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Tito Agosti
Tito Agosti.jpg
NascitaMorrovalle, 19 agosto 1889
MorteRoma, 27 gennaio 1946
Cause della mortesuicidio
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Repubblica Sociale Italiana Repubblica Sociale Italiana
Forza armataRegio Esercito
Esercito Nazionale Repubblicano
ArmaCavalleria
Regi corpi truppe coloniali
Reparto2º Reggimento "Piemonte Cavalleria"
Anni di servizio1912-1945
GradoGenerale di divisione
GuerreGuerra italo-turca
Prima guerra mondiale
Guerra d'Etiopia
Seconda guerra mondiale
CampagneCampagna dell'Africa Orientale Italiana
BattaglieBattaglia di Vittorio Veneto
Comandante di2ª Divisione granatieri "Littorio"
Decorazionivedi qui
fonti citate nel corpo del testo
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Tito Agosti (Morrovalle, 19 agosto 1889Roma, 27 gennaio 1946) è stato un generale italiano. Ufficiale di cavalleria pluridecorato del Regio Esercito, prese parte alla conquista della Libia, alla prima e alla seconda guerra mondiale e anche alla guerra d'Etiopia. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana ricoprendo il ruolo di comandante della 2ª Divisione granatieri "Littorio". Catturato nel 1945, si suicidò l'anno successivo per evitare il processo per crimini di guerra.

BiografiaModifica

Nacque a Morrovalle, in provincia di Macerata, il 19 agosto 1889, figlio di Felice e Palmira Garzoglio, si arruolò giovanissimo nel Regio Esercito per diventare sottotenente il 19 maggio 1912. Prese brevemente parte alla Guerra italo-turca, combattendo poi durante la Prima guerra mondiale in cui fu promosso al grado di capitano il 23 agosto 1917, ed insignito di una Medaglia d'argento al valor militare per il combattimento sostenuto tra Torre di Zuino e Cervignano il 4 novembre 1918.[1]

Nel 1925-1926, col grado di capitano, fu comandante di compagnia del 13º Battaglione eritreo, partecipando alla conquista dell'Oltregiuba e della Migiurtinia in Somalia.[1]

Durante il ventennio aderì al fascismo e partecipò alla guerra d'Etiopia[1], comandando dapprima il Gruppo Squadroni di Cavalleria Coloniale "Penne di Falco" e poi il III Gruppo bande armate della Somalia nel fronte di Harar, meritandosi una Medaglia di bronzo al valor militare e due promozioni, la prima a tenente colonnello (31 dicembre 1935) e quindi a colonnello per meriti eccezionali.[2] Al termine del conflitto fu decorato con una seconda Medaglia d'argento al valor militare.

Partecipò alla seconda guerra mondiale combattendo in Africa Orientale Italiana.[1] A lui venne assegnata la difesa del fronte di Sciasciamanna, nello scacchiere Sud del Galla e Sidama: riuscì a far ritirare le truppe rimanenti dopo il sanguinoso combattimento del Dadaba, subendo continui attacchi da migliaia di ribelli arussi, via via sostenuti dalla popolazione locale. Il 19 maggio del 1941 venne fatto prigioniero dagli inglesi dopo aver combattuto fino "al limite delle umane possibilità" come ordinato dal Comando Supremo, e fu insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia il 1º agosto 1941, e successivamente di una terza Medaglia d'argento al valor militare.

Rimpatriato in quanto ferito, dopo l'armistizio dell'8 settembre aderì alla Repubblica Sociale Italiana in data 18 dello stesso mese col grado di generale di divisione dell'arma di cavalleria. Gli venne affidato il comando della 2ª Divisione granatieri "Littorio" che si stava addestrando in Germania nel campo di Münsingen (Germania),[3] e che il 18 luglio 1944 ricevette la visita di Benito Mussolini e del generale Rodolfo Graziani.[4] Rientrata in Italia, in un primo tempo venne posizionata a ridosso della Linea Gotica ma, successivamente, fu rischierata sul fronte occidentale dove, fra il colle di Tenda e il Piccolo San Bernardo, sostenne alcuni combattimenti contro le truppe franco-statunitensi. Il 27 aprile 1945, quando l'unità era ancora in possesso di alcuni territori francesi, Agosti emise l'ordine di scioglimento della divisione, venendo poi catturato dagli Alleati. Rinchiuso successivamente nel campo di concentramento di Coltano, fu accusato di aver commesso crimini di guerra. Mentre si trovava rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea a Roma, però, preferì suicidarsi piuttosto che essere giudicato da una giuria che egli riteneva parziale e "traditrice".[5]

Parlando di lui, Adolfo Beria di Argentine disse che "il suo comportamento esemplare fu ignorato da tutti: Alleati, Resistenza, Movimento Sociale Italiano".[1]

OnorificenzeModifica

  Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia
  Medaglia d'argento al valore militare
«Comandante di uno squadrone di cavalleria, superava resistenze nemiche, riuscendo ad assicurare il passaggio dei suoi uomini su piccoli ponti che il nemico tentava di distruggere; concorreva a fugare prima e a catturare poi una batteria nemica che, con azione di fuoco a zero, colpiva la testa della colonna avanzatasi, dando in tutta l'azione costanti prove di coraggio e sprezzo del pericolo.»
— Torre di Zuino e Cervignano, 4 novembre 1918.
— Regio Decreto 4 gennaio 1920.
  Medaglia d'argento al valore militare
«Comandante di colonna in varie fasi di un lungo periodo operativo, sosteneva numerosi combattimenti con forti formazioni ribelli e con abile manovra le volgeva in rotta, dando prova oltreché di valore, di eminenti doti di intuito tattico e di comando.»
— Monte Condudo, 25 giugno 1936-XIV - Val Giagià, 5 novembre 1936-XV.
— Regio Decreto 23 settembre 1938[6]
  Medaglia d'argento al valore militare
«Comandante di un raggruppamento misto di nazionali e coloniali, con forze inadeguate, in difficili condizioni di terreno e di mezzi per combattere e vivere, opponeva alla strapotenza del nemico una difesa tenace e valorosa, animata dal suo esempio di combattente sagace e coraggioso, contrastando a passo a passo il terreno all'avversario con azioni nelle quali rifulgeva il valore suo e delle sue truppe duramente provate ma non dome.»
— Dadaba-M. Cassi-Billante-Bivio Soddu Dalle (A.O.), 30 aprile-22 maggio 1941.
— Decreto Presidenziale 29 novembre 1954[7]
  Medaglia di bronzo al valore militare
«Già distintosi per coraggio personale e capacità di comando nella presa di Gherloghubi, dava nuova e chiera prova del suo valore militare e della sua perizia di comandante nell'aspro combattimento di Hamanlei, concorrendo validamente col suo gruppo bande alla disfatta del nemico.»
— Gherloghubi, 5 ottobre – Hamanlei, 11 novembre 1935-XIV.
  Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
— 18 aprile 1931[8]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e Romano 1998, p. 37.
  2. ^ Comandante di colonna, in varie fasi di un lungo periodo operativo sosteneva vittoriosamente sanguinosi combattimenti contro forti formazioni ribelli, confermando eminenti doti di valore, intuito tattico e di comando., Regio Decreto 26 luglio 1938-XVI, registrato alla Corte dei Conti il 9 settembre 1938, registro 25, foglio 127.
  3. ^ Carlotti 1996, p. 396.
  4. ^ Rocco 1998, p. 40.
  5. ^ Rocco 1998, p. 41.
  6. ^ Registrato alla Corte dei Conti lì 21 novembre 1938, registro 29 Africa Italiana, foglio 393.
  7. ^ Registrato alla Corte dei Conti il 8 dicembre 1954, Esercito registro 53, foglio 139.
  8. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.240 del 16 ottobre 1931.

BibliografiaModifica

  • Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana. Vol. 1, Milano, Fratelli Treves editori, 1921.
  • Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana. Vol. 2, Milano, Fratelli Treves editori, 1921.
  • Anna Lisa Carlotti, Italia 1939-1945: storia e memoria, Milano, Vita e Pensiero, 1996, ISBN 88-343-2458-7.
  • Alberto Cavaciocchi, Andrea Ungari, Gli italiani in guerra, Milano, Ugo Mursia Editore s.r.l., 2014.
  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia. Tripoli bel suol d'amore 1860-1922, Milano, A. Mondadori Editore, 2011, ISBN 978-88-04-42660-8.
  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale Vol.3, Milano, A. Mondadori Editore s.r.l., 2001.
  • Giampaolo Pansa, I figli dell'Aquila, Milano, Sperling & Kupfer, 2014, ISBN 88-200-9209-3.
  • Giuseppe Rocco, L'organizzazione militare della RSI: sul finire della seconda guerra mondiale, Milano, Greco & Greco Editori s.r.l., 1998, ISBN 88-7980-173-2.

PeriodiciModifica

  • Sergio Romano, L'avventurosa resistenza di Beria di Argentine, in Corriere della Sera (Milano, RCS-Corriere della Sera), giugno 2015, p. 37.