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Socialismo nazionale

Ideologia politica tra socialismo e nazionalismo

1leftarrow blue.svgVoce principale: Nazionalismo di sinistra.

Il socialismo nazionale è una branca del socialismo che adotta una forma politica trasversale, sviluppatasi in Italia già nel corso del processo risorgimentale come espressione dell'ala sinistra del nazionalismo democratico mazziniano, rappresentato soprattutto dal pensiero di Carlo Pisacane. Dopo l'unità d'Italia la riluttanza verso la compiuta accettazione dell'antinazionalismo di Marx rimase in molti socialisti italiani, di radice mazziniana, tra cui spicca Leonida Bissolati. In Germania il socialista Bernstein, dopo il 1880 iniziò a divulgare un'analisi delle sviluppo sociale che dimostrava il mancato avverarsi di quasi tutte le profezie di Marx (contrariamente alle sue previsioni il proletariato tedesco stava sempre meglio, grazie alle lotte sindacali e parlamentari, il ceto medio si accresceva anziché contrarsi fino a sparire...). I socialisti tedeschi, così, pur non "osando" rinnegare Marx (la cui sedicente impostazione "scientifica" aveva creato una sorta di rispetto religioso intorno alla sua figura e alle sue teorie) iniziarono un percorso di fatto alternativo al marxismo rivoluzionario, e crearono il socialismo "gradualista" e "riformista", all'interno del quale trovava nuova accoglienza anche il patriottismo. Tale nuovo complesso di impostazioni fu definito "revisionismo". Talvolta questo termine ebbe anche con accezione ironica nella bocca di quei socialisti europei che intendevano rimanere marxisti "ortodossi".

Sempre in Italia - ma anche in Francia - una certa ala del socialismo arrivò ad appoggiare le guerre coloniali. In questo si ritrovarono uniti sia i socialisti gradualisti "alla tedesca" sia gli estremisti ammiratori delle teorie di Sorel, appartenenti alla corrente del "sindacalismo rivoluzionario". Entrambi consideravano indispensabile l'accrescimento socioeconomico della patria, al fine di migliorare le condizioni del ceto operaio. I sindacalisti rivoluzionari, inoltre, ritenevano indispensabile che il proletariato fosse allenato all'uso delle armi in funzione pre-rivoluzionaria.

Interessò soprattutto il primo Novecento in Europa e in Italia trovò in parte rappresentanza con il fascismo delle origini e successivamente nella carta costituente della Repubblica Sociale Italiana.

A livello mondiale questa posizione ha ispirato realtà politiche come l'Unione Socialista Araba, il Partito Ba'th di Michel Aflaq, il Partito Socialista Unito del Venezuela e il Partito Giustizialista di Juan Domingo Perón.

IdeologiaModifica

Coloro i quali parlano apertamente in riferimento al socialismo nazionale coniugano socialismo e nazionalismo, tal volta definendo tale proposta politica come "nazional-rivoluzionaria", in contrapposizione sia al capitalismo nella politica economica, sia all'internazionalismo marxista.

L'ideologia riprendeva elementi del pensiero del nazionalismo sociale di Enrico Corradini, del sindacalismo rivoluzionario del francese Georges Sorel e del socialismo patriottico di Carlo Pisacane.

StoriaModifica

In ItaliaModifica

In Italia nel 1910 Enrico Corradini, parlò di un nazionalismo che doveva anche essere "sociale" in economia[1].

I fermenti “social-nazionalistici” si manifestarono oltre che con la guerra italo-turca del 1912, soprattutto alla vigilia della prima guerra mondiale da parte di esponenti socialisti che in rottura con il partito si proclamarono interventisti, rivendicando ideali patriottici della tradizione risorgimentale, con l'obiettivo di completare l'unificazione dell'Italia, sia in quanto ritenevano che soltanto dalla guerra vittoriosa sarebbe potuta nascere la scintilla della rivoluzione sociale, che avrebbe completamente annientato il sistema “borghese” ottocentesco della Belle Époque.

