Henryson and the Medieval Arts of Rhetoric, Studies in Medieval Literature, Routledge, 2018, p. 28, ISBN 9781317946885.
  4. ^ a b Gary Day, RThe recovery of Aristotle - the efficient cause. the Author, in Literary Criticism: A New History: A New History, Edinburgh University Press, 4 luglio 2008, p. 89, ISBN 9780748628520, OCLC 1004383049. Tazione: The Latin term auctor means someone who is both 'an originator, or one who gives increase', and it also derives from the Greek autention which means authority (Minnis 1984 :1 0).
  5. ^ J. A. Burrow, Writers, audiences, and readers, in Medieval Writers and their Work: Middle English Literature 1100-1500, Oxford University Press, 8 febbraio 2008, p. 31, ISBN 9780191538544, OCLC 320912540.
  6. ^ Prophets Abroad: The Reception of Continental Holy Women in Late-medieval England, Cambridge, Boydell & Brewer, 1996, p. 177, ISBN 9780859914253, OCLC 34772114.
  7. ^ Étienne Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR Rizzoli.Saggi, n. 5, 6ª edizione, Milano, BUR Rizzoli, marzo 2019, p. 578, OCLC 1088865057.

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