Rivoluzione culturale

lanciata nella Repubblica Popolare Cinese nel 1966 da Mao Zedong volta a frenare l'ondata controriformista promossa in seno al partito

La Rivoluzione culturale (文革S) detta anche Grande rivoluzione culturale (文化大革命S, wénhuà dà gémìngP), aveva il nome ufficiale di Grande rivoluzione culturale proletaria (无产阶级文化大革命S, wúchǎn jiējí wénhuà dà gémìngP). Fu lanciata nella Repubblica Popolare Cinese nel 1966 da Mao Zedong, la cui direzione era posta in discussione a causa del fallimento della politica economica da lui ideata e pianificata nel cosiddetto grande balzo in avanti.[1] La Rivoluzione culturale fu il tentativo, pienamente riuscito, effettuato da Mao per riprendere il comando effettivo del Partito e dello Stato. Fu attuata mobilitando i giovani per estromettere a sua volta i dirigenti, sia nazionali sia locali, che lo avevano emarginato.[2] Lo scontro tra Mao e altri massimi leader era mascherato, dal punto di vista ideologico, con la lotta contro quello che definiva "il riformismo" dei suoi oppositori, tra cui Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, al fine di ripristinare l'applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista che egli riteneva coincidesse con il suo pensiero.[3]

Francobolli della Rivoluzione culturale che raffigurano: l'internazionalismo proletario, cinesi che esultano con Mao (che è raffigurato più alto) e Mao che saluta.
La propaganda politica delle Guardie Rosse: "Difendi il Comitato Centrale del Partito con sangue e vita! Difendi il presidente Mao con sangue e vita!".

Il numero stimato di morti durante la Rivoluzione Culturale varia notevolmente da centinaia di migliaia a 20 milioni.[4][5][6][7] A partire dall'agosto rosso di Pechino, si sono verificati massacri in tutta la Cina continentale, che includevano il massacro del Guangxi (si è verificato anche un massiccio cannibalismo[8][9]), l'incidente della Mongolia Interna e così via.[7][10] Allo stesso tempo, le Guardie Rosse iniziarono a distruggere i "Quattro Vecchi" e i membri delle Cinque Categorie Nere furono ampiamente perseguitati.[7][10] Il crollo della diga di Banqiao (e di dozzine di altre dighe), uno dei più grandi disastri tecnologici della storia, è avvenuto anche durante la Rivoluzione Culturale, uccidendo fino a 240.000 persone.[11][12][13]

Nel settembre 1976, Mao Zedong morì e in ottobre la Banda dei Quattro fu arrestata, ponendo fine alla Rivoluzione Culturale.[14] Nel 1978, Deng Xiaoping è diventato il nuovo Leader Paramount della Cina e ha avviato il programma "Boluan Fanzheng (拨乱反正)" per correggere gli errori della Rivoluzione Culturale; nel dicembre 1978 iniziò una nuova era della Cina con il programma "Riforma e apertura (改革开放)".[15][16] Nel 1981, il Partito Comunista Cinese dichiarò ufficialmente che la Rivoluzione Culturale era "responsabile della più grave battuta d'arresto e delle più pesanti perdite subite dal Partito, dal Paese e dal popolo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese".[17][18]

Prima della rivoluzione culturaleModifica

AntefattoModifica

Dopo il fallimento del Grande Balzo in avanti e decine di milioni di morti nella Grande Carestia Cinese, le politiche di Mao Zedong furono criticate e Mao lasciò le responsabilità future a Liu Shaoqi e Deng Xiaoping. La prima avvisaglia che Mao non aveva intenzione di accettare l'emarginazione dal potere governativo avvenne nel 1962, alla decima sessione plenaria del Comitato centrale. Egli attaccò, in maniera indiretta, i suoi oppositori mettendo in guardia contro eventuali scivolamenti nel revisionismo (citando i casi di Tito e Chruščëv). Mise anche in risalto il fatto che lo sviluppo della lotta di classe non avrebbe dovuto essere subalterna all'economia: per questo motivo, ai miglioramenti dati dal processo di riaggiustamento economico avvenuti dopo la sua estromissione dal potere, venne da lui riproposta la "lotta di classe" con la creazione del "Mes" (Movimento di Educazione Socialista). L'obiettivo apparente di questa rieducazione era quello rinvigorire lo spirito e la qualità dei quadri e dei responsabili del partito, mentre l'obiettivo reale era quello di preparare le condizioni per riprendere il potere effettivo.[19]

Il Mes diede avvio a iniziative volte a contrastare i quadri non favorevoli al fondatore a Mao inizialmente in maniera velata, attribuendo loro corruzione, spreco e speculazione ed errori (di natura economica, politica, ideologica o gestionale). Sempre più spesso, soprattutto a partire dal 1963, squadre del Mes si trattenevano in loco e, sostenendo le rivendicazioni dei contadini poveri, reclutavano nuovi iscritti fra questi mobilitandoli in sessioni di lotta e di denuncia contro i dirigenti avversi a Mao. Preoccupazioni per i cambiamenti all'interno del Mes furono messe in risalto anche da Mao nel 1963 nella Prima Decisione in Dieci Punti. Nel 1964, con il Documento in 23 punti gli obiettivi del Mes subirono un grande cambiamento, puntando ora alla denuncia aperta dei responsabili della linea del partito contraria a Mao, accusati di "prendere la via del capitalismo". Il Mes passò presto dalla denuncia di cattiva gestione, corruzione e atteggiamenti oppressivi, a metodi repressivi molto violenti.[19]

PremesseModifica

I fattori che posero le basi per la Rivoluzione culturale furono:[19][20][21]

  • il fallimento del grande balzo in avanti, ideato e pianificato da Mao, che portò alla morte per carestia di decine di milioni di cinesi;[19][20][21]
  • La conseguente emarginazione dalle posizioni di potere effettivo dello stesso Mao dal governo della Cina, a cui tuttavia rimasero tutti i massimi ruoli simbolici e ideologici, tra cui la carica di presidente del partito comunista cinese;
  • la non accettazione di Mao di questa emarginazione e conseguentemente la sua volontà di riprendere il potere;[22]
  • il ruolo dominante di Mao Zedong come guida all'interno del Partito, essendo Mao considerato la massima autorità ideologica e morale anche durante la sua temporanea emarginazione;
  • la passiva acquiescenza a un'unica linea interpretativa corretta (quella di Mao) in contrapposizione alle altre, ritenute erronee, sia di destra sia di sinistra;[19][20][21]
  • la demonizzazione dei politici cinesi ritenuti responsabili del perseguimento delle succitate linee interpretative diverse dal pensiero di Mao;[19][20][21]
  • l'intolleranza verso la critica e il dissenso degli intellettuali che provocò la loro denuncia in massa e la loro classificazione come "nona categoria puzzolente", ultima della scala sociale, al tempo della Rivoluzione culturale;[23]
  • il ricorso a metodi polizieschi dopo una prima fase caratterizzata dal metodo della denuncia a fini politici. In essa si distinguerà la figura di Kang Sheng tra i maggiori protagonisti del terrore all'interno del PCC.[19]

Storia della Rivoluzione CulturaleModifica

Fase iniziale (1966–69)Modifica

 
Il 18 agosto 1966 (Agosto rosso), Mao Zedong incontrò per la prima volta le Guardie Rosse a Tienanmen, innescando una massiccia strage a Pechino.

Le prime manifestazioni del nuovo corso degli eventi si ebbero a livello culturale: un dramma storico del 1965, La destituzione di Hai Rui di Wu Han, divenne il pretesto per la critica per le posizioni diverse dal pensiero di Mao, definite "revisioniste" dai suoi sostenitori: dopo due critiche al testo in questione, si giunse a un primo rapporto che affermava l'esistenza di tendenze borghesi ma si invitava alla prudenza e a trattenere il dibattito in un ambito prettamente accademico.[24]

Successivamente, i gruppi vicini a Mao elaborarono un secondo rapporto che radicalizzò la situazione dal punto di vista ideologico e politico invitando a accentuare la lotta, definita "di classe", che i loro sostenitori dovevano portare avanti contro gli avversari del Presidente del PCC e le loro linee considerate revisioniste. Nel 1966 venne approvata la "Circolare del 16 maggio" (data, da allora in poi, convenzionalmente riconosciuta come inizio della Rivoluzione culturale)[25] in cui si criticava duramente il primo rapporto (quello di febbraio) e si invitava a "smascherare" le "tendenze reazionarie o borghesi" delle autorità che si opponevano al partito e al socialismo (ossia a Mao), definendoli come rappresentanti della borghesia infiltrati nelle istituzioni.[26] A quel punto, Liu Shaoqi e Deng Xiaoping (al vertice del partito per la momentanea assenza di Mao), decisero di inviare squadre di lavoro politico nei campus universitari, incontrando resistenze da parte di molti studenti. In seguito a misure repressive, diversi insegnanti e studenti vennero criticati come controrivoluzionari. Tornato a Pechino, Mao Zedong ritirò le squadre inviate da Liu Shaoqi e Deng Xiaoping; decise invece di inviare nuove squadre di lavoro nei campus, ma questa volta con il fine di sostenere gli studenti ribelli. I giovani rivoluzionari non esitarono a usare anche forme di violenza fisica e psicologica, costoro furono chiamati "Guardie rosse", si trattava di differenti gruppi autonomi talvolta in lotta fra loro. In caso di resistenza ricorrevano allo scontro fisico, anche armato.[2]

 
Mao Zedong e le guardie rosse in piazza Tienanmen (1966)

Il 5 agosto venne approvata la Decisione del Comitato Centrale sulla Grande rivoluzione culturale proletaria, dove Mao lancia la slogan destinato a diventare l'emblema della Rivoluzione culturale "Bombardiamo il quartier generale" ("炮打司令部!"S, "pàodǎ sīlìngbù!"P), che invita gli studenti ad attaccare violentemente la fazione avversa del partito portando a un ricambio significativo ai vertici del partito. La metodologia di Mao è stata successivamente registrata nel cosiddetto "Libretto rosso", che conteneva un'antologia di sue citazioni utilizzate per fare propaganda all'interno dell'Esercito di liberazione popolare. In questo libretto Mao fornì l'ideologia di base per colpire i suoi avversari invitando i suoi sostenitori a colpire le "contraddizioni in seno al popolo e al Partito" affermando che il processo della Dialettica hegeliana (tesi-antitesi-sintesi) non doveva cessare con la presa del potere da parte dei comunisti, ma continuare incessantemente per evitare i fenomeni di imborghesimento di cui accusava coloro che lo avevano emarginato.[27] L'ideatore e il curatore della prima edizione fu Lin Biao (林彪) che appoggiò Mao fino a quando scomparve in circostanze misteriose e fu accusato di alto tradimento.[28]

I principali autori di danni e perdite subiti dalla Cina furono le Guardie rosse, che si svilupparono fin dal 1966. Le guardie rosse, sostenitori di Mao, definivano gli avversari classi "Cinque categorie nere" (fra le quali essi inserivano gli intellettuali). Ricevettero l'approvazione di Mao e del Gruppo centrale per la Rivoluzione culturale, e si diffusero in migliaia di gruppi. Le guardie rosse giustificavano il loro comportamento ideologicamente, affermando di voler spazzare via quelli che definivano i quattro vecchi (vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti). I metodi erano spesso estremamente violenti, accompagnati da motivazioni personali e ritorsioni contro discriminazioni subite in passato. L'inasprirsi delle lotte proseguì fino alla primavera del 1967, quando Mao, nel frattempo ritornato ai pieni poteri, decise di contrastare la situazione di profonda instabilità che egli stesso aveva favorito e di cui ora non aveva più bisogno. In questo compito fu aiutato dall'EPL (Esercito Popolare di Liberazione), che iniziò a riportare l'ordine reprimendo le guardie rosse più radicali e gestendo direttamente le organizzazioni di massa.[19][20][21]

Nella primavera del 1968 iniziò la smobilitazione delle guardie rosse che si concluse nell'aprile 1969. Più di quattro milioni di studenti, così come era già avvenuto per molti quadri e responsabili del partito, furono inviati nelle campagne a eseguire lavori forzati (vedi laogai), allora considerati il metodo ideale per quella che veniva definita la loro "rieducazione".[19] Nel 1969 infatti le Unità di Lavoro e ogni centro dirigenziale burocratico fu affidato a una triplice rappresentanza: del Partito Comunista Cinese, degli attivisti delle "Guardie rosse" e dell'Esercito di liberazione popolare, che così si trovava nella posizione di garante della stabilità.

La fase di Lin Biao (1969–71)Modifica

 
Serie di libri di scienze pubblicati durante la Rivoluzione culturale (anni 1970).

Il maresciallo Lin Biao è stato costituzionalmente confermato come successore di Mao nel 1969. A causa della scissione sino-sovietica e del conflitto a Zhenbao Dao, Lin Biao e l'Esercito popolare di liberazione hanno guadagnato importanza e potere durante questa fase. Secondo fonti ufficiali, i sostenitori di Lin avrebbero complottato per usare il potere militare per cacciare Mao con un colpo di stato. Tuttavia, il colpo di stato fallì. Secondo il racconto ufficiale, il 13 settembre 1971 Lin Biao, le sue famiglie e il personale tentarono di fuggire in Unione Sovietica per chiedere asilo. Durante il viaggio, l'aereo di Lin si schiantò in Mongolia, uccidendo tutti a bordo.[29]

Banda dei Quattro (1972–76)Modifica

La Rivoluzione Culturale continuò quando la Banda dei Quattro salì al potere dopo Lin Biao. Il gruppo includeva Jiang Qing, che era la moglie di Mao Zedong. Movimenti politici come "Critichiamo Lin Biao critichiamo Confucio" furono condotti a livello nazionale.[30] Mao Zedong morì nel settembre 1976 e la Banda dei Quattro fu arrestata da Hua Guofeng, Ye Jianying e altri in ottobre, ponendo fine alla Rivoluzione Culturale.

Conseguenze e impattoModifica

Massacri e cannibalismoModifica

 
Sessione di lotta di Sampho Tsewang Rigzin (Vice Presidente del Tibet e Maggiore Generale dell'Esercito Popolare di Liberazione) e sua moglie durante la Rivoluzione Culturale. Rigzin morì nel 1973.[31]

Durante la Rivoluzione Culturale, si sono verificati massacri in tutta la Cina continentale. I principali includono:[7]

Epurazione politicaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sessione di lotta.

Numerose furono anche le epurazioni, che provocarono un ricambio politico fra il 50 e il 70% a seconda dei diversi contesti. In ogni città, provincia, qualsiasi Unità di lavoro fu investita dalla critica radicale contro gli esponenti di spicco del PCC. Questi erano costretti con coercizione e brutalità all'autocritica e alle dimissioni, seguite da mesi o anni di duri lavori in campagna presso i villaggi contadini più sperduti.[2] L'epurazione degli avversari di Mao coinvolse anche l'ex Ministro delle Finanze Bo Yibo (薄一波), che fu condannato a dieci anni di carcere.

Accademici e istruzioneModifica

Durante la Rivoluzione culturale la scuola non esisteva più. Tutti i professori erano stati umiliati, picchiati, derisi dagli studenti. L'educazione sostanzialmente si fermò per anni, con gli studenti che divennero rivoluzionari di professione a tempo pieno.[32]

 
Le statue di Buddha i cui volti furono distrutti durante la Rivoluzione Culturale.

Cultura e religioneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Quattro vecchi.

Oltre alle ingenti perdite umane, gravi danni furono arrecati alla cultura (persecuzione di insegnanti, scrittori, artisti, intellettuali).

Molto intense furono anche le persecuzioni religiose: le pratiche religiose vennero infatti vietate e chi insisteva nel praticarle subì spesso l'esilio, la carcerazione e la morte. I luoghi di culto vennero chiusi: la loro parziale riapertura venne consentita nuovamente solo a partire dalla fine degli anni settanta.[33]

La Rivoluzione culturale e il mondoModifica

Negli stessi anni della Grande rivoluzione culturale cinese in molti altri paesi si verificarono parallele manifestazioni giovanili ('68, maggio francese) atte al rinnovamento delle classi politica e intellettuale e di una rifondazione delle strutture sociali che non riflettevano più il corso dei tempi; alcuni dei movimenti giovanili in occidente presero ispirazione anche dalla lettura del cosiddetto libretto rosso di Mao.

Durante la Rivoluzione Culturale, il Partito Comunista Cinese e lo stesso Mao Zedong hanno offerto un aiuto significativo a Pol Pot e ai Khmer Rossi in Cambogia.[34][35][36] Influenzati dal "Grande balzo in avanti" cinese e dalla Rivoluzione culturale, i Khmer Rossi diedero inizio al "genocidio cambogiano" (1975-1979), desiderando trasformare la Cambogia in comunismo in un breve periodo di tempo.[35][37][38] Milioni di persone sono state uccise in pochi anni.[37][39]

Dopo la rivoluzione culturaleModifica

Nel 1976 la morte di Mao chiuse definitivamente il periodo della Rivoluzione culturale. Tutte le responsabilità degli eccessi di quegli anni furono però addossate alla Banda dei quattro perché il Partito comunista ritenne di salvare la figura di Mao per evitare problemi e divisioni che avrebbero compromesso la stabilità interna.[28][40] Al riguardo la posizione ufficiale del PCC rimane quella che fu descritta da Deng Xiaoping in una intervista a Oriana Fallaci:[41]

«È vero, sfortunatamente verso il tramonto della sua vita, in particolare durante la Rivoluzione culturale, Mao commise degli errori - e non erano di poco conto - che arrecarono molte sventure al nostro partito, al nostro Stato e al nostro popolo ... Nel valutare i suoi meriti e gli errori riteniamo che gli errori siano solo secondari. Ciò che egli ha fatto per il popolo cinese non potrà mai essere cancellato.»

