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Vizi privati, pubbliche virtù

film del 1975 diretto da Miklós Jancsó
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il poemetto di Bernard de Mandeville che ebbe diversi titoli fra i quali questo, vedi La favola delle api.
Vizi privati, pubbliche virtù
Vizi privati, pubbliche virtù.JPG
Una scena del film
Titolo originaleVizi privati, pubbliche virtù
Lingua originaleitaliana
Paese di produzioneItalia, Jugoslavia
Anno1975
Durata100 min
Generestorico, drammatico
RegiaMiklós Jancsó
SoggettoGiovanna Gagliardo,
Miklós Jancsó (non accreditato)
SceneggiaturaGiovanna Gagliardo
ProduttoreMonica Venturini,
Giancarlo Marchetti
Casa di produzioneFilmes S.p.A. (Roma),
Jadran Film (Zagabria)
Distribuzione in italianoFida Cinematografica
FotografiaTomislav Pinter
MontaggioRoberto Perpignani
Effetti specialiZdravko Smojver
MusicheFrancesco De Masi
ScenografiaZěljko Senečić
CostumiMaria Paola Maino,
Aldo Buti
TruccoMauro Gavazzi
Interpreti e personaggi

Vizi privati, pubbliche virtù è un film del 1976 diretto dal regista ungherese Miklós Jancsó.

Indice

TramaModifica

L'arciduca Rodolfo d'Asburgo, erede al trono imperiale, contesta il potere del padre Francesco Giuseppe: impossibilitato a farlo scendendo sul suo stesso terreno, il Delfino decide di mettere in questione se stesso, ridicolizzando il proprio ruolo di futuro imperatore.
Nel giardino d'una splendida residenza di campagna l'arciduca, che ha una relazione incestuosa con la sorellastra Sofia e il fratellastro, figli naturali di suo padre e della moglie d'un ministro, balla nudo al suono dell'orchestra militare, sfila la biancheria intima alla moglie addormentata mostrando alla servitù l'emblema imperiale che v'è ricamato, fa urinare la nutrice, con la quale ha un rapporto d'aperta intimità, nel cappello di paglia della donna. La moglie, l'ottusa e detestata Stéphanie, impostagli dal padre, viene fatta partire per la capitale.
L'imperatore invia un generale a riferirgli di presentarsi a corte, ma l'ufficiale viene cacciato e fatto inseguire dai cani. L'arciduca fa versare una polverina afrodisiaca nelle bevande, così le cortigiane, le duchesse e le baronesse s'abbandonano a un'interminabile danza, spogliandosi gradatamente fino a rimanere nude insieme ai ragazzi d'un circo fatto chiamare appositamente. Lo scopo è realizzare una fotografia dell'orgia da fare circolare per rendere pubblico lo scandalo. Durante il festino, l'arciduca si proclama imperatore, mentre ritratti del sovrano e maschere con l'effigie sono dileggiati e oltraggiati.
Il generale - che era il sadico istitutore dell'arciduca nel collegio militare - ritorna e vede quanto sta accadendo, ma gli amici dell'arciduca lo catturano e lo costringono a una punizione: dovrà farsi possedere da Mary, amante dell'arciduca, che l'ha proclamata imperatrice, in apparenza una bellissima ragazza, ma in realtà un ermafrodito.
La risposta del padre a tanta depravazione non si fa attendere: la villa viene presidiata da soldati e giunge un ministro, padre putativo della sorellastra e del fratellastro dell'arciduca, per un ultimo tentativo di ricondurre quest'ultimo alla ragione e salvare almeno la vita di coloro che ha riconosciuto come figli. Rodolfo, allora, comincia a percepire che la fine s'avvicina e, congedata la servitù e datosi per matto, inizia un'ultima orgia con i più intimi amici: il duca, Sofia e Mary. La nutrice l'avvisa del pericolo, ammonendolo che, seppure non veda ancora validi motivi per essere ucciso, tuttavia v'è chi è pagato per inventarne.
All'alba, cinque uomini in uniforme, al comando del generale, entrano nel cortile in cui s'è consumata l'ultima notte di piacere e sparano ai quattro ribelli, uccidendoli. Solo il corpo di Rodolfo rimane disteso assieme a quello di Mary e le loro salme vengono composte. I cadaveri dei due fratellastri vengono invece fatti sparire; un prete annuncia il suicidio dell'erede al trono che, secondo la versione ufficiale, s'è tolto la vita dopo avere ucciso la donna amata che, per ragioni di Stato, non avrebbe mai potuto sposare. Mentre viene data lettura d'un falso biglietto di commiato, il carro funebre con le salme di Rodolfo e Mary s'allontana.

ProduzioneModifica

Vizi privati, pubbliche virtù fu girato in circa due mesi in un castello del settecento a Vinica (Croazia) (circa cento chilometri a nord di Zagabria). Gli attori e le comparse, di varie nazionalità, recitarono ciascuno nella propria lingua e poi furono doppiati. Le canzoni rimasero invece in lingua originale. Si noti che il titolo ungherese del film (Magánbűnök, közerkölcsök) significa letteralmente "vizi privati, pubblici piaceri", ed è questo (non quello italiano) il titolo tradotto nelle versioni straniere (per esempio quella inglese, Private vices, public pleasures).

CriticaModifica

L'amore impossibile narrato nel film è l'ennesima versione dei fatti di Mayerling[1], cioè della relazione tra Rodolfo d'Asburgo-Lorena e della sua amante, la baronessa Maria Vetsera, che si concluse con il doppio suicidio dei protagonisti e che, secondo alcune fonti (mai confermate), potrebbe invece essere stato un duplice omicidio architettato da funzionari della corte dell'imperatore Francesco Giuseppe, padre di Rodolfo, che temevano le sue simpatie filo-ungheresi.

Il film è volutamente privo di riferimenti storici, per quanto le raffigurazioni indirette dell'imperatore siano palesemente allusive a Francesco Giuseppe I d'Austria, e si svolge in un'atmosfera di fantasia.

La pellicola è per molti critici smaccatamente commerciale e d'esplicito contenuto sessuale[2], mentre per altri è un apologo sull'immoralità e sulla vita viziosa dei nobili[3].

«La solita tesi sul sesso come strumento di ribellione al potere, in un film che è parso un adeguarsi dell'autore a esigenze commerciali.»[4]

ControversieModifica

Fu presentato al Festival di Cannes del 1976 per l'Italia[5]; non ottenne alcun premio, ma fu oggetto di numerose polemiche[6].

In Italia il film fu sequestrato per ben due volte[3], mentre il regista e Giovanna Gagliardo, sceneggiatrice, furono processati e condannati in primo grado per oscenità[1] e poi assolti nei gradi successivi di giudizio[3]. Fra le ragioni dell'ira censoria, oltre alla ripresa esplicita di una masturbazione e di una - solo allusiva - fellatio entrambe eseguite da Laura Betti (poco meno che cinquantenne al tempo delle riprese), anche il ruolo d'ermafrodita di Thérèse-Ann Savoy e il clima d'orgia sfrenata, con abbondanza di nudità sia femminile che maschile[3].

NoteModifica

  1. ^ a b Laura, Luisa e Morando Morandini, Il Morandini, Zanichelli
  2. ^ Cinema del Silenzio: Storia del Cinema - Europa Orientale: il Crollo dei Regimi
  3. ^ a b c d Gordiano Lupi, Sexy Made in Italy, Profondo Rosso, 2007
  4. ^ Paolo Mereghetti, Dizionario dei film, ed. 1994.
  5. ^ festival-cannes.com
  6. ^ Giovanni Grazzini, recensione per Il Corriere della Sera

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica