Alfonso Cigala Fulgosi

generale italiano
Alfonso Cigala Fulgosi
NascitaAgazzano, 16 ottobre 1884
MorteSigno, 1º ottobre 1943
Cause della morteFucilazione
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataRegio Esercito
ArmaCavalleria
Anni di servizio1906-1943
GradoGenerale di divisione
GuerrePrima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale
BattaglieSeconda battaglia della Marna
Decorazionivedi qui
Studi militariRegia Accademia Militare di Modena
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Alfonso Cigala Fulgosi (Agazzano, 16 ottobre 1884Signo, 1º ottobre 1943) è stato un generale italiano, che fu comandante della Piazza di Spalato, in Dalmazia, e nei giorni seguenti all'armistizio dell'8 settembre 1943, per essersi opposto alla resa e alla consegna delle armi, fu trucidato dai tedeschi a Signo insieme ad altri 50 ufficiali. Decorato di Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

BiografiaModifica

Nacque ad Agazzano (provincia di Piacenza) il 16 ottobre 1884,[N 1] e dopo aver frequentato il Collegio dei barnabiti di Lodi, dove conseguì il diploma liceale, entrò come allievo presso l'Regia Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria di Modena nel novembre 1904. Uscitone con la nomina di sottotenente di cavalleria nel 1906, fu destinato a prestare servizio presso l'8º Reggimento "Lancieri di Montebello".[1] Promosso tenente nel settembre 1909, divenne capitano nel 1915 mentre prestava servizio presso il 3º Reggimento "Savoia Cavalleria".[2]

Dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia, il 24 maggio 1915, divenne ufficiale d'ordinanza del comandante della 1ª Armata mobilitata, generale Roberto Brusati. Prese parte alle operazioni belliche come comandante di uno squadrone dei 9º Reggimento "Lancieri di Firenze", ed infine come addetto all'8ª Divisione di fanteria. Ferito sul Monte Santo, nel 1918 seguì la sua divisione in Francia, dove prese parte alla seconda battaglia della Marna. Promosso maggiore nel 1924, ricoprì l'incarico di insegnante presso la Scuola Allievi Ufficiali di Milano e in seguito di giudice supplente presso il Tribunale Militare Territoriale di Milano fino al 1927, anno in cui fu promosso al grado di tenente colonnello e trasferito al Centro Speciale di Cavalleria della Sardegna. In seguito prestò servizio presso il Comando del Corpo d'armata di Udine, al Ministero della guerra ed infine al Comando del Corpo d'armata di Milano. Il 31 dicembre 1936 fu promosso colonnello (poi, nel 1940, anticipato al 16 marzo 1936) e nel 1940 passò a domanda nella riserva col grado di generale di brigata, nominato Presidente della Federazione Italiana Sport Equestri (F.I.S.E.).

Dal 7 settembre 1942, dietro sua richiesta, fu richiamato in servizio da generale di brigata della riserva, divenendo comandante della XVII Brigata costiera in Dalmazia.[N 2] Dopo la promozione al rango di generale di divisione nella riserva, assunse il comando del presidio di Spalato.

All'atto della firma dell'armistizio dell'8 settembre 1943 si trovava presso il suo comando, integrato nel XVIII Corpo d'armata del generale Umberto Spigo.[3] La zona di Spalato era presidiata dai reparti della 15ª Divisione fanteria "Bergamo",[4] al comando del generale Emilio Becuzzi, che decise inizialmente di resistere ai tedeschi facendo causa comune con i partigiani jugoslavi,[5] ma informandoli anche non avrebbe combattuto contro gli ex alleati.[5] L'11 settembre Becuzzi tenne un consiglio di guerra con i propri ufficiali in cui avanzò l'ipotesi di cedere le armi ai partigiani jugoslavi, non combattere contro le forze tedesche, e sciogliere le unità italiane presenti in zona.[5] Sia il generale Salvatore Pelligra, comandante dell'artiglieria del XVIII Corpo d'armata, che lui, si rifiutarono fermamente di cedere le armi preferendo combattere.[5]

Alle richieste avanzate da Spalato, che chiedevano l'invio di rinforzi, l'alto comando italiano rispose disponendo il ritiro dalla zona di circa 3 000 soldati italiani. Tali soldati si imbarcarono su alcune navi,[6] insieme al comandante della Divisione di fanteria "Bergamo", generale Becuzzi, il giorno 23.[3] Ricevuti consistenti rinforzi, tra cui la SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen",[7] e contando sull'appoggio aereo fornito da alcune squadriglie di cacciabombardieri Junkers Ju.87 "Stuka", i tedeschi passarono decisamente al contrattacco.[8] Il 24 settembre, dopo la partenza di Becuzzi,[N 3] il generale Pelligra assunse il comando di tutte le rimanenti truppe italiane presenti nella zona.[9]

Le truppe germaniche penetrarono in città, assumendone il controllo dopo un breve, ma intenso combattimento. Secondo le disposizioni impartite dall'Obergruppenführer Karl Reichsritter von Oberkamp,[3] comandante della 7. SS-Freiwilligen-Gebirgs-Division "Prinz Eugen", tutti gli ufficiali italiani che avevano fatto causa comune con i partigiani jugoslavi dovevano essere passati per le armi.[3]

Venne fucilato il 1 ottobre 1943 nei pressi delle fornaci di Signo. Insieme a lui furono uccisi[N 4] anche il generale di brigata Salvatore Pelligra,[9] e il generale di brigata nella riserva Angelo Policardi[9] comandante del Genio del XVIII Corpo d'armata. Il primo fu decorato con Medaglia d'oro, e il secondo con Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.[9] In sua memoria gli sono state intitolate vie a Piacenza, Stresa, e Gragnano Trebbiense.

OnorificenzeModifica

  Medaglia d'oro al valor militare
«In un momento di generale smarrimento spirituale, reagiva con violenza all’ordine impartitogli di cedere le armi. Pur avendo chiara visione della immancabile tragedia che incombeva sulle truppe ai suoi ordini, mantenendo inalterata la fede alle leggi dell’onore militare, ne condivideva la sorte con cosciente determinazione sottraendosi fieramente all'offertagli possibilità di salvezza. Organizzata la resistenza, la alimentava con indomito valore insensibile ai massacranti bombardamenti aerei e benché tutto ormai crollasse inesorabilmente attorno a lui la protraeva con eroica tenacia per lungo tempo, infliggendo al nemico severe perdite. Sommerso da preponderanti forze avversarie e fatto prigioniero, affrontava con supremo sprezzo della vita il plotone di esecuzione, rifiutando di farsi bendare gli occhi ed attendendo la raffica mortale al grido di: « Viva l’Italia ». Combattente di tre guerre, più volte decorato, cadde come visse fedele al suo giuramento di soldato, esempio luminoso ai più di preclari virtù militari. Spalato Signo (Dalmazia), 8 settembre 1943
  Medaglia d'argento al valor militare
«Di collegamento presso un comando di Reggimento, nell'esecuzione di un comando avuto, dava costante prova di ardire, serenità di animo, intelligente ed instancabile attività. Spintosi volontariamente con una grossa pattuglia fin contro i trinceramenti nemici, benché fatto segno a vivo fuoco di fucileria, assolveva il compito che si era assunto. Nei giorni successivi, partecipava all'inseguimento dell'avversario, incitando ed entusiasmando i soldati con il suo valoroso sostegno. In un'altra ricognizione, sotto violente raffiche di mitragliatrici, benché due volte ferito, serbava immutato spirito aggressivo, dimostrandosi solo dolente di dover lasciare il posto di combattimento. Zagorie, 23-25 agosto 1917
  Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
  Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
  Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia
— 7 gennaio 1938-XVI[10]
  Medaglia commemorativa della guerra 1915-1918
  Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia
  Medaglia interalleata della Vittoria

NoteModifica

AnnotazioniModifica

  1. ^ La sua era una nobile ed antica famiglia, che aveva dato alla Repubblica di Genova Dogi e Capitani, ed era emigrata a Piacenza nel 1300.
  2. ^ Il 10 giugno 1943, suo figlio maggiore Giuseppe fu insignito della Medaglia d'oro al valor militare direttamente dalle mani del Re Vittorio Emanuele III, ma il giorno successivo gli venne comunicata la notizia della scomparsa, nel cielo della Sardegna, del figlio minore Agostino Giorgio, tenente della Regia Aeronautica, e pilota di caccia decorato con Medaglia d'argento al valor militare.
  3. ^ Becuzzi si imbarcò sulla torpediniera torpediniera Aretusa abbandonando al proprio destino i circa ottomila soldati della sua divisione.
  4. ^ Dei circa 450 ufficiali italiani catturati dai tedeschi nella zona, 45 vennero uccisi a Trilj il 2 ottobre, e 9 il giorno 3 in un luogo sconosciuto.

FontiModifica

  1. ^ Brignoli 2007, p. 31.
  2. ^ Brignoli 2007, p. 42.
  3. ^ a b c d Schreiber 1990, p. 201.
  4. ^ Talpo 1994, p. 1262.
  5. ^ a b c d Aga Rossi, Giusti 2011, p. 142.
  6. ^ Aga Rossi, Giusti 2011, p. 154.
  7. ^ Schreiber 1990, p. 200.
  8. ^ Aga Rossi, Giusti 2011, p. 155.
  9. ^ a b c d Schreiber 1990, p. 202.
  10. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.289 del 5 ottobre 1938.

BibliografiaModifica

  • Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte, Bologna, Il Mulino, 2011, ISBN 978-88-15-15070-7.
  • Marziano Brignoli, Cavalleria a Voghera. I Reggimenti di guernigione a Voghera dal 1859 al 1943., Voghera, Società Cooperativa Editoriale Oltrepò, 2007.
  • Alberto Cavaciocchi e Andrea Ungari, Gli italiani in guerra, Milano, Ugo Mursia Editore s.r.l., 2014.
  • Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli internati militari italiani, Milano, Ugo Mursia editore, 1974.
  • (DE) Gerhard Schreiber, Die italienischen Militärinternierten im deutschen Machtbereich (1943-1945), Munchen, R.Oldenbourg Verlag Gmbh, 1990, ISBN 3-486-59560-1.
  • Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito, 1994.
  • Mario Torsiello, Le Operazioni delle Unità Italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito, 1975.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica