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Chiesa del Gesù Nuovo
Chiesa del Gesu Nuovo.jpg
Facciata
StatoItalia Italia
RegioneCampania Campania
LocalitàNapoli
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareGesù
OrdineGesuiti
Arcidiocesi Napoli
ArchitettoNovello da San Lucano, Giuseppe Valeriano, Pietro Provedi
Stile architettonicoRinascimentale, barocco
Inizio costruzione1584
Completamento1725

Coordinate: 40°50′51.44″N 14°15′06.49″E / 40.847622°N 14.251803°E40.847622; 14.251803

La chiesa del Gesù Nuovo, o della Trinità Maggiore, è una chiesa basilicale di Napoli, sita in piazza del Gesù Nuovo di fronte all'obelisco dell'Immacolata e alla basilica di Santa Chiara.

Si tratta di una delle più importanti e vaste chiese della città, tra le massime concentrazioni di pittura e scultura barocca a cui hanno lavorato alcuni dei più influenti artisti della scuola napoletana.

All'interno è custodito il corpo di san Giuseppe Moscati, canonizzato da papa Giovanni Paolo II nel 1987.[1]

Indice

StoriaModifica

Palazzo SanseverinoModifica

In origine insisteva in quell'area il palazzo Sanseverino, progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno.[2] Cita una targa posta nella facciata dallo stesso Novello:

 
Particolare del bugnato della facciata; al centro l'epigrafe marmorea di Novello da San Lucano
(LA)

«Novellus de Sancto Lucano Architector Egregius Obsequio Magisquam Salario Principi Salernitano Suo Et Domino Et Benefactori Precipuo Has Aedes Edidit Anno MCCCCLXX»

(IT)

«Novello da San Lucano, architetto egregio, per più ossequio che per mercede innalzò questo palazzo al Principe di Salerno, suo signore e precipuo benefattore, l'anno 1470.»

Da Roberto poi, l'edificio passò al figlio Antonello che, per contrasti con la Corte aragonese (essendosi posto a capo della congiura dei baroni nel 1485), in quello stesso anno subì la confisca dei beni e fu pertanto costretto a fuggire da Napoli. Successivamente, suo figlio Roberto II ottenne il perdono dal re di Spagna e la famiglia poté tornare nel palazzo dove tenne in seguito le celebri "accademie", che ne furono vanto. Ospite del palazzo fu Pietro Aretino, che vi incontrò i letterati napoletani Scipione Capece ed Antonio Mariconda.

Ai tempi del figlio di Roberto II, Ferrante Sanseverino, e della moglie Isabella Villamarina, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sale affrescate e lo splendido giardino. Era inoltre un punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca nella persona di Bernardo Tasso, segretario di don Ferrante. Quando nel 1536 Carlo V venne a Napoli, reduce dalle sue imprese d'Africa (conquista di Tunisi), Ferrante lo accolse nel suo palazzo, organizzando in suo onore una festa sfarzosissima rimasta celebre nelle cronache dell'epoca.

Sotto il viceregno di don Pedro di Toledo, nel 1547 fu tentato di introdurre a Napoli l'inquisizione spagnola. Il popolo si ribellò e Ferrante Sanseverino sostenne l'opposizione popolare[3]. Pur riuscendo ad impedire questa grave iattura per Napoli, tuttavia egli non poté evitare la vendetta degli spagnoli, che gli confiscarono tutti i beni e lo obbligarono nel 1552 ad andare in esilio.

I beni dei Sanseverino (almeno riguardo al ramo dei principi di Salerno), passarono allora al fisco e furono messi in vendita per volontà di Filippo II. Nel 1584 il palazzo con i suoi giardini fu venduto ai gesuiti, grazie anche all'interessamento del nuovo vicerè spagnolo, don Pedro Girón, duca di Osuna. I gesuiti, tra il 1584 ed il 1601, riadattarono l'edificio civile a chiesa, istituendo poi, in quell'area, la cosiddetta "insula gesuitica", cioè il complesso di edifici ospitanti la compagnia di Gesù, composta, oltre che dalla chiesa, anche dal palazzo delle Congregazioni (1592) e dalla casa Professa dei Padri Gesuiti (1608).

ChiesaModifica

Entrati in possesso del palazzo, i gesuiti incaricarono della ristrutturazione di tutto il complesso i loro confratelli Giuseppe Valeriano e Pietro Provedi. Essi sventrarono completamente il sontuoso palazzo, non risparmiando né le splendide sale né i giardini; le uniche parti che si salvarono furono la facciata a bugne[4] (riadattata alla chiesa) ed il portale marmoreo rinascimentale. I lavori furono finanziati dalla principale benefattrice dei gesuiti di Napoli: Isabella Feltria Della Rovere, principessa di Bisignano (in quanto moglie di Niccolò Bernardino Sanseverino, ultimo esponente del ramo dei Sanseverino principi di Bisignano). Il nome della principessa, insieme a quello di Roberto I Sanseverino, è ricordato nell'iscrizione racchiusa in un cartiglio marmoreo presente sull'architrave del portale principale. Il cartiglio fu apposto nel 1597, come indica la data in fondo alla stessa iscrizione, che corrisponde all'anno in cui la chiesa fu aperta al culto. La consacrazione avvenne invece il 7 ottobre 1601 e la chiesa fu intitolata alla Madonna Immacolata, patrona del casato del vicerè don Pedro Girón, come riconoscimento per la sua mediazione nella vendita dell'antico palazzo ai gesuiti. Tuttavia, la nuova chiesa venne fin da subito chiamata correntemente "del Gesù Nuovo", per distinguerla dall'altra già esistente, divenuta per l'occasione "del Gesù Vecchio".

Tra 1629 e il 1634 venne eretta la prima cupola con lavori diretti dal gesuita Agatio Stoia su progetti del Valeriano e del Provedi e nel 1635-1636 Giovanni Lanfranco affrescò la cupola con uno stupefacente Paradiso da tutti ammirato. Nel 1639 la chiesa, a causa di un incendio, fu sottoposta a lavori di restauro che furono diretti da Cosimo Fanzago. Nel 1652, Aniello Falcone fu incaricato di affrescare la volta della grande sacrestia.

Nel 1688 un terremoto causò il crollo della cupola ed il danneggiamento degli interni. Tra il 1693 e il 1695 si procedette così ai lavori di ricostruzione e completamento della chiesa: la cupola fu ricostruita da Arcangelo Guglielmelli.

Inoltre, nel 1695, l'originale portale marmoreo rinascimentale fu arricchito con due colonne, un frontone spezzato, quattro angeli e lo stemma della Compagnia di Gesù.

Nel 1717 tutto il complesso fu rinforzato, su progetto di Ferdinando Fuga, con l'erezione di contropilastri e sottarchi.[5] Paolo De Matteis inoltre dipinse nella cupola ricostruita una Gloria della Vergine, affresco che tuttavia fece rimpiangere il perduto Paradiso del Lanfranco. Nel 1725 il cantiere del Gesù Nuovo si può dire concluso.

 
Interno della cupola così come fu ricostruita nel 1786

Nel 1767, dopo che i gesuiti furono banditi dal regno di Napoli, la chiesa passò ai francescani riformati, provenienti dai conventi di Santa Croce e della Trinità di Palazzo[6], che diedero alla chiesa il nome di Trinità Maggiore[7]. I francescani, però, rimasero poco per l'incerta statica dell'edificio. Infatti, nel 1774, a causa di un secondo parziale crollo della cupola, questa venne totalmente abbattuta, mentre la chiesa rimase chiusa per circa trent'anni. Nel 1786 l'ingegnere Ignazio di Nardo si dedicò alla copertura della chiesa: la cupola venne sostituita con una falsa cupola a calotta schiacciata ("scodella") che oggi si presenta dipinta con un cassettonato prospettico; la copertura della chiesa invece venne provvista con un tetto a capriate.

Nel 1804 i gesuiti furono riammessi nel regno, ma nuovamente espulsi durante il periodo napoleonico, dal 1806 al 1814. Rientrati i Borbone, nel 1821 la chiesa tornò in possesso della Compagnia di Gesù. Tuttavia, nel 1848 e 1860 i gesuiti furono nuovamente allontanati. L'8 dicembre del 1857, l'altare maggiore ideato dal gesuita Ercole Giuseppe Grossi fu ultimato e la chiesa dedicata all'Immacolata Concezione. Nel 1900 l'ordine dei gesuiti poté rientrare definitivamente.

La chiesa subì gravi danni durante la seconda guerra mondiale a causa di alcuni attacchi aerei. Durante uno di questi bombardamenti, una bomba cadde proprio sul soffitto della navata centrale e rimase miracolosamente inesplosa. Oggi la bomba è esposta nei locali attigui alla navata destra della chiesa, dedicati a San Giuseppe Moscati.

Nel 1975 la chiesa è stata nuovamente restaurata sotto la direzione di Paolo Martuscelli. I lavori sono stati seguiti anche dal padre gesuita Antonio Volino, che ha provveduto, tra l'altro, all'ennesima riparazione della pseudocupola.

DescrizioneModifica

EsternoModifica

La facciata di palazzo Sanseverino divenne la facciata della chiesa. Essa è caratterizzata da particolari bugne, una sorta di piccole piramidi aggettanti verso l'esterno, normalmente usate dal rinascimento veneto. Queste presentano degli strani segni incisi dai “tagliapietra” napoletani che avevano sagomato la durissima pietra di piperno, segni che tradizionalmente sono interpretati come caratterizzanti le diverse squadre di lavoro in cui essi erano suddivisi[8].

 
Particolare del portale dopo le aggiunte barocche

Anche il portale marmoreo è di palazzo Sanseverino e risale agli inizi del XVI secolo. Tuttavia, nel 1695 i gesuiti apportarono alcune modifiche ai fini bassorilievi, alle mensole su cui poggia il fregio superiore e al cornicione: prolungando la cornice del portale, aggiunsero lateralmente due colonne corinzie di granito rosso, un frontone spezzato sormontato dallo stemma della Compagnia di Gesù - con due cherubini in marmo nell'atto di sorreggere lo stemma - e altri due angeli più grandi, sempre in marmo, uno su ciascun lato del frontone. Ciascuno di questi due angeli tiene un braccio alzato e poggia l'altro braccio sul frontone. L'angelo di sinistra tiene alzato il braccio sinistro con la mano aperta, quasi in segno di saluto, mentre l'angelo di destra tiene alzato il braccio destro, indicando con l'indice lo stemma dei gesuiti. Gli angeli e il frontone furono realizzati da Pietro e Bartolomeo Ghetti. L'emblema, dei gesuiti, all'interno di uno scudo ovale, comprende la croce con la famosa abbreviazione "IHS" del nome di Gesù[9] e, al di sotto di essa, i tre chiodi della crocifissione di Cristo. Al centro del frontone, appena sotto il basamento dello stemma gesuitico, che è ornato da volute, venne realizzata una decorazione marmorea in altorilievo, raffigurante una testa di cherubino con ai lati due grandi ali. Alle ali sono sovrapposte delle volute, che racchiudono la testa dell'angioletto, mentre appena sotto ciascuna ala si trova un motivo decorativo in forma di mucchio di frutta. Il fregio è poi completato lateralmente da volute molto più grandi. Venne inoltre scolpita una testa di cherubino con due piccole ali su ciascuno dei due basamenti che sorreggono il frontone, e che poggiano su altri due basamenti, a loro volta sovrapposti ai capitelli corinzi delle colonne. Sui due stipiti del portale, accanto ai capitelli delle due colonne, furono apposti gli stemmi dei Sanseverino e dei Della Rovere che, in dimensioni maggiori, sono riprodotti anche sulla sommità dell'estremo margine destro e sinistro della facciata, nelle parti prive di bugne, mentre sull'architrave venne aggiunto un altro fregio con cinque testine che sorreggono quattro festoni di frutta. Da ogni testina si dipartono dei nastri che formano curve e volute, mentre i quattro festoni sono sormontati da altrettanti emblemi, corrispondenti sempre agli stemmi dei Della Rovere e dei Sanseverino (ma in versione ridotta), alternati da due corone (la testina centrale, purtroppo, è ormai completamente scomparsa).

I finestroni e le porte minori furono disegnati da un altro architetto gesuita, il Provedi. Il Valeriano, del palazzo patrizio, riuscì a preservare solo la facciata a bugne, sacrificando il cortile porticato, le ricche sale affrescate e i giardini. In effetti, sebbene il bugnato della chiesa si presenti di particolare bellezza, non armonizza in pieno con il portale classico. Di conseguenza, la combinazione dei due elementi determina un duplice effetto architettonico: disomogeneo sul piano puramente formale, ma estremamente originale sul piano dell'esito artistico.

I portali minori sono cinquecenteschi: la decorazione dei battenti con lamina metallica fu eseguita a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Sulla sommità della facciata, appena sopra il grande finestrone centrale, si trova un riquadro con la scritta "NON EST IN ALIO ALIQUO SALUS" ("Non c'è salvezza in nessun altro [all'infuori di Gesù Cristo]").

Il mistero dei segni sul bugnatoModifica

Nel Rinascimento esistevano a Napoli alcuni maestri della pietra che si credeva fossero in grado di caricarla di energia positiva per tenere lontane le energie negative. Gli strani segni incisi che si riconoscono sulla facciata ai lati delle bugne "a punta di diamante" (disposti in modo che sembrasse si ripetessero secondo un ritmo particolare che lasciasse intuire una “chiave” di lettura occulta) hanno dato luogo ad una curiosa leggenda.

La leggenda vuole che chi fece edificare il palazzo (che a questo punto bisogna presupporre sia stato Roberto Sanseverino), avesse voluto servirsi in fase di costruzione di maestri pipernieri che avevano anche conoscenza di segreti esoterici, segreti tramandati solo oralmente e sotto giuramento dai maestri agli apprendisti, capaci di caricare la pietra di energia positiva. I segni misteriosi graffiti sulle piramidi della facciata, secondo la leggenda, avevano a che fare con queste arti magiche o conoscenze alchemiche; essi dovevano convogliare tutte le forze positive e benevole dall'esterno verso l'interno del palazzo. Per imperizia o malizia dei costruttori, queste pietre segnate non furono piazzate correttamente, per cui l'effetto fu esattamente opposto: tutto il magnetismo positivo veniva convogliato dall'interno verso l'esterno dell'edificio, attirando così ogni genere di sciagure sul luogo.

Questa sarebbe la ragione per cui nel corso dei secoli tante sventure si sono abbattute su quell'area: dalle confische dei beni ai Sanseverino, alla distruzione del palazzo, dall'incendio della chiesa, ai ripetuti crolli della cupola, alle varie cacciate dei Gesuiti, e così via.

Nel 2010 però, lo storico dell'arte Vincenzo De Pasquale e i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz hanno identificato nelle lettere aramaiche incise sulle bugne, note di uno spartito costituito dalla facciata della chiesa, da leggersi da destra verso sinistra e dal basso verso l'alto. Si tratta di un concerto per strumenti a plettro della durata di quasi tre quarti d'ora, cui gli studiosi che l'hanno decifrato hanno dato il titolo di Enigma. In questo lavoro certosino, allo storico dell'arte sono stati di supporto le conoscenze matematiche di Assunta Amato, quelle architettoniche di Tullio Pojero e quelle legali di Silvano Gravina.[10][11]

Questa interpretazione è stata messa in discussione dallo studioso di ermetismo e simbologia esoterica Stanislao Scognamiglio, che ha sostenuto che i segni sulle bugne non siano caratteri dell'alfabeto aramaico, ma che invece possano essere sovrapponibili ai simboli operativi dei laboratori alchemici in uso fino al Settecento.[12]

InternoModifica

PiantaModifica

  1. Cappella dei Santi Martiri
  2. Cappella della Natività
  3. Cappellone di Sant'Ignazio di Loyola
  4. Sacrestia
  5. Cappella del Crocifisso e di San Ciro
  6. Cappella di San Francesco De Geronimo
  7. Abside
  8. Cappella del Sacro Cuore
  9. Cappella di San Francesco Borgia
  10. Oratorio di San Giuseppe Moscati
  11. Cappellone di San Francesco Saverio
  12. Cupola
  13. Cappella della Visitazione (o di San Giuseppe Moscati)
  14. Cappella di San Carlo Borromeo

Navata centraleModifica

 
La navata centrale

L'interno, ricco di decorazioni marmoree realizzate da Cosimo Fanzago nel 1630, è a croce greca con braccio longitudinale lievemente allungato. Presenta una cupola in corrispondenza del centro del transetto e dieci cappelle laterali, cinque per lato, delle quali due collocate di fianco all'abside lungo la parete presbiteriale.[5]

Sulla controfacciata, in corrispondenza della navata centrale, sopra il portale principale, è presente un grande affresco di Francesco Solimena, la Cacciata di Eliodoro dal Tempio (episodio biblico narrato al capitolo 3 del Secondo libro dei Maccabei e già descritto in un celebre affresco di Raffaello), firmato e datato 1725. Sempre sulla controfacciata, al livello delle navate laterali e sopra i due portali minori, si trovano due affreschi più piccoli, riconducibili alla scuola del Solimena, che raffigurano, rispettivamente, San Luigi Gonzaga e San Stanislao Kostka. Questi due affreschi furono eseguiti probabilmente entro il 1726, per celebrare la canonizzazione dei due giovani santi gesuiti. Le volte a botte della chiesa sono intervallate da cornici dorate, che, riccamente decorate e dotate di piccoli rosoni, delimitano e, allo stesso tempo, pongono in risalto i vari gruppi di affreschi. La volta della navata centrale e quella del transetto furono dipinte da Belisario Corenzio tra il 1636 e il 1638. Alcuni di questi affreschi furono poi ridipinti da Paolo De Matteis circa cinquant'anni dopo, a causa dei danni provocati dal terremoto del 1688. Il ciclo pittorico che occupa la volta della navata centrale è dedicato a scene bibliche e miracoli compiuti nel nome di Gesù. I due affreschi centrali più grandi, opera di Paolo De Matteis, rappresentano Il trionfo dell'Immacolata e di San Michele sui demoni e La circoncisione e l'imposizione del nome di Gesù. Negli otto riquadri laterali troviamo, sul lato destro, dalla controfacciata verso la cupola: Episodio della vita di San Giuliano da Cuenca, San Paolo libera un'ossessa, L'Agnello dell'Apocalisse sul libro dei Sette Sigilli e Davide abbatte Golia. Sul lato sinistro, sempre dalla controfacciata alla cupola: Sant'Ignazio di Antiochia dato in pasto ai leoni, San Pietro e San Giovanni risanano il paralitico, Gesù tra i martiri e Giosuè ferma il sole e conduce alla vittoria il popolo d'Israele. [13]

 
Scorcio degli affreschi del soffitto

La cupola, ricostruita da Ignazio di Nardo nel 1786 e consolidata nel 1975 da una struttura in calcestruzzo armato, presenta una calotta sferica scandita dalle finestre lunettate. Le decorazioni in stucco riprendono il motivo del cassettonato, mentre sui pennacchi si trovano gli affreschi che rappresentano i quattro evangelisti, unici resti del ciclo realizzato da Giovanni Lanfranco nel primo Seicento.[13]

Cappelle della navata sinistraModifica

Nella navata sinistra si aprono in totale cinque cappelle: tre grandi cappelle sono lungo la navata, una ancor più grande corrisponde alla parte terminale del transetto (dopo la seconda cappella) e un'ultima funge da "abside della navata".

La prima cappella, dei Santi Martiri, presenta una decorazione in marmo databile al secondo decennio del Seicento di Costantino Marasi, sculture ritraenti Santo Stefano e San Lorenzo di Girolamo D'Auria e Tommaso Montani del 1613, una pala d'altare dell'Azzolino con la Madonna, il Bambino e Santi Martiri, ed infine affreschi del Corenzio del primo decennio del XVII secolo.[14]

 
Cappella della Natività (II cappella navata sx)

La seconda cappella, dedicata alla Natività (e chiamata anche cappella Fornari, dal nome del committente, Ferrante Fornari), è impreziosita con decorazioni pittoriche del Corenzio, che nel 1601 affrescò la cupola e le volte con storie sulla Natività di Cristo, Davide e Isaia, e con la pala d'altare di Girolamo Imparato che eseguì nel 1602 la scena della Natività. La cappella ha nel suo fulcro artistico il gruppo composto da undici sculture datate 1601. Nella parete frontale sono collocate in basso il Sant'Andrea di Michelangelo Naccherino, a sinistra, ed il San Matteo e l'Angelo di Pietro Bernini a destra. In alto, invece, l'altare è sormontato da una decorazione marmorea composta ai lati da due figure di santi, San Gennaro a sinistra e San Nicolò a destra, di Tommaso Montani ed ancora più in alto da cinque Angeli eseguiti da Francesco Cassano e Giovanni Maria Valentini e collocati lungo il timpano, al cui centro è incorniciato un dipinto seicentesco della Madonna col Bambino attribuito ancora ad Imparato. Sempre al Cassano e al Valentini, insieme a Mario e Costantino Marasi, appartengono invece le decorazioni in marmo della cappella stessa nonché della balaustra. Infine, in alto sulle pareti laterali sono collocate le statue di San Giovanni Battista, di scuola del Naccherino, a sinistra, e di San Giovanni Evangelista, opera di Girolamo D'Auria, a destra.[14]

 
Cappellone di Sant'Ignazio di Loyola (transetto sinistro)

Il cappellone di Sant'Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, corrisponde alla parete principale del transetto sinistro: esso fu decorato da Cosimo Fanzago, Costantino Marasi e Andrea Lazzari per quanto riguarda architettura e marmi, mentre le statue del David e Geremia laterali all'altare, 1643-1654, furono eseguite dal Fanzago stesso. La pala d'altare è di Paolo De Matteis con una Madonna col Bambino tra Sant'Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio del 1715.[14] Questa pala, proveniente dalla chiesa di Monteoliveto a Taranto (ex chiesa del Gesù e attualmente Santuario della Madonna della Salute), prese qui il posto della pala originaria di Girolamo Imparato, Visione di Sant'Ignazio a La Storta, ora visibile sulla parete destra della cappella. In alto al centro ed a destra dell'altare sono collocate due tele di Jusepe de Ribera: una Gloria di Sant'Ignazio ed un Papa Paolo III approva la regola di Sant'Ignazio, entrambe del 1643-44. Sempre in alto, alla sinistra delle tele del Ribera, è presente una Madonna con Bambino e Sant'Anna, di ignoto pittore campano del XVI secolo, proveniente dalla chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli (al posto di un originario Sant'Ignazio scrive il Libro degli Esercizi Spirituali, del Ribera, opera andata distrutta con i bombardamenti della seconda guerra mondiale). Sulla parete sinistra si trova una Santissima Trinità e Santi, attribuita ad Agostino Beltrano (ma secondo altri opera del Guercino o di Battistello Caracciolo), in origine nella cappella del Sacro Cuore, sul lato destro della chiesa. Nella volta e nei riquadri ai lati del finestrone superiore invece si osservano affreschi del Corenzio su Sant'Ignazio di Loyola. Una porta al lato destro dell'altare conduce alla sacrestia, costituita da mobilia seicentesca, un altare e un lavamano di Dionisio Lazzari e decorazioni barocche in stucco dorato su fondo bianco lungo le pareti e la volta, con al centro di quest'ultima un affresco del 1652 di Aniello Falcone su San Michele che scaccia gli angeli ribelli.[14]

La cappella del Crocifisso e di San Ciro, collocata sulla parete presbiteriale di fondo, fu disegnata da Dionisio Lazzari nel 1659 e vede affreschi di Giovanni Battista Beinaschi dell'ultimo quarto del Seicento, un pregevole gruppo scultoreo ligneo della seconda metà del Cinquecento di Francesco Mollica che ritrae la scena della Crocifissione di Cristo, con la Vergine e San Giovanni Evangelista ai piedi della croce. Ai lati del gruppo ligneo si trovano due statue ritraenti San Ciro (a sinistra) e San Giovanni Edesseno (a destra)[15]. Le statue sono state realizzate rispettivamente nel XVIII e XIX secolo. Sotto l'altare si trova l'antichissima tomba di San Ciro, risalente al IV secolo. Il pavimento è invece dei fratelli Muzio e Giovan Battista Nauclerio.[14]

