Jugoslavia

entità statale che ha amministrato il territorio della Penisola balcanica occidentale nel corso del XX secolo
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La Jugoslavia o Iugoslavia[1][2][3] (AFI: /juɡoˈzlavja/[4]; in croato e in sloveno: Jugoslavija, in serbo e in macedone: Југославија; letteralmente "terra degli slavi del sud") fu un'entità statale che, a più riprese e attraverso diversi assetti istituzionali, amministrò la penisola balcanica occidentale per gran parte del XX secolo.

Jugoslavia
Jugoslavia – Bandiera
Bandiera dal 1918 al 1941 (dettagli)
Jugoslavia - Stemma
Stemma dal 1918 al 1941
Jugoslavia - Localizzazione
Jugoslavia - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficialeJugoslavija
Jугославиjа
Lingue ufficialiserbocroato
Lingue parlateserbocroato, sloveno, macedone, albanese, ungherese
InnoEhi, Slavi
CapitaleBelgrado  (1.717.800 ab. / 2002)
Politica
Forma di Stato
Forma di governo
Nascita3 ottobre 1929 con Alessandro I di Jugoslavia
CausaDittatura di Alessandro I e unificazione dei tre regni
Fine4 gennaio 2003 con Vojislav Koštunica
Causacostituzione dell'Unione Statale di Serbia e Montenegro
Territorio e popolazione
Bacino geograficoPenisola balcanica
Massima estensione255.804 km² nel 1947-1991
Popolazione23.724.919 nel 1991
Economia
Valutadinaro jugoslavo
Varie
TLD.yu
Prefisso tel.+38(1)
Sigla autom.YU
Religione e società
Religioni preminentiChiesa ortodossa serba, Chiesa cattolica, Islam sunnita
Religione di StatoStato laico (1945-1992)
Evoluzione storica
Preceduto da Regno dei Serbi, Croati e Sloveni
Succeduto da Serbia e Montenegro
Bandiera della Croazia Croazia
Bandiera della Slovenia Slovenia
 Macedonia
Repubblica di Bosnia ed Erzegovina

Stati autoproclamati:
Repubblica di Kosova
Repubblica Serba di Krajina
Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina
Regione Autonoma della Bosnia Occidentale

Ora parte diBandiera della Serbia Serbia
Bandiera della Croazia Croazia
Bandiera della Slovenia Slovenia
Bandiera della Macedonia del Nord Macedonia del Nord
Bandiera della Bosnia ed Erzegovina Bosnia ed Erzegovina
Bandiera del Montenegro Montenegro
Bandiera del Kosovo Kosovo

Il periodo monarchico modifica

 
Re Alessandro I

Alla fine della prima guerra mondiale, alcuni politici e intellettuali slavi della Slovenia, della Croazia, della Bosnia ed Erzegovina e della Voivodina, fino ad allora appartenenti all'Impero austro-ungarico, dichiararono l'indipendenza delle loro terre da Vienna e si costituirono in un'entità denominata Stato degli Sloveni, Croati e Serbi,[5] che però non ebbe alcun riconoscimento internazionale. Chiesero, allora, al Regno di Serbia di costruire insieme una nuova realtà statuale, alla quale aderì anche il Regno del Montenegro. Il 1º dicembre 1918 fu fondato il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Il 6 gennaio 1929 il re Alessandro I, con un colpo di Stato, avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi interni ai diversi partiti politici e ai gruppi etnici, e cambiò il nome del Paese in Regno di Jugoslavia, promuovendo una politica di accentramento amministrativo e culturale e tentando di appiattire le differenze culturali dei popoli che componevano lo Stato.

Suddivisioni amministrative modifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Suddivisione amministrativa del Regno di Jugoslavia.

Prima del 1929, il regno era suddiviso in 33 contee (o comitati: županije) che ricalcavano confini storici ed erano etnicamente definite.

Con l'istituzione del Regno di Jugoslavia, le 33 contee furono soppresse e sostituite da 9 regioni (banati, in lingua originale al plurale: banovine) che prendevano il nome dai fiumi che le attraversavano e che erano abitate da più gruppi etnici:

  1. Banato della Drava, con capitale Lubiana
  2. Banato della Sava, con capitale Zagabria
  3. Banato del Vrbas, con capitale Banja Luka
  4. Banato del Litorale, con capitale Spalato
  5. Banato della Drina, con capitale Sarajevo
  6. Banato della Zeta, con capitale Cettigne
  7. Banato del Danubio, con capitale Novi Sad
  8. Banato della Morava, con capitale Niš
  9. Banato del Vardar, con capitale Skopje

La città di Belgrado, insieme con Zemun e Pančevo fu costituita come unità amministrativa separata. A capo delle banovine era posto un governatore di nomina statale.

Seconda guerra mondiale modifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione della Jugoslavia.
 
Re Pietro II

Il 25 marzo 1941 il principe reggente Paolo Karađorđević fece aderire la Jugoslavia all'Asse a fianco dell'Italia fascista e della Germania nazista. Per questo l'erede al trono Pietro II, con un colpo di Stato avvenuto due giorni dopo, detronizzò lo zio e assunse la corona, rompendo l'alleanza con le forze dell'Asse. Le forze dell'Asse invasero la Jugoslavia, il cui territorio fu conquistato e parzialmente annesso a Germania, Italia, Ungheria, Albania italiana e Bulgaria; ciò che non fu annesso fu costituito in diversi Stati fantoccio.

Il Regno d'Italia partecipò alle fasi dell'invasione partendo dalle proprie basi in Venezia Giulia e Istria, da Zara, e dall'Albania. A nord era schierata la 2ª Armata (9 divisioni di fanteria, 4 motorizzate e 1 corazzata) sotto il comando del Generale Vittorio Ambrosio, con obiettivo Lubiana e la discesa lungo la costa dalmata. A Zara vi era una guarnigione di 9 000 uomini, al comando del Generale Emilio Grazioli, che allo scoppio delle ostilità si diresse su Sebenico e Spalato per giungere a Ragusa (Dubrovnik) il 17 aprile; infine dall'Albania vennero impegnate 4 divisioni della 9ª Armata sotto il comando del Generale Alessandro Pirzio Biroli.

All'Italia fu annessa la città di Lubiana e la parte meridionale della Banovina della Drava,[6] con cui fu costituita la provincia di Lubiana, e la parte nord-occidentale della Banovina di Croazia, che andò ad ampliare la provincia di Fiume.

Gli Stati fantoccio costituiti dall'Asse furono:

Il periodo socialista modifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
 
Josip Broz Tito
 
Banconota da 1000 Dinari del 1974

Durante la seconda guerra mondiale fu costituito il Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia che il 29 novembre 1943 decise di ricostituire uno Stato all'interno dei confini del vecchio regno, con l'aggiunta del Litorale sloveno (che già nel settembre del 1943 era stato proclamato dal Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno parte integrante della Slovenia[7][8]) e dell'Istria, che fu denominato Jugoslavia Democratica Federale in attesa del referendum con cui il popolo doveva scegliere se ripristinare la monarchia o creare una repubblica.

Josip Broz Tito venne nominato primo ministro. Finita la guerra e liberati i territori dall'occupazione nazifascista, furono indette elezioni in cui la Lega dei Comunisti di Jugoslavia ottenne la maggioranza dei voti.[9] Il 29 novembre 1945 la monarchia venne definitivamente abolita e nacque la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, nome che mantenne fino al 1963 quando venne denominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il maresciallo Tito, capo del governo, intraprese una politica di alleanza con l'Unione Sovietica e instaurò un regime di stampo socialista retto dalla Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Dopo il 1948 ebbe inizio un progressivo allontanamento da Stalin, per poter governare liberamente l'economia del proprio paese e farla sviluppare. Dopo diversi dissidi con Mosca sulla politica estera e su quella interna, nel 1948 la Jugoslavia fu espulsa dal Cominform[10] e ne restò fuori per sempre, uscendo definitivamente dall'orbita di influenza sovietica.

La Jugoslavia di Tito rimase un paese a economia pianificata, anche se nel 1950 Tito inaugurò una politica di autogestione dei lavoratori[11] che fu alla base del sistema produttivo jugoslavo. Sul piano internazionale, Tito fondò nel 1956, col presidente egiziano Nasser e il primo ministro indiano Nehru, il Movimento dei paesi non allineati[9], criticò l'invasione della Cecoslovacchia e dell'Ungheria da parte degli eserciti del Patto di Varsavia[9] e si propose come mediatore nel conflitto arabo-israeliano. Nel 1961, è il primo paese dichiaratamente socialista a partecipare all'Eurovision Song Contest. La politica interna fu caratterizzata da un forte accentramento del potere volto a stroncare ogni sussulto nazionalista e ogni riforma a livello locale, anche se, col passare degli anni, in Jugoslavia venivano fatti timidi passi verso un'economia più liberale, fino alla costituzione del 1974 che concesse larghissime autonomie alle repubbliche federate[9].

Suddivisione amministrativa modifica

La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era divisa in 6 repubbliche e 2 province autonome:

Nome
1. Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina Sarajevo
2. Repubblica Socialista di Croazia Zagabria
3. Repubblica Socialista di Macedonia Skopje
4. Repubblica Socialista di Montenegro Titograd
5. Repubblica Socialista di Serbia
5a. Provincia Socialista Autonoma del Kosovo
5b. Provincia Socialista Autonoma della Voivodina
Belgrado
Pristina
Novi Sad
6. Repubblica Socialista di Slovenia Lubiana

Il processo di dissoluzione modifica

 
Franjo Tuđman
 
Milan Kučan

Il maresciallo Tito morì il 4 maggio 1980[12]. Nel frattempo, la situazione economica si andava deteriorando, alimentando il divario tra le repubbliche di Slovenia e Croazia più ricche e il resto del Paese. Questa separazione economica incominciò a diventare una spinta verso una volontà indipendentista ispirata dai dirigenti politici locali. Nel 1981 in Kosovo si sviluppò un movimento che chiedeva la trasformazione della provincia autonoma in repubblica federata, richiesta fatta dalla maggioranza albanese e osteggiata dalla popolazione serba[9].

 
Slobodan Milošević
 
Alija Izetbegović, primo presidente della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina
 
Kiro Gligorov, primo presidente della Repubblica di Macedonia

Nel 1990, a seguito del malcontento generale della popolazione dell'intera Jugoslavia, furono indette elezioni multipartitiche nelle sei repubbliche: in Croazia venne eletto il nazionalista Franjo Tuđman[13] e in Slovenia il socialdemocratico Milan Kučan[14] che appoggiarono immediatamente le rivendicazioni indipendentiste dei loro popoli; in Bosnia ed Erzegovina fu eletto il nazionalista musulmano Alija Izetbegović che auspicava un allentamento dei legami politici con la Jugoslavia[15]; in Macedonia venne eletto il comunista Kiro Gligorov, favorevole a una futura indipendenza[16], e in Serbia fu confermato presidente il comunista Slobodan Milošević[17] contrario al disfacimento della federazione e che revocò lo statuto di autonomia del Kosovo e della Voivodina per fermare le spinte centrifughe.

Nel 1991, Slovenia e Croazia si dichiararono indipendenti. Dal 26 giugno al 7 luglio venne combattuta una guerra tra l'esercito jugoslavo e l'armata territoriale slovena, che vide la resa dell'esercito federale. Dal 1991 al 1995 durò il conflitto tra l'esercito croato e la popolazione serba della Croazia, appoggiata dall'esercito jugoslavo, che si concluse con la vittoria croata. Nel 1992 anche la Bosnia-Erzegovina si dichiarò indipendente, e fino al 1995 la repubblica fu sconvolta da diversi conflitti che videro opposti musulmani e croati contro i serbi di Bosnia e musulmani contro croati di Bosnia, conclusisi con l'accordo di Dayton che sancì la creazione di una repubblica indipendente su base federale.

Nel settembre del 1991 anche la Macedonia si era dichiarata indipendente senza che ne scaturisse alcuna azione bellica, ma a tale dichiarazione seguirono battaglie tra albanesi e macedoni. Dopo la proclamazione dell'indipendenza di Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia, lo Stato jugoslavo era limitato ai soli territori della Serbia e del Montenegro che decisero di rimanere uniti, dando vita, il 27 aprile 1992 alla Repubblica Federale di Jugoslavia.

Nel 1996 le tensioni nella provincia serba del Kosovo tra la maggioranza di etnia albanese e la minoranza serba si inasprirono. Fino al 1999 fu combattuto un conflitto tra l'organizzazione indipendentista albanese UÇK e la polizia appoggiata da forze paramilitari serbe, che si concluse, dopo quasi tre mesi di bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia, con l'Accordo di Kumanovo che sancì il ritiro dell'esercito federale dalla provincia e la sua sostituzione con la forza internazionale KFOR, il mantenimento della sovranità jugoslava e l'amministrazione dell'ONU tramite l'UNMIK.

Il 3 settembre 2003 la Repubblica Federale di Jugoslavia cambiò denominazione in Unione Statale di Serbia e Montenegro. La federazione restò in vigore fino al 21 maggio 2006 quando venne sciolta dando vita ai due stati indipendenti di Serbia e Montenegro.

Secondo gli studi di Tim Judah, coniatore del termine "Jugosfera", i paesi dell'ex Iugoslavia si stanno riavvicinando sia economicamente che politicamente, come poi rievidenziato dagli studi della London School of Economics.[18]

Mappe storiche modifica

 
Disintegrazione della Jugoslavia:

     Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (1945-1992)

     Repubblica Federale di Jugoslavia (1992-2003)
     Serbia e Montenegro (2003-2006)

     Slovenia (1991-)

     Croazia (1991-)

     Macedonia (1991-)

     Krajina Serba (1991-1995/96)

     Bosnia ed Erzegovina (1992-1998)

     Erzeg-Bosnia Croata (1992-1994)

     Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (1995-)

     Linea di confine fra le due entità (IEBL)

     Federazione di Bosnia ed Erzegovina (1994-)

     UNTAES (1996-1998)

     Montenegro (2006-)

     Serbia (2006-)

     Kosovo[19] (2008-)

Bandiere e stemmi modifica

Nome
Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni
Regno di Jugoslavia
Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia
Repubblica Federale di Jugoslavia
Serbia e Montenegro

Stati successivi modifica

Dopo le guerre e i rivolgimenti politici che hanno portato al dissolvimento della Jugoslavia, l'area dei Balcani e della regione geografica dell'Adria è suddivisa nei seguenti 7 Stati sovrani (o parzialmente sovrani):

Numero
Nome
1
Bosnia ed Erzegovina Sarajevo
2
Croazia Zagabria
3
Macedonia del Nord Skopje
4
Montenegro Podgorica
5
Serbia Belgrado
6
Slovenia Lubiana
7
Repubblica del Kosovo (territorio conteso) Pristina

Note modifica

  1. ^ Bruno Migliorini et al., Scheda sul lemma "Iugoslavia", in Dizionario d'ortografia e di pronunzia, Rai Eri, 2010, ISBN 978-88-397-1478-7.
  2. ^ Iugoslavia, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 5 aprile 2017.
  3. ^ Lemma "Iugoslavia" sull'Enciclopedia Sapere, su sapere.it. URL consultato il 27 ottobre 2010 (archiviato il 4 giugno 2011).
  4. ^ Luciano Canepari, Iugoslavia, in Il DiPI: dizionario di pronuncia italiana, Bologna, Zanichelli, 2009, ISBN 978-88-08-10511-0.
  5. ^ Fenwick 1918, p. 719.
  6. ^ Lubiana, su treccani.it. URL consultato il 3 maggio 2014 (archiviato il 4 maggio 2014).
  7. ^ Zgodovina Slovencev, pagina 804, Cankarjeva založba, Ljubljana 1979
  8. ^ Copia archiviata, su www2.gov.si. URL consultato il 25 giugno 2020 (archiviato dall'url originale il 12 ottobre 2016). discorso del 12 settembre 1993 di Milan Kučan (primo Presidente della Slovenia eletto nel 1992)
  9. ^ a b c d e Iugoslavia, su treccani.it. URL consultato il 3 maggio 2014 (archiviato il 3 luglio 2014).
  10. ^ Marcou 1979, pp. 113–114.
  11. ^ Josip Broz Tito: Self-management and decentralization (archiviato dall'url originale il 2 marzo 2014). su "Encyclopædia Britannica"
  12. ^ Josip Broz Tito (archiviato dall'url originale il 30 aprile 2015). su "Encyclopædia Britannica"
  13. ^ Tudjiman, Franjo (archiviato dall'url originale il 19 dicembre 2012). su Enciclopedia Treccani
  14. ^ Slovenia (archiviato dall'url originale il 31 maggio 2012). su Enciclopedia Treccani
  15. ^ Izetbegović, Alija (archiviato dall'url originale il 17 dicembre 2012). su Enciclopedia Treccani
  16. ^ Macedonia, Repubblica di (archiviato dall'url originale il 24 febbraio 2012). su Enciclopedia Treccani
  17. ^ Milošević, Slobodan (archiviato dall'url originale il 25 febbraio 2012). su Enciclopedia Treccani
  18. ^ Entering the Yugosphere, su economist.com.
  19. ^ Indipendenza dichiarata in via unilaterale; attualmente il territorio kosovaro è sotto l'amministrazione dell'ONU.

Bibliografia modifica

  • Josip Krulic, Storia della Jugoslavia dal 1945 ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1997.
  • (EN) Laura Silber e Allan Little, Yugoslavia: Death of a Nation, Londra, Penguin Books, 1997.
  • Georges Prevelakis, I Balcani, Bologna, il Mulino, 1997.
  • Alessandro Perich, Origine e fine della Jugoslavia nel contesto della politica internazionale, Milano, Lupetti, 1998.
  • Georges Castellan, Storia dei Balcani, Lecce, Argo, 1999.
  • (EN) John B. Allcock, Explaining Yugoslavia, Columbia University Press, 2000.
  • Guido Franzinetti, I Balcani: 1878-2001, Roma, Carocci, 2001.
  • Edgar Hösch, Storia dei Balcani, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Francesco Privitera, Jugoslavia, Milano, Unicopli, 2007.
  • Eric Gobetti, Alleati del nemico: L'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Bari, Laterza, 2013, ISBN 9788858108482.
  • Jože Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999, Torino, Einaudi, 2014.
  • Egidio Ivetic, I Balcani dopo i Balcani. Eredità e identità, Roma, Salerno, 2015.
  • Bruno Maran, Dalla Jugoslavia alle repubbliche indipendenti, Formigine, Infinito, 2016, ISBN 9788868611224.
  • Andrew Baruch Wachtel, Storia dei Balcani, Nardò, Controluce, 2016.
  • Oliver Jens Schmitt, I Balcani nel Novecento. Una storia postimperiale, Bologna, il Mulino, 2021.
  • Raoul Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Milano, Feltrinelli, 2021.
  • (EN) Charles G. Fenwick, Jugoslavic National Unity, in The American Political Science Review, vol. 12, n. 4, 1918, pp. 718–721, DOI:10.2307/1945848, ISSN 0003-0554 (WC · ACNP), JSTOR 1945848.

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