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Emidio Cappelli

letterato, poeta e politico italiano
Emidio Cappelli

Deputato del Regno d'Italia
Legislature VIII
Collegio San Demetrio ne' Vestini
Sito istituzionale

Emidio Cappelli (San Demetrio ne' Vestini, 29 settembre 1806San Demetrio ne' Vestini, 15 marzo 1868) è stato un letterato, poeta e politico italiano.

Indice

BiografiaModifica

 
Incisione della novella La bella di Camarda (1857) di Emidio Cappelli; in vista sulla sinistra la chiesetta di Santa Maria Valleverde a Camarda

Nipote del marchese Orazio Antonio, poeta, diplomatico e ministro del Regno delle Due Sicilie, Emidio Cappelli studiò a Napoli, laureandosi in giurisprudenza. Nella città partenopea frequentò anche la scuola di Basilio Puoti, del quale fu discepolo assieme a Francesco de Sanctis. Il celebre pensatore irpino, del resto, ricorderà quei tempi, censendo il Cappelli fra i classicisti e commentandone un sonetto che conteneva «bei versi», seppur mal congegnati[1].

I suoi principali componimenti, sia in latino, sia in versi, risalgono agli anni trenta dell'Ottocento, epoca nella quale ha anche volgarizzato, assieme a Pier Angelo Fiorentino e Tommaso Gargallo, alcune epistole di Francesco Petrarca, quelle cioè inviate dall'umanista a Francesco Rinucci, all'Italia ed a Luchino Visconti. Questa sua versalità lo fece diventare socio di alcune fra le più prestigiose istituzioni culturali del tempo, quali l'Accademia dell'Arcadia e l'Accademia Pontaniana[2].

A Napoli conobbe anche Giacomo Leopardi, tanto che Antonio De Nino registrò alcuni aneddoti sulla vita del poeta di Recanati appresi proprio dal Cappelli[3]. Tuttavia, nonostante l'amicizia, nel 1836 il letterato abruzzese attraverso una recensione, in cui lodava un canto di Saverio Baldacchini[4], accusò Leopardi, pur senza mai citarlo esplicitamente, di incitare i lettori all'odio, piuttosto che convogliarli verso un fine di amore fraterno[5]. Fra gli anni trenta e quaranta girò l'Europa, visitando in particolare l'Inghilterra, la Germania e la Francia, nella cui capitale conobbe Carlo Botta, con il quale restò in amicizia[6].

Nel 1848, a seguito della costituzione data da Ferdinando II, fece parte del consiglio della pubblica istruzione e venne nominato nella Camera dei Pari. A parte questa parentesi non ebbe altri ruoli politici durante il Regno delle Due Sicilie, anche per il fatto che erano note le sue idee di stampo liberale. Si ritirò di conseguenza alla vita letteraria e, prima dell'Unificazione nazionale, diede alle stampe la sua opera più nota, una novella in rima, dal titolo La bella di Camarda. Pubblicata nel 1857 (e ristampata nel 1858), essa ottenne un buon successo, tanto da essere da più parti recensita[7]. Come ha ricordato Benedetto Croce, il poema di Cappelli, ambientato a Camarda, aveva però come sfondo la Campagna di Russia[8].

Rientrato nell'agone politico dopo il 1860, sedette nel consiglio provinciale aquilano prima e nella Camera dei deputati poi. Venne eletto, infatti, nella VIII legislatura, sconfiggendo peraltro, nel proprio collegio elettorale, il generale Ferdinando Augusto Pinelli[9]. A livello politico si interessò di agricoltura, in particolare occupandosi, al pari dei suoi figli, Raffaele e Antonio, che saranno entrambi senatori del Regno d'Italia, dei problemi del Tavoliere delle Puglie.

Opere principaliModifica

Canti e SonettiModifica

DiverseModifica

NoteModifica

  1. ^ Francesco de Sanctis, La letteratura italiana nel secolo XIX, Scuola liberale – Scuola democratica. Lezioni raccolte da Francesco Torraca, a cura di B. Croce, Morano, Napoli 1914 (IV ed.), p. 60.
  2. ^ «Atti dell'Accademia Pontaniana», vol. I, Napoli 1825, p. 38 Ma si veda anche la Scheda sull'attività culturale Archiviato il 28 febbraio 2014 in Internet Archive. stesa dall'Università degli Studi di Teramo
  3. ^ A. De Nino, La pietà di Silvio Pellico e lo scetticismo di Giacomo Leopardi, in E. Narducci (a cura di), Il Buonarroti. Scritti sopra le arti e le lettere, vol. IV, Roma 1869, p. 12
  4. ^ La recensione, che si riferiva a S. Baldacchini, Claudio Vannini, Tip. De Stefano, Napoli 1836, apparve in «Il progresso delle scienze, delle lettere e delle arti», a. V (1836), vol. XIII, pp. 248-268.
  5. ^ M. Ruggiano, Il fiore del deserto. Vita e opere di Giacomo Leopardi, Il Chiostro, Benevento 2007, p. 158. Su questo aspetto si veda anche F. Brioschi, La poesia senza nome. Saggio su Giacomo Leopardi, il Saggiatore, Milano 2008, pp. 247-248
  6. ^ G. Minozzi, Cappelli Emidio Archiviato il 25 febbraio 2014 in Internet Archive., in «Dizionario del Risorgimento. Dalle origini a Roma capitale», vol. II: Le persone (A-D), Vallardi, Milano 1930, p. 537.
  7. ^ Ne parlarono positivamente, infatti, autori e periodici diversi: da «La Civiltà Cattolica» (cfr. vol. VI, Roma 1857, p.613) a Benedetto Croce (vedi nota successiva), passando per Raffaele De Cesare, il quale definì tale opere «bellissima per purezza di forma, d'immagini e di reminiscenze dantesche»(La fine di un Regno, p. 137).
  8. ^ B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1966, p. 327.
  9. ^ Scheda generale Archiviato il 28 febbraio 2014 in Internet Archive. stilata dall'Università di Teramo
  10. ^ Edita come genere nuptialia, a cura di A. Cappelli, in occasione delle nozze di due esponenti delle famiglie Sipari di Pescasseroli e Di Rienzo di Scanno.
  11. ^ Tali versi furono pubblicati in «Rivista Abruzzese», a. XXVI (1911), fasc. XI, pp. 613-615.
  12. ^ Pubblicati postumi in Le Assemblee del Risorgimento, vol. II, Tip. della Camera dei deputati, Roma 1911, specie pp. 471 ss. e 502 ss.

BibliografiaModifica