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Salvatore Pelligra

generale italiano
Salvatore Pelligra
NascitaComiso, 22 maggio 1891
MorteSigno, 1º ottobre 1943
Cause della morteFucilato dai tedeschi
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataRegio Esercito
SpecialitàArtiglieria
Anni di servizio1912-1943
GradoGenerale di Brigata
GuerrePrima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale
Comandante diartiglieria del XVIII Corpo d'armata
Decorazionivedi qui
Studi militariRegia Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino
dati tratti da Generals[1]
voci di militari presenti su Wikipedia

Salvatore Pelligra (Comiso, 22 maggio 1891Signo, 1º ottobre 1943) è stato un generale italiano, veterano della prima guerra mondiale, dove fu decorato con la Croce di guerra al valor militare, fu comandante dell'artiglieria del XVIII Corpo d'armata di stanza in Dalmazia nei giorni seguenti all'armistizio dell'8 settembre 1943. Per essersi opposto alla resa e alla consegna delle armi, fu trucidato dai tedeschi a Signo insieme ad altri 50 ufficiali. Per il coraggio dimostrato in questo frangente fu decorato di Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

BiografiaModifica

Nacque a Comiso (provincia di Ragusa) il 22 maggio 1891, e si arruolò nel Regio Esercito entrando nella Regia Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino, dalla quale uscì nel 1912 con il grado di sottotenente, assegnato all'arma di artiglieria. Prese parte alla prima guerra mondiale, durante la quale fu promosso al grado di capitano distinguendosi durante il servizio presso il 3º Reggimento artiglieria da campagna, venendo decorato con la Croce di guerra al valor militare. Il 1º luglio 1937 fu promosso al grado di colonnello.

Nel 1940 ricopriva l'incarico di Comandante della Scuola centrale d'artiglieria di Civitavecchia. Il 1 gennaio 1942 fu nominato generale di brigata. All'atto dell'armistizio dell'8 settembre 1943 si trovava a Spalato, in Dalmazia, come comandante dell'artiglieria assegnata al XVIII Corpo d'Armata del generale Umberto Spigo.[2] La zona di Spalato era presidiata dai reparti della 15ª Divisione fanteria "Bergamo",[3] al comando del generale Emilio Becuzzi, che decise inizialmente di resistere ai tedeschi facendo causa comune con i partigiani jugoslavi,[4] ma informandoli anche non avrebbe combattuto contro gli ex alleati.[4] L'11 settembre Becuzzi tenne un consiglio di guerra con i propri ufficiali in cui avanzò l'ipotesi di cedere le armi ai partigiani jugoslavi, non combattere contro le forze tedesche, e sciogliere le unità italiane presenti in zona.[4] Sia i generale Alfonso Cigala Fulgosi, comandante della Piazza di Spalato, che egli, si rifiutarono fermamente di cedere le armi preferendo combattere.[4]

Alle richieste avanzate da Spalato che chiedevano l'invio di rinforzi l'Alto Comando italiano rispose disponendo il ritiro dalla zona di circa 3.000 soldati. Tali soldati si imbarcarono su alcune navi,[5] insieme al comandante della 15ª Divisione fanteria "Bergamo", generale Becuzzi, il giorno 23.[2] Ricevuti consistenti rinforzi, tra cui la SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen",[6] e contando sull'appoggio aereo fornito da alcune squadriglie di cacciabombardieri Junkers Ju 87 Stuka, i tedeschi passarono decisamente al contrattacco.[7] Il 24 settembre, dopo la partenza di Becuzzi,[N 1] egli assunse il comando di tutte le rimanenti truppe italiane presenti nella zona.[8]

Le truppe germaniche assunsero il controllo della città dopo un breve, ma intenso combattimento. Secondo le disposizioni impartite dall'Obergruppenführer Karl Reichsritter von Oberkamp,[2] comandante della Divisione "Prinz Eugen" tutti gli ufficiali italiani che avevano fatto causa comune con i partigiani jugoslavi dovevano essere passati per le armi.[2]

Quarantacinque[8] di loro, dopo essere stati sommariamente interrogati nella caserma di Sini, in cui gli fu richiesto di aderire alla neocostituita Repubblica Sociale Italiana[N 2] al loro rifiuto furono fatti salire sui camion. Indossando una divisa nuova, si mise i guanti bianchi e si unì ai suoi ufficiali. Portati in una cava di ghiaia[2] nei pressi delle fornaci di Signo, lungo il fiume Cettine, a gruppi, mentre gridavano "Viva l'Italia", furono fucilati. Egli incitò e rincuorò i suoi uomini, che si misero sull'attenti davanti al plotone d'esecuzione, fino alla fine.[N 3]

Il 24 maggio 1949, nel corso di una solenne cerimonia, gli venne conferita la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Il Comune natale di Comiso ha voluto onorare la sua memoria intitolandogli una via, così come la città di Palermo.

Insieme a lui vennero fucilati[N 4] anche il generale Alfonso Cigala Fulgosi,[8] comandante della Piazza di Spalato, e il generale Angelo Policardi[8] comandante del Genio del XVIII Corpo d'armata. Il primo fu decorato con Medaglia d'oro, e il secondo con Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.[8]

Il fratello RaffaeleModifica

Era fratello minore di Raffaele, ufficiale dell'arma di Cavalleria che, col grado di colonnello, ebbe a Napoli il comando del 6º Reggimento "Lancieri di Aosta", che tenne fino al 1939. Promosso anche lui generale di brigata nel 1940, fu nominato Intendente della 2ª Armata al confine orientale. Nel 1942 assunse il Comando della 13ª Divisione fanteria "Re" in Croazia per un anno e, il 12 luglio 1943, fu nominato Capo di stato maggiore della 7ª Armata di Potenza. Dopo la guerra, il 15 luglio 1947, assunse il Comando della Guardia di Finanza, che tenne fino al 3 febbraio 1953, allorché fu collocato in ausiliaria per limiti d'età.

OnorificenzeModifica

  Medaglia d'oro al valor militare
«In un momento di generale smarrimento spirituale, reagiva con fierezza all'ordine impartitogli di cedere le sue artiglierie. Rifiutando sdegnosamente l'invito di porsi in salvo imbarcandosi per l'Italia, manteneva inalterata fede alle leggi dell'onor militare, rimanendo tra i suoi artiglieri con i quali affrontava sereno la situazione, pur avendo chiara visione dell'immancabile tragedia che incombeva sui forti votati al sacrificio. Organizzata la resistenza, l'alimentava con indomito ardore insensibile ai massacranti bombardamenti aerei, e benché tutto ormai crollasse inesorabilmente avanti a lui, la protraeva con eroica tenacia per lungo tempo infliggendo al nemico serie perdite. Sommerso da preponderanti forze nemiche, si sottraeva con cosciente determinazione ad ogni possibilità di salvezza per non abbandonare i gloriosi superstiti e, con supremo sprezzo della vita, affrontava il plotone di esecuzione attendendo la raffica mortale nella severa posizione di saluto militare, teso alla Patria lontana alla quale tutto aveva dato per l'onore e il prestigio dell'Esercito. Combattente della grande guerra, più volte decorato, cadde come visse, fedele al suo giuramento di soldato, luminoso esempio, ai più, di preclare virtù militari. Spalato Signo (Dalmazia), 8 settembre 1943
  Croce di guerra al valor militare
«Comandante di un gruppo di batterie da campagna, individuate e battute, lungo strade percorse a celere andatura, presa rapidamente posizione, da un luogo scoperto e battuto, di giorno e di notte, valoroso ed istancabile, dirigeva l'azione efficace delle sue batterie, dando a tutti nobile esempio di virtù militari. Montello, 19-23 giugno 1918
  Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
  Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
— 24 aprile 1935-XIII[9]
  Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia
— 7 gennaio 1938-XVI[10]

NoteModifica

  1. ^ Generals.
  2. ^ a b c d e Schreiber 1990, p. 201.
  3. ^ Talpo 1994, p. 1262.
  4. ^ a b c d Aga Rossi, Giusti 2011, p. 142.
  5. ^ Aga Rossi, Giusti 2011, p. 154.
  6. ^ Schreiber 1990, p. 200.
  7. ^ Aga Rossi, Giusti 2011, p. 155.
  8. ^ a b c d e Schreiber 1990, p. 202.
  9. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.228 del 12 dicembre 1935.
  10. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.289 del 5 ottobre 1938.

AnnotazioniModifica

  1. ^ Becuzzi si imbarcò sulla torpediniera Aretusa abbandonando al proprio destino i circa ottomila soldati della sua divisione.
  2. ^ Pochissimi ufficiali scelsero di ottemperare a tale richiesta.
  3. ^ Secondo alcune testimonianze i soldati tedeschi depredarono di volta in volta i morti.
  4. ^ Dei circa 450 ufficiali italiani catturati dai tedeschi nella zona, 45 vennero uccisi a Trilj il 2 ottobre, e 9 il giorno 3 in un luogo sconosciuto.

BibliografiaModifica

  • Elena Aga Rossi, Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte, Bologna, Il Mulino, 2011, ISBN 978-88-15-15070-7.
  • Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli internati militari italiani, Milano, Ugo Mursia editore, 1974.
  • (DE) Gerhard Schreiber, Die italienischen Militärinternierten im deutschen Machtbereich (1943-1945), Munchen, R.Oldenbourg Verlag Gmbh, 1990, ISBN 3-486-59560-1.
  • Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito, 1994.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica