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Caterina Costa
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Tipomotonave da da carico
ProprietàGiacomo Costa
CantiereCantiere navale di Riva Trigoso
Impostazione1939
Varo14 aprile 1942
Completamento1942
Entrata in servizio1942
Destino finaleAffondata a Napoli il 28 marzo 1943
Caratteristiche generali
Dislocamento8.600 t
Stazza lorda8.060 tsl
Lunghezza135,5 m
Larghezza19 m
Altezzam
Pescaggio(a pieno carico) 8 m
Propulsionemotori "FIAT Grandi Motori" ad 8 cilindri
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Esplosione della motonave "Caterina Costa"
TipoEsplosione
Data28 marzo 1942
17:39
prima mattinata del 28.03.1943 – 12:30 del 29.03.1942
LuogoNapoli
StatoItalia Italia
Obiettivomotonave da da carico "Caterina Costa"
MotivazioneIncidente
Conseguenze
Morti549 (ufficiali)
oltre 600 (ufficiosi)
Feritioltre 3.000
Dispersiqualche centinaio
DanniDevastazione dell'area portuale di Napoli, del Borgo Loreto e del Lavinaio, distruzione, morti e feriti si ebbero in molti Quartieri della Città

La Caterina Costa è stata una motonave da carico italiana, protagonista di uno dei peggiori incidenti della seconda guerra mondiale.

Si trattava di una grande e moderna motonave da carico - una delle migliori costruite in Italia al tempo - di 8.060 tonnellate di stazza lorda, completata nel 1942 per l'armatore genovese Giacomo Costa.

Il 21 ottobre 1942 fu requisita dalla Regia Marina e, in virtù delle sue caratteristiche, adibita al trasporto dei rifornimenti sulla rotta più importante, quella per il Nord Africa. Compì quattro viaggi su questa tratta; il 26 dicembre 1942 rimase danneggiata in un attacco aereo su Biserta.

L'esplosioneModifica

Il 28 marzo 1943 si trovava ormeggiata nel porto di Napoli, nella zona prospiciente il Rione di Sant'Erasmo, carica di materiale bellico destinato alle forze armate italiane dislocate in Tunisia. Una volta ultimato il caricamento dei rifornimenti:

  • 790 tonnellate di carburante;
  • 900 tonnellate di esplosivi;
  • 1.700 tonnellate di munizioni;
  • carri armati ed autocingolati;
  • 43 cannoni a lunga gittata;
  • fucili;
  • circa 600 militari italiani e tedeschi;
  • viveri;

sarebbe entrata a far parte di un convoglio diretto a Biserta, in Tunisia.

Nella prima mattinata del 28 marzo 1943 si sviluppò a bordo un incendio, non si sa tuttora se accidentale o doloso, che non poté essere domato e che portò, alle 17:39, all'esplosione del carico e della nave stessa. Ecco la cronaca di Roberto Ciuni, giornalista de il Mattino di Napoli:

«Napoli si sveglia ai primi scoppi provocati dalla benzina che si sparge, ardendo, sull'acqua del porto. Buona parte dell'equipaggio si mette in salvo sulla banchina, a cominciare dal comandante della stessa nave, ma i soldati, addormentati sotto coperta, trovano le vie di fuga sbarrate dal fuoco: dei cento italiani alloggiati a poppa non si salva nessuno. Non si tratta di attacco aereo, quindi niente sirene d'allarme. I napoletani sentono le deflagrazioni, vedono pennacchi di fumo, odono le ambulanze che vanno avanti e indietro. Alla direzione dei Vigili del Fuoco l’allarme arriva dieci minuti dopo le due del pomeriggio: in banchina, l'ingegnere Tirone, dirigente dei VV.F. capo delle operazioni di soccorso, trova il comandante della nave che lo mette in guardia: sulla «Caterina Costa» c'è un carico di bombe che può scoppiare da un momento all'altro, consiglia di affondarla. Di fronte al rischio, Tirone ritira la sua squadra impegnata a cercare di spegnere l'incendio. Alle 15:00 un colonnello della Capitaneria di Porto sostiene che non c'è pericolo. Un'ora dopo un maggiore della stessa Capitaneria di Porto informa che non è possibile affondare la nave dato che già tocca il fondo. Alle 17:39, al termine di una giornata dove si sono mescolate leggerezze inaudite da parte di tutti i dirigenti coinvolti, incapacità tecniche dei responsabili militari, ritardi nel chiedere soccorsi adeguati, la «Costa» salta in aria: le fiamme hanno raggiunto la stiva numero due, quella dell’esplosivo. La banchina sprofonda; un pezzo di nave piomba su due fabbricati al Ponte della Maddalena abbattendoli; la metà d'un carro armato cade sul tetto del Palazzo Carafa di Montorio; i Magazzini Generali del porto prendono fuoco; alla Stazione Centrale le schegge appiccano incendi ai vagoni in sosta. Il Lavinaio, il Borgo Loreto, l'Officina del Gas, i Granili, la Caserma Bianchini, la Navalmeccanica, l'Agip: dovunque arrivano lamiere mortali. E dovunque, vetri rotti, porte e finestre sfondate, cornicioni sbriciolati dall'esplosione. Per spegnere l'incendio sul relitto i vigili dovranno lavorare fino all'indomani. Le vittime saranno 549; i feriti, oltre tremila. Tra questi il vice comandante della Capitaneria di Porto ripescato a mare. Se la «Costa» è la prima nave a saltare in aria senza intervento nemico, diverse altre sono state incendiate e affondate durante i bombardamenti, fin dal 20 febbraio, quando le Fortezze Volanti hanno centrato il piroscafo «Caserta». Altre ancora coleranno a fondo nei prossimi mesi. Alla fine le condizioni del porto saranno tali che gli Alleati entreranno in città portandosi un tecnico addestrato alla bonifica di moli, attracchi e bacini sconquassati dalla guerra: l'ingegnere inglese I.A.V. Morse in divisa di contrammiraglio. Sarà lui a far pulizia di relitti e macerie.»

L'esplosione fu devastante: il molo sprofondò e tutt'intorno un gran numero di edifici furono distrutti o gravemente danneggiati. I rimorchiatori Cavour[1] e Oriente[2] furono investiti dallo scoppio e affondarono, mentre parti roventi di nave e di carri armati furono scagliate a grande distanza, finendo in Via Atri e Piazza Carlo III. Altri frammenti raggiunsero piazza Mercato e il Vomero ed altri ancora incendiarono la stazione Centrale; sulla facciata est del Maschio Angioino (Castel Nuovo) sono ancora visibili gli effetti di questa terribile esplosione. Gli oltre 600 morti e gli oltre 3.000 feriti riempirono letteralmente le strade. Tra le vittime del disastro vi fu l'ammiraglio Lorenzo Gasparri, comandante del Gruppo Cacciatorpediniere della Squadra Navale, il quale era salito personalmente, insieme ai suoi uomini, su delle bettoline cariche di munizioni per allontanarle dalla Caterina Costa in fiamme, in modo da evitare che tali imbarcazioni, investite dalle esplosioni, amplificassero l'effetto del disastro; l'evento temuto si verificò, però, prima che fosse possibile completare tale opera, e Gasparri rimase ucciso nell'esplosione.[3] Alla sua memoria venne conferita la Medaglia d'oro al Valor Militare.

NoteModifica

  1. ^ Piroscafo Rimorchiatore "Cavour", varato nel 1907, 35 TSL - Tonnellate di stazza lorda, registrato nel Compartimento Marittimo di Napoli al n° 344 da Giuseppe Fevoli, citato in Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, "La Marina italiana nella seconda guerra mondiale", Volume 3, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1952, Pag. 70
  2. ^ Piroscafo Rimorchiatore "Oriente", varato nel 1889, 36 TSL - Tonnellate di stazza lorda, registrato nel Compartimento Marittimo di Napoli al n° 143 da Giuseppe Volpicelli, citato in Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, "La Marina italiana nella seconda guerra mondiale", Volume 3, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1952, Pag. 70
  3. ^ http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/medaglie/Pagine/GasparriLorenzo.aspx

BibliografiaModifica

  • Rolando Notarangelo, Gian Paolo Pagano, Navi mercantili perdute (USMM)

Collegamenti esterniModifica

VideoModifica

Pagine webModifica

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