Itanglese

ricorso frequente ed arbitrario a termini e locuzioni inglesi nell'uso della lingua italiana

Il termine itanglese (anche itangliano[1], italiese[2] o itanglish[3]) viene definito dal dizionario Hoepli come «la lingua italiana usata in certi contesti ed ambienti, caratterizzata da un ricorso frequente ed arbitrario a termini e locuzioni inglesi»[4].

In modo analogo a quanto accaduto con fenomeni simili in altre lingue – i cosiddetti spanglish, franglais e denglish (anche denglisch o germish), per citare i più noti – lo sviluppo dell'itanglese ha suscitato l'interesse dell'opinione pubblica e dei linguisti.

FenomenoModifica

Un primo approccio sistematico allo studio dell'intrusione di termini inglesi nell'italiano apparve alla fine dello stesso decennio, con la pubblicazione della monografia intitolata Parliamo itang'liano. Ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera, a opera di Giacomo Elliot (probabile pseudonimo di Roberto Vacca).[5][6] Il testo ricevette una accorata recensione di Primo Levi, e coniò termine «itangliano», che divenne il primo usato per descrivere la crescente pervasività dell'inglese in molti settori della lingua italiana.[1][7] In ambito accademico, il primo a trattare in modo diffuso e approfondito il tema fu il linguista Arrigo Castellani, che sull'itanglese centrò l'articolo scientifico Morbus anglicus, pubblicato nel 1987 sulla rivista Studi linguistici italiani. Lo studioso non riprese il termine itangliano, ma si avvalse, appunto, dell'espressione latina Morbus anglicus, per equiparare il fenomeno a un morbo, una malattia.[8]

Dopo un lungo periodo di scarsa attenzione, il tema è tornato al centro dell'attenzione pubblica italiana tra il 2009 e il 2013, in seguito all'iniziativa della Agenzia Agostini Associati SRL, una società privata di traduzione che ha lanciato la campagna Stop Itanglese, dichiarando di volere sensibilizzare l'opinione pubblica sull'uso superfluo di parole inglesi in italiano, e accompagnandola con una serie di iniziative accessorie, come il Codice Itanglese, la classifica degli anglicismi più usati e la proposta di traducenti italiani per molti anglicismi.[9][10] Il termine «itanglese» è stato rapidamente ripreso e diffuso dagli studiosi e dai mezzi di comunicazione, e così associato in modo stabile al fenomeno.[11][12][13] Un'ulteriore iniziativa è stata lanciata dalla pubblicitaria ed esperta di comunicazione Annamaria Testa: la petizione Un intervento per la lingua italiana, che ha chiesto a Governo, amministrazioni pubbliche, media e le imprese di limitare l'uso deglii anglicismi, ha raccolto in breve tempo oltre 70.000 firme e ottenuto l'appoggio della Accademia della Crusca.[14][15][16] Più nota come Dillo in italiano, a causa dell'omonimo cancelletto con cui si è pubblicizzata sulle reti sociali, ha raccolto un'importante eco mediatica, ravvivando il dibattito pubblico tra favorevoli e contrari agli anglicismi.[17][18][19] Nell'appoggiare tale petizione la Crusca, attraverso il suo presidente Claudio Marazzini, ha inoltre espresso l'intenzione di occuparsi in modo più mirato del tema, verificando la circolazione di neologismi e, in caso di anglicismi o altri forestierismi, valutando la possibilità di sostituirli con termini italiani.[16] A questo scopo alla fine del 2015 la Crusca ha istituito il Gruppo Incipit, un osservatorio sui neologismi e forestierismi incipienti che ha il compito di monitorare ed esprimere pareri sui nuovi forestierismi impiegati in ambito politico, comunicativo e sociale, suggerendo alternative in italiano tramite i propri comunicati stampa.[20][21][22] Il gruppo si è formato in seguito al convegno della stessa Accademia dal titolo La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi.[23]

In seguito a tali iniziative, il tema dell'uso e abuso degli anglicismi ha acquisito e mantenuto una certa visibilità sui mezzi di comunicazione di massa, contando su una crescente produzione di scritti accademici ed editoriali.[24][25][26][27][28][29][30] Nell'indifferenza dei media, nel 2018 il Dipartimento per le politiche europee del governo italiano ha attivato il servizio EuroParole, dotato di un proprio sito, nel quale gli anglicismi più frequenti usati nei siti del governo vengono presentati con il corrispondente termine italiano e spiegati brevemente nell'uso, con fonti e occorrenze.[31][32] Nel 2019 lo stesso Dipartimento ha poi lanciato l'iniziativa sulle reti sociali (tramite l'omonimo cancelletto) per «individuare delle #EuroParole che consentano una comprensione più facile e più diretta di concetti spesso lontani dal sentire comune» come fiscal compact, quantitative easing, hotspot e Geoblocking per una loro corretta traduzione in italiano.[33] Negli ultimi anni si sono infine aggiunte iniziative dal basso, attraverso la creazione di siti, portali, blog, gruppi e comunità sulle reti sociali che invitano alla discussione sull'uso degli anglicismi in italiano, spesso assumendo esplicitamente una posizione favorevole o contraria. Alcuni di questi progetti sono diretti e gestiti da giornalisti e professionisti della comunicazione o di altri settori.[34][35]

In Svizzera, paese plurilingue in cui l'italiano è lingua nazionale e ufficiale a livello federale e cantonale, l'uso di anglicismi è stato oggetto di numerose riflessioni e iniziative da parte di tutte le comunità linguistiche, inclusa quella italiana.[36][37] Oltre ad azioni volte a promuovere l'italiano in tutto il paese, e ad evitare che l'insegnamento dell'inglese come lingua straniera rimpiazzi quello delle altre lingue nazionali, le amministrazioni federali e cantonali e le associazioni civiche elvetiche promuovono da tempo iniziative per un minor uso di anglicismi nella comunicazione istituzionale.[38][39][40][41] L'esito favorevole di alcune di esse porta all'adozione di termini italiani che sono invece espressi con prestiti inglesi dalle istituzioni e dai media italiani: come nel caso di question time, che in italiano svizzero è l'ora delle domande.[42][43][44]

Indagini settorialiModifica

I risultati della prima rilevazione condotta dall'Agenzia Agostini sono stati pubblicati nel 2009, e si basano sull'analisi di un campione di 58 milioni di parole prodotte da 200 aziende italiane appartenenti a 15 diversi settori. Il campione è stato ricavato da documenti in italiano prodotti dalle imprese in due diversi anni, il 2000 e il 2008, e rappresentativi di varie funzioni aziendali (marketing, finanza, risorse umane, produzione, acquisti). La comparazione dei due anni ha rilevato nel 2008 un incremento nell'uso di termini inglesi nei documenti pari al 773%.[45][46] L'azienda ha poi ripetuto la rilevazione nei sei anni successivi, a cadenza biennale, impiegando un campione analogo di imprese e documenti che hanno costituito i corpus linguistici analizzati. La seconda indagine ha analizzato i documenti prodotti nel biennio 2009-2010, riportando un incremento del +223% degli anglicismi.[47] La terza indagine, svolta per gli anni 2010-2011, ha evidenziato una crescita degli anglicismi pari al 343%.[48] La crescita a tre cifre è stata confermata anche dalla quarta indagine, condotta sugli anni 2012-2013, rilevando un aumento del 440% degli anglicismi impiegati nei documenti aziendali.[49]

Incidenza sul lessicoModifica

La presenza di parole straniere nell'italiano è secoli oggetto di studio dei linguisti, benché l'interesse accademico non si traduca necessariamente in una presa di posizione sul tema o in una richiesta di politiche linguistiche. Uno dei moderni metodi con cui gli studiosi stimano il peso dei forestierismi nel lessico di una lingua è l'analisi della loro incidenza nei dizionari – dell'uso, storici, etimologici o specializzati. L'analisi dell'incidenza produce stime che possono variare sia in base al dizionario usato che alla definizione patrimonio lessicale totale: infatti, la definizione del patrimonio lessicale può includere solo i lemmi propriamente detti, oppure includere anche delle alterazioni di lemmi principali (es. diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi, dispregiativi) che vengono normalmente trattate come entità lessicali non autonome – i cosiddetti sottolemmi.[50][51]

