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Abbazia di San Giovanni in Venere

chiesa di Fossacesia
Abbazia di San Giovanni in Venere
Abbazia di San Giovanni in Venere.jpg
La facciata dell'abbazia
StatoItalia Italia
RegioneAbruzzo
LocalitàFossacesia
ReligioneCristiana cattolica
Arcidiocesi Chieti-Vasto
Stile architettonicoRomanico, gotico
Inizio costruzione1165
Sito webwww.sangiovanninvenere.it

Coordinate: 42°15′17.57″N 14°29′54.44″E / 42.25488°N 14.498456°E42.25488; 14.498456

L'abbazia di San Giovanni in Venere si trova nel comune di Fossacesia, su una collina prospiciente il mare Adriatico a 107 m s.l.m.[1] Il complesso monastico di San Giovanni in Venere è composto da una basilica e dal vicino monastero, entrambi costruiti all'inizio del XIII secolo in luogo del piccolo monastero preesistente (vedi il capitolo sulla Storia). La posizione è molto panoramica: è su una collina che domina la costa vicina per diversi chilometri verso nord e verso sud. Dal dicembre 2014 il sito è in gestione al Polo museale dell'Abruzzo.

La chiesaModifica

 
Portale detto "della Luna"

Il sito dove sorge l'abbazia era un santuario dedicato alla dea Venere Conciliatrice[2], la cui nascita sarebbe anteriore all'epoca dell'impero di Augusto. Il culto pagano del tempio successivamente, nell'VIII secolo circa, venne sostituito da quello cristiano, con il riutilizzo del tempio in chiesa cattolica da parte dei Benedettini. Una tradizione vuole che nel 543 d.C. il monaco eremita Martino portò i Benedettini a "Fossa Ceca", presso il promontorio sul mare, e vi si insediò. La chiesa fu intitolata dapprima a San Benedetto, e poi a San Giovanni Battista nell'XI secolo. La prima menzione della "cella" avviene nel 973.
In questo documento dove la chiesa è menzionata, si ha la donazione del conte Trasmondo di Chieti di molti beni all'abbazia, dacché venne sottoposta a protezione dei signori abruzzesi, ed entrò anche nelle grazie papali.

Sicuramente l'abbazia dovette subire i danni delle invasioni Saracene e Unghere, ma con la protezione dei conti di Chieti, accrebbe sempre di più il suo potere sino al 1024, quando verrà ampliata e ricostruita. Gli studiosi hanno intravisto tre fasi di edificazione dell'abbazia:

  • La prima riferibile intorno al 1015 quando il conte Trasmondo II di Chieti provvide al rifacimento totale del tempietto originario, costruendo l'impianto longitudinale, di cui però rimane il portale reimpiegato per l'attuale accesso al chiostro quadrato del monastero.
  • La seconda fase di costruzione, che va dal 1080 al 1120, quando venne impostata la planimetria oggi visibile, di evidente matrice romanica sul modello dell'abbazia di Montecassino, quando l'abate Desiderio, poi papa Vittore III, ristrutturò l'abbazia benedettina di Montecassino, e anche le altre abbazie abruzzesi benedettine quali San Clemente a Casauria e San Liberatore a Majella, dovettero adeguarsi al nuovo stile.
  • Terza fase edificatoria: completamento dei lavori, come attesta anche una lapide visibile all'interno della chiesa, da parte dell'abate Oderisio II, tra il 1165 e il 1204. L'intervento dell'abate sarebbe stato apportato per un terremoto che colpì la chiesa intorno al 1125. Non solo, l'abate avrebbe voluto dare un tono più imponente e celebrativo all'abbazia, come fecero anche gli abati di San Clemente a Casauria.

L'abbazia con i privilegi dei signori prima franchi e poi normanni, si era arricchita di vari feudi nella costa abruzzese, quali Pescara, San Vito, e anche Vasto d'Aimone, con la bolla del 1173 di papa Alessandro III, e possedeva numerosi altri feudi all'interno della valle del Sangro. L'abbazia era anche un importante centro culturale per la formazione di vescovi, dato che una targa ricorda la presenza del vescovo e santo patrono di Teramo Berardo di Pagliara, che vi studiò. La ricostruzione dell'impianto si realizzò sulla precedente impostazione planimetrica, introducendo un metodo costruttivo di derivazione borgognona cistercense, cioè una novità nel panorama architettonico abruzzese, poiché i Cistercensi si stavano affermando proprio nella prima metà del Duecento, nella valle della Pescara, con i cenobi di Casanova e Santa Maria d'Arabona.

Altri lavori ci furono dal 1225 al 1230, quando l'abate Rainaldo rinnova parti dell'impaginato decorativo, come il portale della Luna, realizzato da un tal Rogerio sotto l'abate Oderisio, e poi abbellito con il gruppo scultoreo della "Deesis", e le finestre absidali. La chiesa, dopo ulteriori interventi di ultimazione nel Trecento, venne definitivamente completata nel 1344 dall'abate Guglielmo II.

L'abbazia era provvista anche di un punto di difesa, il villaggio di Rocca San Giovanni, a poca distanza da Fossacesia, edificato proprio a guardia dell'abbazia. Alcune galleria sotterranee inducono a pensare che vi fosse un percorso sotterraneo di almeno 5 km, che dall'abbazia portasse direttamente alla Rocca, nei momenti di minaccia bellica per l'incolumità della comunità benedettina fossacesiana. Con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, molte parti del cunicolo sono crollate.

EsternoModifica

 
Il campanile e le absidi

La facciata principale rivolta ad ovest, fu realizzata nel 1225-1230 sotto l'abate Rainaldo, anche se la struttura era stata completata in parte all'epoca di Oderisio II, per quanto riguarda le sculture del portale della Luna. La facciata presenta un coronamento a salienti, concluso da un timpano al di sotto del quale si trova una cornice a gola, sostenuta da un ordine di archetti semicircolari poligonali. Un'altra cornice a gola, che rimanda alle caratteristiche degli edifici cistercensi, e dunque realizzata nella metà del XIII secolo, taglia orizzontalmente il prospetto all'altezza della linea d'imposta della lunetta del portale. Ancora una cornice, eseguita nel periodo di Rainaldo, dà al portale un coronamento trilobato con pinnacoli laterali.
In corrispondenza delle navate laterali si aprono finestre polilobate e in alto, sotto il timpano centrale, c'è una bifora centrale decorata da archetti trilobati, che illuminava la navata maggiore, il che rende la facciata molto simile a quella dell'ordine mendicante dei Domenicani a Teramo.

Nella parte bassa a nord-est si trova il dossale della tomba dedicata all'abate Oderisio: il monumento ha 5 cornici digradanti all'interno delle quali è inserito una sorta di dittico marmoreo, contenente un'incisione dell'epigrafe commemorativa, in cui è attestato il nome dell'esecutore Rigerio. Elemento di massimo rilievo è il grande portale della Luna o "degli Uomini", del 1230, che è fiancheggiato da due alti fregi scolpiti, eseguiti durante il governo di Oderisio: due grandi ante marmoree affiancate alle colonne. Al loro interno su quattro registi sovrapposti, intervallati nel mezzo da un motivo decorativo, sono narrate:

  • Infanzia e la prima maturità del Battista (destra): lettura da destra verso sinistra, San Giovannino infante in mano alla madre, San Giovanni adulto che si separa dalla madre, San Giovanni tra i Farisei con la Parola di Dio tra le mani, dopo aver viaggiato nel deserto.

Il rilievo è sovrastato dall'immagine di due pavoni che si abbeverano a un'anfora.

A destra si osserva un fregio decorativo, sotto:

  • l'Imposizione del nome e la Circoncisione del Battista - Annuncio dell'Angelo a Zaccaria, sotto una cornice di arcatelli con quattro rosoncini di tradizione abruzzese, poi:
  • Daniele nella fossa dei leoni - Profeta Abacuc trasportato per i capelli da un angelo.

L'Annunciazione è molto ben elaborata, e occupa gran parte dell'anta in pietra, l'Arcangelo è sulla sinistra in atto di posarsi con le ali dispiegate, tra lui e Maria inginocchiata vi è un tempietto, elemento decorativo della casa della Vergine. Il Profeta Abacuc è invece realizzato secondo alcuni schemi dell'arte pagana, è al centro in atto di preghiera, i due leoni sono posti lateralmente con i musi rivolti verso l'uomo. I musi e le criniere sono molto arrotondate, e presentano i tratti caratteristici di queste belve nell'arte romanica.

Vari studiosi hanno individuato somiglianze in questo ciclo e in quello delle storie di San Zeno a Verona, dunque pare possibile che il ciclo di Fossacesia avessero risentito dell'influsso romanico padovano. Si tratta del primo esempio di scultura narrativa in Abruzzo: alla base delle due ante, c'è una zoccolatura decorata con foglie d'acanto rovesciate. Affiancate a ciascuno dei due grandi fregi, sui lati del portale, sono inserite due colonne impostate su basi dallo stile discordante. La parte alta è decorata da capitelli a forma di campana, ornati con foglie dallo stile naturalistico, con abachi. Al periodo di Rainaldo è datata la lunetta, che vide la distruzione parziale delle precedenti modanature per l'inserimento. La lunetta che mostra il gruppo della Deesis, il Cristo in maestà tra la Vergine e il Battista, è il principale esempio di decorazione a rilievo del portale, dopo quello di San Clemente a Casauria, si caratterizza soprattutto per l'espressività teatrale dei volti, che già acquistano un aspetto che andrà a confluire nell'arte gotica, essendo ormai privi della staticità ieratica dello stile romanico. C'è ricercatezza anche nella decorazione del panneggio delle vesti, benché non vi sia ancora piena padronanza della plasticità dei volumi.

 
Prospetto laterale

La lunetta presenta in alto questo gruppo della Deesis, in basso reca i resti di un altro gruppo scultoreo, oggi ridotto purtroppo in frantumi, che prevedeva in origine le figure di San Romano, di cui rimane la scritta, San Benedetto, che si trova all'interno di una nicchia, e San Rainaldo, conservato in frammenti. Si pensa che la composizione originaria fosse stata smontata e sostituita da quella più aggiornata della Deesis. Questa lunetta insieme a quella di San Clemente fece scuola in Abruzzo ai futuri maestri scalpellini, tra cui Nicola Mancino di Ortona e Francesco Petrini di Lanciano. Il secondo portale di lato, "delle Donne", quello accessibile dal giardino dell'abbazia, al termine del viale alberato, è altresì romanico, a tutto sesto, ritraendo a rilievo una Madonna col Bambino e un angelo (Gabriele?). Il gruppo non è all'altezza stilistica del portale della Luna, anche perché è piuttosto mutilo, tuttavia l'artista cercò di dare più effetto plastico alle figure, sarebbe stato realizzato, come dice l'iscrizione, nel 1204 da un tal Alessandro.

Il prospetto meglio conservato e maggiormente integro dell'esterno della chiesa, per quanto riguarda l'uso dei materiali è quello a nord-est, che presenta nella zona corrispondente alla navata centrale, un apparecchio murario a conci irregolari. L'intervento fu messo in pratica durante il governo del commendatario Latino Orsini, per ricostruire l'abbazia dopo il terremoto del 1456, che aveva danneggiato le navate laterali e il chiostro del monastero. Il tratto sopra le navate laterali presenta un partito decorativo assai interessante: una cornice a gola percorre l'intera parete all'altezza del piano d'imposta degli archi delle finestre. Ai lati delle finestre la cornice sostiene esili colonnine che raggiungono l'elegante coronamento costituito da una serie di mensole decorate che sorreggono archetti pensili, al cui interno sono scolpiti fiori, stelle, croci.

Le aperture sulle pareti della navata centrale sono delle monofore, caratterizzate da semplice arco a strombatura; le decorazioni murarie sono lacunose nel prospetto sud-ovest, forse per il fatto che questa parte fu danneggiata dal terremoto del 1456. Tale terremoto dovette danneggiare anche l'antica torre campanaria rettangolare, di cui resta integra la base, insieme al corpo centrale. La parte superiore con i tre archi per le campane è stata realizzata dopo la seconda guerra mondiale, già prima, come dimostrano delle fotografie storiche, il campanile era stato arrangiato con la decorazione di una sola piccola vela.

AbsidiModifica

 
Incisione delle absidi del 1898

Interessante è il retro dell'abbazia, con le tre absidi rivolte verso il mare. Diversi sono gli elementi stilistici che le caratterizzano: meridionali siciliani, romanico lombardi, borgognoni cistercensi. La parte di base presenta una successioni di sottili lesene, sostenenti arcate cieche. Quelle corrispondenti alla navata centrale e sinistra sono a tutto sesto, e si caratterizzano per la presenza, all'interno degli spazi convessi, di medaglioni policromi con vari motivi geometrici a stella.

L'articolazione del prospetto di queste tre absidi è tipica delle costruzioni protoromaniche, ci sono stati da parti della critica confronti sia con le absidi del Duomo di Monreale che con gli esempi campani della cattedrale di Casertavecchia, soprattutto per quanto riguarda l'influsso chiaramente meridionale della parte mediana delle tre absidi fossacesiane. L'abside a est si differenzia per l'assenza di rosoni e per la diversa forma delle arcate, a sesto acuto anziché a tutto sesto; ciò avvenne forse non per un cambio del registro stilistico, ma per via di una frettolosa ricostruzione successiva a un crollo per terremoto. L'apparato murario della zona della base è irregolare, ed è separato dalla parete superiore mediante una fascia marcapiano in pietra, decorata con tarsie a losanga. La fascia è infine sormontata da una cornice aggettante.

Questa porzione decorativa di gusto normanno siculo, è riferibile sicuramente al periodo di Oderisio II, quando i Normanni erano divenuti i signori d'Abruzzo e indubbiamente vista l'importanza del cenobio, erano state molto probabilmente chiamate maestranze dall'isola di Palermo, nuova capitale del Regno di Napoli. Una serie di feritoie si apre su tutte le tre absidi, in quelle laterali ve ne sono due in asse, una nella parte bassa e una al livello superiore; nell'abside centrale ce ne sono 4, 2 presso la base, e 2 sopra. Altre aperture nell'abside di mezzo sono monofore a tutto sesto decorate da un arco trilobato in marmo bianco, sorrette da colonnine tortili con capitelli a foglie, racchiudenti piccole figure umane. Dunque queste absidi furono completate intorno al 1225. I cilindri superiori sono coronati da una cornice composta da fascia ad archetti, a loro volta sovrastati da sequenza di dentelli. A coronamento degli spioventi, all'altezza della navata centrale, vi è una seconda cornice di matrice borgognone, che richiama quella posta sul fianco settentrionale della chiesa.

InterniModifica

La configurazione dell'impianto interno, con assenza di transetto sporgente e successione di archi su pilastri, mostra una sua derivazione dall'abbazia romanica di Montecassino, come era stata configurata durante il governo di Desiderio. San Giovanni in Venere è impostata su uno spazio longitudinale molto ampio, dettato dalle esigenze religiose, diviso in tre navate da pilastri, il cui utilizzo al posto delle colonne rispecchia una scelta comune a molte chiese benedettine abruzzesi, come San Clemente a Casauria, rispondono sia a caratteri estetici, mirante a creare un effetto plastico, che ad esigenze di sicurezza, a causa della sismicità dei vari territori della regione, tra cui anche la val di Sangro.

L'abbazia non utilizza i pilastri a sezione orizzontale quadrata, come ad esempio in San Clemente a Casauria, preferendola sezione cruciforme, come fece anche la fabbrica di San Pelino a Corfinio, i pilastri presentano basi modanate con tori, scozie e listelli diversamente articolati.

La stessa suddivisione si ritrova in funzione delle decorazioni dei capitelli, che mostrano varie soluzioni sia di ornato che di raccordo ai pilastri. Alcuni capitelli sono a dentello, tortiglione e listello, elementi tipici benedettini; in San Giovanni sono però resi in maniera più semplificata, rispetto a San Liberatore a Majella. Ciò può essere considerato un elemento a favore dell'impostazione planimetrica voluta da Desiderio per i cenobi benedettini dipendenti da Montecassino. Di interesse anche la presenza di archi a tutto sesto nella navata destra e di archi a sesto acuto nella navata sinistra; questi sono a doppia ghiera, soluzione diffusasi in Abruzzo nella fine del XII secolo, come in San Clemente a Casauria.
Con scopo di conservare omogeneità, la doppia ghiera è stata inserita solo verso la navata interna e non verso la centrale, dove erano previsti archi a tutto sesto. Nella navata centrale al di sopra delle cornici dei pilastri, si notano semicolonne pensili impostate su "culots", tipico elemento borgognone, che svela l'intervento di maestranze cistercensi; la collocazione però è insolita, poiché negli esempi francesi sono sempre al di sotto delle cornici del primo ordine di semipilastri.

 
Prospetto da est, le absidi e il monastero

Un analogo esempio è presente nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Lanciano, dove solo due semicolonne sono innestate sopra le cornici del primo ordine, a sostegno dell'arco trionfale dell'altare. Le semicolonne di Fossacesia si concludono con capitelli modesti della struttura a campata rispetto alla chiesa di Lanciano, alcuni con un accentuato rilievo a fogliame. Di matrice borgognona è anche la cornice snella che scorre sulle pareti della navata centrale, interrompendosi solo su quella occupata dall'arco trionfale. Le finestre sono quasi tutte monofore, si inseriscono sui lati all'interno di arcate cieche impostate su capitelli a mensola. Le navate erano a volta, come testimonia una relazione del Catasto del 1655, tuttavia sono crollate, non si sa per per l'incendio dei turchi del 1566, oppure per un evento tellurico che colpì la val di Sangro nel primo Settecento.

Sono state sostituite da capriate lignee, rialzate in corrispondenza del presbiterio del 1627, decorate a piccole formelle con motivi geometrici triangolari nelle navate minori, mentre nella navata centrale ci sono motivi vegetali; il transetto è sollevato rispetto al corpo principale, al quale si collega con una gradinata, larga come la navata centrale, attraverso un arco di trionfo con apertura al livello del primo ordine. Due archi a sesto acuto dividono l'ambiente in tre parti, con larghezza pari a quella di ciascuna delle tre navate. Sopra gli archi sono impostate due volte a crociera con costoloni, la cui sagoma richiama quella di Santa Maria Maggiore di Lanciano, crociere semplici coprono le zone laterali relative alle absidi minori.
L'elevato dislivello tra navate e transetto si giustifica con la presenza di una grande cripta, tra le più grandi delle abbazie abruzzesi.