Con questa posizione di mediazione il PCC fu nuovamente in grado di riprendere il controllo delle leve di comando della Repubblica Popolare Cinese. Ancora non è definito con precisione l'ammontare dei morti dovuti alla Rivoluzione culturale, e le stime degli storici oscillano tra 300.000 e 7 milioni di vittime.[42]

NoteModifica

  1. ^ Rivoluzione culturale in "Dizionario di Storia", su www.treccani.it. URL consultato il 10 marzo 2018.
  2. ^ a b c (EN) Tom Phillips, The Cultural Revolution: all you need to know about China's political convulsion, su the Guardian, 11 maggio 2016. URL consultato il 10 marzo 2018.
  3. ^ Bernardo Valli, L'utopia che in Cina fece milioni di morti, in Repubblica.it, 6 maggio 2016. URL consultato il 9 marzo 2018.
  4. ^ Lucian W. Pye, Reassessing the Cultural Revolution, in The China Quarterly, vol. 108, n. 108, 1986, pp. 597–612, DOI:10.1017/S0305741000037085, ISSN 0305-7410 (WC · ACNP), JSTOR 653530.
  5. ^ World Peace Foundation, China: the Cultural Revolution | Mass Atrocity Endings, su sites.tufts.edu. URL consultato il 29 novembre 2019 (archiviato dall'url originale il 28 novembre 2019).
  6. ^ Source List and Detailed Death Tolls for the Primary Megadeaths of the Twentieth Century, in Necrometrics. URL consultato il 9 novembre 2014 (archiviato dall'url originale il 4 agosto 2012).
  7. ^ a b c d (EN) Yongyi Song, Chronology of Mass Killings during the Chinese Cultural Revolution (1966-1976), su Istituto di studi politici di Parigi (Sciences Po). URL consultato il 1º aprile 2021.
  8. ^ a b SHENG-MEI MA, CONTRASTING TWO SURVIVAL LITERATURES: ON THE JEWISH HOLOCAUST AND THE CHINESE CULTURAL REVOLUTION, in Holocaust and Genocide Studies, vol. 2, n. 1, 1º gennaio 1987, pp. 81–93, DOI:10.1093/hgs/2.1.81. URL consultato il 1º aprile 2021.
  9. ^ a b (EN) Nicholas D. Kristof, A Tale of Red Guards and Cannibals, in The New York Times, 6 gennaio 1993, ISSN 0362-4331 (WC · ACNP). URL consultato il 30 novembre 2019.
  10. ^ a b c Youqin Wang, Student Attacks Against Teachers: The Revolution of 1966 (PDF), su Università di Chicago, 2001 (archiviato dall'url originale il 17 aprile 2020).
  11. ^ 230,000 Died in a Dam Collapse That China Kept Secret for Years, su OZY, 17 febbraio 2019. URL consultato il 13 aprile 2021.
  12. ^ THE THREE GORGES DAM IN CHINA: Forced Resettlement, Suppression of Dissent and Labor Rights Concerns, su Human Rights Watch. URL consultato il 13 aprile 2021.
  13. ^ (ZH) 1975年那个黑色八月(上)(史海钩沉), su Quotidiano del Popolo (archiviato dall'url originale il 6 maggio 2020).
  14. ^ (EN) Austin Ramzy, China’s Cultural Revolution, Explained, in The New York Times, 14 maggio 2016. URL consultato il 13 aprile 2021.
  15. ^ (EN) JACQUES DELISLE e AVERY GOLDSTEIN, China’s Economic Reform and Opening at Forty (PDF), su Brookings Institution.
  16. ^ (EN) Abraham Denmark, 40 years ago, Deng Xiaoping changed China — and the world, in Washington Post. URL consultato il 13 aprile 2021.
  17. ^ (ZH) 关于建国以来党的若干历史问题的决议, su Il governo centrale della Repubblica popolare cinese. URL consultato il 13 aprile 2021.
  18. ^ (EN) Resolution on Certain Questions in the History of Our Party since the Founding of the People’s Republic of China, su Woodrow Wilson International Center for Scholars.
  19. ^ a b c d e f g h i G. Samarani, La Cina del Novecento, Dalla fine dell'Impero a oggi, Torino, Einaudi, pp. 250-266.
