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Battaglia di Ortona
parte della campagna d'Italia della seconda guerra mondiale
Ortona.jpg
Canadian Armour Passing Through Ortona, quadro di Charles Fraser Comfort
Data20 - 28 dicembre 1943
LuogoOrtona, Italia
Esitovittoria canadese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
1 brigata2 battaglioni
Perdite
1.375 morti
964 feriti
867 tra morti, feriti e dispersi[1]
1.300 civili morti.[2]
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La battaglia di Ortona venne combattuta durante la campagna d'Italia della seconda guerra mondiale tra il 20 e il 28 dicembre 1943, nella città abruzzese situata sulla Linea Gustav.

Indice

StoriaModifica

Lo scontro avvenne nell'ambito della campagna del fiume Moro; sul terreno si confrontarono le truppe Alleate della prima divisione canadese comandata dal generale Vokes ed i tedeschi del terzo reggimento paracadutisti (3. Fallschirmjäger Regiment)[3]. Alla esperienza e determinazione delle truppe scelte tedesche si aggiunge l'ordine di Hitler che impone che: «die Festung Ortona ist bis zum letzten Mann zu halten - la Fortezza Ortona deve essere difesa fino all'ultimo uomo.»[3]

 
Il corso Vittorio Emanuele devastato dalle bombe

Il comandante tedesco in Italia Albert Kesselring non fu d'accordo, tanto che dichiarò: «Noi non desideriamo difendere Ortona in modo decisivo, ma gli inglesi l'hanno fatta apparire importante come Roma. Contro ciò che sta succedendo non si può fare proprio nulla. Dà soltanto fastidio che Montgomery abbia avuto ragione e che da oggi ne parlerà, facendo un gran chiasso, la stampa di tutto il mondo".》[4]

Di fronte all'offensiva alleata vennero schierati reparti scelti per tamponare l'offensiva, come la 90 Panzergrenadier e la Prima Divisione Paracadutisti, già impegnata in Sicilia e che poi avrebbe combattuto a Montecassino ( Cassino, era la città posta al punto estremo occidentale della "linea Gustav", mentre Ortona era il capo a mare della zona orientale) e dalla quale era stata distaccata la 3. Fallschirmjäger-Division, tutte appartenenti al LXXVI Panzer Korps della 10 Armee comandata dal generale Joachim Lemelsen e responsabile della difesa del fronte italiano ad est degli Appennini.

I combattimenti furono così accaniti che il New York Times lo stesso giorno affermava che i tedeschi stanno cercando, per qualche oscura ragione, di ripetere una Stalingrado in miniatura nella sfortunata Ortona[3]; per gli Alleati conquistare la città significa aprirsi la strada per Pescara, Avezzano e da lì per Roma provenendo dal versante adriatico, alleggerendo anche la pressione tedesca sulla United States Army North del generale Mark Clark bloccata nella sua avanzata verso nord, avanzata che si sbloccherà solo dopo la sanguionosa battaglia di Cassino (17 gennaio - 28 maggio 1944).

 
Mappa della zona dei fiumi Sangro e Moro, dove si svolse la battaglia

I combattimenti urbani ebbero un preludio nella conquista di Casa Berardi, una casa colonica sulla strada tra Orsogna e Ortona nei pressi di contrada Alboreto, e del quadrivio Cider; il 14 dicembre la compagnia C del 22º reggimento fanteria canadese, comandata dal capitano Paul Triquet, appoggiata da 8 carri M4 Sherman dello squadrone C dell'Ontario Regiment conquistò la località fortemente difesa, con perdite elevatissime tanto che solo 9 uomini arrivarono all'obiettivo; qui venne appunto assegnata al capitano Triquet[5] la prima delle tre Victoria Cross conferite a canadesi. La compagnia C attaccò alle 7.30 del mattino raggiungendo la strada tra Orsogna e Ortona verso le 10:30 nel mezzo dello schieramento tedesco, e poi puntando a nord-ovest verso casa Berardi, che raggiungeva verso le 14:30; contemporaneamente verso la casa puntavano le compagnie A, B e D, che avrebbero raggiunto i loro compagni praticamente circondati solo alcune ore dopo[5]. La moglie del proprietario della casa, Maria Berardi, venne soprannominata la regina del Moro (il fiume vicino) per aver guidato i canadesi nella ricognizione preliminare sugli obiettivi[5].