Agli inizi degli anni '60, nel suo libro Storia linguistica dell’Italia unita (1963), il linguista Tullio De Mauro analizzò un campione di 500 vocaboli e calcolò che i forestierismi non adattati in italiano ammontassero all'1,4% del patrimonio lessicale totale (pari a 7 forestierismi nel campione analizzato).[52] Nonostante De Mauro non si riferisse specificamente ai soli prestiti di origine inglese, una successiva analisi stimò che negli stessi anni gli anglicismi contribuissero a circa un terzo del totale dei forestierismi, aggirandosi tra lo 0,5 e l'1% del lessico dell'italiano.[53] In uno studio specialistico condotto quasi dieci anni dopo, Influssi inglesi nella lingua italiana (1972), il linguista serbo Ivan Klajn registrò un moderato incremento, identificando 1.600 anglicismi non adattati, pari a poco più dell'1% del totale del patrimonio lessicale.[54]

Nell'arco dei successivi 30 anni, le fonti lessicografiche registrarono un'ulteriore aumento dei numeri assoluti, sebbene questo si traducesse in una crescita limitata in termini percentuali: nel 1997, il Dizionario di Italiano Sabatini-Coletti (DISC) censiva 2.083 anglicismi, pari a circa il 2% del totale, con numeri e progressioni superiori a quelli del Vocabolario della lingua italiana del 1997 di Treccani – 1.911 lemmi, pari all'1,5% – ma simili a quelli registrati dallo Zingarelli 2000 – 2.055 lemmi, poco meno del 2%.[55]

In due differenti studi sui forestierismi, condotti sui dizionari Zingarelli e Devoto-Oli, il linguista Antonio Zoppetti rileva una crescita ancora più rilevante dei prestiti inglesi non adattati nel nuovo millennio.[56] L'analisi sul Devoto-Oli 2017 rileva 3.522 anglicismi crudi, di cui circa il 6% (215) adottati entro la fine del XIX secolo, oltre il 67% (2.376) nel XX secolo e poco meno del 15% (509) nelle prime due decadi del XXI secolo. Lo studio evidenzia in particolare:[57]

  • come gli anglicismi, quasi assenti fino alla fine dell'800, siano entrati massicciamente e a un ritmo crescente nel corso del XX secolo. Difatti, oltre il 73% dei prestiti inglesi entrati nel '900 è attestato nella seconda metà del secolo;
  • che i 509 anglicismi registrati tra il 2000 e il 2017 rappresentano quasi la metà dei neologismi del XXI secolo (509 su 1.049 nuovi lemmi), ed evidenziano un afflusso sostenuto, con una media di trenta all'anno.

L'analisi dello Zingarelli, generalmente meno aperto del Devoto-Oli all'accoglimento dei termini inglesi, registra 1.811 anglicismi crudi nel 1995, 2.055 nel 2000, 2.219 nel 2004, 2.318 nel 2006, e 2.761 nel 2017.[58][59] Anche questo studio rileva come i prestiti non adattati dall'inglese costituiscano quasi la metà dei neologismi registrati nel nuovo millennio, confermando i risultati di una precedente indagine condotta nel 2016 dal linguista Giuseppe Antonelli.[60] In questo secondo studio, Zoppetti evidenzia inoltre che:[61]

  • gli ibridismi composti da elementi italiani e inglesi – per esempio verbi parzialmente italianizzati quali speakerare, bloggare, surfare, twittare – sono esclusi dal computo degli anglicismi crudi nel suo studio. Di conseguenza, l'incidenza degli anglicismi è calcolata per difetto, e classificazioni più restrittive stimerebbero valori maggiori;
  • ipotizzando un tasso di crescita annuale costante, e uguale a quello rilevato in questa analisi, si può stimare un'entrata di 1419 nuovi anglicismi entro il 2050, che porterebbe il totale a 4180, pari al 3,9% del patrimonio lessicale totale;
  • lo stimare l'incidenza degli anglicismi sull'intero patrimonio lessicale, generalmente adottata negli studi precedenti e mantenuta nella sua analisi, contribuisce a sottovalutare il fenomeno. Poiché i linguisti sono concordi nel riconoscere che la quasi totalità degli anglicismi sono sostantivi, egli propone un'analisi concentrata sui soli sostantivi e stima un'incidenza di lemmi inglesi pari al 3,5% nel 1995 e al 4,6% nel 2017, prevedendo un aumento al 6,9% nel 2050 (a parità di condizioni).

