Primavera di Palermo

Con primavera di Palermo, o primavera palermitana (1985-1990), si definisce un breve periodo storico, culturale e politico della città di Palermo, dalla seconda metà degli anni '80 fino all'inizio degli anni '90 del Novecento, caratterizzato dal fiorire di iniziative politiche, sociali e culturali, e dalla nascita di associazioni e comitati cittadini, mirate alla promozione di una cultura della legalità in contrasto con quella mafiosa.[1][2]

Leader politico di quella primavera fu il sindaco Leoluca Orlando, che dette vita a una maggioranza costituita dalla Democrazia Cristiana e da partiti e movimenti di sinistra, sia laici che di area cattolica e ambientalista.[3]

StoriaModifica

Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta a Palermo imperversò la seconda guerra di mafia: fazioni diverse di Cosa Nostra si contesero il dominio sul territorio, al punto che tra il 1981 e il 1983 vennero commessi circa 600 omicidi. Anche numerosi uomini delle istituzioni italiane, che avevano tentato di combattere la mafia attraverso nuove leggi, indagini e azioni di Polizia, caddero sotto i colpi della mafia; tra questi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il segretario democristiano Michele Reina, il commissario Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale siciliano del PCI Pio La Torre e molti altri ancora.[4] Il 10 febbraio 1986 iniziò il processo di primo grado del cosiddetto maxiprocesso, che deve il proprio soprannome alle sue enormi proporzioni: gli imputati erano 475 (poi scesi a 460 nel corso del processo), con circa 200 avvocati difensori.[4][5]

A metà anni '80 si registrò nella cittadinanza palermitana una sempre più diffusa voglia di riscatto. Ci fu un fiorire di associazioni, comitati cittadini, e di iniziative politiche, sociali e culturali mirate alla promozione di una cultura della legalità in contrasto con quella mafiosa, che aveva fortemente condizionato i decenni precedenti. Tra queste, determinante fu l'opera dell'Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe, diretto dal padre gesuita Bartolomeo Sorge e animato, con «sensibilità diversa»,[6] da Ennio Pintacuda. Le idee di Sorge, e, soprattutto, quelle di Pintacuda[7] furono di ispirazione per Leoluca Orlando, esponente siciliano della sinistra democristiana e sindaco di Palermo dal 1985 anche grazie al sostegno di uno dei leader della corrente morotea in Sicilia, Sergio Mattarella, fratello di Piersanti Mattarella di cui Orlando era stato collaboratore alla regione siciliana.[8] Orlando, che aveva più volte denunciato pubblicamente l'intreccio tra politica, mafia e affari, il 15 agosto 1987 dette vita alla prima «giunta anomala», il cosiddetto pentacolore, con una maggioranza costituita dalla Dc, dalla Sinistra indipendente, dai Verdi, dai Socialdemocratici e dalla lista civica cattolica di «Città per l'Uomo». Orlando lasciò così all'opposizione il Partito Socialista, i liberali, i repubblicani, e cercò di emarginare dalla gestione del potere le correnti più conservatrici della DC legate a Salvo Lima e Vito Ciancimino, una scelta che non mancò di creare ripercussioni su un piano nazionale, e alimentò lo scontro tra Orlando da una parte, Andreotti e Craxi dall'altra.

Il 15 aprile 1989 la maggioranza fu allargata anche al Partito Comunista Italiano,[9] che entrò, per la prima volta nella sua storia, nel governo della città. L'ingresso del Pci accese lo scontro tra Orlando e il proprio partito, in particolare con la destra andreottiana[10] che lo costrinse il 24 gennaio 1990 a dimettersi da sindaco,[11] rimanendo dimissionario fino al maggio 1990.[12] Alle elezioni successive, tenute il 6 e 7 maggio 1990, nonostante Giulio Andreotti invitò pubblicamente in tv a non votare per Orlando che era capolista[13], l'affermazione personale alle urne del sindaco dimissionario fu determinante per il successo del partito. Ma nell'agosto 1990, nonostante Orlando fosse stato rieletto con oltre 60 mila voti di preferenza, i vertici della Dc elessero in consiglio comunale come nuovo sindaco di Palermo il gavianeo Domenico Lo Vasco,[12] un doroteo ritenuto vicino alla corrente di Antonio Gava, che ottenne anche i voti della corrente di sinistra demitiana.