 
Tombe del cimitero canadese di Ortona

Dopo quattro giorni di combattimenti nei quali la città venne trasformata in un cumulo di macerie da un milione e duecentomila proiettili di artiglieria, e all'inizio del quale i tedeschi fecero saltare il campanile del Duomo per privare l'artiglieria alleata di un utile riferimento, la città venne presa. I fanti canadesi del 22º reggimento Seaforth Higlanders combatterono casa per casa in quella che venne chiamata caccia al topo e il bilancio finale fu di 800 morti tra i tedeschi, 1400 tra i canadesi e oltre 1300 civili che non vollero abbandonare le loro case[3]. I combattimenti sul territorio proseguirono però fino al 10 giugno 1944. La città venne insignita della medaglia d'oro al valor civile il 16 giugno 1959 "per aver subito spaventosi bombardamenti aerei e terrestri subendo la perdita di 1314 dei suoi cittadini"[3].

DescrizioneModifica

Contesto storicoModifica

L'Armata VIII Britannica di Bernard Law Montgomery aveva conquistato Vasto nell'ottobre 1943 dopo la battaglia del fiume Trigno, dove era stata coinvolta anche Termoli. Il piano di Montgomery era di raggiungere al più presto Pescara, per poter percorrere la via Tiburtina Valeria in direzione di Roma, dove raggiungere l'armata del Generale Clark, che nel frattempo aveva preparato lo sbarco a Salerno. Il problema fu che i calcoli della "faina" come veniva definito Montgomery, non furono esatti, poiché l'inverno del 1943 fu molto piovoso, ed alle torrenziali piogge, si aggiunsero i problemi dovuti alla fortificazione massiccia, da parte dei nazisti, della linea Gustav e della linea del Sangro: i tedeschi rastrellarono civili dai paesi lungo il fiume per aiutarli nelle opere di fortificazione delle trincee, oltretutto fecero saltare in aria i ponti sul fiume, distrussero i tracciati stradali e ferroviari, rallentando di molto l'avanza di Montgomery, il quale riuscì solo il 25 novembre, aiutato dai bombardieri alleati, a scavalcare il Sangro, raggiungendo Lanciano, Mozzagrogna e Castel Frentano.

Stremati dall'avanzata, i soldati ebbero da Montgomery il permesso di riposo, mentre i tedeschi superstiti si ritiravano tatticamente, fortificando la linea lungo la direttrice Guardiagrele-Orsogna-Ortona, fortificando il fiume Moro.

Dalla fuga di Vittorio Emanuele III ai ritardi di MontgomeryModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna del fiume Moro.
 
Militari canadesi in contrada San Leonardo

Ortona, essendo occupata dai nazisti, dovette essere conquistata a partire dalla contrade. Dopo le quattro offensive neozelandesi a Orsogna, a circa 13 km da Ortona verso la montagna, nella famosa battaglia di Orsogna, gli alleati poterono giungere a Crecchio, a circa 7 m da Ortona, dove si rifugiò il re Vittorio Emanuele III in fuga da Roma il giorno stesso dell'Armistizio dell'8 settembre, e contemporaneamente dal mare di San Vito Chietino verso le contrade di San Leonardo e San Donato.

Dopo la battaglia del Sangro, i canadesi percorsero la strada statale Marrucina, provenendo da sud, e scoprirono che i tedeschi avevano scavato un profondo fossato nella riva sud del Moro, per difendersi dal fuoco dell'artiglieria. Si tratta della zona di contrada Alboreto-San Martino, presso Villa Caldari, il fosso venne chiamato "La Gola" dai canadesi, che dovevano superarla con attacchi diretti, ordinati dal Generale Christopher Volke, che però non ebbero esito positivo. Neegli stessi giorni, il 21º Battaglione combatteva tra il 15 e il 17 dicembre anche presso Orsogna, non riuscendo però a occupare la cittadina, difesa saldamente dai tedeschi.
Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre i canadesi riuscirono a raggirare la Gola e a rompere la resistenza tedesca, raggiungendo Casa Berardi. Si tratta di un casolare i campagna ancora oggi esistente, occupato dai tedeschi come punto strategico, da cui partivano i panzer contro gli attacchi alleati; il Generale Paul Triquet pensò bene, perduti alcuni carri nella Gola, di aggirare la casa, e di prendere alla sprovvista i tedeschi. I combattimenti durarono 4 giorni, e alla fine l'idea di Triquet si dimostrò vincente, e per questo riceverà la Victoria Cross, la massima onorificenza del Commonwealth.

In questi giorni altri scontri furiosi si registrarono tra tedeschi e alleati canadesi per le contrade di Ortona, tra Villa Rogatti, Villa San Leonardo e Caldari stessa, una delle frazioni più grandi, sede di un comando militare nazista per dirigere le operazioni di fortificazione presso Casa Berardi. Il Loyal Edmonton Regiment canadese raggiunse le prima case di Ortona solo il 20 dicembre. I tedeschi avrebbero potuto comodamente ritirarsi da Ortona, che risultava di fatto già nelle mani degli alleati, dato che un altro contingente proveniva da Ovest, con rinforzi di truppe indiane e neozelandesi, che avrebbero potuto tagliare l'arteria principali a nord di Ortona, intrappolando i tedeschi in una morsa. Invece per questioni non di carattere militare, la battaglia ebbe uno svolgimento del tutto inaspettato, e tragico.

San Leonardo e Piazza Porta Caldari (20-22 dicembre)Modifica

 
Soldati a Villa Caldari (17 dicembre 1943)

Le truppe canadesi, combattenti nello località San Leonardo e Donato erano parte dell'8ª Armata britannica comandata da Bernard Law Montgomery. Il compito era di rispondere agli attacchi di alcuni panzer tedeschi, bersagliando la zona con gli aeroplani, e di rispondere soprattutto al fuoco nemico dei nazisti, asserragliati nelle case[6]. San Leonardo non fu particolarmente colpita, e danni ben maggiori di ebbero a San Donato, intorno alla chiesa parrocchiale. Gli alleati tuttavia, il 21 riuscirono ad arrivare alle mura di Ortona dal fosso di località Saraceni. Dalla parte di Crecchio-Poggiofiorito, attraverso le varie Ville Iurisci, Iubatti e Selciaroli, le altre truppe canadesi di Triquet, giunsero alle porte della piazza Porta Caldari.

Nella città di Ortona, i tedeschi della Prima Divisione Fallschirmjager, gli uomini del 3º Reggimento paracadutisti, si preparavano a difendere la città, sotto il comando di Liebscher, che con un battaglione aveva tenuto testa all'intera Brigata inglese, durante i combattimenti estivi in Sicilia. I tedeschi iniziarono a fortificare la città già dal 12 dicembre, piazzando delle mine accuratamente in posti strategici del centro, distruggendo alcuni edifici per intralciare il percorso dei carri armati alleati, e all'occasione, piazzare altre mine anti uomo tra le macerie. I punti strategici scelti furono l'ingresso a Porta Caldari, il corso Vittorio Emanuele, Piazza Municipio, dove sopra la torretta dell'orologio si piazzò un cecchino. Ben presto, all'ingresso del corso Vittorio Emanuele, i canadesi dovettero proseguire a piedi, divenendo i carri ormai inservibili.
Il principale contingente canadese, quello dei soldati a piedi, raggiunse la Piazza della Vittoria (oggi di Porta Caldari), provenendo dal Colle di Costantinopoli (dove si trova la chiesa dei Salesiani), risalendo da Lido Saraceni, percorrendo appunto via Costantinopoli, sino alla chiesa di San Rocco, dove catturarono dei tedeschi.

