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David Irving nel 2012

David John Cawdell Irving (Hutton, 24 marzo 1938) è un saggista britannico, specializzato nella storia militare della seconda guerra mondiale. È l'autore di una trentina di libri, tra cui Apocalisse a Dresda (1963), La guerra di Hitler (1977), La guerra di Churchill (1987). Con Ernst Nolte, è considerato un esponente del revisionismo storiografico sul nazionalsocialismo e il secondo conflitto mondiale.[1]

La reputazione di Irving come storico è stata però screditata dopo lo scoppio di una violenta polemica con la storica statunitense Deborah Lipstadt, cui seguì una causa per diffamazione intentata nel 1996 da Irving stesso contro la Lipstadt e l'editore Penguin Books. Nella successiva sentenza - che rigettò la causa, dando torto a Irving - la corte osservò che Irving stesso era un "attivo negatore dell'Olocausto", antisemita e razzista, nonché "associato con degli estremisti di destra che promuovono il neonazismo"[2][3]. Il giudice affermò anche che Irving aveva "per le sue ragioni ideologiche continuativamente e deliberatamente manipolato e alterato l'evidenza storica"[2]. Irving non si è tuttavia mai identificato come un membro della corrente pseudostorica del negazionismo, i cui aderenti si autodefiniscono "revisionisti della Shoah" essendo principalmente uno storico revisionista di guerra con idee affini, ma non un "revisionista" specializzato nei dettagli tecnici sull'Olocausto come Robert Faurisson, così come i negazionisti stessi non lo hanno mai considerato parte del loro gruppo ma solo un sostenitore. In seguito alla vicenda giudiziaria, Irving ha anche parzialmente ritrattato le sue posizioni sull'argomento.

David Irving fu arrestato in Austria l'11 novembre 2005; il 20 febbraio 2006 fu riconosciuto colpevole da un tribunale per "aver glorificato ed essersi identificato con il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori", cosa che in Austria è punita, secondo il Verbotsgesetz, la legge per la denazificazione del 1947, che vieta qualsiasi "attività in senso nazionalsocialista", in particolare come modificata nel 1992; in tale anno fu introdotto il divieto di negazione, minimizzazione, approvazione e giustificazione del "genocidio nazista o degli altri crimini nazisti contro l'umanità, qualora ciò avvenga in opere di stampa, radiofoniche o comunque pubblicato in modo tale da essere accessibile ad un vasto pubblico", sotto pena di reclusione da 1 a 10 anni, e nei casi di maggiore pericolosità, fino a 20 anni. In base a tale sentenza Irving fu condannato a tre anni di reclusione, scontando in carcere 400 giorni prima di ottenere la liberazione condizionale.

Indice

BiografiaModifica

Nato nel 1938, figlio di un ufficiale della Royal Navy, che fu anche esploratore artico e appassionato di storia, emigrò in Germania a vent'anni, dove trovò lavoro come operaio e si interessò agli studi storici, pur non ottenendo mai la laurea. Ha cinque figli dalla moglie (da cui divorziò nel 1981) e da una successiva compagna.[1] Irving ha un fratello gemello, un altro fratello e una sorella.

Carriera come storico militare e sostegno al negazionismoModifica

Irving esordì con Apocalisse a Dresda nel 1965, un'analisi critica del bombardamento di Dresda da parte degli alleati della seconda guerra mondiale. Nel 1977 Irving pubblicò Hitler's War (tradotto in italiano nel 2001): uno studio sulla seconda guerra mondiale analizzata attraverso il punto di vista di Adolf Hitler. Grazie all'amicizia personale con alcuni reduci tedeschi o con le loro famiglie, Irving riuscì ad avere accesso a documenti fino a quel momento sconosciuti, quali memoriali o epistolari privati. Irving descrisse Hitler come un personaggio estremamente intelligente, versatile, razionale, il cui principale fine era quello di incrementare la prosperità e l'influenza della Germania in Europa e nel mondo. Rovesciando completamente le interpretazioni correnti, egli scaricò la responsabilità della guerra sui leader alleati, in particolare Winston Churchill, del quale criticò aspramente la testarda avversione nei confronti di una pace successiva alla Campagna di Polonia del settembre 1939, come era avvenuto dopo l'annessione dell'Austria e dei Sudeti, alla conferenza di Monaco.

 
David Irving (a destra) a colloquio con il maresciallo dell'aria Arthur Harris, comandante durante la seconda guerra mondiale del Bomber Command. Irving, autore di un lavoro critico verso gli Alleati sul bombardamento di Dresda, espresse tuttavia giudizi positivi su Harris.

Irving definì l'Operazione Barbarossa del 1941 come una "guerra preventiva", cui il dittatore tedesco sarebbe stato forzato per prevenire una probabile aggressione sovietica dopo il patto Molotov-Ribbentrop. Irving - all'epoca non ancora approdato al negazionismo dell'Olocausto - affermò che il Führer non giocò alcun ruolo nell'ambito delle politiche di sterminio contro gli ebrei e le varie altre categorie di perseguitati, non essendo nemmeno a conoscenza di tutti questi fatti, essendone stato volutamente tenuto all'oscuro da Heinrich Himmler e Reinhard Heydrich fino alla fine del 1943. Questo imponente saggio produsse varie reazioni: alla benevola accoglienza accordatagli da alcuni storici come John Keegan e Hugh Trevor-Roper, fecero da contraltare le aspre critiche rivoltegli da John Lukacs, Walter Laqueur, Gitta Sereny, Martin Broszat, Lucy Dawidowicz, Gerard Fleming, Charles W. Sydnor e Eberhard Jäckel.

 
Il dittatore tedesco Adolf Hitler nel 1936. Irving disse una volta che il suo lavoro era volto a togliere il "fango" dalla sua reputazione.[4]

A causa delle violente polemiche, il libro fu nel Regno Unito uno dei best seller di carattere storico nell'anno della sua uscita. In una successiva biografia sul feldmaresciallo Erwin Rommel (The Trail of the Fox, 1978), Irving si scagliò contro gli autori dell'attentato a Hitler del 20 luglio 1944, definendoli "traditori", "codardi" e "manipolatori", giustificando completamente la successiva imponente ondata di violenza scatenata da Hitler, nella quale trovò la morte anche Rommel. Nel 1981 Irving pubblicò un libro sulla rivolta ungherese del 1956 (Uprising!), dallo scrittore del Regno Unito considerata principalmente "una rivolta antigiudaica", a causa del fatto che il regime comunista - per Irving - di fatto era dominato da esponenti ebrei. Il libro venne aspramente criticato, anche a causa di una caratteristica tipica dell'autore, già individuata anche per i suoi precedenti studi: la trattazione assai disinvolta delle fonti, spesso manipolate o addirittura soppresse.

È dal 1988 che Irving iniziò ad esprimersi in senso apertamente negazionista: se nella prima edizione de La guerra di Hitler si poteva leggere in una nota "Io non posso accettare l'idea (...) che non esista nessun documento firmato da Hitler, Himmler o Heydrich che parli dello sterminio degli ebrei", questa frase venne in seguito espunta e già a partire dalla metà degli anni ottanta Irving si avvicinò alle associazioni negazioniste, partecipando come relatore a pubblici incontri di partiti dell'estrema destra tedesca come la Deutsche Volksunion e propugnando l'unificazione di tutti i movimenti neonazisti britannici in un partito chiamato "Focus". Nel 1988, Irving testimoniò a favore del neonazista e negazionista canadese Ernst Zündel, affermando in seguito che Zündel l'aveva convinto del fatto che l'Olocausto non ebbe mai luogo. Dopo il processo, Irving pubblicò nel Regno Unito il cosiddetto "Rapporto Leuchter": uno studio tedesco che pretendeva di dimostrare attraverso una serie di analisi chimiche ed ingegneristiche l'inesistenza delle camere a gas ad Auschwitz e Majdanek.

A cominciare dall'inizio degli anni novanta, Irving sviluppò ulteriormente la sua teoria esposta ne La guerra di Hitler: visto che non si trovava un ordine scritto del dittatore, non solo ciò significava che egli non sapeva nulla, ma che l'Olocausto stesso non aveva avuto luogo. Perciò nell'edizione del libro del 1991, Irving eliminò ogni passaggio che si riferisse ai campi di sterminio tedeschi. A tutto ciò, Irving aggiunse una lunga serie di conferenze e discorsi pubblici, nei quali sempre più si scagliò contro la "menzogna dell'Olocausto", considerando tutta la questione un modo per "avere delle buone compensazioni in denaro" da parte degli ebrei. Contemporaneamente, le espressioni razziste ed antisemite divennero sempre più frequenti ed esplicite. Per reazione molte librerie del Regno Unito annullarono le ordinazioni del suo libro Hitler's War e diversi governi (tra cui Canada, dove fu brevemente arrestato, Australia, Nuova Zelanda, Italia, Germania, Israele e Sudafrica) gli negarono l'ingresso, anche se queste interdizioni non sempre vennero applicate. Nel maggio 1992, durante un raduno in Germania, Irving affermò che la camera a gas ricostruita ad Auschwitz era “un falso fabbricato dopo la guerra” e nel 1993 definì Auschwitz "un'attrazione turistica".[5]

 
Irving nel 2003

Quando il giugno 1992 atterrò a Roma, fu circondato dalla polizia e messo sul primo aereo per Monaco di Baviera dove fu imputato, secondo la legge tedesca, di “diffamare il ricordo dei morti”. In quell'occasione Irving è stato multato per tremila marchi e, dopo aver fatto ricorso in appello, ne dovette pagare trentamila, perché nel corso di un incontro pubblico aveva definito il giudice “un vecchio cretino alcolizzato”.

 
Processo contro Irving a Vienna nel 2005

Il giornalista angloamericano antifascista Christopher Hitchens, conoscente di Irving, lo definì nel 1996 come "non solo uno storico fascista, ma anche un grande storico del fascismo".[6]

La successiva causa - svoltasi tra il 1996 e il 2000, intentata da Irving contro Deborah Lipstadt, che in un suo libro aveva definito Irving "negazionista" (denier) e "falsificatore" (falsifier), accusandolo di aver falsificato le fonti o di averle deliberatamente ignorate qualora non si attagliassero con i suoi pregiudizi - si risolse in un vero e proprio disastro per Irving, che cercò di difendersi in giudizio tentando non di discolparsi ma di far riconoscere la veridicità del negazionismo, presentando un affidavit con tesi di studiosi negazionisti. Tra essi, presentò il cosiddetto rapporto Rudolf, un presunto documento "neutrale" redatto da Germar Rudolf, chimico tedesco membro della Max Planck Gesellschaft (in seguito espulso dall'Istituto).

Nel 1999 la Penguin Books assunse come consulente della difesa il professore di architettura Robert Jan van Pelt, anti-negazionista; nella sua successiva opera basata sul suo rapporto processuale pubblicata nel 2002[7], van Pelt criticò approfonditamente il rapporto Rudolf analizzando la questione delle camere a gas di Auschwitz dal punto di vista storico e ingegneristico, col sostegno di documenti del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, di una serie di testimonianze dell'epoca e l'apporto di altri ingegneri e chimici. Fra le testimonianze, vi fu quella di Michal Kula, che fu il costruttore delle colonne metalliche per l'immissione dei gas nelle camere di sterminio. I negazionisti affermarono che le testimonianze erano inaffidabili (è da notare che per i negazionisti non esiste nessuna testimonianza attendibile per il processo dello sterminio, nemmeno quelle dei tedeschi rei confessi) e rilevarono la presunta mancanza di resti visibili di fori per gli apparati descritti (o per altri mezzi di immissione) tra le macerie del tetto di una delle camere a gas di Auschwitz (secondo lo slogan di Faurisson: no holes, no holocaust). Sulla presenza di questi fori si è sviluppata una diatriba, visto che tali aperture effettivamente esistono tuttora, ma i negazionisti ritengono che siano stati fatti ad arte o che in realtà non siano quel tipo di fori di cui si parla. In conclusione, il giudice della causa fra Irving e Deborah Lipstadt dette completamente ragione alla seconda, confermando giudiziariamente le conclusioni di van Pelt e rigettando il rapporto Rudolf. Riconosciuta la fondatezza delle espressioni utilizzate dalla Lipstadt, nonché il fatto che Irving fosse un antisemita, un razzista e un estremista di destra che promuoveva il neonazismo ("he is an active Holocaust denier; (...) he is anti-Semitic and racist, (...) he associates with right-wing extremists who promote neo-Nazism"), il giudice rigettò la causa. I libri di Irving vennero analizzati passo per passo, evidenziandone le molteplici storture e di conseguenza persero ogni valenza di scientificità. Irving - che aveva speso delle somme ingenti per impostare la causa - venne travolto anche finanziariamente, dovendo dichiarare bancarotta nel 2002.[8] Dalle vicende processuali, la Lipstadt scrisse un libro nel 2005 intitolato Denial: Holocaust History on Trial, a cui si ispira il film di Mick Jackson La verità negata.[9]

In opere degli anni 2000, Irving tentò di dimostrare che vi era stato nel 1944-45 un tentativo di genocidio del popolo tedesco da parte dei sovietici e degli alleati, con il piano Morgenthau.

Nel 2005 fu arrestato in Austria per due discorsi negazionisti tenuti nel paese nel 1989 (in cui negava l'esistenza delle camere a gas ad Auschwitz, metteva in dubbio l'Olocausto e aveva sostenuto che i pogrom della cosiddetta "notte dei cristalli" erano stati compiuti da "sconosciuti" mascherati da SA, le squadre d'assalto di Hitler), e il 20 febbraio 2006 fu giudicato colpevole per "aver glorificato ed essersi identificato con il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi", e condannato a tre anni di reclusione senza sospensione condizionale della pena. Dopo 400 giorni (fino al 21 dicembre 2006), fu scarcerato con sentenza della Corte d'Appello, che gli concesse la libertà condizionale per il restante periodo, in quanto il reato era "remoto" e Irving aveva nel frattempo rivisto le sue tesi.[10] Tornò quindi in Gran Bretagna.

Dopo l'arresto e il carcere, Irving ha apparentemente ritrattato il suo negazionismo; in un'intervista concessa quando era ancora in prigione disse di «essere arrivato alla conclusione che l'Olocausto c'è stato» dopo numerose ricerche agli archivi di Mosca e di Londra. Riguardo alla stima di 6 milioni di ebrei uccisi, ha affermato che «la cifra è controversa non solo per me ma in sostanza sarà vera, anche se ritengo che si sia concentrata troppa attenzione su Auschwitz e non altri Lager come Treblinka»[11], mentre sul nazionalsocialismo, di cui è rimasto in parte ammiratore, ha dichiarato:

«All'inizio il giudizio sul movimento guidato da Hitler può essere assolutamente positivo sotto molti aspetti economici e sociali, poi alla fine è completamente uscito fuori controllo e il giudizio è senza dubbio negativo.[11]»

In seguito è tornato alla scrittura con I diari segreti del medico di Hitler e la propria autobiografia, intitolata Perseguitato.

NoteModifica

  1. ^ a b REVISIONISMO: LA BIOGRAFIA DI IRVING, NON SI E' MAI LAUREATO. BESTSELLER E POLEMICHE, PER ALCUNI STATI E' UN FUORILEGGE
  2. ^ a b "The ruling against David Irving", estratto da "High Court Judge Charles Gray's ruling", The Guardian, 11 aprile 2000.
  3. ^ "Hitler historian loses libel case", BBC News, 11 aprile 2000.
  4. ^ Rosenbaum, Ron (1999). Explaining Hitler (1st Harper Perennial ed.). New York: Harper Perennial. ISBN 0-679-43151-9., pag. 232
  5. ^ Lipstadt 1993, p. 179.
  6. ^ C. Hitchens, Hitler's Ghost, Vanity Fair, giugno 1996.
  7. ^ R. Jan van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial, Indiana University Press, Bloomington 2002
  8. ^ Richard Lakisher (28 December 2013). "The David Irving Trial in Israel". INS. Retrieved 19 February 2018.
  9. ^ Enrico Palumbo, "Denial: una lezione sul negazionismo" – A.R.S.P, su arsp.it. URL consultato il 14 agosto 2019.
  10. ^ Torna in libertà David Irving lo storico inglese che negò la Shoah
  11. ^ a b IRVING «Sì, l'Olocausto c'è stato»

BibliografiaModifica

  • Richard J. Evans, Negare le atrocità di Hitler. Processare Irving e i negazionisti, traduzione di P. Salerno, Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 2003, ISBN 978-88-7673-197-6.

Opere in italianoModifica

  • Apocalisse a Dresda: i bombardamenti del Febbraio 1945, Mondadori, Milano 1965
  • Il convoglio della morte, Mondadori, Milano 1969
  • Le armi segrete del Terzo Reich, Mondadori, Milano 1970
  • La pista della volpe, Mondadori, Milano 1979
  • La guerra tra i generali, Mondadori, Milano 1981
  • Ungheria 1956: la rivolta di Budapest, Mondadori, Milano 1982
  • Apocalisse a Dresda, Mondadori, Milano 1996, ISBN 88-04-42000-6
  • Göring. Il maresciallo del Reich, Mondadori, Milano 198, traduzione di R. Rambelli, ISBN 88-04-43789-8
  • La guerra di Hitler, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2001, traduzione di M. Spataro, ISBN non esistente
  • Norimberga: ultima battaglia, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2002
  • Il piano Morgenthau: 1944-45, un genocidio mancato: come per vendetta, per lucro e per facilitare l'espansione comunista in Europa si tentò di sterminare il popolo tedesco, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2001
  • I diari segreti del medico di Hitler, Edizioni Clandestine, Marina di Massa 2007
  • Perseguitato, Edizioni Clandestine, Marina di Massa 2008, ISBN 88-95720-19-9

CinematografiaModifica

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