CriptaModifica

Pare che sia il rimasuglio dell'abbazia originaria, impostatasi sulla pianta circolare del tempio di Venere, e poi modificata con le tre grandi absidi. La pianta è rettangolare con le absidi, cinque navate longitudinali e due trasversali; quattro colonne dividono l'ambiente in 10 campate scandite da arcate a tutto sesto e sesto acuto. Le 6 campate longitudinali con l'abside centrale sono coperte da volte a crociera a sesto acuto, le restanti 4 da crociera a tutto sesto. L'interno ad eccezione della parte delle absidi laterali, è percorso da un bancale all'altezza di 30 cm, elemento frequente nelle cripte benedettine. Dal bancale sporgono basi su cui poggiano semicolonne, collegate alla fuga delle arcate. Le quattro colonne centrali, tre delle quali contengono elementi di reimpiego dal tempio di Venere, mostrano fusti a marmo cipollino scuro, materiale utilizzato per per la realizzazione di tre delle semicolonne addossate alle pareti. Le colonne erano molto più alte, e sono state portate allo stesso livello venendo tagliate, e dotate di inserimento di zoccoli, abachi, capitelli di varia dimensione.

Dunque il materiale di reimpiego del tempio pagano veniva usato per risparmio economico, ma anche per "riconvertire" lo spazio pagano al culto cattolico. Ai lati dell'altare, due colonne senza basi sostengono gli archi di trionfo, dalle linee di archi e colonne, si intuisce una probabile frettolosità dell'esecuzione, dimostrata anche dal taglio e riutilizzo di lapidi con iscrizioni romane dell'antico tempio, disposte a casaccio tra una parete e l'altra. Sulla parete sud-ovest si trova il monumento funebre del conte Trasmondo II di Chieti, in stile tardo romanico abbellito da un arco a sesto acuto decorato da ornamenti floreali e vegetali.

Il monumento tuttavia è piuttosto ridotto per le dimensioni, e si è pensato che forse in origine fosse un reliquiario, che poco dopo la morte di Trasmondo ne avesse conservato i resti.

Gli affreschiModifica

Interessante è la decorazione di affreschi, ve ne sono 5 appartenenti ad epoche diverse. Il più antico è quello dell'abside centrale, del XII secolo, oppure realizzato intorno al 1230: è raffigurata l'immagine di Cristo dentro un'ellissi verticale, che benedice con una mano, e con l'altra regge il Vangelo; è affiancato da San Giovanni Battista sulla sinistra, e San Benedetto sulla destra; ai piedi di costui si trova un monaco che dovrebbe essere l'abate committente, tal Provenzanus. Sulla destra si vede la figura della Vergine seduta col Bambino, ai piedi l'Arcangelo Gabriele e San Nicola di Bari, l'affresco risale alla fine del XIII secolo, per i caratteri d'impostazione della figura, la figura semi-ieratica con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, la testa tondeggiante sulla sinistra della composizione, e il Bambino spostato a destra, con la testa grandeggiante e rotonda come quella della Madre, lo sguardo che risente ancora di alcuni influssi bizantini.

Nell'abside laterale sinistra c'è il Cristo in trono con San Vito e San Filippo, mentre sull'abside destra il Cristo in trono con i Santi Giovanni Battista ed Evangelista e i Santi Pietro e Paolo, Pur presentando varie differenze, questi affreschi possono essere ricondotti al medesimo ambito culturale romano toscano, e datati alla fine del XIII secolo. Nella figura del Cristo tra San Vito e San Filippo si vedono tratti quasi giotteschi, per la realizzazione del volto, mentre l'affresco più famoso e monumentale del Cristo seduto in trono su un cuscino, tra i due santi Giovanni e i Santi Principi della Chiesa, presenta elementi tipici della pittura toscana per quanto riguarda la decorazione dell'ambiente e della ricercatezza del trono. I due Giovanni sono contrassegnati dal nome, mentre San Pietro è raffigurato con le chiavi, San Paolo stempiato brandisce una spada.

Il monasteroModifica

Del monastero originario rimangono tracce nell'area dell'attuale convento (sul versante orientale, vicino al campanile interno): era una struttura a rettangolo allungato, su quattro livelli, con accesso sopraelevato, rifatta e restaurata in età rinascimentale. All'abate Oderisio II si deve il chiostro duecentesco che si svolgeva su tre lati (in gran parte ricostruito nella prima metà del Novecento) con trifore con colonnelle in marmo ed abaco a stampella. Sui tre lati si sviluppava il complesso abitativo e produttivo benedettino del XIII secolo, di cui rimane visibile l'attuale area conventuale e parte del settore settentrionale basso (più vicino all'ingresso alla chiesa), caratterizzata da strette feritoie (arciere).