Tra coloro che si fecero notare in prima linea nella “battaglia” socialista nazionale, figurarono oltre all'ex direttore dell'Avanti! Benito Mussolini, altri personaggi di spicco, tra cui sindacalisti come Filippo Corridoni, esponenti del Futurismo come Filippo Tommaso Marinetti, socialisti irredentisti come Cesare Battisti, che si raccolsero intorno al nuovo giornale diretto da Benito Mussolini, Il Popolo d'Italia, e nella formazione da lui stesso formata, il Fascio d'azione rivoluzionaria, nato per cercare di riunire tutta la sinistra interventista.

Dopo la prima guerra mondiale il cosiddetto "socialismo nazionale" sviluppò l'idea della vittoria mutilata e rivolse attenzione alle condizioni dei reduci. Tali idee si concretizzarono nel 1919 nella fondazione a Milano dei Fasci italiani di combattimento, e nel suo manifesto, Il programma di San Sepolcro, dove oltre a rivendicare Fiume e la Dalmazia, si tratteggiavano politiche di profondo cambiamento: tutti valori riproposti altresì con l'Impresa di Fiume e la Carta del Carnaro di Gabriele D'Annunzio.

Il 7 novembre 1921 nasceva il Partito Nazionale Fascista (PNF), trasformando il movimento in partito, abbandonando le posizioni del sindacalismo rivoluzionario e accettando compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate e distaccandosi sostanzialmente dalla linea politica fondativa del movimento, sancita nel programma di San Sepolcro del 1919. Significativa in tal senso, la ferrea opposizione al partito di Alceste De Ambris, che aveva collaborato attivamente alla stesura del Manifesto dei Fasci italiani di combattimento.

Dopo la Marcia su Roma del 1922 e la fusione con i conservatori nazionali dell'Associazione Nazionalista Italiana (ANI), il regime mantenne posizioni anti liberiste ma perse definitivamente la sua connotazione socialista indirizzandosi verso la creazione di un vero e proprio Stato totalitario-corporativo, adottò in campo socio-economico il corporativismo, con la Carta del Lavoro del 1927. In materia estera il regime fascista puntò alle colonie, con una chiara l'ambizione imperialistica e anche per dare una valvola di sfogo alla disoccupazione e alle misere condizioni di larga parte dei contadini. Allo stesso tempo il secondo conflitto mondiale fu dipinto dalla retorica fascista come lo scontro dell'"Italia proletaria e fascista", del “sangue contro l'oro”, ossia agitando la “bandiera” della "guerra rivoluzionaria" delle Nazioni proletarie; Italia e Germania, contro le “plutocrazie reazionarie” occidentali.

Dopo la caduta del regime nel 1943, con la creazione della Repubblica Sociale Italiana e con la nascita del nuovo Partito Fascista Repubblicano tali principi furono ripresi nel Manifesto di Verona.

All'interno della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini appoggiò, la nascita di un Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista (R.N.R.S.); con a capo l'ex socialista Edmondo Cione, e altri ex socialisti "mussoliniani" come Carlo Silvestri, sindacalisti rivoluzionari come Pulvio Zocchi, che nonostante non si dichiarassero apertamente fascisti, e dichiarassero autonomia dal PFR, cercavano di fornire una copertura "da sinistra" al nuovo regime montato dal Terzo Reich. O come Nicola Bombacci, uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia. A tale Raggruppamento, fu anche concesso dal governo e da Mussolini la stampa di un proprio quotidiano politico l'"Italia del Popolo"; (nome consigliato dallo stesso Mussolini, per ricordare il vecchio giornale di Giuseppe Mazzini).

La RSI aveva nel suo programma la riforma della socializzazione delle imprese e dell'economia, per la cui stesura Mussolini aveva attivato Bombacci, che sarà poi fucilato a Dongo insieme a Mussolini.

In GermaniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Nazionalsocialismo § Teoria economica.

In Germania il socialismo tedesco ha spesso coniugato anche la visione nazionalistica del Pangermanismo, con Oswald Spengler che nel suo "Socialismo e Prussianesimo" nel 1919 vagheggiava di un "socialismo antiegualitario, gerarchico, comunitario", come Arthur Moeller van den Bruck o Werner Sombart nel suo "Socialismo tedesco". Negli anni venti nasce in Germania anche il Nazionalbolscevismo.

Ma è il Nazionalsocialismo, che trae origine dal partito politico guidato dal suo ideologo principale Adolf Hitler, l'NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, "Partito operaio nazionalsocialista tedesco"), ed è basato su un programma politico indicato da questi nel libro Mein Kampf a incarnare il "Socialismo nazionale" tedesco.

Il Nazionalsocialismo esprime una forma nazionalista e totalitaria con mire operaiste, opposta al socialismo internazionale di stampo marxista e si concretizzò quale reazione alla disuguaglianza economica nella società liberista tedesca della Repubblica di Weimar. Come per il fascismo, anche nel nazismo delle origini è presente una componente ideologica di stampo collettivistico e socialista, che attirò consensi da parte di militanti del Partito Comunista Tedesco. A partire dal 1930 le posizioni del Socialismo Nazionale furono portate avanti solo dall'ala sinistra del NSDAP, poi confluita nel Fronte Nero di Otto Strasser. La sinistra del partito stesso fu sradicata nel 1934 durante la cosiddetta notte dei lunghi coltelli, in cui Gregor Strasser, fratello maggiore di Otto, fu ucciso.

Il partito nazionalsocialista era contro il potere delle corporazioni transnazionali. Questa semplice posizione anti-corporativa è condivisa da molti partiti di centro-sinistra così come da molti gruppi politici che si rifanno al socialismo libertario. L'abolizione degli interessi sui prestiti all'agricoltura e il divieto di tutte le speculazioni sulla terra.

Tra i punti programmatici i principi del “Blut und Boden” (“Sangue e terra”) e del “Brot und Arbeit” (“Pane e Lavoro”) che vedeva nello stato il garante supremo della prosperità economica della nazione, della sicurezza lavorativa dei cittadini, dell'abolizione delle disparità salariali, del mantenimento della pace sociale, del giusto profitto degl'industriali, del controllo ferreo delle banche e delle finanze.

Dopoguerra italianoModifica

Nel secondo dopoguerra i contenuti del socialismo nazionale furono ripresi in nome della "Terza via" all'interno di partiti come il Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale (quanto meno i primi tempi: dal 1946 ai primi anni cinquanta), quando era identificato soprattutto con i reduci della RSI. Nel 1952 nacque il Raggruppamento Sociale Repubblicano, che poi divenne Partito del Socialismo nazionale. Nel 1957 confluirono nel Partito Nazionale del Lavoro di Ernesto Massi. I gruppi di “Pensiero nazionale”, capeggiati da Stanis Ruinas, erano invece ex fascisti finiti nell'orbita del Partito Comunista Italiano.

Giano Accame, intellettuale della destra postfascista, ha avvicinato alcuni temi della politica (soprattutto estera) di Bettino Craxi, leader del Partito Socialista Italiano negli anni '80 al socialismo nazionale[2]. Sempre Accame coniò la definizione "socialismo tricolore" per identificare il Socialismo nazionale del PSI craxiano. Sempre nell'ambito del PSI, agiva la cosiddetta corrente "autonomista" che dava ampio risalto ai valori dell'identità nazionale italiana: la linea politica seguita dal Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi in politica estera, però, si configurò piuttosto come una dottrina di stampo patriottico legata agli ambienti della sinistra democratica.

NoteModifica

  1. ^ Zeev Sternhell, Nascita dell'ideologia fascista, Dalai, 2008.
  2. ^ Giano Accame, Socialismo tricolore

BibliografiaModifica

  • Vincenzo Mazzei, Il socialismo nazionale di Carlo Pisacane, 1943, Edizioni Italiane
  • Pietro Castagnoli, Il socialismo nazionale, 1959, S.t.f.
  • Franco Landolfi, Che cosa è il "Socialismo nazionale", 1955, Raimondi
  • Luca L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra, Roma, 1989, Settimo Sigillo
  • Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Milano, 1998, Mondadori
  • Giuseppe Parlato,La sinistra fascista: storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000
  • Maddalena Carli, Nazione e rivoluzione: il socialismo nazionale in Italia, 2001, Unicopli
  • Stelvio Dal Piaz, Orientamenti per il Socialismo Nazionale, 2011, Unione per il Socialismo Nazionale
  • Michelangelo Ingrassia, La sinistra nazionalsocialista una mancata alternativa a Hitler, 2011, Siena

Voci correlateModifica