Lo scontro in piazza Caldari con i paracadutisti ed i due panzer tedeschi del LXXVI Panzer Korps, tutti ripiegati strategicamente nel centro storico, fu durissimo e tutta la piazza, fu danneggiata o distrutta. I palazzi antichi crollarono, meno alcuni edifici liberty dell'attuale Viale della Libertà, del rione attuale di San Giuseppe. I canadesi ripiegarono verso la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, altri intorno alla parrocchia di San Rocco. Vokes ben presto comprese che non bisognava dare tregua ai tedeschi, costringendoli ad arretrare verso l'interno del centro storico, fino a piazza San Tommaso, attuando una guerriglia urbana con fucili, mitragliatrici e bombe a mano, ma anche all'arma bianca.

La terra bruciata del quartiere Terravecchia (21 dicembre)Modifica

 
Fotografia storica della facciata della Cattedrale di San Tommaso, la torre dell'orologio fu fatta esplodere il 21 dicembre 1943, in quanto elemento strategico di avvistamento, essendo usata da anni come faro portuale

Dato che i canadesi erano ancora fuori dal centro, i tedeschi come detto si munirono di mine antiuomo dette "ballerine", che collocarono strategicamente tra le case del quartiere Terravecchia, partendo dalla piazza del Municipio, oltre a mine anticarro per impedire l'accesso ai carri armati Sherman canadesi. La mattina del 21 dicembre, intorno alle 6, la torre civica della Cattedrale di San Tommaso Apostolo, usata come faro per le navi, fu minata dai tedeschi e fatta esplodere. Ciò per evitare di offrire un punto di riferimento ai bombardieri alleati ed alle navi di rifornimento dai nemiche in arrivo nel vicino porto, benché fosse stato bombardato nei giorni precedenti. La distruzione della torre fu così potente che anche mezza facciata e mezza cupola della chiesa crollarono, tale distruzione della cattedrale nel giorno del santo patrono ebbe impatto devastante nell'animo dei civili rimasti in città, poiché una parte dei cittadini aveva deciso di non rispettare l'ordine di sfollamento di Ortona da parte dei nazisti. Tuttavia sulla distruzione della chiesa ci sono opinioni contrastanti tra gli storici, con una seconda tesi secondo cui sarebbero stati dei canadesi a minare la torre e a sparare contro il campanile attiguo. Ma le campane furono suonate solamente il 28 per festeggiare la vittoria alleata e commemorare i defunti. Sempre in questo giorno viene fatto esplodere anche il Castello Aragonese, da tempo utilizzato come polveriera, per evitare la conquista nemica.

Secondo alcuni la distruzione della torre della Cattedrale sarebbe stata eseguita dai cannoneggiamenti degli alleati, e ciò fece sì che la compagnia del Reggimento Edmonton si trovasse isolata nel tentativo di avanzare: dei 60 uomini che lo costituivano, solo 17 rimasero in vita. Riuscirono comunque a guadagnare terreno, ottenendo rinforzi dalle altre compagnie del battaglione, sopraggiunsero i Seafortg Highlanders e i carri del Reggimento Three Rivers. Questi due battaglioni fi fanterie e un reggimento dotato di un solo carro, portarono avanti il durissimo combattimento di 8 giorni.

Scontro sul corso Vittorio Emanuele (23-24 dicembre)Modifica

 
Il Castello Aragonese oggi, dopo i bombardamenti

Lo scontro nel corso Vittorio Emanuele fu assai sanguinoso con numerose perdite, poiché i paracadutisti tedeschi si impegnarono a fondo per sbarrare l'avanzata canadese sia verso l'interno della città, che fuori lungo la via della passeggiata Orientale. Qui era stata predisposta dai tedeschi una "zona di annientamento", che portò i risultati auspicati quando all'ingresso della piazza municipale il primo carro armato della colonna canadese saltò in aria sulle mine anticarro nascoste tra le macerie.

Anche in piazza del municipio dove incautamente confluirono le truppe canadesi, l'avanzata alleata fu duramente ostacolata dai tedeschi che avevano occupato anche il palazzo comunale e la torretta superiore dell'orologio, dalla quale i cecchini bersagliavano continuamente i nemici procurando loro ingenti perdite. Per superare la resistenza dei paracadutisti fu necessario anche l'intervento dell'aviazione che rase al suolo quasi tutta la piazza, meno la chiesa del Purgatorio. Fortunatamente rimase illeso il Palazzo Farnese.

"Tattica del topo" (23-24 dicembre)Modifica

Nei giorni successivi i canadesi ritennero impossibile l'avanzata verso la piazza della Cattedrale senza subire gravissime perdite e così usarono la tattica della "colonna del topo", ossia avanzarono all'interno delle case bucando i muri per passare da un edificio all'altro cercando di raggiungere il castello avanzando al coperto. Tuttavia i paracadutisti si accorsero del piano, questa tattica era già stata usata in altri luoghi tra i quali Stalingrado, riuscendo a contrastarlo e gli alleati non fecero molta strada.

Il Natale di sangue e la fine della battaglia (25-28 dicembre)Modifica

Il giorno di Natale fu concessa dai tedeschi una tregua. La notte del 24 dicembre si udirono cantare per le strade della città martoriata le due versioni di Notte silente ("Stille Nacht" - "Silent Night"). Il grosso dei soldati canadesi si radunò nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, dove nell'attiguo chiostro conventuale, adibito a ospedale, insieme ai feriti si trovavano anche dei civili. Il capitano Paul Triquet ne approfittò per lanciare un attacco a sorpresa, violando la tregua, ma una donna ortonese gli comunicò in extremis la presenza di civili. Fu solo sparato un colpo nella legnaia della chiesa che tuttavia si incendiò, poiché l'attacco venne bloccato da una civile che si accorse della presenza di cittadini nel ricovero. Altri fedeli ortonesi furono costretti a rimanere nelle campagne, celebrando il Natale in estrema povertà. Anche la chiesa della località Madonna delle Grazie (quella del convento dei Minori Osservanti, voluta nel 1430 da San Giovanni da Capestrano), accanto all'ingresso di Ortona da Porta Santa Maria, era stata distrutta dai bombardamenti, soprattutto la facciata, ed era rimasto intatto solo il campanile.

Il 26 ripresero le ostilità, spostandosi da piazza San Tommaso verso il viale Gabriele d'Annunzio, la via delle vecchie mura, passando per la via Matteotti di Terravecchia. L'arrivo di rinforzi canadesi al porto di Ortona obbligò i tedeschi a ripiegare verso l'interno della città antica, passando per la via del castello aragonese. Il 28 i combattimenti non ripresero, addirittura i cronisti di guerra alleati si aggirarono per il corso Vittorio Emanuele, riprendendo un vecchio che passeggiava senza timore di attacchi. Solo così i canadesi compresero che nella notte i rimanenti soldati nemici avevano abbandonato la città ripiegando verso Francavilla al Mare.

Opere commemorativeModifica

Varie sono le opere realizzate per commemorate questi avvenimenti, tra le più recenti un carro armato originale alleato, restaurato dagli americani e donati alla cittadinanza, che lo ha posto sulla rotatoria all'altezza della cantina "Ortona", lungo la strada statale Marrucina, e un documentario di produzione italo-tedesco-canadese: Ortona: un Natale di Sangue del 2013, per la regia di Fabio Toncelli, oltre a vari servizi storici della Rai.

Il Cimitero Militare CanadeseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cimitero canadese (Ortona).
 
Area monumentale del cimitero

Nel 1945 fu costruito presso la frazione di San Donato il cimitero militare canadese del fiume Moro, per ospitare non solo i caduti canadesi ma anche inglesi e di altri Stati d'Europa. Oggi è ancora frequentato dai parenti delle vittime, e da studiosi della battaglia. Presso Torino di Sangro, più a sud di Ortona, è sorto il Cimitero militare britannico che accoglie i caduti nelle battaglie del fiume Sangro, che coinvolsero le città di Casoli, Gessopalena, Montenerodomo, Torricella Peligna e Lettopalena.

Il museo della battaglia di OrtonaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Museo della battaglia di Ortona.

È stato inaugurato nel 2002 nella sala del vecchio monastero di Sant'Anna, annesso alla ricostruita chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, su via Garibaldi. Esso raccoglie materiale fotografico, filmato e scritto relativo ai giorni della battaglia, nonché testimonianze scritte dei soldati, diari di guerra dei generali nazisti e alleati, della popolazione civile. Inoltre il museo è arricchito da un plastico che mostra i luoghi della battaglia e la maniera nella quale essa si è svolta.

Monumento ai Martiri Civili e alle Vittime CanadesiModifica

 
Monumento ai martiri della guerra di Tommaso Cascella

Il primo è opera di Tommaso Cascella (1948-49), si trova all'ingresso del cimitero comunale. Fu realizzato nell'immediato dopoguerra dal Cascella, impegnato anche nell'affrescatura della cattedrale in ricostruzione, inaugurata nel 1949. Il monumento è stato realizzato a forma di libro aperto in pietra con una serie di quadri scenici che rievocano le scene più tragiche della battaglia di Ortona del 1943, tratte per di più da fotografie scattate durante i combattimenti. Nella battaglia persero la vita 1314 civili, il patrimonio artistico architettonico fu in gran parte distrutto o danneggiato, e tra le scene più interessanti ci sono lo sventramento della Cattedrale, la facciata distrutta di Santa Maria delle Grazie, gli sfollati civili per le campagne. Al centro del libro si trova l'affresco della Vergine Addolorata che piange il Cristo morto.

Il secondo monumento è dedicato al sacrificio degli alleati canadesi, sii trova in Piazza Plebiscito, realizzato nell'immediato dopoguerra, e ritrae un gruppo in bronzo di busto di soldato canadese che poggia dell'alloro sul corpo esanime di un compagno, e a fianco c'è un libro con i nomi dei caduti militari durante la battaglia.

NoteModifica

  1. ^ Fabio Toncelli, "ORTONA 1943: UN NATALE DI SANGUE, p. 10 Archiviato il 23 settembre 2015 in Internet Archive., Sd Cinematografica.
  2. ^ Mark Zuehlke, Ortona: Canada's epic World War II battle, Vancouver: Douglas & McIntyre, 1999.
  3. ^ a b c d e http://www.casaberardi.it/images/stories/file/PDF/Ortona_Piccola_Stalingrado.pdf[collegamento interrotto]
  4. ^ Copia archiviata (PDF), su casaberardi.it. URL consultato il 19 settembre 2013 (archiviato dall'url originale il 23 settembre 2015).
  5. ^ a b c Copia archiviata (PDF), su casaberardi.it. URL consultato il 19 settembre 2013 (archiviato dall'url originale il 23 settembre 2015).
  6. ^ La vera storia della battaglia di Ortona, la Stalingrado d’Italia, su LaStampa.it. URL consultato il 19 dicembre 2016.

BibliografiaModifica

  • Marco Patricelli, La Stalingrado d'Italia. Ortona 1943: una battaglia dimenticata, UTET Università, 2004, XVII-229, ISBN 88-7750-790-X.
  • Andrea Di Marco, Assolutamente resistere ! La battaglia di Ortona raccontata attraverso i diari di guerra e la memoria dei soldati tedeschi, D'Abruzzo Edizioni Menabò, 2013, 352, ISBN 978-88-95535-54-8.

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