Dal secondo ingresso, dall'interno, quello dell'abate Oderisio poi rimontato, che presenta caratteristici motivi animalistici dell'epoca franco-normanna, si accede al chiostro quadrato porticato, con una serie di intervalli ad archetti a tutto sesto. L'interno del chiostro è stato abbellito con varie piante e un percorso a croce di strade che termina al centro con una statua in ferro del Crocifisso. A causa dell'abbandono del monastero dal XVIII secolo, molte colonnine e capitelli compositi romanici furono distrutti o rubati, e sostituiti da modesti rifacimenti in pietra. Uscendo dal portale oderisiano, si trova sulla destra una piccola edicola con due archi a tutto sesto, e un sarcofago ricomposto, costituito da vari materiali, con iscrizione dedicatoria del 1948, anno del restauro. Vi si trova poi la casa dell'abate con alcuni stemmi e fregi appesi alle mura, e poi l'inizio del portico, dove si trovano vari elementi dell'antico tempio dio Venere, riportati alla luce con gli scavi, tra cui una grande colonna in marmo conservata nella sua effettiva lunghezza. Infine una lapide con iscrizione gotica del XIV secolo.

 
Il chiostro

Parco dei Priori, giardino belvedere e Fonte di VenereModifica

 
Vista di Fossacesia Marina dal belvedere

Si tratta di un villino ottocentesco che precede l'abbazia lungo il viale. Dopo che la struttura fu ceduta dai Padri Passionisti al Comune di Fossacesia nel 2007, è stato ristrutturato nel 2012 e adibito a centro eventi, manifestazioni culturali, nonché viene affittato per feste e celebrazioni. La struttura è costituita da tre piani di cui il primo, con 100 posti, è utilizzato come sala di mostre; verso il mare il palazzetto è dotato di un'ampia balconata e di giardino.

Il Belvedere dell'abbazia si raggiunge costeggiando le absidi, vi si trova l'affaccio sul mare, il piccolo orticello dei monaci con un olivo secolare risalente al XII secolo, e seccatosi nel 2015. Il Belvedere si trova sullo sperone tufaceo al termine di un piccolo viale di abeti mediterranei, dalla cancellata è possibile ammirare la costa dei Trabocchi e il promontorio dannunziano a nord, e la Marina di Fossacesia e il Lido di Casalbordino a sud.

La Fonte di Venere si trova poco dopo l'orticello dei monaci, lungo la strada che dall'abbazia porta alla Marina di Fossacesia. Secondo alcuni avrebbe origini romane, sicuramente fu usata sin da subito dai Benedettini per attingere l'acqua per l'orto, e fu ristrutturata nel XVIII secolo, come la si vede oggi, con una vasca rettangolare e blocco da cui sgorgano le cannelle. Purtroppo negli ultimi anni è stata abbandonata, e ricoperta di erbacce. Tuttavia nel 2019 è stato presentato un progetto del Comune per il recupero del bene.

StoriaModifica

Il riferimento a Venere deriva da una tradizione che individua un tempio pagano sul luogo dell'attuale chiesa (un tempio, secondo alcuni, costruito nell'80 a.C. e dedicato a Venere Conciliatrice). L'unica traccia di questo tempio sarebbe rimasta nel toponimo Portus Veneris, che designava un approdo posto alla foce del fiume Sangro in epoca bizantina (ricordiamo che i Bizantini controllarono le zone costiere del meridione fino all'XI secolo, quando furono definitivamente cacciati dai Normanni)[1].

Un secondo riferimento a Venere è dato dal fatto che sotto l'Abbazia è ubicata la cosiddetta fonte di Venere, fontana romana dove secondo una tradizione paganeggiante sussistente fino alla metà del Novecento, le donne che desideravano concepire un figlio si recavano ad attingere l'acqua sgorgante dalla stessa. Oggi la fonte è in uno stato di estremo degrado.

Sempre secondo la tradizione, il primo nucleo del monastero andrebbe ricercato in un cellario (piccolo ricovero) per frati benedettini, dotato di una cappella, fatto edificare da un certo frate Martino nel 540. Questi avrebbe fatto demolire il tempio pagano, ormai abbandonato, per costruirvi il cellario. Il primo documento storico che parla di Sancti Johannes in foce de fluvio Sangro è, però, solo dell'829; tuttavia, recenti scavi(1998) hanno riportato alla luce i resti di un edificio di culto paleocristiano ed alcune sepolture databili al VI-VII secolo. Inoltre nei mesi tra dicembre 2006 e febbraio 2007 ulteriori ritrovamenti archeologici dovuti alla pavimentazione della piazza antistante l'abbazia hanno riportato alla luce una necropoli italica risalente al V secolo a.C.

 
Navata destra

Intorno all'anno Mille è documentata la prima espansione del monastero: i Conti di Chieti Trasmondo I e Trasmondo II fecero ampliare il cellario, trasformandolo in un'abbazia cassinese, e donarono agli abati vasti terreni e diritti di pedaggio sul vicino Portus Veneris. Nel 1047 all'Abbazia fu concessa la protezione imperiale. Intorno al 1060 l'abate Oderisio I, temendo l'avanzata dei Normanni verso la Contea di Chieti, fece fortificare il monastero sul lato occidentale, come ancora nel XVIII secolo testimoniava un'epigrafe contemporanea all'opera[3], e fondò il castrum di Rocca San Giovanni; in occasione di questa fortificazione, l'antica fonte romana venne inserita all'interno del circuito murario del Monastero, sottraendola di fatto all'uso dei coloni laici circostanti e rendendola esclusivo appannaggio dei monaci.

Nella seconda metà dell'XI secolo l'abate Oderisio I dei Conti di Pagliara fece costruire la torre campanaria, alla quale si saliva dalla cripta, e nel cui pavimento venne sepolto alla sua morte, avvenuta forse nel 1087: la tomba fu segnalata da un epitaffio in marmo in parte ancora leggibile nel XVIII secolo e interamente trascritto dall'Antinori[4].

Nel 1090 l'Abate Giovanni II fece compilare un Indice delle chiese e dei beni immobili dell'Abbazia[5].

Nel XII secolo l'abbazia raggiunse il culmine del suo splendore. Nel 1165, l'abate Oderisio II di Collepietro - Pagliara diede il via ai lavori per la costruzione della nuova chiesa e di un monastero molto più grande. Se la chiesa è quella che vediamo ancora oggi (benché spogliata di tele e sculture), il monastero attuale è solo una piccola parte di quello che doveva essere intorno al 1200. Pare che ospitasse stabilmente dagli 80 ai 120 monaci benedettini, in una struttura dotata di aule studio, laboratori, una grande biblioteca ed un ricco archivio (i cui testi sono oggi custoditi a Roma), locali per gli amanuensi, due chiostri, un forno, un ambulatorio, delle stalle, un ricovero per i pellegrini ed altro ancora.

 
L'abbazia vista dal piazzale antistante.

Nel XII secolo, nell'Abbazia si ritirò Berardo da Pagliara, uomo di origini teramane e molto noto per la sua umiltà e la dedizione assoluta alla preghiera. Dopo la morte del vescovo Uberto, nel 1116 Berardo venne letteralmente preso dai suoi concittadini e ricondotto, con mille preghiere, a Teramo. Ne divenne vescovo. Dopo la sua morte (1122), Berardo fu proclamato santo e da allora egli è il patrono di Teramo.

Dal punto di vista politico, in quegli anni l'abate di San Giovanni era il più grande feudatario ecclesiastico del Regno di Sicilia: secondo il normanno Catalogus Baronum (redatto tra il 1150 ed il 1168), possedeva parte dei territori delle attuali province di Chieti e Pescara, da Vasto ad Atri passando per Lanciano, Ortona, Francavilla, Pescara e Penne. Inoltre, aveva vasti possedimenti nelle regioni circostanti, in un'area che andava da Ravenna fino a Benevento. Il cenobio era divenuto un'istituzione sociale oltre che religiosa. In caso di guerra, era in grado di fornire al re 95 cavalieri e 126 fanti armati. Era un po' come uno Stato nello Stato. I suoi abati, per di più, non dipendevano dalle diocesi locali, ma avevano dignità vescovile: l'abbazia, infatti, godeva dello status di nullius dioecesis.

Nel Trecento cominciò il declino dell'abbazia, che si impoverì e dovette vendere gran parte dei suoi beni. Non riuscì più a pagare le imposte alla Curia romana e per questo, dal 1394, fu soggetta ad abati commendatari, cioè nominati dal Papa anziché eletti dal Capitolo dell'abbazia.

Nel 1585, papa Sisto V concesse in perpetuo l'abbazia e quanto rimaneva del suo feudo alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. Nel 1626, i Filippini concessero la giurisdizione religiosa dell'abbazia e dei paesi che da essa dipendevano all'arcivescovo di Chieti. Nel 1871, infine, il neonato Regno d'Italia confiscò il monastero ed i suoi beni alla Congregazione. Nel 1881 l'abbazia fu dichiarata monumento nazionale ed assegnata in custodia agli stessi Filippini.[6] I decenni che seguono ne segnarono il progressivo degrado, causato dalla scarsa manutenzione, da alcuni terremoti e, infine, dai bombardamenti della seconda guerra mondiale che danneggiarono soltanto il chiostro, grazie a un accordo con gli angloamericani che ne impediva il bombardamento totale. Nel 1948 il cenobio fu restaurato. Nel 1954 vi si è stabilita una comunità di Padri Passionisti, che da allora provvedono agli interventi di manutenzione. Dagli anni cinquanta in poi, una lunga serie di restauri ci ha restituito in buone condizioni la chiesa e ciò che rimane del monastero. La sempre maggiore diffusione nei circuiti culturali ha diffuso sempre più la conoscenza dell'Abbazia, citata anche nelle riviste dell'UNESCO.

NoteModifica

  1. ^ a b Sangroaventino, Abbazia di San Giovanni in Venere, su sangroaventino.it, 2004. URL consultato il 21 ottobre 2009. Autori vari, Sito ufficiale, su sangiovanninvenere.it (archiviato dall'url originale il 18 gennaio 2010).
  2. ^ D. Romanelli, Storia degli antichi Frentani, Adelmo Polla Editore 1996, voce "Fossacesia"
  3. ^ A. L. Antinori, Annali degli Abruzzi, VI, Bologna, Forni Editore, 1971, p. sub anno 1061.
  4. ^ A. L. Antinori, Annali degli Abruzzi, VI, Bologna, Forni Editore, 1971, pp. sub anno 1087 sub voce "S. Giovanni in Venere".
  5. ^ A. L. Antinori, Annali degli Abruzzi, VI, Bologna, Forni Editore, 1971, pp. sub anno 1090 sub voce "S. Giovanni in Venere".
  6. ^ Elenco degli edifizi Monumentali in Italia, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1902. URL consultato il 27 maggio 2016.

BibliografiaModifica

  • Mario Bellisario, Rivista "Siti Unesco", n. 3, luglio - settembre 2007, in L'abbazia di San Giovanni in Venere. (Anche sul sito sitiunesco)
  • G. M. Bellini, Notizie storiche del celebre Monastero benedettino di San Giovanni in Venere, Lanciano, 1887. con note e documenti e tre dissertazioni inedite dell'abate Pietro Pollidoro
  • V. Bindi, S. Giovanni in Venere e tre dissertazioni inedite di P. Pollidoro. Studi e note, Napoli, 1882.
  • A. Consalvo, Abruzzo letterario, II, n. 22, in S. Giovanni in Venere, 1097.
  • B. Costantini, Lo Svegliarono, XXVII, n. 5, in La basilica di S. Giovanni in Venere, 1911.
  • Benedetto Croce, Napoli mobilissima, fasc. 4º, in Sommario critico della storia dell'arte nel napoletano – IV (H). Architettura sacra: S. Clemente a Casauria ed altre chiese degli Abruzzi, 1894, pp.56-60.
  • S. Episcopo, 1975 Atti del XIX Congresso internazionale di storia dell'Architettura L'Aquila 15-22 settembre, in I rilievi altomedioevali di S. Giovanni in Venere, L'Aquila, 1980.
  • I. C. Gavini, Enciclopedia italiana vol. XXX, in S. Giovanni in Venere, 1936, p. 660.
  • E. Giancristoforo, Rivista abruzzese, XVI, n. 4,, in Salviamo S. Giovanni in Venere, 1964, pp.1-3.
  • E. Mayer, Badia di San Giovanni in Venere. Fossacesia, Lanciano, 1952.
  • R. Patini, "Vita d'arte", III, n. 1, in La basilica di S. Giovanni in Venere, 1909.
  • C. Pergalli, Chiesa e quartiere", an. 18, in S. Giovanni in Venere presso Fossacesia, giugno 1961, pp. 79-84.
  • D. Salzaro, Archivio storico napoletano", II, fasc. II, in La chiesa di San Giovanni in Venere, 1887, pp. 391-397.
  • F. Verlengia, La Tribuna, in I lavori di restauro nella Badia di S. Giovanni in Venere, 14 ottobre 1934.
  • F. Verlengia, S. Pier Celestino e la Badia di S. Giovanni in Venere, Rivista Abruzzese, XVI, n. 1, 1963, pp. 25-26.
  • Vincenzo Zecca, La basilica di san Giovanni in Venere nella storia e nell'arte : conferenza tenuta sopra luogo il 29 settembre 1907 ... / V.Z. ; pubblicazione curata dal sacerdote G.M., a cura di Giuseppe Mayer, Pescara, Industrie Grafiche, 1910, OCLC 44798349, SBN IT\ICCU\SBL\0481731.
  • F. Lenoir, L'oracle della Luna
  • Vito Sbrocchi, SAN GIOVANNI IN VENERE - Archeologia, arte, misteri e curiosità nel celebre complesso abbaziale. (Archeoclub d'Italia - San Vito Chietino). Fossacesia, 2017.

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