Marcello Sparzo

scultore italiano

Marcello Sparzo (Urbino, XVI secoloUrbino, 1616[1][2]) è stato uno scultore italiano, noto in particolare come maestro stuccatore.

Considerato dai coevi uno dei massimi plasticatori del periodo,[3][4][5][6][7] fu tra i primi utilizzatori dello stucco nelle opere monumentali colossali,[5][8][9] mostrando un originale linguaggio stilistico e una raffinata capacità esecutiva.[10] Operò in particolare fra Genova, Urbino, Torino, Siena e Pavia,[3] e fu innovatore nelle sperimentazioni cromatiche, per esempio nel presbiterio della chiesa di San Pietro in Banchi, nella navata della chiesa di San Rocco e nel Palazzo del Principe di Genova.[11]

BiografiaModifica

 
Statua di San Marco evangelista, con leone e decorata da drappi, volute e putti
 
Il colosso di Sparzo con l'aquila ai suoi piedi, simbolo araldico dei Doria
 
Il palazzo che Sparzo comprò a Urbino e rivendette ad Antonio Viviani poco prima di morire

Nacque in Urbino da Francesco di Giulio Sparzo (per Negroni e Colucci-Lazzari[12]) e Donna Giulia (Negroni[13]), mentre fu «figlio naturale di Gio. Antonio Spazza» secondo Pungileoni.[14] Spese la sua prima gioventù specializzandosi nell'arte plastica alla scuola di Federico Brandani,[15][16][17][18] sviluppando un stile originale nel solco del manierismo di Raffaello e del Perino.[3][4]

Dopo aver forse lavorato a Roma con lo stesso Brandani, nel 1573 fu richiesto a Siena, dove gli furono affidate varie commissioni.[19] Si occupò, col pittore fiammingo Bernard van Rantwyck, dei fastosi stucchi a decoro del Palazzo Chigi alla Postierla, sopravvissuti in undici sale fino ad oggi.[3][20] I suoi lavori generarono nella città toscana una specifica moda stilistica relativa agli ornamenti, durata più di un secolo.[20]

Nel 1578 fu chiamato a lavorare alla Certosa di Pavia, inizialmente per sostituire lo scomparso Ambrogio Volpi, completando le commissioni nel 1583.[21] Nel 1588 fu autore del complesso apparato di sculture raffiguranti i santi dell'ordine domenicano.[22] Nel 1596 firmò un nuovo contratto per decorare le due volte davanti alla cappella del Rosario.[23] Spelta, nel suo Historia del 1602, lo definisce "uno dei primi stuccatori di questi tempi" e gli attribuisce anche una grandiosa statua di una Vittoria del 1599. La statua, "leggiadramente formata" e "compitamente perfetta", era collocata su una base in una nicchia corinzia decorata, vicino alla terza porta cittadina, nell'allora piazza San Gabriele. La figura era alata, armata all'antica, coronata di lauro, con un ramo di palma nella destra e l'asta nella sinistra. Il monumento fu tra gli ornamenti utilizzati per accogliere la regina Margherita d'Austria-Stiria in visita in città, e conservata dal nobile Silvio Salvatico.[6] Ultimo lavoro commissionato in Pavia fu «un quadro con figure, et armata in stucco», il cui pagamento risulta al 1 maggio 1600.[23]

Intanto si era trasferito a Genova, dove la sua permanenza è documentata almeno a partire dal 1579.[5][10] Qui fu un notevole pioniere nell'utilizzo del gesso, materiale fino ad allora estraneo alla tradizione genovese.[24] Dopo la partenza da Genova del Bergamasco, l'arte plastica toccò i suoi livelli più alti proprio con Sparzo, tanto da "competer co' marmi".[5][25] Nel capoluogo ligure lavorò assiduamente in edifici civili e chiese, fra le quali quelle di San Bartolomeo degli Armeni, San Rocco di Granarolo, San Pietro in Banchi e San Francesco di Castelletto.[4] Fra le prime opere genovesi risultano quelle presso villa delle Peschiere, con Domenico Ponzello, Bernardo Castello e Giovanni Carlone, dove curò statue, stucchi e lo splendido bagno nello stile già lodato dal Vasari in visita.[26] Particolarmente rilevanti furono le opere eseguite per la casata nobile dei Doria. Fu Gianandrea Doria a commissionargli la monumentale Statua di Giove, nota come il gigante, dedicata al principe-ammiraglio Andrea Doria.[27] La statua colossale, risalente al 1586, alta otto metri e scolpita in stile manierista, era collocata nei giardini settentrionali della Villa del Principe.[28] Qui svettò sulla valle e sulla marina per 350 anni, sino al 1935/1936, quando fu addirittura demolita perché «ingombrante e perché il comune, pur richiesto, trascurò di occuparsene».[29] Per Alizeri la statua era di tale qualità da far meritare «all'autore una lode difficilissima a chiunque scolpisce o modella: ch'è il dar giusto aspetto ai colossi secondo il luogo che li riceve e secondo il punto onde voglion guardarsi».[5] Nella monumentale villa del Principe Doria, Sparzo curò anche gli ornamenti con stucchi policromi, le volte, la celeberrima galleria aurea e la cappella.[10][30]

Fra l'inizio del 1589 e il 1591 operò nel Duomo di Urbino con Fabio Viviani, dove fu richiesto anche come perito, e completò poi da solo i lavori dopo la morte di Viviani nel 1590, scolpendo le quattro statue di Re Salomone, Elia, David e Melchisedec.[13][31] Di nuovo per iniziativa dei Doria, nel 1590 eseguì a Loano le sei statue della chiesa di Sant'Agostino, «da celebre et insigne scultore superbamente et oculatamente delineate».[3][32] Nel 1592 si occupò della cappella nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie a Pegli.[8]

Dopo il succitato ritorno alla Certosa di Pavia a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento,[5] nel 1602 lavorò alla Villa Imperiale Scassi, decorando riccamente l'atrio e scolpendo le statue nelle nicchie e quelle raffiguranti il doge Tartaro nello scalone, considerate particolarmente pregevoli.[33] Nel 1603 curò i lavori in San Pietro in Banchi a Genova, adornando la cupola con gli stucchi sulla Passione di Cristo, una delle sue opere maestre.[34][35] Nel 1606, lavorò al Palazzo Lomellino di Strada Nuova,[3][10] eseguendo i magistrali stucchi della facciata e dell'atrio ovale, su disegni di Giovan Battista Castello.[10] Nello stesso anno è il completamento dei ricchissimi lavori presso la chiesa di San Rocco di Granarolo, datati e firmati personalmente da Sparzo, con decorazioni, statue e varie composizioni.[1] Nel 1608 lavorò presso Palazzo Madama a Torino, curando varie decorazioni e incamiciature a stucco.[1] Infine, fra il 1613 e il 1614 si occupò di «adornare la volta et altre parti» della chiesa di San Francesco di Paola nella natia Urbino.[1][3]

Il 23 gennaio 1614 acquistò dalla communità, in contrada Valbona a Urbino, quella che era stata la casa di Federico Brandani, impegnandosi a pagarla in due rate coi proventi dei lavori presso la chiesa di San Francesco,[2] rivendendola poi due anni dopo per seicento scudi al pittore Antonio Viviani,[36][37] e oggi sede dell'Accademia Raffaello.[38] Il primo novembre 1616, prossimo alla morte, vergò testamento ed espresse la volontà d'essere sepolto nella chiesa di San Francesco a Urbino.[1] Ebbe una vita molto lunga e morì, secondo il Soprani, quasi centenario.[4]

Nel lungo periodo ligure divenne forse cognato dello scultore Filippo Pippo Santacroce,[5][39] sebbene sulla sua vita, come rilevato da Colucci-Lazzari già nel XVIII secolo,[2][40] siano giunte notizie contrastanti a causa di alcune imprecisioni dei primi biografi, fra i quali Oddi e Soprani (il quale, secondo Colucci-Lazzari, confuse due personaggi con nomi similari[2]). Dal punto di vista biografico, Soprani attribuisce a Sparzo un figlio che sarebbe rocambolescamente morto in fasce[41] (sebbene la ricostruzione appaia molto romanzata e sia stata infatti poi omessa da Ratti nel 1768[4]), mentre Negroni lo indica sposato con Francesca di Pierino de Strozzis de Varso,[13] e Colucci-Lazzari lo indicano sposato con Federica da Genova e padre di Pier' Antonio (nato il 19 giugno 1591 in Urbino, sposatosi con Virginia nipote di Filippo Bellini, e morto poi senza eredi[2]). Nel testo di Colucci-Lazzari vi è, tuttavia, una incongruenza: nella voce su Marcello Sparzo Virginia Bellini è indicata come moglie di suo figlio Pier' Antonio, mentre nella voce su Carlo Bellini (fratello di Filippo) Virginia è indicata come moglie di Marcello stesso.[42][43] Sempre Colucci-Lazzari riportano che, dopo la morte in Genova del figlio di Marcello, da Genova fu scritto a Urbino per cercare suoi eredi, e che gli antenati di Marello Sparzo "sono detti Sparza fino all'anno 1560, e dopo son chiamati Sparzio".[2]

Come che sia, i contemporanei di Sparzo hanno tramandato la figura di un artista molto noto, prolifico, influente ed apprezzato, divenuto benestante grazie al proprio lavoro.[4] Nei secoli successivi alla morte, tuttavia, come suggerito già da Colucci-Lazzari alla fine del 1700[2] e dall'Alizeri nel 1800,[5][44] il suo nome e le sue opere subirono sorti sfortunate: le imprecisioni dei biografi contemporanei (che lo chiamarono con nomi diversi, fra questi: Spazi, Sparza,[2] Spurzio,[17] Sparsi, Sparti, Sparzi, Sparzio e Spassi[45] o, in latino, Marcellus Sparsus, Marcelus de Spartiis e Marcelo de Sparcio[5]), le attribuzioni ad altri di sue opere,[5][40] le ingiurie del tempo sui materiali,[5] il suo ruolo di pioniere nella tecnica plastica a lungo considerata minore rispetto alla scultura, l'incuria dei posteri (giunti sino a demolire alcune sue opere fra le quali il colosso plurisecolare[27] o i lavori in San Bartolomeo degli Armeni e nella chiesa di Santa Sabina[46]),[47][48] e infine i danni subiti da alcune opere durante i bombardamenti dei conflitti mondiali, contribuirono per un lungo periodo all'incompleto riconoscimento dell'opera di Sparzo.[5][49] Il colosso di Giove, per esempio, fu attribuito per due secoli a Giovanni Angelo Montorsoli[5][40][50] e la riattribuzione dell'opera si ebbe soltanto nel 1874.[5][50] L'Alizeri, inizialmente anche lui caduto in errore, si corresse dandone notorietà nelle sue pubblicazioni.[5][47]

Fu quindi solo a partire dal XIX secolo, grazie anche alle pubblicazioni di Colucci, Lazzari, e Alizeri e poi all'analisi moderna, che l'ampia opera artistica di Sparzo iniziò a essere gradualmente riconosciuta come lo era dalla critica a lui contemporanea.[3][40][49]

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ a b c d e Matteo Procaccini, Federico Brandani «eccellentissimo plastificatore» (PDF), in Serena Quagliaroli e Giulia Spoltore (a cura di), Horti Hesperidum, Studi di storia del collezionismo e della storiografia artistica, UniversItalia, 2019, pp. 212-214, ISBN 9788832932423.
  2. ^ a b c d e f g h Andrea Lazzari, Marcello Sparzo, in Giuseppe Colucci, Delle Antichità Picene, XXXI, Fermo, 1797, pp. 48-49.
  3. ^ a b c d e f g h Franco Renzo Pesenti, La scultura e la pittura dal Duecento alla metà del Seicento (PDF), in Dino Puncuh (a cura di), Storia della cultura ligure, vol. XLV, n. 119.
  4. ^ a b c d e f Raffaele Soprani e Carlo Giuseppe Ratti, Marcello Sparzo, in Vite de' pittori, scultori, ed architetti genovesi, Stamperia Casamara, 1768, p. 433.
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Federigo Alizeri, Notizie dei professori del disegno in Liguria dalle origini al secolo XVI, Tipografia Luigi Sambolino, 1880.
  6. ^ a b Antonio Maria Spelta, Historia, Pavia, Pietro Bartoli, 1602, p. 46-47, Aggiunta all'Historia.
  7. ^ Stucchi in marmorino di Marcello Sparzo, su CoArtRestauro.
  8. ^ a b Daniele Sanguineti, Plastica e intaglio nella cappella Doria: il ciclo di Marcello Sparzo e altre testimonianze, in Gianluca Zenelli (a cura di), Restauri nella chiesa di Nostra Signora delle Grazie, Sagep, 2015, pp. 16-27.
    «Federigo Alizeri sottolineava efficacemente il superamento sperimentale, introdotto da Sparzo, dei confini finora imposti allo stucco: la "plastica, usata in addietro a fregiar pareti o a recinger pitture, tentava per lui d'emulare la statua e competere co' marmi, dimentica quasi, o sdegnosa della propria fragilità"»
  9. ^ Studi Genuensi, vol. 4-8, Istituto internazionale di studi liguri, 1986, p. 62.
  10. ^ a b c d e Marcello Sparzo, su Palazzo Lomellino.
  11. ^ Alberto Felici e Giacinta Jean, Le sperimentazioni cromatiche di Marcello Sparzo (1568-1608), in Stucchi e stuccatori, Nardini Editore, 2020, p. 121, ISBN 9788840401324.
    «Tra la fine del secolo e i primi anni del Seicento l'urbinate elabora diverse soluzioni cromatiche che rappresentano una nuova interpretazione del rapporto volume-colore, rispetto allo schematismo cromatico precedente»
  12. ^ Colucci 1797, «Nel libro dell'Appasso [...] sembra si raccolga, che Marcello fu figlio di Ser Giulio»
  13. ^ a b c Franco Negroni, Il Duomo di Urbino, Accademia Raffaello, 1993, p. 99.
  14. ^ Luigi Pungileoni, Notizie istoriche di Federico Brandani d'Urbino celebre plasticatore del secolo XVI, in Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti, n. 9, 1826, p. 377.
  15. ^ Carlo Grossi e Pompeo Gherardi, Degli uomini illustri di Urbino, 1856, p. 226.
    «Tenne qui Federico scuola di plastica, e fra' suoi discepoli due si segnalarono così che anco fuori di Urbino furon chiamati a condurre opere di quell'arte, e acquistaron per esse un gran nome.»
  16. ^ Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Tipografia Emiliana, 1857.
    «Nella patria tenne il Brandani scuola di plastica, e fra'suoi discepoli si segnalarono Marcello Sparzio, che assai lavorò in Genova»
  17. ^ a b Guglielmo Stefani, Dizionario corografico dello Stato Pontificio, Civelli, 1856, pp. 1397-1398.
  18. ^ Maria Clelia Galassi, Marcello Sparzo plasticatore per Giovanni Andrea Doria, in Franco Boggero e Luisa Stagno (a cura di), Giovanni Andrea Doria e Loano. La chiesa di S. Agostino, Comune di Loano, 1999.
  19. ^ Michelangelo Gualandi, Memorie originali italiane risguardanti le belle arti, Marsigli, 1840, p. 93-96.
  20. ^ a b Ilaria Bichi Ruspoli, Lo stucco a Siena nel Cinquecento (PDF), in Serena Quagliaroli e Giulia Spoltore (a cura di), Horti Hesperidum, Studi di storia del collezionismo e della storiografia artistica, UniversItalia, 2019, p. 223, ISBN 9788832932423.
    «Sparti introduce a Siena la moda delle mensole reggitrave animate da artigli ferini e mascheroni urlanti, che si protrarrà fino al Seicento inoltrato.»
  21. ^ Giordano, 2012, p. 174.
  22. ^ Giordano, 2012, p. 178.
  23. ^ a b Giordano, 2012, p. 180.
  24. ^ Anna Boato e Anna Decri, Stucchi genovesi, in Lo stucco: cultura, tecnologia, conoscenza - Atti del XVII Convegno "Scienza e beni culturali", Arcadia Ricerche, 2001, pp. 71-80, ISBN 9788895409054.