NoteModifica

  1. ^ Enrico Deaglio, Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze, Il Saggiatore, 2010, p. 77 e seguenti.
  2. ^ Paul Ginsborg, L'Italia del tempo presente: famiglia, società civile, Stato, 1980-1996, Einaudi, Torino 1998, p. 491.
  3. ^ Fuccaro Lorenzo, Leoluca, il nemico della nuova DC creato da De Mita, in Corriere della Sera, 28 febbraio 1993. URL consultato il 29 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  4. ^ a b Documentario sul maxiprocesso di Palermo
  5. ^ Alfonso Giordano, Il maxiprocesso venticinque anni dopo - Memoriale del presidente, Bonanno Editore, 2011, pag. 53.
  6. ^ (IT) Fulvio De Giorgi, La questione del Mezzogiorno: societa e potere, in Cristiani d'Italia (2011), Treccani, 2011. URL consultato il 31 marzo 2014.
    «Nello stesso periodo, a Palermo veniva costituito il Centro Arrupe, animato da padre Bartolomeo Sorge e, con sensibilità diversa, da padre Ennio Pintacuda. Il Centro doveva, tra l'altro, ispirare la cosiddetta 'primavera di Palermò (1985-1990) con la giunta di Leoluca Orlando, il quale più tardi – nei primi anni Novanta – avrebbe promosso il Movimento per la democrazia – la Rete, con un pronunciato intento antimafioso.».
  7. ^ Sandra Bonsanti, Martinazzoli ammonisce l'altra Dc, in La Repubblica, 2 settembre 1990, p. 11. URL consultato il 29 maggio 2013.
  8. ^ Sebastiano Messina, Sergio Mattarella, dalla morte del padre al no sulla Mammì, una carriera con la schiena dritta, in La Repubblica, 29 gennaio 2015. URL consultato il 29 gennaio 2015.
  9. ^ Maggioranza, dopo l'ingresso nella maggioranza del Pci, chiamata esacolore.
  10. ^ Mario Guarino, Ladri di stato: storie di malaffare, arricchimenti illeciti e tangenti, Edizioni Dedalo, Bari 2010, p. 210.
  11. ^ Attilio Bolzoni, Stefano Rosso, Orlando, dimissioni con rabbia, in La Repubblica, 24 gennaio 1990, p. 3. URL consultato il 31 marzo 2014.
  12. ^ a b Stefano Marroni, Palermo, un sindaco di passaggio, in La Repubblica, 14 dicembre 1990, p. 11. URL consultato il 9 aprile 2011.
  13. ^ Valdo Spini, Il terremoto del 6 maggio, in La Repubblica, 22 maggio 1990, p. 11. URL consultato il 31 marzo 2014.
    «Il Presidente del Consiglio Andreotti, annuncia in Tv agli italiani che l'elettore Dc di Palermo non deve votare il capolista, Leoluca Orlando, ma questi riceve, con settantamila preferenze, un successo politico e personale. Impazza nei partiti la corsa alle preferenze.».

BibliografiaModifica

  • Ennio Pintacuda, Sottosviluppo, potere culturale, mafia, Palermo 1972;
  • Ennio Pintacuda, Palermo palcoscenico d'Italia Palermo 1986;
  • Ennio Pintacuda, La scelta, Casale Monferrato 1993;
  • Alfredo Galasso, La mafia non esiste, Napoli 1988;
  • Pippo Battaglia, Leoluca Orlando, Leoluca Orlando racconta la mafia, Torino 2007;
  • Nando Dalla Chiesa, Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali cittadini, Torino 1990.
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