Nina (film 1976)

film del 1976 diretto da Vincente Minnelli

Nina (A Matter of Time) è un film del 1976 di Vincente Minnelli, l'ultimo diretto dal regista.

Nina
Titolo originaleA Matter of Time
Paese di produzioneStati Uniti d'America, Italia
Anno1976
Durata97 min
Generecommedia, drammatico
RegiaVincente Minnelli
SoggettoMaurice Druon
SceneggiaturaJohn Gay
FotografiaGeoffrey Unsworth
MontaggioPeter Taylor
MusicheNino Oliviero
ScenografiaVeniero Colasanti e John Moore
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

È liberamente ispirato agli ultimi anni di vita della marchesa Luisa Casati, amata di Gabriele D'Annunzio.[2]

TramaModifica

L'inizio del film si apre con una conferenza stampa sulla proiezione di un film in uscita, la cui protagonista è Nina, famosa celebrità dello schermo. Mentre arriva alla conferenza, Nina si guarda in uno specchio ornato, facendo scattare un flash back di quando giunse a Roma diciannovenne e quando lavorava come cameriera in un albergo fatiscente.

Nell'hotel si trova la contessa Sanziani, ormai anziana e caduta in disgrazia, e che in gioventù fece innamorare di sé principi e magnati, che prende sotto la sua protezione una sgraziata cameriera romana, Nina. Tra le due nasce un rapporto molto forte; sotto i suoi consigli Nina diventa una donna affascinante e dotata di stile, mentre quest'ultima fa di tutto perché la contessa, ormai indietro con i pagamenti, non venga cacciata dall'albergo.

La ragazza conosce Mario, un sceneggiatore, che l'aiuta a farsi notare dal regista del film al quale lui sta lavorando. Durante il provino, dopo alcune difficoltà iniziali, Mario le consiglia di parlare della contessa e dell'intensità del rapporto tra le due, convincendo cosi il regista del suo talento. Ma proprio nel momento in cui lei trionfa, la vecchia nobildonna in preda a uno dei suoi ricordi, si reca in un altro albergo, alla ricerca di uno dei suoi amanti passati. Convinta di aver visto le valigie di lui, corre in strada, venendo investita da un'auto. Nina, venuta a sapere dell'accaduto, corre al capezzale dalla donna, che però era spirata pochi istanti prima. Nina, che conserva lo specchio ornato della contessa, in seguito diventerà una stella del cinema.

Il film torna al tempo presente, Nina è una celebrità, e mentre scende da una limousine per recarsi a una conferenza stampa, una ragazza le dice che da grande vorrà essere come lei.

ProduzioneModifica

Diversi attori italiani ebbero grossi problemi col regista, tanto da abbandonare il progetto annullando il contratto; tra di loro: Venantino Venantini, Ettore Manni e Renzo Palmer.

«Me ne sono andato sbattendo la porta e urlando da far tremare tutti i vetri. Ho detto a Minnelli che aveva con gli attori un comportamento da schiavista e non da professionista del cinema. Trovo inaccettabili certi atteggiamenti da "prima stella" di Minnelli. Va bene, è venuto In Italia e ha offerto lavoro a noi poveracci, questo però non gli dà il diritto di trattarci come schiavi e come attori rozzi. Ho addirittura pensato di regalare a Minnelli un frustino, perché questo è il suo vero strumento di persuasione.»

(Renzo Palmer[3])

Luoghi delle ripreseModifica

Le riprese furono effettuate in Italia. La villa di Nina (Liza Minnelli) è all'interno del complesso di Villa Sciarra a Roma; l'hotel Imperiale (set principale) è Palazzo Costaguti; sempre nella capitale furono girate delle scene anche in Piazza dei Cavalieri di Malta. Vennero girate scene anche a Venezia, all'esterno di Ca' Rezzonico e all'interno dell'Hotel des Bains[2], e presso la chiesa della Madonna di Ceri a Ceri (Cerveteri).[4]