    «E' interessante notare come tale materiale sia presente, in particolare, negli stucchi eseguiti ad opera di Marcello Sparzo urbinate. Il gesso è un materiale sostanzialmente estraneo alla tradizione costruttiva genovese antecedente l'Ottocento.»
  25. ^ Studi Genuensi, Istituto internazionale di studi liguri, 1986, P. 62
  26. ^ Bianca Maria Giannattasio e Luigina Quartino, Statue antiche e all'antica nei giardini di Villa Scassi a Genova-Sampierdarena, in Xenia, n. 4, De Luca Editore, 1982, pp. 37-48.
  27. ^ a b Il Gigante, su Palazzo del Principe (archiviato dall'url originale il 23 marzo 2008).
  28. ^ Vito Elio Petrucci, La statua del Gigante, in Il Secolo XIX, 22 luglio 1997.
  29. ^ Raffaele Soprani e Carlo Giuseppe Ratti, Vite de' pittori, scultori, ed architetti genovesi, a cura di Maria Grazia Rutteri, vol. 2, Tolozzi, 1965 [1674], p. 67.
    «i proprietari la demolirono perchè eccessivamente ingombrante e perchè il Comune, pur richiesto, trascurò di occuparsene»
  30. ^ Villa del Principe, Galleria Aurea
  31. ^ Franco Negroni e Giuseppe Cucco, Urbino, Museo Albani, Calderini, 1984, p. 20, ISBN 9788870192261.
  32. ^ Libro dei conti, Archivio Doria Pamphilj, 27 agosto 1590.
    «da celebre et insigne scultore superbamente et oculatamente delineate.»
  33. ^ Ezio Baglini, Largo Pietro Gozzano, su Sanpierdarena.net.
  34. ^ (ES) Javier Casares Ripol, La iglesia de San Pietro in Banchi (PDF), in Distribución y Consumo, Mercasa, 2012, p. 107.
  35. ^ Paola Martini (a cura di), Chiese e oratori di Genova (PDF), De Ferrari, 2014.
  36. ^ Franco Negroni, Appunti su alcuni palazzi e case di Urbino, Accademia Raffaello, 2005, p. 187, ISBN 9788887573220.
    «La casa già Brandani fu acquistata sui primi del 1614 da Marcello Sparzio, buon plastificatore e scolaro di Federico, che a sua volta nell'aprile 1616 la rivendeva per 600 scudi al pittore Antonio Viviani»
  37. ^ Federico Bernabei, rogito n. 1871, Archivio di Stato di Urbino, 1616
  38. ^ L'accademia Raffaello, su Accademia Raffaello.
  39. ^ Santacroce, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  40. ^ a b c d Carla Manara, Montorsoli e la sua opera genovese, Scuola tipografica Opera Pompei, 1959, p. 81.
    «Non dobbiamo dimenticare come proprio coi Soprani-Ratti si sia iniziata una larghezza ingiustificata di attribuzioni (anche la statua di stucco del Giove dello Sparzo è data al Montorsoli) raccolta acriticamente ed esagerata in seguito dalle guide»
  41. ^ Raffaele Soprani, Marcello Sparzo, in Le vite de pittori, scoltori, et architetti genovesi, G. Bottaro e G.B. Tiboldi, 1674, p. 298.
  42. ^ Colucci 1797, p. 48-49. «Ebbe il medesimo Marcello in consorte Francesca da Genova». «Virginia Bellini moglie del figlio Pier' Antonio»
  43. ^ Colucci 1797, p. 7. «[Carlo Bellini] Ebbe in consorte Vittoria Gueroli, da cui gli nacque Virginia, sposata a Marcello Sparzo, buon Scultore, e Stuccatore»
  44. ^ Alizeri, 1880, p. 217 «Soprani (laconico troppo a parlar di Macello Sparzo, com'ei lo travisa alcun poco)»
  45. ^ Marcello Sparzo, su d-nb.info, Biblioteca nazionale tedesca.
  46. ^ Antonio Figari, Le chiese di Genova, su isegretideivicolidigenova.com.
  47. ^ a b Federigo Alizeri, Guida illustrativa del cittadino e del forestiero per la città di Genova e sue adiacenze, Tipografia Luigi Sambolino, 1875.
  48. ^ Federigo Alizeri, Guida artistica per la città di Genova, Grendona, 1847, p. 1177.
  49. ^ a b Hanke, 2012.
  50. ^ a b Antonio Merli, Il Palazzo del Principe D'Oria a Fassolo in Genova, in Giornale ligustico di archeologia, storia e belle arti, Tip. del Regio Ist. sordo-muti, 1874, p. 39.
    «Nè del Montorsoli è il Giove o Gigante, come opinò taluno, confondendo per avventura questo colosso di stucco con una statua di Nettuno cui il citato Vasari narra effettivamente modellata da Giovannangelo a Fassolo, e che non trovandosi da altri rammentata vuolsi reputar perita poco tempo appresso. Comunque siasi di ciò, è manifesto per gli atti che il Gigante fu eseguito nel 1586 da Marcello Sparzio da Urbino, plasticatore di bella fama ed autore di più stucchi in alcune camere del Palazzo.»

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