TendenzaModifica

Fino alla seconda guerra mondiale, gli anglicismi ebbero un peso relativamente limitato nell'italiano, e furono per la maggior parte integrati nel sistema linguistico attraverso traduzioni, equivalenti, o adattamenti quali calchi o italianizzazione della pronuncia. Un ruolo importante rivestirono anche la mediazione del francese nella ricezione degli anglicismi, così come la politica linguistica operata dal regime fascista in Italia, da cui rimase escluso l'italiano svizzero. Nel secondo dopoguerra, in seguito alla vittoria alleata e alla presenza anglo-americana in Italia, gli anglicismi ebbero una forte ripresa per quantità e conobbero cambiamenti qualitativi, come l'assenza di mediazione del francese, un maggiore ingresso di forme non adattate, un maggiore ruolo del parlato rispetto allo scritto, con una relativa maggiore aderenza alla pronuncia (a differenza di prestiti come l'ottocentesco tunnel, che adottavano la pronuncia italiana).[62].

Manifestazioni del fenomenoModifica

IbridazioneModifica

Esempi evidenti di itanglese si possono riscontrare nei linguaggi settoriali dell'informatica, dello sport, e più in generale in ambito aziendale. In tali settori all'uso consistente di anglicismi crudi, anche quando l'italiano prevede una o più valide alternative, si affiancano veri e propri neologismi ibridi fra le due lingue (ibridismi), percepiti e usati come tecnicismi.[63][64][65] In alcuni casi, i verbi italianizzati derivano non dal verbo inglese, ma da un sostantivo a sua volta non tradotto in italiano. In inglese, e specialmente nell'uso americano, i sostantivi possono infatti essere utilizzati come verbi. Ad esempio, committare non viene usato con il significato di "impegnarsi" (il significato letterale del verbo to commit) ma, in ambito informatico, nel senso di "eseguire l'azione di commit", ovvero creare una nuova versione su un sistema di gestione condivisa di codice sorgente. La tabella seguente fornisce un elenco non esaustivo di ibridismi:

ibridismo origine in inglese equivalente italiano
bootare to boot (the Operating System; the OS) avviare (il sistema operativo; l'SO)
buyare to buy comprare
bypassare to bypass aggirare
committare commit (operation) controllo (di versione)
implementare to implement attuare; porre in opera
killare to kill uccidere; terminare
matchare to match abbinare; appaiare
schedulare to schedule pianificare; programmare
splittare to split suddividere
startare to start iniziare; cominciare
switchare to switch commutare; scambiare

PseudoanglicismiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Pseudoanglicismo.

Un fenomeno correlato è quello degli pseudoanglicismi, ovvero di quei cloni presi in prestito dall'inglese che hanno subito una traslazione di senso quando non addirittura una vera e propria invenzione di nuovi significati. La tabella seguente presenta una lista non esaustiva di pseudoanglicismi, chiarendone il significato in italiano e riportando il termine inglese corretto:

pseudoanglicismo significato inglese corretto
box autorimessa, garage garage
mister allenatore coach
recordman primatista record holder
slip mutanda sgambata briefs
smart working lavoro agile remote work; work from home

A volte lo pseudoanglicismo presenta scostamenti di senso più sottili, ma comunque errati, dal termine originale inglese: è il caso di election day, usato in italiano «giornata con più consultazioni elettorali in contemporanea», mentre in inglese intende genericamente una giornata elettorale, a prescindere dal numero di elezioni che vi si svolgono.[66][67]

DoppiaggeseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Doppiaggese.

Il doppiaggese è un altro analogo e ben noto fenomeno di interferenza morfosintattica esercitata dall'inglese sulla lingua italiana, veicolato dai prodotti commerciali della cultura di massa. Si tratta di una variante che compare in alcuni film come risultato del doppiaggio.[68][69] Questa variante è caratterizzata da un linguaggio fortemente influenzato dalla lingua di partenza – la lingua "straniera" parlata dagli attori nel film – e una sintassi e un lessico che risultano innaturali o artificiosi nella lingua d'arrivo, ovvero la lingua parlata dagli spettatori.[70] Si tratta di un fenomeno linguistico all'interno di un'altra varietà linguistica, il filmese, inteso come la peculiare lingua attraverso cui si esprimono i personaggi dei film (non solo quelli doppiati da altre lingue). In molti casi, le forme "artificiali" del doppiaggese si sono affermate prepotentemente nella lingua di destinazione, grazie all'influenza dei media sulla cultura di massa, insediandosi stabilmente e perdendo la percezione del loro carattere "innaturale". Un caso notevole di questa accettazione è costituito da frasi come «non c'è problema» (doppiaggese per no problem) e dall'onnipresente «assolutamente sì», nato da una sciatta e innaturale resa dell'originale inglese absolutely, la cui traduzione naturale sarebbe «certamente»[71][72].

doppiaggese espressione inglese traduzione corretta
Dacci un taglio! Cut it out! Smettila!
Ci puoi scommettere! You can bet it! Senza dubbio!
Non c'è problema No problem Va bene

DibattitoModifica

Se inizialmente la discussione sull'interferenza dell'inglese vedeva confrontarsi chi sosteneva l'eccesso di nuovi prestiti inglesi e chi lo escludeva, da alcuni anni il dibattito specialistico e pubblico si concentra sulla magnitudine del fenomeno e le sue conseguenze per la lingua italiana. La contrapposizione oggi più diffusa è tra:[73][74][75][76]

  • chi sostiene che l'adozione degli anglicismi sia parte di un più ampio processo di evoluzione naturale dell'italiano, insieme all'informalità e all'uso di abbreviazioni e della cosiddetta "punteggiatura potenziata" (es. le emoji);
  • chi contesta come nebulosa e indefinita l'idea di evoluzione naturale della lingua – specie la sua anglicizzazione – ed evidenzia come l'importazione crescente di termini e strutture del sistema linguistico inglese stia generando un creolo itanglese, che potrebbe sostituire l'italiano contro la stessa volontà dei suoi parlanti.

Oltre a questi due poli opposti, esistono inoltre una serie di posizioni intermedie.

Tra gli studiosi, il dibattito travalica la tradizionale contrapposizione tra sostenitori del normativismo, che vede con favore attività di normazione e indirizzo linguistico, e del descrittivismo linguistico, che ritiene l'evoluzione della lingua un processo naturale e non influenzabile tramite politiche linguistiche. Diversi specialisti non favorevoli a un approccio normativo raccomandano una maggiore parsimonia nell'uso di anglicismi, sebbene affidino tale scelta alla sensibilità dei parlanti, e non a specifiche azioni istituzionali. Tra questi la sociolinguista, italianista e traduttrice Vera Gheno, pur ribadendo la necessità di un approccio descrittivo[77] si è espressa a favore di un uso equilibrato degli anglicismi, da evitare quando usati per «darsi un tono» o se vi è il rischio di rendersi poco comprensibili.[78]. Il linguista e accademico Vittorio Coletti ha sottolineato che, benché l'adozione di parole straniere sia «una linfa per le lingue vive», il mancato adattamento grafico e fonetico di tali prestiti al sistema linguistico italiano è problematico, perché segno di debolezza di una cultura incapace di trovare forme proprie per dire cose nuove.[79] L'Accademia della Crusca, che adotta generalmente un approccio descrittivo,[80][81] ha tuttavia preso pubblicamente posizione a favore di un minor uso di anglicismi, in particolare in ambito istituzionale, attraverso i comunicati stampa del Gruppo Incipit.[22] Il linguista Luca Serianni, membro di Incipit, ha osservato come la presenza degli anglicismi negli ultimi vent'anni sia diventata particolarmente invadente nell'italiano e come, pur evitando approcci dirigisti, sia necessario attuare un'opera di persuasione verso le istituzioni con elevate responsabilità sociali, quali le istituzioni politiche.[82] Commentando l'uso degli anglicismi sui media di massa, Serianni ha sottolineato che «Laddove l'anglicismo non si è ancora affermato, sarebbe meglio non usarlo e adoperare il sostituto italiano».[83]

Iniziative istituzionaliModifica

La pervasività degli anglicismi nella lingua italiana ha attivato iniziative di risposta da parte delle istituzioni politiche e/o culturali dei maggiori paesi ufficialmente italofoni: Italia e Svizzera.

ItaliaModifica

Pur se caratterizzate da una maggiore irregolarità e, attualmente, dalla mancanza di un disegno complessivo, anche in Italia si registrano reazioni istituzionali:

  • nel 2010, la Commissione cultura e istruzione della Camera dei deputati ha sostenuto l'istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI), poi mai realizzato;[84][85]
  • nel 2015, la fondazione all'interno dell'Accademia della Crusca del gruppo Incipit, che ha lo scopo esplicito di monitorare ed esprimere un parere sui forestierismi incipienti, in primo luogo anglicismi, e indicare alternative agli operatori della comunicazione e ai politici.[21] Il gruppo è nato in seguito alle 70.000 firme raccolte dalla petizione popolare "Dillo in italiano", promossa da Annamaria Testa, e al convegno dell'Accademia su La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi.[14][15][23] Dalla sua nascita il gruppo opera attivamente, comunicando sul sito della Accademia e sulle reti sociali in cui questa è presente (Facebook, Twitter)[22];
  • Nel 2018, il Dipartimento per le politiche europee del governo italiano ha attivato il servizio EuroParole, dotato di un proprio sito, nel quale gli anglicismi più frequenti usati nei siti del governo vengono presentati con il corrispondente termine italiano e spiegati brevemente nell'uso, con fonti e occorrenze.[31][32] Nel 2019 lo stesso Dipartimento ha poi lanciato l'iniziativa #EuroParole sulle reti sociali.[33]

SvizzeraModifica

In osservanza al principio della comprensibilità, la Svizzera ha attivato per l'italiano (come per il tedesco e il francese) i seguenti servizi per la gestione dei forestierismi e in particolare degli anglicismi[86]:

  • raccomandazioni relative all'uso di termini stranieri[38];
  • la banca dati terminologica TERMDAT, che intende fornire a operatori della comunicazione, politici e cittadini comuni le risorse per una sostituzione degli anglicismi[87][88].

