Chiesa di Santa Maria della Pieve (Arezzo)

edificio religioso di Arezzo
Chiesa di Santa Maria della Pieve
Igreja Santa Maria della Pieve Arezzo.jpg
Facciata e campanile
StatoItalia Italia
RegioneToscana
LocalitàArezzo
Religionecattolica di rito romano
TitolareMaria
Diocesi Arezzo-Cortona-Sansepolcro
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzioneXII secolo
CompletamentoXIII secolo
Sito webwww.santamariadellapieve.it

Coordinate: 43°27′53.55″N 11°53′00.94″E / 43.464875°N 11.883594°E43.464875; 11.883594

La pieve di Santa Maria Assunta o Santa Maria della Pieve è un luogo di culto cattolico di Arezzo, situato in corso Italia.

Cenni storiciModifica

I primi documenti in cui viene citata la pieve risalgono al 1008, il che fa presupporre che già esistesse una chiesa dedicata alla Madonna. Tuttavia, la struttura attuale è stata iniziata nel XII secolo, grazie ai finanziamenti e alla collaborazione del comune di Arezzo.

Nel XIII secolo, la chiesa è stata dotata di una nuova facciata, mentre la alta torre campanaria è stata terminata soltanto nel 1330.

Nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII, la chiesa è stata modificata internamente con stuccature e decorazioni di gusto barocco.

Nel XIX secolo, un restauro ha eliminato tutte le aggiunte barocche con lo scopo di riportare la chiesa al suo aspetto romanico originario.

La pieve di S. Maria è uno degli edifici di culto più importanti di Arezzo e sicuramente spicca all'interno del panorama architettonico italiano per bellezza e complessità, poiché la si può collocare in un periodo di transizione tra il romanico e il gotico. L’edificio sacro è definito nelle fonti più antiche «Plebs Sancte Marie in Gradibus» e tale appellativo è stato motivo di confusione in passato poiché esiste un’altra chiesa che ne presenta uno simile, ovvero quella di Santa Maria in Gradi, monastero dipendente dalla camaldolese Badia di Agnano.

Ancora nel III secolo d.C. il luogo dove si trova la pieve era extraurbano, mentre in età imperiale si trovava all'interno della città in espansione e vi erano edifici prestigiosi e un edificio sacro. A ovest dell'area correva la via consolare Cassia vetus o Clodia che a partire dalla località Olmo attraversava il foro romano posto a nord dell'area della pieve, dove oggi sono i giardini del Praticino e del Prato, mentre ad ovest era situato un tempio pagano, nell'area in cui nell'Alto Medioevo sorgerà la chiesa di S. Pietro maggiore, sostituita poi dall’odierna cattedrale dei SS. Pietro e Donato.

La prima fase costruttiva della pieve risale all'epoca paleocristiana, intorno al V-VI secolo d.C., sul luogo dell'ultimo miracolo di san Donato. È stata avanzata l’ipotesi che l’edificio abbia anche ricoperto il ruolo della primigenia cattedrale intra moenia della città. È probabile che la chiesa paleocristiana avesse già un battistero, poiché la necessità di costruire una chiesa battesimale nel suburbio era data dalla lontananza della pieve dalla cattedrale cittadina, situata sul colle del Pionta; nella fase altomedievale doveva esserci sicuramente il fonte battesimale, probabilmente all'esterno a sinistra della facciata. Sebbene molti studiosi concordino sul riconoscere nell’edificio inferiore la chiesa paleocristiana, non mancano le opinioni discordanti. Non ci sono fonti documentarie che riguardano l’edificio durante il periodo longobardo, carolingio e post-carolingio ma è in questo periodo che è da collocarsi la seconda fase edilizia della chiesa, di cui però non conosciamo le caratteristiche: infatti, sebbene la veste attuale della pieve sia databile tra XII e XIII secolo, è stato attestato che questa sorga in realtà su di un precedente edificio di XI secolo, poi ricostruito in quello successivo. Le irregolarità della pianta sono il frutto di una sequenza costruttiva non lineare e sono dovute anche al terreno scosceso su cui è costruito l'edificio.

La prima notizia inerente alla pieve risale al 1009, anno in cui il vescovo Elemperto (vescovo di Arezzo tra il 986 e il 1010) l’avrebbe fatta costruire sull'area in cui sorgeva il tempio di Mercurio; è un’epigrafe del 1680 sul primo pilastro a destra a parlare di un tempio pagano dedicato a questa divinità. I ritrovamenti archeologici suggeriscono però che si tratti verosimilmente di un edificio pubblico di età augustea.

La fase romanica si colloca nella prima metà del XII secolo, momento in cui i vescovi avevano scelto come sede abitativa un palazzo presso la pieve; si scelse di realizzare un edificio più imponente e solenne ma anche in questo caso non ci sono documenti specifici sulla costruzione, su cui si possono fare solo ipotesi. Con tutta probabilità le dimensioni sono analoghe alla pieve che tutt’ora possiamo ammirare. Il presbiterio sopraelevato si colloca in continuità con quelli realizzati in Padania, in Emilia e a Firenze e al posto dei pilastri dovevano esserci colonnati, una soluzione prediletta anche in Casentino e in Valdarno superiore. La ricostruzione dell’aspetto esterno è più complessa, ma si può ipotizzare che si allineasse a quello delle altre pievi del territorio aretino, come la pieve di S. Eugenia al Bagnoro o la pieve di Socana.

Esternamente l’abside che si affaccia su Piazza Grande, seppur molto rimaneggiata, denuncia una chiara ispirazione pisana essendo spartita verticalmente in tre ordini sovrapposti: il primo è costituito da arcature cieche mentre il secondo e il terzo da logge. La facciata è spartita in quattro ordini sovrapposti: il primo è costituito da cinque arcate di cui quattro cieche, quelli superiori presentano colonne che si fanno via via più fitte salendo verso l’alto.

La nuova facciata duecentesca fu costruita a ridosso di quella precedente per rendere ancora più monumentale l’edificio. Le colonne dei primi due ordini sorreggono arcatelle a sesto pieno mentre quelle dell’ultimo sostengono un sistema architravato. Per tale impostazione è stato proposto un confronto con la facciata di Nôtre-Dame di Digione, sebbene nella pieve siano però del tutto assenti le gargouilles che popolano la collegiata francese.

L’edificio presenta un impianto a tre navate con presbiterio rialzato e cripta sottostante, il transetto non è sporgente e in corrispondenza e nel presbiterio si conservano alcune arcate e capitelli della pieve di XII secolo ma l’ornamentazione sopra le arcate, con colonnette e bifore, appartiene alla fase successiva. Al presbiterio si accede tramite due scalinate laterali e sotto di esso si trova la cripta, molto rimaneggiata durante i restauri ottocenteschi. La lunghezza interna dell’edificio misura dal portale all’abside 54 m, la larghezza è di 25 m, mentre l’altezza è poco meno di 30 m. La copertura è a capriate lignee mentre la cupola non fu mai completata a causa dei problemi di statica.

DescrizioneModifica

EsternoModifica

 
Esterno dell'abside e del campanile
 
Lunetta del portale a sinistra

La chiesa di Santa Maria della Pieve è situata nel centro storico di Arezzo, tra corso Italia, sul quale prospetta la facciata, e piazza Grande, su cui prospetta l'abside.

La facciata, ricostruita nel XIII secolo, da tre logge sorrette da colonnine; le due logge inferiori sono ad arco, la terza, quella più in alto, è ad architrave. Il coronamento della facciata è privo di timpano.

La pieve è dotata di quattro portali, tre in facciata e uno aperto nel fianco meridionale lungo via di Seteria. Sui capitelli delle semicolonne del portale laterale sono raffigurati Sansone che uccide il leone, a sinistra, e il momento in cui lo sbrana, a destra, mentre l’architrave è realizzato con i pezzi altomedievali. La decorazione della lunetta presenta nastri intrecciati che racchiudono elementi vegetali, grappoli d’uva, croci e una figura umana di cui si intravedono la testa, le mani che afferrano i grappoli e i piedi. Nella lunetta del portale destro è rappresentato il Battesimo di Cristo. Il portale sinistro è costituito da modanature che incorniciano un rigoglioso girale con grappoli che potrebbe rievocare il tema simbolico della lunetta di quello meridionale. Attraverso i tre portali l’uomo segue un preciso itinerario: egli è posto fin dall’origine nelle mani di Dio e chiede, attraverso l’avvicendarsi delle stagioni e il suo lavoro, la protezione della Madre di Dio; Il portale centrale presenta infatti, la Vergine fra due angeli e una teoria di santi, con la firma dell'artista, Marchio.[1]

Le raffigurazioni dei Mesi nell'imbotte del portale sono oggi attribuite ad un maestro nordico, forse un allievo o un collega del Maestro dei Mesi di Ferrara.

L'archivolto con le personificazioni dei Mesi

 
Portale maggiore
 
Archivolto con i Mesi

Le raffigurazioni dei Mesi nell'imbotte del portale sono oggi attribuite ad un maestro nordico, forse allievo del Maestro dei Mesi di Ferrara. Il ciclo scultoreo è databile non oltre il quarto decennio del XIII secolo; le sculture sono distribuite a destra e a sinistra dell’archivolto -a gruppi di tre- e sono caratterizzate da una straordinaria policromia recuperata dopo un lungo restauro. La serie inizia in basso a destra a ridosso della facciata con Gennaio, seguono Febbraio e Marzo. Il percorso riparte sul lato opposto ad andamento inverso (il senso di lettura è dunque bustrofedico) e appaiono Aprile, Maggio e Giugno. Il secondo semestre si apre con Luglio, posto immediatamente sopra il Mese precedente, seguito da Agosto e Settembre a ridosso del portale. L’ultima terzina è composta da Ottobre, Novembre e Dicembre che sovrasta Gennaio, suggerendo in tal modo il percorso ciclico della successione annuale. Tutte le scene, ad eccezione di quella con Maggio, recano nella parte superiore un’iscrizione con «HIC EST» seguito dal nome del Mese, mentre solo Gennaio è preceduto dall'attributo «BIFRONS». La scrittura è una capitale gotica che presenta alcune particolarità come la «A» alla greca, la «H» minuscola, la «D» di derivazione onciale e la «N» invertita. Una completa inversione delle lettere si registra nelle didascalie di Febbraio e Giugno: le iscrizioni sarebbero state invertite per assecondare i gesti dei contadini, invitando lo spettatore a seguire la narrazione in quel determinato verso. Gennaio, impersonificato da Giano bifronte, è seduto su uno sgabello davanti al focolare. Il personaggio regge una brocca che potrebbe alludere al segno zodiacale, l’Acquario, e brinda con una coppa mentre si scalda al fuoco, sopra cui sono appesi un paiolo e degli insaccati. Febbraio è intento a potare un ramo secco da un albero. Marzo è rappresentato come Marcius Cornator, ovvero «suonatore di corno» ed è l’ultima scultura della prima fascia. Aprile è il primo personaggio della fascia sinistra, rappresentato secondo l’iconografia del Re dei fiori; indossa una tunica drappeggiata, un mantello, scarponcini e una corona floreale posta sulla chioma. Maggio occupa uno spazio maggiore rispetto agli altri mesi poiché è rappresentato insieme al suo destriero, secondo l’iconografia di Maggio cavaliere. Giugno è un giovane mietitore; la figura è mutila al livello dei polsi ma verosimilmente doveva reggere un fascio di spighe e un falcetto. Il mese di Luglio è frammentario ma il confronto con gli altri cicli scultorei antelamici consente di riconoscere la scena della trebbiatura. Agosto è rappresentato nell’atto di assestare i cerchi alle doghe di una botte. Settembre chiude la triade; la figura è raffigurata nell’atto di vendemmiare, ponendo i grappoli all’interno della cesta intrecciata posta alla sua destra. Gli ultimi tre Mesi si trovano nella fascia superiore destra; Ottobre è un contadino intento a seminare il grano; egli ha una barba lunga, indossa una veste e dei calzari. Novembre è abbigliato con le tipiche vesti invernali ed è raffigurato mentre sradica le rape. Dicembre è intento ad uccidere il maiale di cinta senese, come si evince dalla striscia bianca, trattenendo una zampa con la mano sinistra e affondando il coltello nella gola dell’animale con la destra.

Campanile

Sulla destra della facciata, si erge la torre campanaria, detta «delle cento buche» che fu iniziata nel 1216 e terminata nel 1330, come indica un’iscrizione all’interno della pieve, in lingua volgare e scrittura gotica. La struttura, realizzata in pietra arenaria, è alta circa 50 m. ed è rafforzata da un contrafforte-lesena, forse aggiunto per motivi di ordine statico-strutturale. Il campanile è così definito in riferimento alle finestre, che in realtà sono 80, 40 bifore, 10 per ogni lato abbinate su cinque piani; questa denominazione potrebbe nascere per arrotondamento; qualche studioso ha proposto l’esistenza di un sesto piano scomparso ma non esistono prove che possano supportare tale teoria.

Sulla parte posteriore della chiesa vi è la grande abside semicircolare, decorata con arcate cieche a tutto sesto e monofore che danno luce all'interno e alla cripta. La stessa cripta, che risale al XII secolo, è stata completamente interrata fino al XVI secolo e riscoperta nella seconda metà del XIX, è poco profonda, in relazione al piano di calpestio della chiesa, presenta tozze colonne e preserva un reliquario del 1346 in argento dorato con la testa di San Donato vescovo in Arezzo e patrono.

