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Festival di Berlino 1960

edizione del festival cinematografico
Jean-Luc Godard, Orso d'argento come miglior regista per Fino all'ultimo respiro.

La 10ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino si è svolta a Berlino dal 24 giugno al 5 luglio 1960, con lo Zoo Palast come sede principale.[1] Direttore del festival è stato per il decimo anno Alfred Bauer.

L'Orso d'oro è stato assegnato al film italo-spagnolo Lazarillo de Tormes di César Ardavin, vincitore anche del premio CIDALC (Conféderation Internationale pour la Diffusion des Arts et des Lettres par le Cinéma) assegnato per la prima volta in questa edizione.

Il film di apertura del festival è stato I giochi dell'amore di Philippe de Broca.[2]

Le retrospettive di questa edizione sono state dedicate ai musical del periodo 1930-1945 e ai passati vincitori dell'Orso d'oro.[3]

Indice

StoriaModifica

Al suo 10º anno la Berlinale registrò un'edizione sottotono rispetto a quelle precedenti.[1] La stampa scandalistica lamentò una carenza di glamour a causa delle poche star femminili e delle numerose presenze maschili tra cui Richard Widmark, Gene Kelly, Richard Attenborough, Jean Gabin, Jean-Paul Belmondo e Vittorio Gassman.[4][5] Se Hans Borgelt, press manager della manifestazione, ci tenne a sottolineare che il Festival di Berlino non era un "Sexival", la giornalista Karena Niehoff scrisse su Der Tagesspiegel il 10 luglio 1960: «La mancanza di glamour, malizia e moda (che in realtà non sono poi così male) non è qualcosa di cui essere orgogliosi, e il fatto che le sporche operazioni di carriera delle attrici portino frutti più modesti (o nascosti) rispetto alla ben organizzata industria cinematografica maschile può essere utile per alcuni aspetti, ma non dice niente della qualità dei film e non li migliora neanche un po'».[5]

Allo stesso tempo cominciarono ad emergere i primi segnali significativi che un cambiamento stava avvenendo nei contenuti. Il Free Cinema, il Cinema Novo e soprattutto la Nouvelle Vague stavano emergendo e in pochi anni avrebbero portato a considerare ormai morto il cosiddetto "cinema dei padri", quello degli studios tradizionali e delle grandi star con cui i festival avevano attraversato i loro anni d'oro.[1]

In realtà, gran parte della critica ritenne proprio il neonato movimento cinematografico francese già smarrito moralmente e nonostante la presenza di opere che sarebbero diventate pietre miliari, molti percepirono la strada intrapresa dalla Berlinale come una strada sbagliata.[1] Nei film di Jean-Luc Godard (Fino all'ultimo respiro) e Robert Bresson (Diario di un ladro) molti commentatori videro solo la trasgressione dei codici morali e un incitamento ad atti criminali.[1] Irene Pulst espresse sullo Spandauer Volksblatt la sua indignazione per «l'inganno giocato con la parola magica Nouvelle Vague, con la quale non vogliamo avere più niente a che fare dato che è stata attribuita a soggetti pronti per la prigione».[6] Anche Heinz Mudrich, nella sua relazione conclusiva per la Berlinale parlò di «un'ondata criminale del marchio "ruba se ti riesce". Prima di tutto c'è stato questo Diario di un ladro, in cui il regista francese del "fai da te" Robert Bresson non mostra molto di più di un borseggiatore (...) per non parlare del morboso Michel di Fino all'ultimo respiro, che ruba le automobili come fossero noccioline».[6]

Il cinema del terzo mondo, una scelta contestata

Una novità di questa edizione fu l'aumento del numero di film provenienti da paesi come Pakistan, Corea, Thailandia, Egitto e India, la cui partecipazione era sempre stata incentivata dal direttore Alfred Bauer.[7] Questa scelta non incontrò l'approvazione della critica che la vide come una "misura umanitaria" sbagliata.[1] «Lo schermo è stato semplicemente inondato da esperimenti provenienti da Paesi con industrie cinematografiche sottovalutate», scrisse Dora Fehling sul Telegraf, «è stato impossibile non annoiarsi a guardare questa sovrabbondanza completamente disinibita di immagini esotiche. Il fastidio di così tanto sforzo sprecato è stato alleviato solo dalla pietà per coloro che erano stati così sconsiderati».[7] Nonostante le obiezioni Bauer restò fedele alla sua politica e trovò anche l'appoggio del Senato di Berlino, che nella settima sessione del consiglio consultivo tradusse questa politica in una semplice formula: «Conquistare i paesi sottosviluppati per non lasciare che siano tentati dall'Est».[7]

Solo in pochi elogiarono il coraggio della giuria nell'assegnare l'Orso d'Argento per la miglior regia a Godard. Il critico Friedrich Luft del Süddeutsche Zeitung mostrò un atteggiamento più distaccato dei suoi colleghi in un articolo del 7 luglio 1960: «Per la giuria non è stato facile, non c'era niente di eccezionale. Premiare il talentuoso regista francese Jean-Luc Godard per Fino all'ultimo respiro è stato giusto e coraggioso».[8] Su Die Zeit, l'8 luglio Thilo Koch riconobbe nella regia di Godard «un senso drammatico nella migliore tradizione francese», aggiungendo: «Superficialmente il film ha usato mezzi molto modesti (...) ma le performance di Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo offrono più di quanto avrebbero potuto fare il CinemaScope o il Technicolor».[6]

Oggetto di critiche furono anche l’aumento del numero di film provenienti dai cosiddetti "Paesi in via di sviluppo" e la qualità dei cortometraggi, definiti da Ethel Schwirten del Frankfurter Rundschau niente più che brochure di viaggio e relazioni di fabbrica, mentre sul Telegraf la giornalista Dora Fehling scrisse: «Niente di provocatorio, niente di immaginativo, niente slanci».[6]

Quando la 10ª Berlinale si concluse il 5 luglio le sensazioni erano miste. I film avevano deluso molti ("Cinema Disaster" fu il titolo che apparve sul Frankfurter Rundschau il 7 luglio 1960) e soprattutto le decisioni della giuria, presieduta dall'attore americano Harold Lloyd, avevano provocato malcontento sia tra gli ospiti che tra i giornalisti e il pubblico, che espresse chiaramente la sua disapprovazione quando fu annunciato l'Orso d'oro a Lazarillo de Tormes di César Ardavin.[7]

«Questa giuria è sotto accusa», scrisse Karl-Heinz Kruger sul quotidiano Abend, «ha dimostrato di essere la peggiore di questi anni, le sue decisioni testimoniano il suo fallimento e sono una vergogna per il Festival di Berlino».[7] Il film La tortura del silenzio del giovane regista inglese Guy Green, dato per favorito, riuscì comunque ad aggiudicarsi il Premio OCIC e il Premio FIPRESCI.[7]

GiurieModifica

Giuria internazionaleModifica

Giuria "Documentari e cortometraggi"Modifica

Selezione ufficialeModifica

Documentari e cortometraggiModifica

PremiModifica

Premi della giuria internazionaleModifica

Premi della giuria "Documentari e cortometraggi"Modifica

Premi delle giurie indipendentiModifica

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f 10th Berlin International Film Festival - June 24 - July 5, 1960, www.berlinale.de. URL consultato il 26 ottobre 2017.
  2. ^ Il Festival di Berlino aperto da un film francese, in La Stampa, 26 giugno 1960.
  3. ^ Retrospectives Before 1977, www.berlinale.de. URL consultato il 26 ottobre 2017.
  4. ^ Photo Boulevard 1960, www.berlinale.de. URL consultato il 26 ottobre 2017.
  5. ^ a b Jacobsen (2000), p. 95.
  6. ^ a b c d Jacobsen (2000), p. 97.
  7. ^ a b c d e f Jacobsen (2000), p. 96.
  8. ^ Jacobsen (2000), p. 98.

BibliografiaModifica

Collegamenti esterniModifica

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