DistribuzioneModifica

CriticaModifica

«Vincente Minnelli [...] ha unito qui vari generi cinematografici in un «pasticcio» difficile da definire. [...] Può darsi che allo spettatore molto borghese e molto avanti negli anni, il film possa pure piacere, ma è probabile che i giovani schiodino le sedie. E il fatto che Nina abbia ottenuto sei Oscar dimostra, se ce ne fosse bisogno, quanto in basso siano cadute le famose statuette. Liza Minnelli, che naturalmente canta anche, ha un solo guizzo (quello del provino cinematografico), e viene nel complesso schiacciata da una Ingrid Bergman in gran forma. [...]»

(Mirella Acconciamessa[5])

«È fin troppo facile, con la visione disincantata che si ha oggi del cinema, lasciarsi andare ad una semplice ironia e mostrarsi spietati. Ma è anche facile, per un falso concetto di rispetto che si deve al «vecchio maestro», far finta di non accorgersi che Nina è un film fuori luogo e fuori tempo, pateticamente avvizzito intorno a una forma di spettacolo e di realtà che non esiste più. L'atteggiamento assolutamente acritico che Minnelli mostra di avere nei confronti del vecchio modo di far spettacolo, strappa al film la possibilità di divenire credibile, pur nel suo irrealismo. Nello stesso tempo è assente quel sapore nostalgico che rimane spesso attaccato alle ultime opere dei grandi registi divenuti anziani; una nostalgia che si traduce però in un valore storico, di dialettica tra il vecchio e il nuovo e dove spesso quest'ultimo è vissuto come un'aggressione, crudele e spietata ai propri vecchi valori. In questo serso Nina non è neanche una testimonianza, magari patetica ma vivida, di qualcosa che è definitivamente sepolto.»

(C. B. su Avanti![6])

«Una storiella gracile, affollata di luoghi comuni. Vincente Minnelli, riportato dietro la macchina da presa dalla figlia Liza dopo cinque anni di inattività, tenta di fondere gli intermezzi canori del musical, dove è riconosciuto maestro, fin dal classico Un americano a Parigi, con gli espedienti lacrimosi della commedia melodrammatica, genere in cui ottenne buoni risultati come Qualcuno verrà. Ma le canzoni della Minnelli faticano ad amalgamarsi con i saggi di alto gigionismo interpretativo forniti dalla Bergman. Rimane, per l'appassionato di vecchie raffinatezze cinematografiche, il gusto di un linguaggio tecnicamente perfetto, a volte ricco di invenzioni fastose (la festa nella villa di Venezia con le gondole cariche di colori e sfolgoranti costumi, i rutilanti interni del casinò di Montecarlo), frutto d una concezione espressiva che si propone di adattare e modificare sempre la realtà alla finzione dello spettacolo. Uno stile forse superato, come la vecchia contessa, ma al quale il regista rimane fedele quasi ostentando, con civetteria, il messaggio della storia: «Cerca sempre di essere te stesso, non imitare mai nessuno».»

(Sandro Casazza[7])

«[...] È un'operazione artistico-commerciale riuscita solo a metà. [...] Il film ha una doppia prospettiva: realtà e sogno. La prima si concreta nel personaggio della serietà irruente e ambiziosa; il secondo fa perno su una stravagante, orgogliosa contessa (la magistrale Ingrid Bergman) che vive in un mondo di irreali, fantastici ricordi dai quali la camerierina trae lo spunto per identificarsi nella nobildonna immaginandosi di riviverne la folle giovinezza. Le due prospettive non si saldano in un quadro convincente; il film è sbilanciato, alterna brani affascinanti (il geniale avvio, il provino) ad altri esasperanti, in cui l'altrettanto disuguale papà Minnelli sembra fare il verso a certi film barocchi che diresse alla Metro Goldwyn venticinque e più anni fa, prima del suo capolavoro Un americano a Parigi

(Achille Valdata[8])

NoteModifica

Collegamenti esterniModifica

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