Cosa nostra

organizzazione criminale siciliana
Cosa nostra
Sicilian mafia 1901 maxi trial.jpg
Illustrazione tratta dal quotidiano L'Ora relativa al processo – scaturito grazie al rapporto Sangiorgi – di Palermo del maggio 1901.
Nomi alternativiMafia, Onorata Società, Mano Nera.
Area di origineSicilia Sicilia, Italia
Aree di influenza
PeriodoInizio XIX secolo – in attività.
BossVari, definiti capo (famiglia) o capomandamento (mandamento).
AlleatiCamorra
'Ndrangheta
Sacra Corona Unita
Banda della Magliana
Cosa nostra statunitense
Mafia albanese
Mafia nigeriana
Cartello di Sinaloa
Mafia turca
RivaliStidda
AttivitàRacket, traffico di droga, gioco d'azzardo, estorsione, sequestro di persona, usura, ricettazione, contrabbando, omicidio, corruzione, gestione dell'edilizia, contraffazione, riciclaggio di denaro, terrorismo, traffico di armi, rapina, frode e associazione per delinquere

«Cosa nostra» (nel linguaggio comune genericamente detta mafia siciliana o semplicemente mafia) è un'organizzazione criminale di tipo mafioso-terroristico[1] presente in Italia, soprattutto in Sicilia e in più parti nel mondo.

Questo termine viene oggi utilizzato per riferirsi esclusivamente alla mafia di origine siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America, dove viene identificata come Cosa nostra statunitense, sebbene oggi entrambe abbiano diffusione a carattere internazionale), per distinguerla dalle altre associazioni ed organizzazioni mafiose del mondo.

Gli interventi di contrasto da parte dello Stato italiano si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta del XX secolo, attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia" creato dal giudice Rocco Chinnici e in seguito diretto da Antonino Caponnetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

StoriaModifica

Dalle origini al Regno delle Due SicilieModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Beati Paoli e Garduna.

Le reali origini del fenomeno mafioso non sono note con precisione e alcuni autori hanno cercato di risalire alle origini finendo però spesso col fornire delle ricostruzioni prive di fondamento. Secondo alcuni sarebbe dovuta all'immigrazione in Italia di tre cavalieri spagnoli fratelli tra di loro di nome Osso, Mastrosso e Carcagnosso, appartenenti alla setta segreta della Garduna, fuggiti da Toledo nel XV secolo dopo aver vendicato col sangue l'onore di una sorella, che sbarcarono nell'isola di Favignana e che si rifugiarono nelle grotte di tufo dell'isola.[2] Molto probabilmente invece «Cosa nostra» nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei 'fattori' e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano, anche se in verità l'origine potrebbe essere molto più antica, dato che il feudo con tutto ciò che ne consegue, esiste in Sicilia fin dall'epoca normanna. Cosa nostra nacque perché fu da sempre sistema di potere che venne poi integrato con il potere politico-economico ufficiale vigente, iniziando così ad assumerne per suo conto le funzioni e le veci[3][4]. Secondo lo storico ed accademico John Dickie (autore di diversi saggi sulla storia della mafia), Cosa nostra fu «il risultato di quell’insieme di cospirazionismo, violenza rivoluzionaria e società segrete para-massoniche che caratterizzò il Risorgimento nel Regno delle Due Sicilie»[5] ed anche il sociologo e criminologo tedesco Henner Hess (altro studioso del fenomeno mafioso) scrisse che, durante i moti risorgimentali, fosse «( [...] ) senz’altro possibile che nelle carceri vi fossero congiure con riti simili a quelli napoletani [il riferimento è ai riti iniziatici della camorra ottocentesca n.d.r.] , o brutte copie di quelli massoni a carattere politico-rivoluzionario»[6]. Una delle prime descrizioni (la prima di un certo rilievo) del fenomeno fu nel 1838 in un documento redatto in Sicilia dal funzionario del Regno delle Due Sicilie, Pietro Calà Ulloa, che a proposito del fenomeno scrisse:

«Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, orfatto moltiplicare il numero dei reati. [...] Così come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito»

(Rapporto giudiziario del procuratore generale Pietro Calà Ulloa[7])

I gabellotti[8] rappresentavano il gruppo sociale nuovo nelle campagne siciliane del primo Ottocento. Essi erano i discendenti dei "servi" del feudatario e provenivano dalla corte dei signori; alcuni - pochi - fra essi guadagnavano tanto da arrivare a comprare interi feudi o parti di cui il signore si liberava; fra di loro nacquero i "baroni", che, con la terra, compravano il titolo dai feudatari in difficoltà economiche. Erano in stragrande maggioranza "capitalisti" ma non proprietari, perché la terra era ancora in mano ai nobili; i gabellotti possedevano il denaro contante, le sementi, le macchine agricole, il bestiame; soprattutto dalle loro file uscivano i preti, gli avvocati, i medici. Erano in prima linea, insieme coi nobili, in quella usurpazione e occupazione delle terre demaniali e degli usi civici che i contadini patiranno senza avere le armi per opporsi. Era loro necessaria una violenza privata: qualcuno che sorvegliava l'andamento dei lavori, qualcuno che riscuoteva gli affitti anche con la forza, qualcuno che proteggeva fisicamente la terra; le guardie dei gabellotti, anche dai titoli, richiamavano funzioni della vecchia feudalità: curatoli, campieri e via dicendo.[9]

Gabellotti e loro dipendenti erano gli unici a cavallo ed armati nelle campagne siciliane. I gabellotti segnarono il passare del tempo nelle arcaiche comunità agrarie della Sicilia: avevano un potere enorme, fare e disfare matrimoni, dare e togliere lavoro. Dentro il feudo, ma sotto tutti, stavano i braccianti "senza fuoco, né tetto", figli dell'abolizione della servitù della gleba iniziata nel 1781, o, nella sola Palermo, "40.000 proletari la cui sussistenza dipendeva dal caso o dal capriccio dei Grandi": una plebe cioè dalla miseria infinita quanto infinito è lo sfruttamento che le classi superiori esercitavano. In città, l'ordine pubblico era assicurato dai gendarmi del re; tradizionale diventerà per i Borboni anche l'impiego e l'arruolamento di "malandrini" dentro la polizia, in quanto essi - cosa non sconosciuta alla Francia di Luigi Filippo – erano considerati i più adatti per arrestare i malandrini ufficiali: si tratta di una polizia molto violenta e odiata, che non usava mezze misure e che aveva rapporti "diretti" con la malavita; essa diventerà ancora più occhiuta quando i Borboni le chiederanno di sorvegliare "i politici", come avvenne durante il mandato di Salvatore Maniscalco, intransigente direttore del dipartimento di Polizia in Sicilia a partire dal 1851[10]. In campagna imperversavano "i briganti", nei cui ranghi confluivano i contadini inferociti dalla fame e ribelli alla loro miseria. Contro i briganti, i signori usavano "i bravi", cioè quei loro servi bravi e addestrati nell'uso delle armi.

Nel 1812 i Borboni abolirono la feudalità in Sicilia, ma stabilirono - sicuramente su imposizione dei nobili siciliani –che "tutte le proprietà, diritti e pertinenze in avanti feudali" rimanessero "giuste le rispettive concessioni" in proprietà "allodiali", cioè in proprietà economiche individuali. Quindi l'organizzazione sociale del feudo, nonostante altre misure legislative del 1838, resterà in vita fino al 1860, quando, alla vigilia dell'Unità d'Italia, la terra della Sicilia occidentale e centrale (Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta) per il 90% risulterà ancora in mani feudali, al contrario di quello che avvenne nella Sicilia orientale (in particolare Messina, Catania e Siracusa), dove gli organi amministrativi locali cercarono di acquisire un'autonomia di governo per favorire la tutela dei loro commerci[7]. Fino al 1860, dunque, i gabellotti furono il perno dell'economia quasi esclusivamente agricola della Sicilia occidentale e si rafforzarono a svantaggio degli organi ufficiali di governo, incapaci di esercitare il loro potere sul territorio[7]. In tutti questi anni, anche all'interno di una dipendenza "personale" dal signore feudale, i gabellotti seppero consolidare la loro posizione sociale, perché provvidero a tramandare all'interno delle loro famiglie i redditi e lo stesso mestiere di gabellotto, tanto da assumere i connotati di veri e propri "clan" o "consorterie"[7][9]. Sempre nel 1812 i feudatari siciliani imposero al Borbone di Napoli di istituire "Compagnie d'armi" per stanare i briganti nelle campagne. Le Compagnie erano gruppi, armati e a cavallo, di privati che non facevano parte di una polizia ufficiale; essi venivano reclutati sul posto e quindi provenivano o dai bravi o dalle guardie dei gabellotti, conservandosi sotto le personali influenze dei nobili e dei gabellotti stessi. Nelle campagne siciliane sotto i Borboni si fronteggiavano tre "eserciti": i briganti, le Compagnie d'armi, i gabellotti e i loro uomini che più direttamente proteggevano "i burgesi", cioè gli abitanti del borgo. I rapporti fra questi tre gruppi armati furono contemporaneamente di conflitto e di comunione d'interessi; agli ammazzamenti generali si alternavano l'acquisto di bestiame e di merce rubata che il gruppo dei gabellotti faceva dai banditi; la non aggressione che i compagni d'arme garantivano ad alcune comunità previo pagamento anticipato di una congrua somma; l'incarico che poteva essere contratto con i briganti di andare a fare razzie e atti di terrorismo in altre zone e magari specificamente contro quel feudo o quel proprietario, in maniera che da quella aggressione il mandante occulto avesse i suoi vantaggi; i sequestri di persona che ai briganti fornivano lauti riscatti in denaro contante. E questa situazione generale fu tanto forte e radicata che anche i feudatari la subirono sulla propria pelle e sui propri beni. Già prima del 1840 i Borboni - signori di una "monarchia amministrativa" simile al regime asburgico - furono apertamente e specificamente informati di situazioni ormai cronicizzate. Lodovico Bianchini - alto e colto funzionario borbonico - avvertì Napoli che nelle campagne siciliane quasi tutti i proprietari pagavano "le componende", una cifra annuale per tenere calmi i banditi.[9]

L'unità d'Italia e il brigantaggio in SiciliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: I mafiusi de la Vicaria e Brigantaggio postunitario e rivolte in Sicilia.
 
L'attore palermitano Giuseppe Rizzotto veste i panni di scena del "mafioso" durante la rappresentazione teatrale de I mafiusi de la Vicaria (1863).

Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaspare Mosca, I mafiusi de la Vicaria, un'opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni di Palermo[11] che aveva come protagonisti un gruppo di detenuti che godevano «di uno speciale rispetto da parte dei compagni di prigione perché mafiosi, membri come tali di un'associazione a delinquere, con gerarchie e con specifiche usanze, tra le quali veri e propri riti di iniziazione»[7]. È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale[12].

Lo sviluppo del crimine organizzato in Sicilia si ha anche dopo l'Unità d'Italia, quando le tensioni sociali dovute all'introduzione della leva obbligatoria e della tassa sul macinato sfociarono in vere e proprie rivolte (famosa fu quella del sette e mezzo nel 1866) e in fenomeni delinquenziali, come il brigantaggio nelle campagne, ingrossato per lo più da renitenti alla leva. Perciò il neonato Stato italiano non riusciva a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell'isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale) e i funzionari statali cominciarono a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale[7]. Infatti, con il pretesto di proteggere i proprietari terrieri e i contadini dal malgoverno dello Stato centrale e dalle ruberie dei briganti e dei ladruncoli, i mafiosi li costrinsero a pagare una taglia («u' pizzu») e a mantenere l'omertà, il codice del silenzio, come ricompensa per il loro "servizio"; ben presto, poiché riusciva ad imporre la sua volontà ai numerosi abitanti del feudo e dei paesi viciniori, il ''boss'' mafioso divenne un procacciatore di voti per conto di determinati candidati alle elezioni, accrescendone ulteriormente il potere[7][9]. Una delle prime testimonianze in merito fu quella del barone Nicolò Turrisi Colonna (deputato del Regno d'Italia e, per due volte, sindaco di Palermo), il quale nel 1864 scrisse un pamphlet, Pubblica sicurezza in Sicilia nel 1864, in cui denunciò l'esistenza di una organizzazione criminale che minacciava i proprietari terrieri e i contadini e che aveva particolari rituali e una struttura molto articolata[13]:

«(...) in Sicilia esiste una setta di ladri che ha rapporti in tutta l'isola, e dalla quale i nemici d'Italia potrebbero giovarsi. Setta che trova ogni giorno nuovi affiliati nella gioventù più svelta della classe rurale, che dà e riceve protezione da tutti coloro che sono obbligati a vivere in campagna, che poco o nulla teme la forza pubblica e la giustizia punitrice, lusingandosi nella mancanza delle prove, e per la pressione che si esercita sui testimoni, e sperando finalmente sulle rivoluzioni che al 1848 ed al 1860 fruttarono in Sicilia due generali amnistie pei prevenuti, e pei condannati per reati comuni.»

(Nicolò Turrisi Colonna, Pubblica sicurezza in Sicilia nel 1864)

Un rapporto stilato dal prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualtierio nel 1865 fu il primo documento ufficiale in cui venne espressamente usato il termine mafia come «associazione malandrinesca» che sarebbe stata capeggiata dall'ex generale garibaldino Giovanni Corrao (ucciso in circostanze misteriose nel 1863) e con cui avevano avuto rapporti «svariati partiti»: i liberali nel 1848, i borbonici nella restaurazione e i garibaldini nel 1860.[14][15]

Nel 1875, a seguito di un vivace dibattito tra Destra e Sinistra storica (in cui si distinse il deputato Diego Tajani, il quale denunciò la sconvolgente circostanza che in Sicilia polizia e magistratura proteggevano i mafiosi), fu istituita la Giunta parlamentare d'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia che, dopo aver raccolto una vasta documentazione in loco, presentò la relazione finale dei suoi lavori redatta dal deputato lombardo Romualdo Bonfadini, in cui si escludeva che in Sicilia ci fosse una questione sociale e si sosteneva che la mafia non fosse un'associazione organizzata ma soltanto «prepotenza diretta ad ogni scopo di male», una «solidarietà istintiva, brutale»[7][16]. Una prima analisi esaustiva del fenomeno mafioso fu però compiuta soltanto l'anno successivo dall'intellettuale toscano Leopoldo Franchetti, il quale condusse insieme a Sidney Sonnino una celebre inchiesta sulle cause storico-sociali che avevano generato la mafia e i ritardi dell’isola, poi pubblicata con il titolo Condizioni politiche e amministrative della Sicilia: secondo i risultati di tale indagine, la delinquenza minuta che esegue i delitti è costituita dai «facinorosi della classe infima» mentre i mafiosi sono considerati «facinorosi della classe media», un vero e proprio ceto capitalista che, in assenza di una classe borghese ben definita, si arricchisce e acquisisce posizioni di potere mettendo al servizio dei potenti i suoi violenti "servigi" (ad esempio con il racket della "protezione"), mirati ad assumere il controllo monopolistico di determinate attività economiche, tanto che Franchetti parla di «industria della violenza»[16]:

«Tutti i cosiddetti capi mafia sono persone di condizione agiata. Sono sempre assicurati di trovare istrumenti sufficientemente numerosi a cagione della gran facilità al sangue della popolazione anche non infima di Palermo e dei dintorni. Del resto sono capaci di operare da sé gli omicidi. Ma in generale non hanno bisogno di farlo, giacché la loro intelligenza superiore, la loro profonda cognizione delle condizioni della industria ad ogni momento, lega intorno a loro, per la forza delle cose, i semplici esecutori di delitti e li fa loro docili istrumenti. I facinorosi della classe infima appartengono quasi tutti in diversi gradi e sotto diverse forme alla clientela dell’uno o dell’altro di questi capi mafia, e sono uniti a quelli in virtù di una reciprocanza di servigi, di cui il risultato finale riesce sempre a vantaggio del capo mafia. Il quale fa in quell’industria la parte del capitalista, dell’impresario e del direttore. (...) È proprio di lui quella finissima arte, che distingue quando convenga meglio uccidere addirittura la persona recalcitrante agli ordini della mafia, oppure farla scendere ad accordi con uno sfregio, coll’uccisione di animali o la distruzione di sostanze, od anche semplicemente con una schioppettata di ammonizione.»

(Leopoldo Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia)

L'inchiesta di Franchetti e Sonnino si unì a quella dell'intellettuale napoletano Pasquale Villari, il quale, nelle sue celebri Lettere meridionali (1875), oltre a denunciare i mali sociali dell'Italia meridionale quali la camorra e il brigantaggio, compie anche un'analisi del fenomeno mafioso in Sicilia[7][17]:

«(...) Noi abbiamo dunque tre classi distinte. In Palermo sono i grandi possessori dei vasti latifondi o ex-feudi, e nei dintorni abitano contadini agiati, dai quali sorge o accanto ai quali si forma una classe di gabellotti, di guardiani e di negozianti di grano. I primi sono spesso vittime della mafia, se con essa non s’intendono; fra i secondi essa recluta i suoi soldati, i terzi ne sono capitani. Nell’interno dell’Isola si trovano i feudi e i contadini più poveri o proletarii.»

(Pasquale Villari, Lettere meridionali)

La repressione del decennio 1870-80 e gli omicidi Notarbartolo e PetrosinoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Emanuele Notarbartolo, Raffaele Palizzolo e Fratellanza di Favara.
 
Il deputato crispino Raffaele Palizzolo, ritenuto il mandante del delitto Notarbartolo. Processato e condannato a 30 anni, viene assolto in un nuovo processo per insufficienza di prove.

Nei primi mesi del 1877, il Governo Depretis I, nella persona del Ministro dell'Interno Giovanni Nicotera, inviò a Palermo il prefetto Antonio Malusardi, il quale avviò una feroce repressione contro il brigantaggio e le sette di tipo mafioso che lo proteggevano, di cui facevano parte possidenti, notabili, gabellotti, professionisti ed addirittura preti[18][19]. A cavallo tra la fine del decennio e quello successivo, si svolsero infatti una serie di processi in diverse località della Sicilia occidentale nei confronti di appartenenti a queste sette d'ispirazione massonica ed i più celebri di quegli anni furono quello che ebbe luogo nel 1878 nei confronti degli appartenenti alla cosca degli "Stuppagghieri" di Monreale, che estendeva la sua influenza su tutto il circondario palermitano e venne scoperta dal delegato di P.S. Emilio Bernabò, e quello tenutosi nel 1885 contro 168 affiliati alla "Fratellanza di Favara" operante nella provincia di Agrigento e venuta alla luce grazie alle indagini dell'allora ispettore di P.S. Ermanno Sangiorgi.[18] Tutte le "associazioni" portate a processo avevano in comune statuti, segni di riconoscimento e un particolare rituale di iniziazione, il quale avveniva pungendo l'indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un'immagine sacra, che veniva bruciata mentre l'iniziato recitava una formula di giuramento[20]: ciò si spiegava con la circostanza che nel 1879 numerosi futuri membri della "Fratellanza di Favara" erano stati detenuti insieme a mafiosi palermitani nel carcere di Ustica[18][21].

Nel 1893, in seguito al clamoroso delitto Notarbartolo e al processo che ne seguì (che vedeva imputati il deputato nazionale Raffaele Palizzolo, vicino a Crispi, come mandante e Giuseppe Fontana, mafioso di Villabate, come esecutore materiale), l'esistenza di Cosa nostra (e dei suoi rapporti con la politica) divenne nota in tutta Italia[22][23]. Tra gli omicidi di quegli anni che fecero grande scalpore ma rimasero impuniti, oltre a quello di Notarbartolo, può essere annoverato anche quello nei confronti di Joe Petrosino, tenente della Polizia di New York che venne freddato la sera del 12 marzo 1909 a Piazza Marina a Palermo, dove si trovava per indagare sulle attività della mafia tra la Sicilia e gli Stati Uniti[24].

Le rivendicazioni agricoleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fasci siciliani, Bernardino Verro e Il ministro della mala vita.
 
Cartina della Sicilia del 1900 che mostra la densità mafiosa dei comuni siciliani, pubblicata dal delegato di P.S. Antonino Cutrera nel libro "La mafia e i mafiosi".

Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con i mafiosi, che da un lato offrivano il loro potere coercitivo contro i contadini, dall'altro le loro conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli[25].

A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l'esercito per scioglierli con l'uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, Bernardino Verro e Nicola Barbato, considerati i fondatori dei fasci siciliani, vennero processati e imprigionati. Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi; continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicché, chiunque fosse uscito vincitore, essa ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti[26].

Quando fu chiaro che lo Stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la "Fratellanza", detta anche "Onorata Società" (due dei termini usati all'epoca per identificare Cosa nostra), si distaccò dai fasci (che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione. Come "vendetta" per l'azione dei Fasci, che voleva mettere in discussione il potere dei latifondisti, nel 1915 a Corleone i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni novanta del XIX secolo. Lo stesso Verro, per dare forza agli scioperi e per proteggere se stesso, divenne un membro della cosca di Corleone, chiamata dai suoi stessi membri i Fratuzzi (i Piccoli Fratelli). In un libro di memorie scritto molti anni più tardi, il sindacalista descrisse il rituale di iniziazione a cui fu sottoposto nella primavera del 1893 (che somigliava molto alla "punciuta" descritta tanti anni dopo dai "pentiti" di mafia):

«Fui invitato a prendere parte ad una riunione segreta dei Fratuzzi. Entrai in una stanza misteriosa dove erano presenti alcuni uomini armati di pistola, seduti intorno ad un tavolo. Al centro del tavolo c'era un pezzo di carta su cui era disegnato un teschio, e un coltello. Per essere ammessi nei Fratuzzi, dovevo essere sottoposto ad una iniziazione costituita da alcune prove di fedeltà e dalla puntura del labbro inferiore con la punta del coltello: il sangue dalla ferita avrebbe macchiato il teschio.[27]»

Durante la presidenza di Giovanni Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti, contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, ma anche all'eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti. Tuttavia, Giolitti venne accusato da più parti di considerare la Sicilia come un mero serbatoio di voti ottenuti con la corruzione dei deputati locali, soprannominati spregiativamente gli "àscari"[28] del governo, conniventi a loro volta con la criminalità mafiosa che si occupava di eseguire intimidazioni ed atti violenti nei confronti dei seguaci dei partiti avversi, come denuncierà anche Gaetano Salvemini[29], definendo lo statista «ministro della malavita» in un celebre saggio da lui scritto, tanto che "con Giolitti la mafia, assieme ai poteri forti (massoneria deviata, vecchia aristocrazia, borghesia eroica), monopolizzò tutta la vita economica e politica dell'isola, infatti gli appalti ed i finanziamenti alle imprese industriali e agrarie erano pilotati, così come le elezioni politiche ed amministrative"[7].

Diversi deputati liberali siciliani (divenuti anche ministri) come Vittorio Emanuele Orlando e Nunzio Nasi non nascosero mai di appoggiarsi ad una mafia "buona" che portava "ordine"[30][31]. Per stroncare il pericolo "rosso", la mafia dovette inoltre allearsi con la Chiesa cattolica siciliana[32], anch'essa preoccupata per gli sviluppi dell'ideologia marxista materialista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero in tutti i modi i socialisti. Nel primo quindicennio del Novecento si iniziarono a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che assassinava sindaci, sindacalisti, preti, attivisti e agricoltori indisturbatamente[33]. Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al secondo dopoguerra.

Il rapporto SangiorgiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rapporto Sangiorgi.

Nel 1898, al fine di contrastare il fenomeno, il Presidente del Consiglio Luigi Pelloux inviò a Palermo in veste di questore il funzionario romagnolo Ermanno Sangiorgi, il quale, alcuni anni prima, si era distinto nelle indagini che avevano sgominato la Fratellanza di Favara[34]. Nel 1899 Sangiorgi mise a segno una delle sue azioni più celebri, ossia l'arresto del parlamentare Raffaele Palizzolo e del boss mafioso Giuseppe Fontana, ritenuti responsabili del clamoroso omicidio del marchese Emanuele Notarbartolo.[35] Era inoltre in corso a Palermo una guerra di mafia, iniziata due anni prima, nel 1896, ed indagando sui delitti commessi dalle cosche della Conca d'Oro, Sangiorgi capì che gli omicidi non erano il prodotto di iniziative individuali, ma implicavano leggi, decisioni collegiali, e un sistema di controllo territoriale. Sangiorgi scoprì inoltre che le due famiglie più ricche di Palermo, i Florio e i Whitaker, vivevano fianco a fianco con i mafiosi della Conca d'Oro, che venivano assunti come guardiani e fattori nelle loro tenute e pagati per ricevere "protezione"[36].

Nell'ottobre 1899 Francesco Siino, capo della cosca di Malaspina sfuggito miracolosamente a una sparatoria tesagli dagli uomini di Antonino Giammona, capo della cosca dell'Uditore, nel contesto dalla guerra di mafia, venne messo alle strette da Sangiorgi e confessò che il suo avversario Giammona gli contendeva i racket del commercio di limoni, delle rapine, delle estorsioni e della falsificazione delle banconote. Inoltre dichiarò che la Conca d'Oro era divisa in otto cosche mafiose:

  1. Piana dei Colli,
  2. Acquasanta,
  3. Falde,
  4. Malaspina,
  5. Uditore,
  6. Passo di Rigano,
  7. Perpignano,
  8. Olivuzza.

Sangiorgi, in base a queste dichiarazioni, firmò molti mandati di cattura. La notte tra il 27 e il 28 aprile 1900 la Questura fece arrestare diversi mafiosi, tra cui Antonino Giammona. Alla procura di Palermo, Sangiorgi inviò un rapporto di 485 pagine che conteneva una mappa dell'organizzazione della mafia palermitana con un totale di 280 "uomini d'onore". Il processo cominciò nel maggio 1901 ma Siino ritrattò completamente le sue dichiarazioni. Dopo solo un mese, giunsero le condanne di primo grado: soltanto 32 imputati furono giudicati colpevoli di aver dato vita a un'associazione criminale e, tenuto conto del tempo già trascorso in carcere, molti furono rilasciati il giorno dopo[37].

La prima guerra mondiale e le sue conseguenzeModifica

Nel 1915 l'Italia entrò nella prima guerra mondiale; vennero chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese. In Sicilia i disertori furono numerosi: essi abbandonarono le città e si dettero alla macchia all'interno dell'isola, vivendo per lo più di rapine. A causa della mancanza di braccia per l'agricoltura e della sempre maggiore richiesta di soldati dal fronte, moltissimi terreni vennero adibiti al pascolo.

Queste due condizioni fecero aumentare enormemente l'influenza di Cosa nostra in tutta l'isola[7]. Aumentati i furti di bestiame, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro abituali panni, si prestavano a mediare tra i banditi e le vittime, prendendo una percentuale per il loro lavoro.

Alla fine della prima guerra mondiale, l'Italia dovette affrontare un momento di crisi, che rischiò di sfociare in una vera e propria rivolta popolare, ad imitazione della recente rivoluzione russa. Al nord gli operai scioperarono chiedendo migliori condizioni di lavoro, al sud sono i giovani appena tornati a casa a lamentarsi per le promesse non mantenute dal governo (in particolar modo quelle relative alla terra). Moltissimi quindi andarono ad ingrossare le file dei banditi, altri entrarono direttamente nella mafia e altri ancora cercarono di riformare i fasci o comunque parteciparono ai movimenti socialisti siciliani. Toccò nuovamente alla mafia soffocare nel sangue le aspirazioni di questi movimenti, che richiedevano un miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e dei zolfatai: furono colpiti infatti gli esponenti più rappresentativi, come avvenne per Nicola Alongi, ucciso a Prizzi (PA) il 29 febbraio 1920, o per Sebastiano Bonfiglio, assassinato ad Erice (TP) il 10 giugno 1922, e tanti altri[7]. Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua comparsa.

Il ventennio fascistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rapporti tra cosa nostra e fascismo.
 
Il prefetto Cesare Mori in camicia nera presso Piana dei Greci (odierna Piana degli Albanesi).

Il fascismo iniziò una campagna contro i mafiosi siciliani, subito dopo la prima visita di Benito Mussolini in Sicilia nel maggio del 1924. Il 2 giugno dello stesso anno venne inviato in Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di ferro, con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo. L'azione del Mori fu dura. Centinaia e centinaia furono gli uomini arrestati e finalmente condannati. Celebre è l'assedio di Gangi in cui Mori assediò per quattro mesi il centro cittadino, in quanto esso era considerato la roccaforte principale delle bande madonite di briganti guidate da Gaetano Ferrarello e dai fratelli Nicolò e Giuseppe Andaloro[38].

In questo periodo venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia, anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, andando ad ingrossare le file di Cosa nostra statunitense, mentre un'altra restò in disparte. Il "prefetto di ferro" scoprì anche collegamenti con personalità di spicco del fascismo come Alfredo Cucco, che fu espulso dal PNF.

Nel 1929 Mori fu nominato senatore e collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l'accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c'entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio. Il carabiniere Francesco Cardenti così riferisce: "Il barone Li Destri al tempo della maffia era appoggiato forte ai briganti che adesso si trovano carcerati a Portolongone (Elba) se qualcuno passava dalla sua proprietà che è gelosissimo diceva: Non passare più dal mio terreno altrimenti ti faccio levare dalla circolazione, adesso che i tempi sono cambiati e che è amico della autorità [...] Non passare più dal mio terreno altrimenti ti mando al confino."[39] I mezzi usati dalla Polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone.

La mafia non appare tuttavia sconfitta dall’azione di Mori. Nel 1932, nel centro di Canicattì, vengono consumati tre omicidi (le cui modalità di esecuzione ed il mistero profondo in cui rimangono tuttora avvolti rimandano a delitti tipici di organizzazioni mafiose); intorno a Partinico, alla metà degli anni trenta, si verificarono incendi, danneggiamenti, omicidi [...] a sfondo eminentemente associativo; ma si potrebbero citare molti altri episodi dei quali la stampa non parla, cui il regime risponde con qualche condanna alla fucilazione e con una nuova ondata di invii al confino.[39]

Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini: il principe Pietro Lanza di Scalea (futuro ministro delle Colonie) fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo nel 1925 e si servì di manovalanza mafiosa per intimorire gli avversari politici[40] mentre a Gangi il barone Antonio Li Destri[41], pure candidato del PNF, era stato protettore di banditi e delinquenti arrestati da Mori. Altri mafiosi iscritti al PNF erano i baroni Sgadari e Mocciaro, i quali collaborarono con Mori nell'assedio di Gangi insieme a Li Destri.[41][42][43] Nel 1937 il mafioso italo-americano Vito Genovese venne accusato di aver ordinato l'omicidio del gangster Ferdinando "Fred" Boccia, che era stato assassinato perché aveva preteso per sé una grossa somma che lui e Genovese, barando al gioco, avevano sottratto ad un commerciante[44]; per evitare il processo, Genovese fuggì in Italia, dove si stabilì a Nola. Tramite le sue frequentazioni, conobbe alcuni gerarchi fascisti, finanziando anche la costruzione di una "Casa del Fascio" a Nola,[45] inoltre si presume che Genovese fosse il rifornitore di cocaina di Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini.[46][47]

La seconda guerra mondiale, il separatismo e i moti contadiniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Movimento per l'Indipendenza della Sicilia e Salvatore Giuliano.

Esistono teorie che affermano che il mafioso statunitense Lucky Luciano venne arruolato per facilitare lo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e su questo indagò pure la Commissione d'inchiesta statunitense sul crimine organizzato presieduta dal senatore Estes Kefauver (1951), la quale giunse a queste conclusioni:

«Durante la seconda guerra mondiale si fece molto rumore intorno a certi preziosi servigi che Luciano, a quel tempo in carcere, avrebbe reso alle autorità militari in relazione a piani per l'invasione della sua nativa Sicilia. Secondo Moses Polakoff, avvocato difensore di Meyer Lansky, la Naval Intelligence aveva richiesto l'aiuto di Luciano, chiedendo a Polakoff di fare da intermediario. Polakoff, il quale aveva difeso Luciano quando questi venne condannato, disse di essersi allora rivolto a Meyer Lansky, antico compagno di Luciano; vennero combinati quindici o venti incontri, durante i quali Luciano fornì certe informazioni[7]»

Infatti la Commissione Kefauver accertò che nel 1942 Luciano (all'epoca detenuto) offrì il suo aiuto al Naval Intelligence per indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di Manhattan, di cui furono sospettate alcune spie naziste infiltrate tra i portuali; in cambio della sua collaborazione, Luciano venne trasferito in un altro carcere, dove venne interrogato dagli agenti del Naval Intelligence e si offrì anche di recarsi in Sicilia per prendere contatti in vista dello sbarco, progetto comunque non andato in porto[48][49]. È quasi certo che la collaborazione di Luciano con il governo statunitense sia finita qui, anche se lo storico Michele Pantaleone sostenne di oscuri accordi con il boss mafioso Calogero Vizzini per il tramite di Luciano al fine di facilitare l'avanzata americana, smentito però da altre testimonianze: infatti numerosi storici liquidano l'aiuto della mafia allo sbarco alleato come un mito perché avvenne in zone dove la presenza mafiosa era tradizionalmente assente ed inoltre gli angloamericani avevano mezzi militari superiori agli italo-tedeschi da non aver bisogno dell'aiuto della mafia per sconfiggerli[48][49][50].

In un rapporto del 29 ottobre 1943, firmato dal capitano americano W.E. Scotten, si legge che in quel periodo l'organizzazione mafiosa «è più orizzontale [...] che verticale [...] in una certa misura disaggregata e ridotta a una dimensione locale» in seguito alla repressione del periodo fascista[48]. Tuttavia, dopo la liberazione della Sicilia, l'AMGOT, il governo militare alleato dei territori occupati sotto la guida del colonnello Charles Poletti, era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste e decise di privilegiare i grandi proprietari terrieri e i loro gabellotti mafiosi, che si presentavano come vittime della repressione fascista[48][51]: ad esempio il barone Lucio Tasca Bordonaro venne nominato sindaco di Palermo, il mafioso Calogero Vizzini sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo sovrintendente all'assistenza pubblica di Mussomeli e Vincenzo Di Carlo (capo della cosca di Raffadali) responsabile dell'ufficio locale per la requisizione dei cereali[52].

Nello stesso periodo emergeva il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, la prima organizzazione politica a mobilitarsi attivamente durante l'AMGOT, i cui leader furono soprattutto i grandi proprietari terrieri, tra cui spiccò il barone Lucio Tasca Bordonaro (in seguito indicato come un capomafia in un rapporto dei Carabinieri[7]). Infatti numerosi boss mafiosi, fra cui Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra e Francesco Paolo Bontate, confluirono nel MIS come esponenti agrari e da questa posizione ottennero numerosi incarichi pubblici e vantaggi, da cui poterono esercitare con facilità le attività illecite del furto di bestiame, delle rapine e del contrabbando di generi alimentari[7][48].

Nell'autunno 1944 il decreto del ministro dell'agricoltura Fausto Gullo (che faceva parte del provvisorio governo italiano subentrato all'AMGOT) stabiliva che i contadini avrebbero ottenuto una quota più grande dei prodotti della terra che coltivavano come affittuari e venivano autorizzati a costituire cooperative e a rilevare la terra lasciata improduttiva[53][54]. L'applicazione di tale normativa produsse uno scontro sociale tra i proprietari terrieri conservatori (spalleggiati dai loro gabellotti mafiosi) e i movimenti contadini guidati dai leader sindacali, tra i quali spiccarono Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, che vennero barbaramente assassinati dai mafiosi insieme a molti altri capi del movimento contadino che in quegli anni lottarono per la terra negata[52].

Intanto nella primavera 1945 l'EVIS, il progettato braccio armato del MIS, assoldò il bandito Salvatore Giuliano (capo di una banda di banditi associata al boss mafioso Ignazio Miceli, capomafia di Monreale), che compì imboscate e assalti alle caserme dei carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Montelepre e Borgetto per dare inizio all'insurrezione separatista; anche il boss Calogero Vizzini (che all'epoca era il rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta[55]) assoldò la banda dei "Niscemesi", guidata dal bandito Rosario Avila, che iniziò azioni di guerriglia compiendo imboscate contro le locali pattuglie dei Carabinieri[56].

Nel 1946 il MIS decise di entrare nella legalità ma ciò non fermò il bandito Giuliano e la sua banda, che continuarono gli attacchi contro le caserme dei Carabinieri e le leghe dei movimenti contadini, che culminarono nella strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), contro i manifestanti socialisti e comunisti a Piana degli Albanesi (provincia di Palermo), in cui moriranno 11 persone e altre 27 rimarranno ferite[56].

Infine la banda Giuliano sarà smantellata dagli arresti operati dal Comando forze repressione banditismo, guidato dal colonnello Ugo Luca, che si servì delle soffiate di elementi mafiosi per catturare i banditi: lo stesso Giuliano verrà ucciso nel 1950 dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale era segretamente diventato anch'egli un informatore del colonnello Luca[7][56]. In seguito Pisciotta venne arrestato ed accusò apertamente i deputati Bernardo Mattarella, Gianfranco Alliata di Montereale, Tommaso Leone Marchesano e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella della Ginestra ma morì avvelenato nel carcere dell'Ucciardone nel 1954[56].

Il dopoguerra e la speculazione ediliziaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Sacco di Palermo.
 
Vito Ciancimino durante una seduta del consiglio comunale di Palermo.

Nel 1950 venne varata la legge per la riforma agraria, che limitava il diritto alla proprietà terriera a soli 200 ettari ed obbligava i proprietari terrieri ad effettuare opere di bonifica e trasformazione: vennero istituiti l'ERAS (Ente per la Riforma Agraria in Sicilia) e numerosi consorzi di bonifica, la cui direzione venne affidata a noti mafiosi come Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Vanni Sacco, i quali realizzarono enormi profitti incassando gli indennizzi degli appezzamenti ceduti all'ERAS e poi rivenduti ai singoli contadini[57][58]. La riforma agraria comportò lo smembramento della grande proprietà terriera (importante per gli interessi dei mafiosi, che dopo la riforma riuscirono a rivendere i feudi a prezzo maggiorato all'ERAS) e la riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore di altri settori come il commercio o il terziario del settore pubblico. In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia: dal 1950 al 1953 i dipendenti regionali passarono da circa 800 ad oltre 1 350 a Palermo (sede del nuovo governo regionale), la quale era devastata dai bombardamenti del 1943 e 40 000 suoi abitanti, che avevano avuto la casa distrutta, richiedevano nuove abitazioni[59].

Il nuovo piano di ricostruzione edilizia però si rivelò un fallimento e sfociò in quello che venne chiamato «sacco di Palermo»: infatti quegli anni vedevano l'ascesa dei cosiddetti “Giovani Turchi” democristiani Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, i quali erano strettamente legati ad esponenti mafiosi ed andarono ad occupare le principali cariche dell'amministrazione locale; durante il periodo in cui prima Lima e poi Ciancimino furono assessori ai lavori pubblici di Palermo, il nuovo piano regolatore cittadino sembrò andare in porto nel 1956 e nel 1959 ma furono apportati centinaia di emendamenti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano uomini politici e mafiosi, a cui si aggiungevano parenti e associati)[60], che permisero l'abbattimento di numerose residenze private in stile Liberty costruite alla fine dell'Ottocento nel centro di Palermo. In particolare, nel periodo in cui Ciancimino fu assessore (1959-64), delle 4 000 licenze edilizie rilasciate, 1 600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia, e furono anche favoriti noti costruttori mafiosi (Francesco Vassallo e i fratelli Girolamo e Salvatore Moncada), che riuscirono a costruire edifici che violavano le clausole dei progetti e delle licenze edilizie[61][62].

Inoltre nell'immediato dopoguerra numerosi mafiosi americani (Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank Coppola, Nick Gentile, Frank Garofalo) si trasferirono in Italia e divennero attivi soprattutto nel traffico di stupefacenti verso il Nordamerica, stabilendo collegamenti con i gruppi mafiosi palermitani (Angelo La Barbera, Salvatore Greco, Antonino Sorci, Tommaso Buscetta, Pietro Davì, Rosario Mancino e Gaetano Badalamenti) e trapanesi (Salvatore Zizzo, Giuseppe Palmeri, Vincenzo Di Trapani e Serafino Mancuso), i quali incettavano sigarette estere ed eroina presso i contrabbandieri corsi e tangerini[46][63]. Nell'ottobre 1957 si tennero una serie di incontri presso il Grand Hotel et des Palmes di Palermo tra mafiosi americani e siciliani (Gaspare Magaddino, Cesare Manzella, Giuseppe Genco Russo ed altri): gli inquirenti dell'epoca sospettarono che si incontrarono per concordare l'organizzazione del traffico degli stupefacenti, dopo che la rivoluzione castrista a Cuba (1956-57) aveva privato i mafiosi siciliani ed americani di quell'importante base di smistamento per l'eroina[46]. Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, nel 1957 il mafioso siculo-americano Joseph Bonanno (che si trovava in visita a Palermo) prospettò l'idea di creare una «Commissione» sul modello di quella dei mafiosi americani, di cui dovevano fare parte tutti i capi dei "mandamenti" della provincia di Palermo e doveva avere il compito di dirimere le dispute tra le singole Famiglie della provincia[64].

Nel 1958 i quotidiani L'Ora di Palermo e Paese sera di Roma pubblicarono congiuntamente un'inchiesta a puntate sul fenomeno mafioso dal titolo Tutto sulla mafia firmata dai giornalisti Felice Chilanti, Nino Sorgi (avvocato de L'Ora che si firmava con lo pseudonimo di Castrense Dadò), Michele Pantaleone, Mario Farinella, Enzo Lucchi, Mino Bonsangue ed Enzo Perrone: si trattò della prima indagine giornalistica sulla mafia mai pubblicata da un giornale italiano, che venne portata a termine nonostante l'attentato dinamitardo del 19 ottobre del 1958 che distrusse per ritorsione parte della redazione e della tipografia de L'Ora[65], e che fu all'origine della proposta di legge presentata dai senatori Ferruccio Parri e Simone Gatto per l'istituzione di una Commissione Parlamentare Antimafia, la quale venne approvata dal Parlamento solamente nel 1962 (legge 20 dicembre 1962, n. 1720)[66].

La "prima guerra di mafia" e la Commissione parlamentare antimafiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra di mafia, Strage di Ciaculli e Commissione parlamentare antimafia.

Le tensioni latenti riguardo agli affari illeciti e al territorio sfociarono nell'uccisione del boss Calcedonio Di Pisa (26 dicembre 1962), che ruppe una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi palermitani del tempo[67]; l'omicidio venne compiuto da Michele Cavataio (capo della Famiglia dell'Acquasanta[68]), che voleva fare ricadere la responsabilità sui fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (temibili mafiosi di Palermo Centro): infatti, dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barbera rimase vittima della «lupara bianca» su ordine della "Commissione" e ciò scatenò una serie di omicidi, sparatorie ed autobombe; Cavataio approfittò della situazione di conflitto per sbarazzarsi dei suoi avversari e per queste ragioni si associò ai boss Pietro Torretta ed Antonino Matranga (rispettivamente capi delle Famiglie dell'Uditore e di Resuttana[68]): gli omicidi compiuti da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli (30 giugno 1963), in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine dilaniati dall'esplosione di un'autobomba che stavano disinnescando e che era destinata al mafioso rivale Salvatore "Cicchiteddu" Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli[68])[67].

La strage di Ciaculli provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei mesi successivi vi furono circa duemila arresti di sospetti mafiosi nella provincia di Palermo: per queste ragioni, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, la "Commissione" di Cosa nostra venne sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attività illecite[55]. Nello stesso periodo la Commissione Parlamentare Antimafia iniziava i suoi lavori, raccogliendo notizie e dati necessari alla valutazione del fenomeno mafioso, proponendo misure di prevenzione e svolgendo indagini su casi particolari, e concluderà queste indagini soltanto nel 1976, dopo numerosi dibattiti e polemiche[69]. Intanto si svolsero alcuni processi contro i protagonisti dei conflitti mafiosi di quegli anni arrestati in seguito alla strage di Ciaculli: numerosi mafiosi vennero giudicati in un processo svoltosi a Catanzaro per legittima suspicione nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni ebbero condanne pesanti e il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente[70]; un altro processo si svolse a Bari nel 1969 contro i protagonisti di una faida mafiosa avvenuta a Corleone alla fine degli anni cinquanta: gli imputati vennero tutti assolti per insufficienza di prove e un rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia criticò aspramente il verdetto[71][72].

Nel marzo 1973 Leonardo Vitale, membro della cosca di Altarello di Baida, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo e dichiarò agli inquirenti che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; infatti si autoaccusò di numerosi reati, rivelando per primo l'esistenza di una "Commissione" e descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa nostra e l'organizzazione di una cosca mafiosa: si trattava del primo mafioso del dopoguerra che decideva di collaborare apertamente con le autorità e il caso venne citato nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia (redatta nel 1976)[54]. Tuttavia Vitale non venne ritenuto credibile e la sua pena commutata in detenzione in un manicomio criminale perché dichiarato "seminfermo di mente"; scontata la pena e dimesso, Vitale verrà ucciso nel 1984[73].

La stagione dei grandi trafficiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Golpe Borghese e Pizza connection.
 
La «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969)

Dopo la fine dei grandi processi, venne decisa l'eliminazione di Michele Cavataio poiché era il principale responsabile di molti delitti della "prima guerra di mafia", compresa la strage di Ciaculli, che avevano provocato la dura repressione delle autorità contro i mafiosi: per queste ragioni, il 10 dicembre 1969 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Santa Maria di Gesù, Corleone e Riesi (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Emanuele D'Agostino, Gaetano Grado, Damiano Caruso) trucidò Cavataio nella cosiddetta «strage di viale Lazio»[55][74].

Dopo l'uccisione di Cavataio, nel 1970 si tennero una serie di incontri a Zurigo, Milano e Catania, a cui parteciparono mafiosi della provincia di Palermo (Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio) e di altre province (Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, e Giuseppe Di Cristina, rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta subentrato al boss Giuseppe Genco Russo[75]), i quali discussero sulla ricostruzione della "Commissione" e sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese in cambio della revisione dei processi a loro carico; Calderone e Di Cristina stessi andarono a Roma per incontrare il principe Junio Valerio Borghese per ascoltare le sue proposte ma in seguito il progetto fallì[55][76]. Durante gli incontri, venne costituito una specie di "triumvirato" provvisorio per dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo, che era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio (capo della cosca di Corleone), benché si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina[55][77]. Infatti nello stesso periodo il "triumvirato" provvisorio ordinò la sparizione del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre 1970), che rimase vittima della «lupara bianca» forse per aver scoperto un coinvolgimento dei mafiosi nell'uccisione di Enrico Mattei o nel Golpe Borghese[78]. Le indagini per la scomparsa del giornalista furono coordinate dal procuratore Pietro Scaglione, che il 5 maggio 1971 rimase vittima di un agguato a Palermo insieme al suo autista Antonino Lo Russo: si trattava del primo "omicidio eccellente" commesso dall'organizzazione mafiosa nel dopoguerra[61].

Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa e il boss Gaetano Badalamenti venne incaricato di dirigerla[55]; l'anno successivo il boss Giuseppe Calderone propose la creazione di una "Commissione regionale", che venne chiamata la «Regione», un comitato composto dai rappresentanti mafiosi delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Enna e Catania (escluse quelle di Messina, Siracusa e Ragusa dove la presenza di Famiglie era tradizionalmente assente o non avevano un'importante influenza), che doveva decidere su questioni e affari illeciti riguardanti gli interessi mafiosi di più province[77]; Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo di estorsione compiuti dal boss Luciano Leggio e dal suo vice Salvatore Riina[55][79]: infatti Leggio e Riina compivano sequestri contro imprenditori e costruttori vicini ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per danneggiarne il prestigio, e si erano avvicinati numerosi mafiosi della provincia di Palermo (tra cui Michele Greco, Bernardo Brusca, Antonino Geraci, Raffaele Ganci) e di altre province (Mariano Agate e Francesco Messina Denaro nella provincia di Trapani, Carmelo Colletti e Antonio Ferro nella provincia di Agrigento, Francesco Madonia nella provincia di Caltanissetta, Benedetto Santapaola a Catania), costituendo la cosiddetta fazione dei "Corleonesi" avversa al gruppo Bontate-Badalamenti[55][73].

Inoltre gli anni 1973-74 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di smistamento a Napoli: infatti i mafiosi palermitani e catanesi acquistavano carichi di sigarette attraverso Michele Zaza ed altri camorristi napoletani[80]; addirittura nel 1974 si provvide ad affiliare nell'organizzazione mafiosa Zaza, i fratelli Nuvoletta e Antonio Bardellino, al fine di tenerli sotto controllo e di lusingarne le vanità, autorizzandoli anche a formare una propria Famiglia a Napoli[55][81]. Tuttavia nella seconda metà degli anni settanta numerose cosche divennero attive soprattutto nel traffico di stupefacenti: infatti facevano acquistare morfina base dai trafficanti turchi e thailandesi attraverso contrabbandieri già attivi nel traffico di sigarette e la facevano raffinare in eroina in laboratori clandestini comuni a tutte le Famiglie, che erano attivi a Palermo e nelle vicinanze; l'esportazione dell'eroina in Nordamerica faceva capo ai mafiosi palermitani Gaetano Badalamenti, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontate, Giuseppe Bono ma anche ai Cuntrera-Caruana della Famiglia di Siculiana, in provincia di Agrigento[82][83][84]: secondo dati ufficiali, in quel periodo i mafiosi siciliani avevano il controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa il 30% dell'eroina consumata negli Stati Uniti[85].

Nel 1977 Riina e il suo sodale Bernardo Provenzano (che avevano preso il posto di Leggio, arrestato nel 1974) ordinarono l'uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, senza però il consenso della "Commissione regionale"[55][67]: infatti Giuseppe Di Cristina si era opposto all'omicidio perché avverso alla fazione corleonese e quindi legato a Bontate e Badalamenti[86]. Nel 1978 Francesco Madonia (capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta) venne assassinato nei pressi di Butera, su mandato di Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone poiché era legato a Riina e Provenzano, i quali, in risposta all'omicidio Madonia, assassinarono Di Cristina a Palermo mentre qualche tempo dopo anche Giuseppe Calderone finì ucciso dal suo sodale Benedetto Santapaola, che era passato alla fazione corleonese[75]. Nello stesso periodo Riina fece espellere dalla "Commissione" anche Badalamenti (che fuggì in Brasile per timore di essere eliminato) e venne incaricato di sostituirlo Michele Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli, che era strettamente legato alla fazione corleonese)[73].

Nel 1979, la "Commissione", ormai composta in maggioranza dai Corleonesi, scatenò una serie di "omicidi eccellenti": in quei mesi vennero trucidati il giornalista Mario Francese (26 gennaio), il segretario democristiano Michele Reina (9 marzo), il commissario Boris Giuliano (21 luglio) e il giudice Cesare Terranova (25 settembre); nell'anno successivo vi furono altri tre "cadaveri eccellenti": il presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), che venne fatto assassinare dal boss Salvatore Inzerillo per mandare un segnale ai Corleonesi, dimostrando che anche lui era capace di ordinare un omicidio "eccellente"[67].

La "seconda guerra di mafia"Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra di mafia.
 
L'omicidio di Stefano Bontate (23 aprile 1981)

Nel marzo 1981 Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia e strettamente legato a Bontate, rimase vittima della «lupara bianca» per ordine dei Corleonesi[73]; Bontate organizzò allora l'uccisione di Riina, il quale reagì facendo assassinare prima Bontate (23 aprile) e poi anche il suo associato Salvatore Inzerillo (11 maggio)[67]. Il 25 maggio successivo, 8 mafiosi appartenenti alle cosche Bontate-Inzerillo vennero attirati in imboscate dai loro stessi associati e fatti sparire; il gruppo di fuoco corleonese eliminò anche numerosi rivali nella zona tra Bagheria, Casteldaccia ed Altavilla Milicia, che venne soprannominata «triangolo della morte» dalla stampa dell'epoca[87]: in quelli due anni (1981-82) si contarono circa 200 omicidi a Palermo e nella provincia, a cui si aggiunsero numerose «lupare bianche»[75]; nel novembre 1982 furono ammazzati una dozzina di mafiosi di Partanna-Mondello, della Noce e dell'Acquasanta nel corso di una grigliata all'aperto nella tenuta di Michele Greco e i loro corpi spogliati e buttati in bidoni pieni di acido: nella stessa giornata, in ore e luoghi diversi di Palermo, furono anche uccisi numerosi loro associati per evitarne la reazione[88].

Il massacro si estese perfino negli Stati Uniti: Paul Castellano, capo della Famiglia Gambino di New York, inviò i mafiosi Rosario Naimo e John Gambino (imparentato con gli Inzerillo) a Palermo per accordarsi con la "Commissione"[89], la quale stabilì che i parenti superstiti di Inzerillo fuggiti negli Stati Uniti avrebbero avuta salva la vita a condizione che non tornassero più in Sicilia ma, in cambio della loro fuga, Naimo e Gambino dovevano trovare ed uccidere Antonino e Pietro Inzerillo, rispettivamente zio e fratello del defunto Salvatore, fuggiti anch'essi negli Stati Uniti[90]: Antonino Inzerillo rimase vittima della «lupara bianca» a Brooklyn mentre il cadavere di Pietro venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mount Laurel, nel New Jersey, con una mazzetta di dollari in bocca e tra i genitali (14 gennaio 1982)[91].

Tra il 1981 e il 1983 vennero commessi efferati omicidi trasversali contro parenti e amici di Gaetano Badalamenti, Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno e Giovannello Greco, quest'ultimo appartenente alla fazione corleonese ma considerato un "traditore" perché era stato amico di Salvatore Inzerillo ed aveva tentato di uccidere Michele Greco[92]: il padre, lo zio, il suocero e il cognato di Giovannello Greco furono assassinati[93] ma anche i due figli di Buscetta rimasero vittime della «lupara bianca» e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti[94].

Nello stesso periodo, nelle altre province Riina e Provenzano imposero i propri uomini di fiducia, che eliminarono i mafiosi locali che erano stati legati al gruppo Bontate-Badalamenti[75][89]: infatti Francesco Messina Denaro (capo del "mandamento" di Castelvetrano) divenne il rappresentante mafioso della provincia di Trapani, Carmelo Colletti della provincia di Agrigento, Giuseppe "Piddu" Madonia (figlio di Francesco e capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno[75]) di quella di Caltanissetta mentre Benedetto Santapaola divenne capo della Famiglia di Catania dopo l'omicidio del suo rivale Alfio Ferlito (ex vice di Giuseppe Calderone[68]), trucidato insieme a tre carabinieri che lo stavano scortando in un altro carcere nella cosiddetta «strage della circonvallazione» (16 giugno 1982)[73][95].

 
L'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro (3 settembre 1982)

In queste circostanze, la "Commissione" (ormai composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e Provenzano) ordinò l'omicidio dell'onorevole Pio La Torre, che era giunto da pochi mesi in Sicilia per prendere la direzione regionale del PCI ed aveva proposto un disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi di provenienza illecita: il 30 aprile 1982 La Torre venne trucidato insieme al suo autista Rosario Di Salvo in una strada di Palermo[96].

In seguito al delitto La Torre, il Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini e il ministro dell'Interno Virginio Rognoni chiesero al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di insediarsi come prefetto di Palermo con sei giorni di anticipo[87]: infatti il ministro Rognoni aveva promesso a Dalla Chiesa poteri di coordinamento fuori dall'ordinario per contrastare l'emergenza mafiosa ma tali poteri non gli furono mai concessi[97]. Per queste ragioni Dalla Chiesa denunciò il suo stato di isolamento con una famosa intervista al giornalista Giorgio Bocca, in cui parlò anche dei legami tra le cosche ed alcune famose imprese catanesi[98]; infine il 3 settembre 1982, dopo circa cento giorni dal suo insediamento a Palermo, Dalla Chiesa venne brutalmente assassinato da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

Gli anni ottanta, i primi pentiti e i processiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Maxiprocesso di Palermo e Tommaso Buscetta.
 
Atti del Maxiprocesso

L'omicidio del generale Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei giorni successivi il governo Spadolini II varò la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.[99]

Tutto ciò indusse i mafiosi a scatenare ritorsioni contro i magistrati che applicavano questa nuova norma: il 26 gennaio 1983 venne ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, il quale era impegnato in importanti inchieste sui mafiosi della provincia di Trapani e preparava il suo trasferimento alla Procura di Firenze, da dove avrebbe potuto disturbare gli interessi mafiosi in Toscana;[100] il 29 luglio un'autobomba parcheggiata sotto casa uccise Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, insieme a due agenti di scorta e al portiere del condominio.[101]

Dopo l'assassinio di Chinnici, il giudice Antonino Caponnetto, che lo sostituì a capo dell'Ufficio Istruzione, decise di istituire un "pool antimafia", ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso, di cui chiamò a far parte i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta;[102] essi, basandosi soprattutto su indagini bancarie e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e procedimenti odierni, raccolsero un abbondante materiale probatorio che andò a confermare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che avevano deciso di collaborare con la giustizia poiché erano stati vittime di vendette trasversali contro i loro parenti e amici durante la «seconda guerra di mafia»: il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura mentre quelle di Contorno altri 127 mandati di cattura, nonché arresti eseguiti tra Palermo, Roma, Bari e Bologna[103]. Per queste ragioni, la "Commissione" incaricò il boss Pippo Calò di organizzare insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e 267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini del pool antimafia e dalle dichiarazioni di Buscetta e Contorno[104].

L'8 novembre 1985 il giudice Falcone depositò l'ordinanza-sentenza di 8 000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool antimafia supportate dalle dichiarazioni di Buscetta, Contorno e altri ventitré collaboratori di giustizia[105][106]: il cosiddetto "maxiprocesso" che ne scaturì iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un'aula bunker appositamente costruita all'interno del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e avvocati[107], concludendosi il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero comminati tra gli altri a Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia[108].

In seguito alla sentenza di primo grado, il 25 settembre 1988 il giudice Antonino Saetta venne ucciso insieme al figlio Stefano lungo la strada statale Caltanissetta-Agrigento da alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro per fare un favore a Riina e ai suoi associati palermitani[109]: infatti Saetta avrebbe dovuto presiedere il grado di Appello del Maxiprocesso ed aveva già condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio del capitano Emanuele Basile[110]. Infatti il 10 dicembre 1990 la Corte d'assise d'appello ridusse drasticamente le condanne di primo grado del Maxiprocesso, accettando soltanto parte delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno[111].

Gli anni novanta: le stragi e la trattativa con lo Stato italianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bombe del 1992-1993 e Trattativa Stato-mafia.
 
La strage di Capaci (23 maggio 1992)

L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione interprovinciale" del settembre-ottobre 1991 e subito dopo in una riunione della "Commissione provinciale" presieduta da Salvatore Riina, svoltasi nel dicembre 1991: specialmente durante questo incontro, venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima[112].

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò tutte le condanne del Maxiprocesso, compresi i numerosi ergastoli a Riina e agli altri boss, avallando le dichiarazioni di Buscetta e Contorno[113]. In seguito alla sentenza della Cassazione, nel febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni ristrette della "Commissione", sempre presiedute da Riina, che decisero di dare inizio agli attentati e stabilirono nuovi obiettivi da colpire[112]: il 12 marzo Salvo Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche; il 23 maggio avvenne la strage di Capaci, in cui persero la vita Falcone, la moglie ed alcuni agenti di scorta; il 19 luglio avvenne la strage di via d'Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: in seguito a questa ennesima strage, il governo reagì dando il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero inviati 7 000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili e oltre cento detenuti mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa per isolarli dal mondo esterno[112][114]; il 19 settembre venne ucciso Ignazio Salvo (imprenditore e mafioso di Salemi), anche lui rivelatosi inaffidabile perché era stato legato a Salvo Lima[112].

Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini del ROS dell'Arma dei Carabinieri[112]. In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro) ed un altro contrario (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Benedetto Spera) mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente"[115]: il 14 maggio avvenne un attentato dinamitardo in via Ruggiero Fauro a Roma ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, il quale però ne uscì illeso; il 27 maggio un altro attentato dinamitardo in via dei Georgofili a Firenze devastò la Galleria degli Uffizi e distrusse la Torre dei Pulci (cinque morti e una quarantina di feriti).

 
Targa commemorativa della strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993)

La notte del 27 luglio esplosero quasi contemporaneamente tre autobombe a Roma e Milano, devastando le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro nonché il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano (cinque morti e una trentina di feriti in tutto); (27 luglio 1993) il 23 gennaio 1994 era programmato un altro attentato dinamitardo contro il presidio dell'Arma dei Carabinieri in servizio allo Stadio Olimpico di Roma durante le partite di calcio ma un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione fece fallire il piano omicida[116][117] (episodio ricordato come il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma). Inoltre nel novembre 1993 i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro avevano organizzato il sequestro di Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino (che stava collaborando con la giustizia) a ritrattare le sue dichiarazioni, nel quadro di una strategia di ritorsioni verso i collaboratori di giustizia[115]; infine, dopo 779 giorni di prigionia, Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido nitrico.[118][119]

A partire dal 1993 si svolse un importante processo per mafia, intentato dalla Procura di Palermo nei confronti dell'ex Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti. Alla fine di un lungo iter giudiziario la Corte di Appello di Palermo nel 2003 accerterà una « [...] autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»[120], sentenza confermata nel 2004 dalla Cassazione.

Il 27 gennaio 1994 vennero arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione degli attentati e per questo la strategia delle bombe si fermò[112]. In quel periodo numerosi mafiosi iniziarono a collaborare con la giustizia per via delle dure condizioni d'isolamento in carcere previste dalla nuova norma del 41-bis e dalle nuove leggi in materia di collaborazione: nel 1996 il numero dei collaboratori di giustizia raggiunse il livello record di 424 unità[121]; contemporaneamente le indagini della neonata Direzione Investigativa Antimafia portarono all'arresto di numerosi latitanti (Leoluca Bagarella, Pietro Aglieri, Giovanni Brusca ed altre decine di mafiosi)[122][123].

Gli anni duemila e l'arresto di ProvenzanoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro.

A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era l'alter-ego di Riina fin dagli anni cinquanta), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera e Antonino Giuffrè, cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo da accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando ulteriori conflitti.

Benché Bernardo Provenzano si trovi ad essere l'ultimo dei vecchi boss, Cosa nostra non gode più di massiccio consenso, come sino a prima degli anni novanta. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone.

Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo assieme al figlio Sandro.

In seguito all'arresto dei Lo Piccolo si riteneva che al vertice dell'organizzazione criminale vi fosse Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani), latitante dal 1993.

L'operazione "Cupola 2.0" e la riorganizzazioneModifica

Nonostante la ricerca dei superlatitanti Matteo Messina Denaro e Giovanni Motisi da parte delle forze dell'ordine prosegue, il 4 dicembre 2018 il comando dei Carabinieri del capoluogo siciliano effettuano un'importante operazione chiamata "Cupola 2.0" che ha portato all'arresto di 46 persone per associazione mafiosa. Tra loro il gioielliere ottantenne Settimo Mineo, ritenuto il nuovo capo dei capi di Cosa nostra tramite elezione unanime in un summit organizzato da tutti i capi regionali il 29 maggio[124]. Secondo gli inquirenti tale incontro ha posto le basi per la costituzione di una nuova commissione provinciale dopo 25 anni dall'ultima formazione da parte dei corleonesi ponendo Mineo come l'erede assoluto di Salvatore Riina.[125][126][127]

L'arresto di quest'ultimo come dichiarato dal Procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dall'ex pm Antonio Ingroia conferma la posizione di Matteo Messina Denaro al vertice solo della provincia di Trapani, visto che nell'organizzazione per tradizione il capo assoluto di Cosa nostra non è, dai tempi di Vincenzo Rimi, un membro situato al di fuori della provincia di Palermo.[128][129][130]

Il 22 gennaio 2019 grazie alle rivelazioni dei due nuovi collaboratori Filippo Colletti boss di Villabate e Filippo Bisconti, capomandamento di Belmonte Mezzagno, arrestati nell'ultima operazione, vengono catturate 7 persone tra cui Leandro Greco, nipote di Michele Greco detto "il Papa" e Calogero Lo Piccolo, figlio di Salvatore, con l'accusa di riformare ed organizzare una nuova commissione provinciale dopo l'arresto di Settimo Mineo[131][132][133]. Nel 2021 la DIA ha rilanciato l’allarme sugli intensi rapporti fra mafia siciliana e mafia d’oltreoceano[134]

Organizzazione e strutturaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Famiglia (mafia), Commissione provinciale, Commissione interprovinciale, Capodecina, Capomandamento e Mandamento (mafia).
 
La struttura tipica di una Famiglia mafiosa.

Secondo le dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia, l'aggregato principale di Cosa nostra è la Famiglia (detta anche cosca), composta da elementi criminali che hanno tra loro vincoli o rapporti di affinità i quali si aggregano per controllare tutti gli affari leciti e illeciti della zona dove operano; i componenti di una Famiglia collaborano con uno o più aspiranti mafiosi non ancora affiliati solitamente chiamati "avvicinati", i quali sono possibili candidati all'affiliazione e quindi vengono messi alla prova per saggiare la loro affidabilità, facendogli compiere numerose "commissioni", come il contrabbando, la riscossione del denaro delle estorsioni, il trasporto di armi da un covo all'altro, l'esecuzione di omicidi e il furto di automobili e moto per compiere atti delittuosi[73]. Per essere affiliati nella Famiglia, esiste un rituale particolare (la cosiddetta "punciuta") che consiste nella presentazione dell'avvicinato ai componenti della Famiglia locale in riunione e, alla presenza di tutti, pronuncia un giuramento di fedeltà[55][73][95].

 
I mandamenti mafiosi della città di Palermo.

I membri di una Famiglia eleggono per alzata di mano un proprio capo, che è solo un rappresentante, il quale nomina un sottocapo, un consigliere e uno o più capidecina, i quali hanno l'incarico di avvisare tutti gli affiliati della Famiglia quando si svolgono le riunioni[73]. I rappresentanti di tre o quattro Famiglie contigue eleggono un capomandamento; tutti i mandamenti di una provincia eleggono il rappresentante provinciale, che poi nomina un sottocapo provinciale e un consigliere[73]. Il collaboratore di giustizia Antonino Calderone dichiarò che « [...] originariamente a Palermo, come in tutte le altre province siciliane, vi erano le cariche di "rappresentante provinciale", "vice-rappresentante" e "consigliere provinciale"[73]. Le cose mutarono con Salvatore Greco "Cicchiteddu" [nel 1957] poiché venne creato un organismo collegiale, denominato "Commissione", e composto dai capi-mandamento»; anche il collaboratore Francesco Marino Mannoia dichiarò che « [...] soltanto a Palermo l'organismo di vertice di Cosa nostra è la "Commissione"; nelle altre province, vi è un organismo singolo costituito dal rappresentante provinciale»[73].

I rappresentanti della provincia sono, a loro volta, componenti della cosiddetta "Commissione interprovinciale", soprannominata anche la "Regione", che nomina un rappresentante regionale e si riuniva solitamente per deliberare su importanti decisioni riguardanti gli interessi mafiosi di più province che esulavano dall'ambito provinciale e che interessano i territori di altre Famiglie[55][73][77]. In quasi tutte le municipalità della Sicilia esiste almeno una cellula mafiosa di Cosa Nostra.[135]

I rapporti con lo Stato italianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Processo Andreotti, Vito Ciancimino, Presunti rapporti tra servizi segreti italiani e criminalità e Trattativa Stato-mafia.

«Cosa nostra è da un lato contro lo Stato e dall'altro è dentro e con lo Stato, attraverso i rapporti esterni con suoi rappresentanti nella società e nelle istituzioni.»

(Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia[136])

Come si rivela dalle numerose presenze nel Parlamento e nel governo di elementi non estranei a frequentazioni mafiose[137], si fa strada la tesi secondo cui lo Stato italiano nei suoi componenti politici abbia un certo rapporto di "convivenza" con questo fenomeno mai definitivamente soppresso.[138] Per esempio Salvo Lima e Vito Ciancimino (entrambi rivestirono la carica di sindaco di Palermo) furono oggetto d'attenzione da parte della Commissione antimafia per i loro rapporti con Cosa nostra ma con conseguenze diverse negli anni successivi: Salvo Lima riuscì a farsi eleggere alla Camera dei deputati e a diventare per ben due volte Sottosegretario di Stato ma fu ucciso da Cosa nostra stessa per non essere riuscito a mantenere le sue promesse elettorali di "aggiustare" l'esito del maxiprocesso invece Vito Ciancimino continuò a manovrare occultamente tutti gli appalti del Comune di Palermo ma fu arrestato e condannato per essere stato un mafioso conclamato, "il più mafioso dei politici e il più politico dei mafiosi", come Giovanni Falcone lo aveva definito[139].

Esiste infatti una Commissione regionale o "Cupola" che decide, tra l'altro, l'andamento delle cose anche dal punto di vista politico, ovvero decide per chi, le persone di una famiglia e i loro affiliati dovessero votare: ad esempio nel 1987 scelse di dirottare i voti verso il PSI e il Partito Radicale per lanciare un segnale alla Democrazia Cristiana, accusata di essersi disinteressata alle esigenze di Cosa nostra.[140]

Lo stesso comportamento del CSM durante il lavoro di Giovanni Falcone che non elesse il giudice come consigliere istruttore a Palermo (preferendogli Antonino Meli) e poi gli negò anche la carica di procuratore nazionale antimafia fa intendere una certa tendenza a voler ostacolare un lavoro diventato troppo scomodo per certi poteri deviati all'interno dello Stato[141].

Fu però a partire dagli anni novanta che finirono sotto inchiesta da parte della magistratura importanti uomini delle istituzioni nazionali e regionali accusati di connivenza o addirittura di complicità con Cosa nostra: si ricordano, tra i casi più celebri, lo statista democristiano Giulio Andreotti (in parte assolto, in parte prescritto)[142], l'ex funzionario di polizia Bruno Contrada (condannato)[143], il magistrato cassazionista Corrado Carnevale[144], il senatore Vincenzo Inzerillo (condannato in via definitiva)[145], l'ex Presidente della Provincia di Palermo Francesco Musotto (assolto)[146], l'ex ministro DC Calogero Mannino (assolto)[147], il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri (condannato)[148], il Presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro (condannato)[149] e tanti altri.

Uno dei momenti più critici è stata la trattativa Stato-mafia: fu contattato Vito Ciancimino dal capitano del ROS Giuseppe De Donno, per far smettere la stagione delle stragi del 1992, in cambio dell'annullamento del decreto legge 41 bis e altri benefici per i detenuti mafiosi[139].
A proposito dei rapporti tra mafia e stato, si parlerebbe di rito peloritano per riferirsi a una situazione di particolare contiguità (per non dire addirittura coincidenza) tra uomini di mafia e presunti esponenti delle istituzioni italiane.[senza fonte]

Collegamenti con le altre organizzazioni criminaliModifica

Cosa nostra, per via del suo carisma criminale e della sua potenza delinquenziale, ha intrattenuto, e intrattiene tuttora, rapporti con le più importanti organizzazioni criminali sia italiane sia estere.

Il processo di globalizzazione interessa anche il fenomeno criminale mafioso, la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, portando avanti le sue attività criminali caratteristiche, come il narcotraffico, l'esportazione illegale di armi, la prostituzione, l'estorsione e il gioco d'azzardo, rappresentando un problema per l'umanità, per l'ordine civile della società e il quieto vivere.

Cosa nostra statunitenseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cosa nostra statunitense e Pizza connection.

La prima collaborazione tra le due organizzazioni viene formalmente identificata nel 1909 con l'omicidio del poliziotto italo-americano Joe Petrosino avvenuto a Palermo.[24] Nel mese di ottobre del 1957 i capi siciliani ed americani si incontrarono all'Hotel delle Palme di Palermo per ricucire i rapporti dopo l'interruzione a causa dell'usura e del divorzio, due pratiche inammissibili per un vero uomo d'onore siciliano[150], e creare un anello di congiunzione per il traffico di droga su entrambi i fronti[151]. In questo frangente sono proprio gli americani a suggerire ai siciliani l'istituzione di una struttura di vertice chiamata Commissione[152].

Questa attività era gestita, secondo quanto riferisce Rudolph Giuliani (coordinatore della famosa indagine "Pizza Connection"), principalmente da Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti (entrambi con ottimi contatti negli Stati Uniti e nell'America Latina): negli anni settanta, la mafia siciliana fungeva da tramite tra i produttori di eroina in Asia e chi portava la merce attraverso la frontiera degli Stati Uniti.[153]

Nel 2003, Bernardo Provenzano inviò dei suoi emissari, Nicola Mandalà di Villabate ed il giovane Gianni Nicchi per tentare di riattivare i rapporti di collaborazione con le famiglie di New York ma vennero riconosciuti e fotografati dagli agenti di polizia insieme al boss Frank Calì della famiglia Gambino[154][155][156].

CamorraModifica

Vari clan di Camorra hanno intrattenuto rapporti, più o meno duraturi, con Cosa nostra, soprattutto nel campo del contrabbando di sigarette e del traffico di stupefacenti[81]. Elementi di spicco della mafia palermitana (come Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano, Pippo Calò e Giovanni Brusca) si sono trovati a contatto con famiglie camorristiche come i Nuvoletta e gruppi facenti parte della Nuova Famiglia, come i Bardellino di San Cipriano d'Aversa, che vennero addirittura affiliati a Cosa Nostra.[80][157] Forti erano anche gli intrecci tra Michele Zaza (referente di Cosa Nostra in Campania) e i boss palermitani Rosario Riccobono e Michele Greco e quelli intercorsi tra Ciro Mazzarella e il padrino catanese Pippo Calderone, che, stando alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, sarebbe stato il padrino di uno dei figli del boss napoletano[55]. Tra le due organizzazioni non sono mancati, inoltre, rapporti di inimicizia: Cosa nostra, difatti, era particolarmente invisa a Raffaele Cutolo, che si oppose alle attività dei mafiosi siciliani in Campania, da lui considerati alla stessa stregua di colonizzatori abusivi[81].

'NdranghetaModifica

Il rapporto con la 'Ndrangheta è stato molto stretto tanto che capibastone di spicco come Antonio Macrì, Giuseppe Piromalli, Mico Tripodo (compare d'anello di Totò Riina[158]) si affiliarono a Cosa Nostra e viceversa, capi della mafia siciliana si affiliano alle 'ndrine. Quindi vi erano persone che possedevano due affiliazioni, come per esempio il messinese Rosario Saporito, personaggio di spicco della cosca dei Mazzaferro, o Calogero Marcenò, originario di San Cataldo (CL) divenuto capo locale della cosca calabrese Zagari[159][160]. Le cosche 'ndranghetiste di Reggio Calabria hanno stabilito basi in Sicilia, specialmente a Messina che, in questo arco di tempo, si guadagnò il soprannome di "provincia babba", in quanto ci fu un periodo di tregua tra i clan e i funzionari dello stato a differenza di Palermo. I messinesi approfittarono di questo periodo per concedere "latitanze d'oro" ai loro alleati, esponenti di alto rango di Cosa Nostra, provenienti da altre province siciliane. Poco più tardi diedero rifugio anche a pezzi grossi appartenenti alla 'Ndrangheta. A Messina il boss Gaetano Costa, detto "facci i' sola", capoclan del quartiere Giostra, fu Capo Società della 'ndrangheta fin dal 1972[161] mentre il potente clan di Mangialupi, attualmente operativo in città nella zona compresa tra Gazzi e Fondo Fucile, ha strettissimi rapporti con le cosche dell'area jonica calabrese. Inoltre essi hanno rapporti talmente stretti con la 'ndrangheta che custodiscono i loro arsenali in città[162].

Secondo la testimonianza del pentito di Cosa Nostra Antonino Calderone nel libro-intervista Gli uomini del disonore scritto con il sociologo Pino Arlacchi, non c'era alcuna buona opinione dei criminali siciliani nei confronti della controparte calabrese: «I calabresi parlavano, parlavano, parlavano. Parlavano tutto il tempo. Non agli altri intendiamoci, ma tra di loro. Facevano infinite conversazioni circa le loro regole, specialmente in presenza di noi uomini d'onore (siciliani). Si sentivano a disagio perché in realtà sapevano di essere inferiori a Cosa Nostra" e poi: "Abbiamo sempre considerato i calabresi inferiori, come spazzatura. Per non parlare dei campani, di cui non ci siamo mai fidati»[163].

Negli anni '80 a Torino le famiglie catanesi dei Miano e dei Finocchiaro si rifornivano di droga da Angelo Epaminonda, il Tebano e successivamente la rivendevano alle 'ndrine torinesi. Quando queste si appoggiavano al locale di Gioiosa Jonica, a cui facevano riferimento le famiglie dei Belfiore, Ursino-Macrì, queste contrattavano la droga con i siciliani dei Cuntrera-Caruana residenti in Venezuela[164].

Il 9 agosto 1991 viene ucciso a Villa San Giovanni il magistrato Antonino Scopelliti da due 'ndranghetisti su richiesta di Cosa Nostra[165].

Il 13 maggio del 1993 si conclude l'operazione Delta, che porta all'arresto di presunti esponenti degli Arena, accusati oltre agli appalti, di traffico di droga e di armi, contraffazione di denaro ed auto rubate. Le indagini dei Carabinieri hanno rivelato che Nicola Arena, a capo dell'omonima cosca, era in contatto diretto con Pietro Vernengo e Nitto Santapaola, boss della mafia siciliana.[166][167]

Il 29 giugno 1994 il sostituto procuratore di Catanzaro Giuseppe Verzera ascoltò le confessioni del pentito di 'ndrangheta Giacomo Ubaldo Lauro e del notaio Pietro Marrapodi, che afferma: «Comunque, chiedo scusa signor Lauro, nella mafia di Reggio Calabria non è stata sottovalutata ad arte, è stata presentata all’esterno come un fenomeno minore… Ma il sottoscritto, il 6 dicembre 1993 guardando in faccia il dottor Roberto Pennisi e il commendator Giuliano Gaeta, si è rivolto a Luciano Violante dell’antimafia e al ministro Conso e ha detto: “Anche se mi rivolgo a voi che potete ascoltarmi o meno, perché è per poco che starete lì, vi debbo dire che io che sono notaio e che vivo in questo ambiente da 23 anni e so qual è il rapporto che passa tra 'ndrangheta e mafia siciliana. I capibastoni 'ndranghetisti dicono che i messinesi sono buccazzari: quindi ne ricavo il rapporto che passa tra discepolo e maestro; perché maestra è la 'ndrangheta!»[168].

Nel 2003 con l'operazione Igres si scopre un'alleanza per il traffico internazionale di droga tra i Marando e i Trimboli di Platì e Volpiano, dall'altra i fratelli Agate di Mazara del Vallo e i Guttadauro di Bagheria. La droga proveniva dalla Colombia e passava dalla Namibia[164].

Nel 2007 l'operazione Stupor Mundi sgomina un traffico internazionale di droga gestito dai Marando e dai Barbaro di Platì che portavano la droga passante dal Belgio e dai Paesi Bassi in Piemonte e Lombardia in alleanza con le cosche del trapanese, di Mazara del Vallo[169].

Nel 2009 i siciliani si rivolgono nuovamente alle 'ndrine per rifornirsi di droga, i Fidanzati e gli Emanuello prendevano la droga colombiana spedita attraverso i porti di Anversa e Amburgo[164]. Con l'operazione Dioniso vengono arrestate 50 persone[164].

Nel 2017 l'operazione 'Ndrangheta stragista rivelerebbe un primo coinvolgimento della 'ndrangheta nelle operazioni stragiste degli anni '90 di Cosa Nostra. L'operazione testimonierebbe che per due mesi: dicembre 1993 e gennaio 1994 alcune famiglie di 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro avevano accettato di partecipare alle azioni stragiste pianificate da Cosa nostra. Il primo fu tentato a Saracinello contro due carabinieri, il secondo il 18 gennaio 1994 vengono uccisi in autostrada all'altezza di Scilla i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, il terzo il 1º febbraio ai danni dei carabinieri Musicò e Serra, rimasti gravemente feriti. L'operazione ha portato all'arresto di Rocco Santo Filippone, capo dell'omonima 'ndrina e del Mandamento Tirrenico in questi anni. Per iniziare la fase stragista elementi di Cosa Nostra insieme ad esponenti della 'ndrangheta si riunirono nell'autunno del 1993 in tre diverse occasioni: una in provincia di Vibo Valentia, una a Melicucco e una a Oppido Mamertina. A valle di queste azioni viene organizzata una riunione da elementi apicali di 'ndrangheta nel santuario della Madonna di Polsi e viene deciso di non andare oltre con le azioni stragiste[170][171]. A giugno 2018 durante il processo 'Ndrangheta stragista, il criminale apicale barese vicino a Cosa Nostra Salvatore Annacondia parla di un consorzio di cui facevano parte i siciliani, in particolare il clan Fidanzati, calabresi e pugliesi[172], inoltre accenna anche ai rapporti con il clan catanese: «C’era la famiglia Santapaola che erano molto legati con le famiglie calabresi, in particolare con i De Stefano»[172]. A giugno 2017 viene consegnato al procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo il memoriale di Nino Lo Giudice all'interno del processo 'Ndrangheta stragista, in cui conferma che l'accordo stragista tra le cosche della città di Reggio Calabria e i siciliani avvenne nella casa di Demetrio Filippone, figlio di Rocco, a Oppido Mamertina e come rappresentante delle prime (in particolare i Tegano, Condello, Latella, Ficara, Serraino e Imerti) partecipò Giuseppe De Stefano e per i secondi Giuseppe e Filippo Graviano[173]

Dal XXI secolo si registra un declino dell'organizzazione siciliana rispetto a quella di origine campana e calabrese, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha più volte affermato questa tendenza, tanto da dichiarare, supportato dalle numerose operazioni anti-ndrangheta, che ora Cosa Nostra messinese si rifornisce dalle 'ndrine per l'acquisto di droga per poi rifornire anche le altre province siciliane, avendo queste ultime preso il controllo del traffico ed essendo la prima non più monopolista come tra gli anni '70 e '80[174].

In un'operazione avvenuta negli anni 2000 si è scoperto anche che membri della 'ndrangheta hanno garantito con criminali colombiani il riscatto di un membro di Cosa Nostra, nella fattispecie di Salvatore Miceli di Salemi, per cui dovette garantire Roberto Pannunzi[175].

A novembre 2017 il neoprocuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho conferma il rapporto tra le due organizzazioni criminali non solo nel campo degli stupefacenti, ma anche nell'ambito del settore dei rifiuti e della bonifica, dove aziende siciliane operano in Calabria e viceversa[176].

Il 23 marzo 2018 l'Espresso rivela che il latitante Matteo Messina Denaro avrebbe avuto appoggi da esponenti della 'ndrangheta in Toscana[177], in particolare la DIA di Firenze sospetta di 9 persone e già la procura di Firenze ha aperto un fascicolo dal 2015 sulla latitanza del boss trapanese in Toscana coperto da un gruppo di 'ndrangheta operante nella regione[178].

StiddaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Stidda.

Tra il 1986 e il 1991, Cosa nostra si trovò a fronteggiare una nuova organizzazione criminale, la cosiddetta "Stidda", formata da ex affiliati alla vecchia mafia che erano stati "posati" o accantonati dai vertici per varie ragioni ed avevano perciò dato vita a dei gruppi autonomi[179]: si aprirono focolai di "guerra" in numerosi centri della Sicilia centro-meridionale (ma, in alcuni casi, anche nella parte occidentale dell'isola) interessati dal fenomeno come Gela, Mazzarino, Niscemi, Vittoria, Palma di Montechiaro, Porto Empedocle, Canicattì, Marsala ed Alcamo, che provocarono centinaia di vittime, decine di feriti, attentati ed intimidazioni[180][181][182]. Tra le vittime "eccellenti" di questo conflitto vi fu il magistrato Rosario Livatino, barbaramente assassinato dagli stiddari agrigentini mentre percorreva la SS 640 Caltanissetta-Agrigento[183]. Cosa nostra rischiò di soccombere nello scontro e nel 1991 si trovò costretta a stipulare un patto di "non belligeranza" con gli stiddari ribelli, che prevedeva una ripartizione dei proventi illeciti in parti uguali tra le due organizzazioni, che da allora hanno iniziato una pacifica convivenza durata fino ad oggi[184][185].

OrganizacijaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Organizacija.

Nel 1994 viene segnalata la presenza della mafia russa sul territorio degli Stati Uniti, ad Atlanta, e sulla loro collaborazione con Cosa nostra[186].

Verso il 1998, la Solncevskaja bratva di Mosca, può contare su un proprio capo a Roma che coordina gli investimenti della mafia russa in Italia. Dall'indagine risulta che rispettabili banchieri occidentali danno al boss russo consigli molto utili su come riciclare il denaro sporco dalla Russia in Europa, in maniera legale[187].

Nel 2008 viene formalizzata la collaborazione fra mafia russa e Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra[188]. Sotto la supervisione della mafia russa le aziende agricole italiane, i trasporti delle merci: sia a livello internazionale, sia all'interno del paese. La mafia russa nel mondo conta circa 300 000 persone ed è la terza organizzazione criminale per la sua influenza, dopo l'originale italiana e le reti criminali cinesi[188].

Il 2 ottobre 2012 nel Report Caponnetto si leggono le infiltrazioni della mafia russa nella Repubblica di San Marino e in Emilia-Romagna a carattere predatorio come le estorsioni.

Mafia nigerianaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Mafia nigeriana.

Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un'organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa, in particolare viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l'egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso il 12 marzo 2014. Si scopre quindi un'alleanza tra il clan palermitano e l'organizzazione nigeriana[189].

L'Aisi, inoltre, dal 2012 controlla il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, gestendo i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. Le famiglie catanesi ancora non sono né in contrasto né in sodalizio con essi[190].

Mafia albaneseModifica

Dal 2012 la mafia albanese coopera anche con Cosa Nostra, in particolare nella zona di Catania e Messina, vendendo ad essa cannabis[191].

Nel febbraio 2015 la Polizia di Stato, su delega della Procura di Catania, ha portato a termine l'operazione Spartivento nei confronti di sedici persone accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti: secondo l'accusa, tre gruppi criminali, concorrenti tra loro e tutti collegati alla storica "famiglia" Santapaola-Ercolano di Cosa Nostra, avrebbero gestito il traffico di tonnellate di marijuana e hashish fatti arrivare dall'Albania su pescherecci siciliani o su natanti messi a disposizione dagli stessi albanesi per rifornire le piazze di spaccio di Librino, San Cristoforo e Picanello[192].

A ottobre 2017 si conclude l'operazione Rosa dei Venti coordinata dalla Procura di Catania che porta all'arresto di 11 persone accusate di traffico internazionale di droga e di armi in essere tra una organizzazione albanese e clan catanesi per rifornire le piazze di spaccio di Catania e Messina. Un sodalizio cominciato almeno dal 2013[191]. L'inchiesta italiana ha portato l'opposizione ad accusare il Governo di Edi Rama di corruzione e di collusione con i narcotrafficanti, proteste che si sono concluse con le dimissioni dei ministri Saimir Tahiri e Fatmir Xhafaj, imparentati con esponenti dei clan coinvolti nell'indagine[193][194].

Operazioni di poliziaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazioni di polizia contro Cosa nostra.

LeopardoModifica

La notte del 17 novembre 1992 scattò in diverse regioni italiane l'operazione "Leopardo" con l'esecuzione di 203 mandati di cattura e di altri 106 avvisi di garanzia per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e voto di scambio, che colpirono le varie articolazioni del clan guidato da Giuseppe "Piddu" Madonia, fedelissimo dei Corleonesi, nei comuni della provincia di Caltanissetta ed Enna e in Lombardia, Piemonte, Lazio e Calabria[195][196]. 81 dei 203 ordini di arresto colpirono soggetti già detenuti (tra cui lo stesso Madonia) mentre quarantacinque destinatari dei mandati erano già latitanti o si diedero alla macchia: si trattò del più grande blitz antimafia dai tempi dell'operazione "San Michele", la maxi-retata del 29 settembre 1984 seguita alle confessioni di Tommaso Buscetta[196]. L'operazione, coordinata dal Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, dai dirigenti dello SCO, Achille Serra ed Antonio Manganelli e dal questore di Caltanissetta Vittorio Vasquez, si basava sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina e Paolo Severino e causò scalpore a causa dell'incriminazione dei noti deputati (nazionali e regionali) Rudy Maira, Silvio Coco, Gianfranco Occhipinti, Filippo Butera e Antonino Cicero, accusati di aver ricevuto voti dal clan Madonia in cambio di favori e appalti[197][198][199][200]. Alcuni giorni dopo il maxi-blitz si suicidarono due degli indagati: l'imprenditore Paolino Arnone (accusato di essere il capomafia di Serradifalco)[201], e l'avvocato penalista nisseno Salvatore Montana, storico difensore di Madonia che aveva ricevuto una comunicazione giudiziaria a seguito delle accuse di Messina[202].

Orsa maggioreModifica

La notte del 17 dicembre 1993 scattò l'operazione "Orsa maggiore", che prevedeva 156 mandati di cattura contro affiliati e fiancheggiatori del clan catanese guidato dal boss Benedetto Santapaola per associazione a delinquere di stampo mafioso ed una serie di altri reati (tra cui diversi omicidi, come quello del giornalista Giuseppe Fava e dell'ispettore Giovanni Lizzio, e numerosi danneggiamenti a scopo di estorsione, come l'incendio dei magazzini Standa in via Etnea nel 1990) e si basava in gran parte sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Claudio Severino Samperi. 53 dei 156 ordini di arresto colpirono soggetti già detenuti (tra cui lo stesso Santapaola) e l'operazione occupò in tutto circa mille fra carabinieri, agenti di polizia e finanzieri[203].

PetrovModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Petrov.

La notte del 24 marzo 1994 il reparto operativo dei Carabinieri guidato dal capitano Elio Dell'Anna eseguì l'operazione "Petrov", che prevedeva 74 ordini di custodia cautelare, sulla base, in gran parte, delle accuse del collaboratore di giustizia Pietro Scavuzzo. L'operazione scompaginò i mandamenti mafiosi della provincia di Trapani ma quindici ricercati si resero latitanti, fra cui l'allora sconosciuto capo del mandamento di Trapani Vincenzo Virga e Calogero Musso, capo della "famiglia" di Vita (TP)[204].

Old BridgeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Old Bridge.

Dopo l'arresto dei Corleonesi e di Salvatore Lo Piccolo, si ipotizzò un ritorno della famiglia Inzerillo dagli USA, i cosiddetti scappati dalla seconda guerra di mafia scatenata da Totò Riina. Si voleva infatti ristrutturare l'organizzazione e ritornare al passato e rientrare nel traffico di droga, attualmente in mano alla 'Ndrangheta.[senza fonte]

Il 7 febbraio 2008 però vengono arrestate 90 persone tra New York e la Sicilia, presunti appartenenti alle famiglie Inzerillo e il suo boss Giovanni Inzerillo, Mannino, Di Maggio e Gambino, tra cui anche il boss Jackie D'Amico: fu la più grande retata dopo "Pizza connection".[205]

PerseoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Perseo.

Il 16 dicembre 2008, con l'operazione Perseo, i Carabinieri di Palermo catturarono 99 mafiosi appartenenti ai vertici di Cosa nostra palermitana che, unitamente a decine di gregari, tentavano di ricostituire la Commissione provinciale palermitana.[206]

New BridgeModifica

Nel dicembre 2014 vengono arrestati 8 boss tra Italia e USA: Francesco Palmeri, detto “Ciccio l'americano” e considerato sottocapo dei Gambino, Giovanni Grillo, detto "John", Salvatore Farina, figlio del defunto boss di Cosa Nostra Ambrogio (imputato per l'omicidio del giudice Ciaccio Montalto), Carlo Brillante, Raffaele Valente, Daniele Cavoto, Michele Amabile, Francesco Vonella. L'operazione conferma ancora vivi i legami con la mafia siciliana[207].

New ConnectionModifica

Il 17 luglio 2019 vengono arrestate dalla polizia italiana coadiuvata dall'FBI un totale di 19 persone tra Italia e USA compreso Salvatore Gambino sindaco di Torretta. L'operazione ha svelato il forte legame ancora esistente tra Cosa Nostra rappresentata dalla famiglia Inzerillo e quella dei Gambino di New York, ma soprattutto il potere ricostituito a Palermo da parte degli "Scappati" dopo il loro ritorno in Italia e la sopraggiunta morte di Salvatore Riina che ne aveva ordinato l'esilio dopo la Seconda guerra di mafia degli anni '80. Tra gli arrestati i cugini Francesco e Tommaso Inzerillo e Giovanni Buscemi boss del capomandamento di Passo di Rigano che dovranno rispondere di associazione perGli delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, concorso esterno in associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori aggravato e concorrenza sleale aggravata dal metodo mafioso.[208][209][210]

BossModifica

FilmografiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Filmografia su Cosa nostra.