  20. ^ a b c d e (EN) Opinion | Mao's Great Leap to Famine, in The New York Times, 15 dicembre 2010. URL consultato il 10 marzo 2018.
  21. ^ a b c d e L'utopia che in Cina fece milioni di morti, in Repubblica.it, 6 maggio 2016. URL consultato il 10 marzo 2018.
  22. ^ Rivoluzione culturale in "Dizionario di Storia", su Treccani.
  23. ^ Luigi Tomba, Storia della Repubblica popolare cinese, B. Mondadori, 2002, ISBN 978-88-424-9384-6.
  24. ^ La Rivoluzione Culturale, su www.tuttocina.it. URL consultato il 28 settembre 2020.
  25. ^ 16 maggio 1966 - 50 anni fa la Rivoluzione culturale cinese, su Rainews. URL consultato il 30 settembre 2020.
  26. ^ 16 maggio 1966 - 50 anni fa la Rivoluzione culturale cinese, su Rainews. URL consultato il 28 settembre 2020.
  27. ^ Cina, a 50 anni dall’inizio della Rivoluzione culturale un editoriale rompe il silenzio, in LaStampa.it. URL consultato l'8 aprile 2018.
  28. ^ a b 16 maggio 1966 - 50 anni fa la Rivoluzione culturale cinese, in Rainews. URL consultato il 10 marzo 2018.
  29. ^ Stephen Uhalley e Jin Qiu, The Lin Biao Incident: More Than Twenty Years Later, in Pacific Affairs, vol. 66, n. 3, 1993, pp. 386–398, DOI:10.2307/2759617. URL consultato il 7 aprile 2021.
  30. ^ Hsüan Mo, The 1974 "Criticize Lin Criticize Confucius" Campaign of the Chinese Communist Party, in Chinese Law & Government, vol. 8, n. 4, 1º dicembre 1975, pp. 84–127, DOI:10.2753/CLG0009-4609080484. URL consultato il 7 aprile 2021.
  31. ^ (EN) Tsering Woeser, Forbidden Memory: Tibet during the Cultural Revolution, U of Nebraska Press, 1º aprile 2020, ISBN 978-1-64012-295-6. URL consultato il 13 aprile 2021.
  32. ^ Leone Grotti, Cina. «Torturati e uccisi? I nemici di classe venivano anche cucinati e mangiati dal popolo», su Tempi, 16 maggio 2016. URL consultato il 28 settembre 2020.
  33. ^ Brian J. Grim, Roger Finke, The Price of Freedom Denied: Religious Persecution and Conflict in the 21st Century, Cambridge University Press, 2011.
  34. ^ Sebastian Strangio, China’s Aid Emboldens Cambodia, su Università Yale. URL consultato il 7 aprile 2021.
  35. ^ a b (EN) The Chinese Communist Party’s Relationship with the Khmer Rouge in the 1970s: An Ideological Victory and a Strategic Failure, su Woodrow Wilson International Center for Scholars. URL consultato il 7 aprile 2021.
  36. ^ (EN) Steven J. Hood, Beijing's Cambodia Gamble and the Prospects for Peace in Indochina: The Khmer Rouge or Sihanouk?, in Asian Survey, vol. 30, n. 10, 1º ottobre 1990, pp. 977–991, DOI:10.2307/2644784. URL consultato il 7 aprile 2021.
  37. ^ a b Il genocidio cambogiano – Ricognizioni, su ricognizioni.it. URL consultato il 7 aprile 2021.
  38. ^ (EN) David P. Chandler, Brother Number One: A Political Biography Of Pol Pot, Routledge, 2 febbraio 2018, ISBN 978-0-429-98161-6. URL consultato il 7 aprile 2021.
  39. ^ Genocide in Cambodia, su Holocaust Museum Houston. URL consultato il 7 aprile 2021.
  40. ^ Cina Rivoluzione culturale. «Mangiavamo i nemici» | Tempi.it, su www.tempi.it. URL consultato il 10 marzo 2018.
  41. ^ La Cina riscopre Deng attraverso Oriana Fallaci, in Corriere della Sera. URL consultato l'8 aprile 2018.
  42. ^ Twentieth Century Atlas - Death Tolls, su necrometrics.com. URL consultato il 10 marzo 2018.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

Controllo di autoritàThesaurus BNCF 14228 · LCCN (ENsh85024126 · GND (DE4009947-7 · NDL (ENJA00573871