InternoModifica

 
Il polittico di Pietro Lorenzetti
 
L'interno
 
Scorcio verso la navata

Il crocifisso ligneo della pieve viene attribuito a Margarito sulla base dei confronti con la Madonna col Bambino del santuario di Santa Maria delle Vertighe, anch’essa del pittore, ed è databile non prima del 1220; la croce presenta la tipologia del Cristo Triumphans ed era posta sull’altare maggiore.

All'interno fu ideato il transetto posto di fronte al presbiterio con pilastri a fascio. Aggiunte di cappelle, di edicole e di affreschi si verificarono nel XIV secolo. Testimonianza di questo momento è rimasto il polittico con la Vergine col Bambino e i santi Giovanni Evangelista, Donato, Giovanni Battista e Matteo commissionato a Pietro Lorenzetti nel 1320. Le pareti dell'abside erano un tempo affrescate dallo stesso Pietro Lorenzetti, su incarico del Guido Tarlati, qui arciprete e poi vescovo, ma nei rifacimenti barocchi del XVII e XVIII secc. e successivi recuperi dello stile romanico effettuati nel XIX sec sono andati perduti.

Vasari attribuiva a Giotto l’affresco sul pilone di sinistra, ma è preferibile riferire l’opera ad maestro trecentesco che s’ispira al grande artista: il pittore è stato recentemente identificato con Andrea di Nerio (attivo nel XIV secolo) e l’affresco, databile alla seconda metà del Trecento, gli viene attribuito in modo unanime dalla critica.

Del XIV secolo è anche il fonte battesimale, di forma esagonale e con formelle raffiguranti Storie di san Giovanni Battista, opera di Giovanni d'Agostino (1332-1333). Grandi lavori di trasformazione della pieve furono realizzati da Giorgio Vasari nel 1560. Da documenti esistenti, si dà per certo che i resti di Giorgio Vasari e della moglie Nicolosa de Bacci, posti insieme in un'urna, riposino dentro la tomba che si trova sotto il pavimento all'interno della pieve di Santa Maria Assunta.

L'altare maggiore fu sostituito da quello di famiglia, oggi si trova nella badia delle Sante Flora e Lucilla.

Organi a canneModifica

Organo maggioreModifica

Nel presbiterio, nell'ultima campata di ciascuna delle due navate laterali, si trova, in due corpi contrapposti, l'organo a canne, costruito dalla ditta Tamburini nel 1963. Nella campata della navata sinistra è sito l'organo grande, le cui canne di facciata sono state conservate dallo strumento precedente, mentre nella navata destra si trova una piccola parte di organo corale.

Lo strumento opus 465 è interamente a trasmissione elettrica, dotato di 53 registri e il particolare accessorio delle "Campane". La grande consolle possiede tre tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32.

Organo positivoModifica

Nel braccio destro del transetto, a pavimento, si trova un organo positivo barocco costruito nel XVIII secolo.

Lo strumento, che è anche suonabile dalla consolle dell'organo maggiore sulla prima tastiera sotto la denominazione "Organo antico", è a trasmissione meccanica ed ha un'unica tastiera e pedaliera a leggio costantemente unita al manuale.

NoteModifica

  1. ^ Questo Marchio ( o Marchionne come lo chiama Vasari) avrebbe progettato anche la Torre de’ Conti a Roma, per volere di Innocenzo III, https://it.m.wikisource.org/wiki/Le_vite_de%27_più_eccellenti_pittori,_scultori_e_architettori_(1568)/Arnolfo_di_Lapo

BibliografiaModifica

  • Pierangelo Mazzeschi, Un mestiere per ciascuno. Il ciclo dei mesi nel Portale Maggiore della Pieve di S. Maria Assunta ad Arezzo, Firenze, SEF, 2010, ISBN 978-88-6032-131-2.
  • Angelo Tafi, La pieve di S. Maria in Arezzo, Cortona 1994.
  • Marina Armandi, I mesi. Il tempo dell’uomo, in La bellezza del sacro: sculture medievali policrome, a cura di A. M. Maetzke, Firenze 2002.
  • Gaetano Curzi, Gli scultori della pieve, in Arte in Terra d’Arezzo. Il Medioevo, a cura di M. Collareta, P. Refice, Firenze 2005.
  • Anna Maria Maetzke, Il portale maggiore della pieve, in La bellezza del sacro: sculture medievali policrome.

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