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  • Norman Lewis, The Honoured Society. The Mafia Conspiracy observed, London, Collins, 1964; Harmondsworth: Penguin, 1967; con il titolo The Honoured Society. The Sicilian Mafia observed, epylogue by Marcello Cimino, London, Eland, 1984.
  • Pino Arlacchi, La mafia imprenditrice. L'etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Bologna, Il Mulino, 1983; Milano, Il Saggiatore, 2007.
  • Giuseppe Casarrubea e Pia Blandano, L'educazione mafiosa. Strutture sociali e processi di identità, Palermo, Sellerio, 1991.
  • Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un'industria della protezione privata, Torino, Einaudi, 1992.
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993, 2004.
  • Liliana Madeo, Donne di mafia: vittime, complici e protagoniste, Milano, A. Mondadori Editore, 1994.
  • Giuseppe Casarrubea, Gabbie strette. L'educazione in terre di mafia: identità nascoste e progettualità del cambiamento, Palermo, Sellerio, 1996.
  • Giovanni Tessitore, Il nome e la cosa. Quando la mafia non si chiamava mafia, Milano, FrancoAngeli, 1997.
  • Francesco Renda, Storia della mafia, Palermo, Vittorietti, 1998.
  • Rosario Mangiameli, La mafia tra stereotipo e storia, Caltanissetta-Roma, S. Sciascia Editore, 2000.
  • Amelia Crisantino, Della segreta ed operosa associazione. Una setta all’origine della mafia, Palermo, Sellerio, 2000.
  • Alessandra Dino, Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa nostra, Palermo, La Zisa, (2002).
  • Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia. Dall'"Onorata società" a "Cosa nostra", la ricostruzione critica di uno dei più inquietanti fenomeni del nostro tempo, Roma, Newton & Compton Editori, 1998, 2006.
  • John Dickie, Cosa nostra. A history of the sicilian mafia, London: Hodder & Stoughton, 2004. Edizione italiana: Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Bari, Laterza, 2005.
  • Mario Siragusa, Baroni e briganti. Classi dirigenti e mafia nella Sicilia del latifondo, 1861-1950, Milano, Franco Angeli, 2004.
  • Alessandra Dino (a cura di), Pentiti: i collaboratori di giustizia, le istituzioni, l'opinione pubblica, Roma, Donzelli, 2006.
  • Giuseppe Carlo Marino, I Padrini. Da Vito Cascio Ferro a Lucky Luciano, da Calogero Vizzini a Stefano Bontate, fatti, segreti, e testimonianze di Cosa Nostra attraverso le sconcertanti biografie dei suoi protagonisti, Roma, Newton & Compton, 2006.
  • Giuseppe Carlo Marino, La Sicilia delle stragi, Roma, Newton & Compton Editori, 2007; 2015.
  • Alessandra Dino, La mafia devota. Chiesa, religione e Cosa Nostra, Bari, Giuseppe Laterza e figli, (2008).
  • Andrea Camilleri, Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano, Milano, Mondadori, 2007.
  • Enzo Ciconte, Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, 'ndrangheta e camorra dall'Ottocento ai giorni nostri, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.
  • Attilio Bolzoni, Parole d'onore, Milano, Rizzoli, 2008.
  • Isaia Sales, I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafia e Chiesa cattolica, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010; Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015.
  • Alessandra Dino, Gli ultimi padrini. Indagine sul governo di Cosa Nostra, Roma-Bari, Editore Laterza, 2011.
  • Carlo Ruta, Narcoeconomy. Business e mafie che non conoscono crisi, Castelvecchi Editore, Roma, 2011.
  • Enzo Ciconte, Atlante delle mafie. Storia, economia, società, cultura, a cura di e con Francesco Forgione e Isaia Sales, 4 voll., Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011-2016.
  • Enzo Ciconte, Storia illustrata di Cosa nostra. La mafia siciliana dal mito dei Beati Paoli ai giorni nostri, con Francesco Forgione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.
  • John Dickie, Blood Brotherhoods: The Rise of the Italian Mafias, Londra, Hodder & Stoughton, 2011. Edizione italiana: Onorate Società. L'ascesa della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta, traduzione di Fabio Galimberti, Roma-Bari, Editori Laterza, 2012.
  • Vittorio Coco, La mafia dei giardini, Storia delle cosche della Piana dei Colli, Roma-Bari, Editore Laterza, 2013.
  • Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015.
  • Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra. 1859-1878, Torino, Einaudi, 2015.
  • Federico Varese, Mafia Life: Love, Death and Money at the heart of Organized Crime, London: Profile 2017 ISBN 1781252556, ISBN 978-1781252550. Edizione italiana: Vita di mafia. Amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato, traduzione di Giovanni Gabellini, Torino, Einaudi, 2017.
  • Umberto Santino, La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall'Unità d'Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Milano, Melampo Editore, 2017.

Cosa nostra durante il fascismoModifica

  • Cesare Mori, Tra le zagare, oltre la foschia, Firenze, Carpigiani & Zipoli, 1923 (nuova edizione La Zisa, Palermo, 1988).
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Milano, A. Mondadori, 1932 (nuova edizione Avatar Éditions, Trabia, 2018).
  • Giuseppe Tricoli, Il Fascismo e la lotta contro la mafia, ISSPE, 1988.
  • Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Milano, Mondadori, 1975, 2004.
  • Christopher Duggan, Fascism and the Mafia, New Haven (CT), Yale University Press, 1989. Edizione italiana: La mafia durante il Fascismo, prefazione di Denis Mack Smith, traduzione di Patrizia Niutta, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1992.
  • Salvatore Porto, Mafia e fascismo. Il prefetto Mori in Sicilia, Messina, Siciliano, 2001.
  • Roberto Olla, Padrini. Alla ricerca del Dna di Cosa nostra, prefazione di Giuseppe Carlo Marino, Milano, Mondadori, 2003.
  • Manoela Patti e Vittorio Coco, Relazioni mafiose. La mafia ai tempi del fascismo, XL Edizioni, 2013.

Cosa nostra dal dopoguerra a oggiModifica

  • Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Bari, Laterza, 1956; Palermo, Sellerio, 2009.
  • Renato Candida, Questa mafia, Caltanissetta, Salvatore Sciascia Editore, 1956.
  • Filippo Gaja, L'esercito della lupara, Milano, Area Editore, 1962; Milano, Maquis Editore, 1990.
  • Felice Chilanti, Mario Farinella, Rapporto sulla mafia, introduzione di Vittorio Nisticò, Palermo, Flaccovio, 1964.
  • Michele Pantaleone, Mafia e droga, Torino, Einaudi, 1966.
  • Michele Pantaleone, Antimafia: occasione mancata, Torino, Einaudi, 1969.
  • Orazio Barrese, I complici. Gli anni dell'antimafia, Milano, Feltrinelli, 1973.
  • Nando dalla Chiesa, Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana, Milano, A. Mondadori Editore, 1984.
  • Claire Sterling, Octopus. The long reach of the international Sicilian Mafia, New York, Norton, 1990. Edizione italiana: Cosa non solo nostra: la rete mondiale della mafia siciliana, prefazione di Michele Pantaleone, traduzione di Roberta Rambelli, Milano, Mondadori, 1990.
  • Claudio Fava, La mafia comanda a Catania. 1960-1991, Roma-Bari, Laterza, 1991, ISBN 88-420-3811-3.
  • Giovanni Falcone, Cose di Cosa nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991, 2004.
  • Nicola Tranfaglia, Mafia, politica e affari nell'Italia repubblicana, 1943-1991, Roma-Bari, Laterza, 1992.
  • Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Milano, A. Mondadori Editore, 1992.
  • Antonino Caponnetto, I miei giorni a Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato, Milano, Garzanti, 1992.
  • Nando dalla Chiesa, Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione, Torino, Einaudi, 1992.
  • Enrico Deaglio, Raccolto rosso. La mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Milano, Feltrinelli, 1993.
  • Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, Il capo dei capi. Vita e carriera criminale di Totò Riina, Milano, Mondadori, 1993, ISBN 978-88-17-05020-3.
  • Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Rizzoli, Milano, 1993; Feltrinelli, Milano, 2005.
  • Alexander Stille, Excellent Cadavers: The Mafia and the Death of the First Italian Republic, Vintage, London, 1995. Edizione italiana: Nella terra degli infedeli. Mafia e politica nella Prima Repubblica, traduzione di Paola Mazzarelli, Milano, A. Mondadori, 1995; Milano, Garzanti, 2007.
  • Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, La giustizia è Cosa nostra. Il caso Carnevale tra delitti e impunità, Milano, Mondadori, 1995.
  • Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?, Soveria Mannelli, Rubettino, 1995.
  • Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra, Microstoria di una strage di Stato, Milano, Franco Angeli, 1997, 2002.
  • Leo Sisti e Peter Gomez, L'intoccabile. Berlusconi e Cosa nostra, Milano, Kaos, 1997
  • Giuseppe Casarrubea, Fra' Diavolo e il governo nero. Doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra, introduzione di Giuseppe De Lutiis, Milano, Franco Angeli, 1998, 2000.
  • Hanspeter Oschwald, Einer gegen die Mafia. Edizione italiana: Orlando, un uomo contro. Il sindaco antimafia, a cura di Sergio Buonadonna, traduzione di Paolo Caropreso, Genova, De Ferrari, 1999.
  • Umberto Santino, Storia del movimento antimafia: dalla lotta di classe all'impegno civile, Roma, Editori Riuniti, 2000.
  • Alfio Caruso, Da Cosa nasce Cosa. Storia della Mafia dal 1943 ad oggi, Milano, Longanesi, 2000, 2005.
  • Giuseppe Casarrubea, Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, Milano, Franco Angeli, 2001.
  • Leone Zingales, Provenzano. Il re di Cosa nostra. La vera storia dell'ultimo padrino, Cosenza, Pellegrini, 2001.
  • Maurizio Torrealta, La trattativa. Mafia e Stato. Un dialogo a colpi di bombe, Roma, Editori Riuniti, 2002. ISBN 88-359-5195-X; Milano, BUR Rizzoli, 2010. ISBN 978-88-17-04126-3.
  • Leone Zingales, La mafia negli anni '60 in Sicilia. Dagli affari nell'edilizia alla prima guerra tra clan, fino al processo di Catanzaro, TEV Registri Vaccaro, 2003.
  • Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani, 1943-1947, a cura di Nicola Tranfaglia, note di Giuseppe Casarrubea, Milano, Bompiani, 2004.
  • Francesco Forgione, Amici come prima. Storie di mafia e politica nella Seconda Repubblica, Roma, Editori Riuniti, 2004.
  • Saverio Lodato, Venticinque anni di mafia. C'era una volta la lotta alla mafia, Milano, Rizzoli, 2004.
  • Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Voglia di mafia. Le metamorfosi di Cosa nostra da Capaci a oggi, prefazione di Gian Carlo Caselli, Roma, Carocci, 2004.
  • Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella delle Ginestre, introduzione di Nicola Tranfaglia, Milano, Bompiani, 2005.
  • L'amico degli amici. Perché Marcello Dell'Utri è stato condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, a cura di Peter Gomez e Marco Travaglio, Milano, Rizzoli, 2005.
  • Saverio Lodato e Marco Travaglio, Intoccabili. Perché la mafia è al potere, Milano, Rizzoli, 2005.
  • Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, La mafia è bianca, presentazione di Michele Santoro, Milano, Rizzoli, 2005.
  • Nicola Andrucci, Cosa nostra, attacco allo Stato, Montedit, 2006.
  • Saverio Lodato, Trent'anni di mafia. Storia di una guerra infinita, Milano, Rizzoli (BUR Saggi), 2006
  • Leo Sisti, L'isola del tesoro. Provenzano & Ciancimino, corleonesi doc: il boss di Cosa Nostra e il sindaco di Palermo tra mafia, politica e affari, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, Milano, Rizzoli, 2007.
  • Alfonso Sabella, Cacciatore di mafiosi, Milano, Mondadori, 2008, ISBN 978-88-04-57715-7.
  • Giuseppe Bascietto, Claudio Camarca, Pio La Torre, Una Storia Italiana, Aliberti editore, prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, 2008.
  • Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino, Milano, Mondadori, 2008.
  • Francesco Petrotta, La strage e i depistaggi. Il castello d'ombre su Portella della Ginestra, prefazione di Salvatore Lupo, Roma, Ediesse, 2009.
  • John Dickie, Mafia Republic: Italy's Criminal Curse. Cosa Nostra, 'Ndrangheta and Camorra from 1946 to the Present, Londra, Hodder & Stoughton, 2013. Edizione italiana: Mafia Republic: Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta dal 1946 a oggi, Roma-Bari, Editori Laterza, 2014.
  • Francesco Petrotta, Salvatore Giuliano, uomo d'onore. Nuove ipotesi sulla strage di Portella della Ginestra, Palermo, Edizioni La Zisa, 2018.
  • Attilio Bolzoni, Il Padrino dell'Antimafia, Milano, Zolfo editore, 2019.
  • Nuccio Anselmo, Giuseppe Antoci, La mafia dei pascoli. La grande truffa all'Europa e l'attentato al Presidente del Parco dei Nebrodi, prefazione di Gian Antonio Stella, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

Opere di narrativaModifica

FumettiModifica

Opere teatraliModifica

Voci correlateModifica

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