NoteModifica

  1. ^ a b Andrea Viviani, Itangliano, su treccani.it, Enciclopedia dell'Italiano (2010), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. URL consultato il 23 marzo 2013.
  2. ^ Gian Luigi Beccaria, Lo chiamano italiese, in: Id.,Italiano antico e nuovo, nuova ed. ampliata, Milano, Garzanti, 1992,
  3. ^ Gabriele Valle, L’itanglish e l’insegnante di inglese, su treccani.it, Treccani, 23 aprile 2018. URL consultato il 29 luglio 2021.
  4. ^ Itanglese sul dizionario Hoepli online, su dizionari.hoepli.it. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 6 marzo 2012).
  5. ^ Giacomo Elliot, Parliamo itang'liano. Ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera, Milano, Rizzoli, 1977
  6. ^ Beppe Severgnini, Imperfetto manuale di lingue, in BUR-Biblioteca Universale Rizzoli, Rizzoli, 2010, p. 148.
  7. ^ Tullio De Mauro, Se la lingua ci fa male, su www.repubblica.it, La Repubblica. URL consultato il 12 aprile 2016.
  8. ^ (IT) Arrigo Castellani, Morbus Anglicus, in Studi linguistici italiani, qq13, n. 1, 1987, pp. pp. 137–153. URL consultato il 28 luglio 2021.
  9. ^ Stop Itanglese, su www.stopitanglese.it. URL consultato il 12 aprile 2016 (archiviato dall'url originale il 29 maggio 2016).
  10. ^ Codice Itanglese e San Valentino 2010: Italiano Ti Amo Ancora!, su agostiniassociati.it, Agostini Associati, 3 febbraio 2010. URL consultato il 28 luglio 2021.
  11. ^ Alessandro Aresti, Morbus itanglicus? Sulla presenza (e invadenza) dell'itanglese, in L'Italia e i mass media, a cura di Marco Gargiulo, Roma, Aracne, 2012, pp. 239-260.
  12. ^ Aida Antonelli, Le aziende parlano l'Itanglese Look, business, fashion le più usate, su repubblica.it, La Repubblica, 9 dicembre 2009. URL consultato il 28 luglio 2021.
  13. ^ Paola Coppola, Molto social e un po' smart ormai parliamo in itanglese, su repubblica.it, La Repubblica, 22 dicembre 2010. URL consultato il 12 aprile 2016.
  14. ^ a b Annamaria Testa, Un intervento per la lingua italiana (#dilloinitaliano), su change.org, 2015-02. URL consultato il 28 luglio 2021.
  15. ^ a b Annamaria Testa, Dillo in italiano, su internazionale.it, Internazionale, 17 febbraio 2015. URL consultato il 28 luglio 2021.
  16. ^ a b Claudio Marazzini, La risposta di Claudio Marazzini ai sottoscrittori della petizione "Un intervento per la lingua italiana", su accademiadellacrusca.it, 9 marzo 2015. URL consultato il 28 luglio 2021.
  17. ^ Sara Zapponi, Focus sostiene #dilloinitaliano, su focus.it, Focus, 27 febbraio 2015. URL consultato il 28 luglio 2021.
  18. ^ Tullio De Mauro, È irresistibile l’ascesa degli anglismi?, su internazionale.it, Internazionale, 14 luglio 2016. URL consultato il 28 luglio 2021.
  19. ^ Il Bel Paese dove l'OK suona, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 28 luglio 2021.
  20. ^ Il Gruppo Incipit è composto studiosi e specialisti della comunicazione italiani e svizzeri, tra cui accademici della Crusca.
  21. ^ a b Accademia della Crusca, La nascita del gruppo Incipit, osservatorio sui neologismi e forestierismi incipienti, su accademiadellacrusca.it, 28 settembre 2015. URL consultato il 24 luglio 2021.
  22. ^ a b c Accademia della Crusca, Gruppo "Incipit". I comunicati stampa del gruppo., su accademiadellacrusca.it, 28 settembre 2015. URL consultato il 24 luglio 2021.
  23. ^ a b Accademia della Crusca, La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, su accademiadellacrusca.it, 8 settembre 2015. URL consultato il 24 luglio 2021.
  24. ^ Maria Teresa Villa, L'inglese non basta: una lingua per la società, Milano, Modadori, 2013, ISBN 9788861598416.
  25. ^ Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Firenze, goWare, 2015, ISBN 9788867974092.
  26. ^ Gabriele Valle, Italiano Urgente. 500 anglicismi tradotti in italiano sul modello dello spagnolo, Trento, Reverdito, 2016, ISBN 9788834200247.
  27. ^ Raffaella Bombi, Anglicismi e comunicazione istituzionale, Roma, Il Calamo, 2019, ISBN 9788898640355.
  28. ^ Alessandro Bonifazi, L'anglicizzazione dell'italiano nell'interpretazione dialogica, Roma, Aracne, 2019, ISBN 9788825527742.
  29. ^ Raffaella Bombi, Interferenze linguistiche. Tra anglicismi e italianismi, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2020, ISBN 9788836130689.
  30. ^ Rosario Coluccia, Conosciamo l'italiano? Usi, abusi e dubbi della lingua, Firenze, Accademia della Crusca, 2020, ISBN 9788889369975.
  31. ^ a b Dipartimento per le politiche europee, Governo italiano, EuroParole (sito web), su politicheeuropee.gov.it. URL consultato il 29 luglio 2021.
  32. ^ a b Il governo italiano lancia Europarole, alternative italiane agli anglicismi istituzionali, su italofonia.info, Italofonia.info, 18 ottobre 2018. URL consultato il 28 luglio 2021.
  33. ^ a b Alice Recine e Adriano Maggi, affarinternazionali.it, Affari Internazionali, 21 marzo 2019, https://www.affarinternazionali.it/blogpost/europarole-meglio-dirlo-italiano/. URL consultato il 28 luglio 2021.
  34. ^ Italofonia (portale web), su italofonia.info, Italofonia.info. URL consultato il 29 luglio 2021.
  35. ^ Diciamolo in italiano (sito web), su diciamoloinitaliano.wordpress.com. URL consultato il 29 luglio 2021.
  36. ^ Nella costituzione elvetica, l'italiano è sancito quale lingua nazionale (Art. 4) e ufficiale (Art. 70) della federazione, insieme al tedesco e al francese.
    Parlamento svizzero, Costituzione federale della confederazione Svizzera (PDF), su fedlex.data.admin.ch, 18 aprile 1999. URL consultato il 29 luglio 2021.
  37. ^ (IT) Paolo Canavese, Anglicismi nell’italiano normativo elvetico: estensione e natura del fenomeno (PDF), in Revista de Llengua i Dret, Journal of Language and Law, n. 74, Barcellona, Escola d’Administració Pública de Catalunya, 2020, pp. 18-37, DOI:10.2436/rld.i74.2020.3545. URL consultato il 29 luglio 2021.
  38. ^ a b Cancelleria federale svizzera, Raccomandazioni sull'uso degli anglicismi, su bk.admin.ch. URL consultato il 29 luglio 2021.
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Voci correlateModifica

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