L'ultima cappella, di San Francesco De Geronimo (o cappella Ravaschieri, dal nome della famiglia committente), che funge da abside della navata sinistra, presenta marmi disegnati da Giuseppe Bastelli, Domenico di Nardo e Donato Gallone, nonché resti di affreschi di Francesco Solimena. Al centro è presente un gruppo scultoreo dedicato a San Francesco De Geronimo, eseguito da Francesco Jerace nel 1932. Sulle due pareti laterali si trovano due grandi lipsanoteche lignee realizzate da Giovan Domenico Vinaccia alla fine del XVII secolo e contenenti più di 70 busti reliquiari. In posizione centrale rispetto ai busti di entrambe le pareti, si trovano le statue, sempre lignee, di Sant'Ignazio di Loyola a sinistra, e di San Francesco Saverio a destra.[14]

Abside e presbiterioModifica

 
Altare maggiore

Il ciclo di affreschi dell'abside è interamente dedicato alla Vergine Maria, e venne realizzato da Massimo Stanzione in un tempo brevissimo tra il 1639 e il 1640, per consentire ai gesuiti di celebrare al meglio il centenario della loro fondazione. Gli affreschi sulle due semilunette della parete di fondo, che danno inizio al racconto della vita di Maria, sono, a sinistra, Anna e Gioacchino cacciati dal tempio e, a destra, Gioacchino riceve in sogno l'annuncio della nascita di Maria. La narrazione prosegue con gli otto riquadri più piccoli presenti sulla volta: la Natività di Maria, la Presentazione di Maria al Tempio, lo Sposalizio della Vergine, l'Annunciazione, la Visitazione, il Sogno di Giuseppe, la Dormitio Virginis e le Esequie della Vergine. Infine, i due grandi affreschi al centro della volta rappresentano l'Assunzione e l'Incoronazione della Vergine.

La parete di fondo dell'abside venne realizzata a cavallo dei secoli XVII e XVIII su progetto di Cosimo Fanzago, ed è caratterizzata da un'architettura in marmi policromi con sei colonne corinzie di alabastro, al cui centro si apre una nicchia che ospita la grande statua della Madonna Immacolata, scolpita nel 1859 da Antonio Busciolano. La statua, in marmo bianchissimo, poggia su un globo blu in lapislazzuli, attraversato in diagonale da una fascia dorata e circondato da un gruppo marmoreo di cherubini. I cherubini e il globo poggiano su un piedistallo in marmo grigio, ornato da foglie stilizzate e da due grandi volute laterali in marmo bianco. Ai lati del piedistallo si trovano due angeli grandi e due cherubini, anche questi in marmo bianco come i precedenti. Il tutto poggia infine su un basamento in marmi policromi, che sovrasta l'altare. Sia il globo che il piedistallo risalgono al XVIII secolo e fanno parte di un progetto di Domenico Antonio Vaccaro, come pure gli angeli e i cherubini ai lati del piedistallo, realizzati tra il 1742 e il 1743 da Matteo Bottiglieri e Francesco Pagano Non sono invece noti gli autori materiali degli angioletti che circondano il globo. Del progetto originario del Vaccaro non si sono purtroppo conservati i due gruppi scultorei principali, raffiguranti la Trinità e l'Immacolata, entrambi in argento e datati 1742, anno in cui, per poterli accogliere, fu allargata la nicchia centrale della parete di fondo dell'abside. I due gruppi furono infatti requisiti, consegnati alla zecca e fusi per regio decreto borbonico nel 1798, durante il periodo di assenza dei gesuiti, insieme a tutte le statue e gli oggetti in metallo prezioso delle chiese di Napoli (escluso il Duomo) per ricavare risorse finanziarie da impiegare nella guerra contro i francesi. Ai lati della statua dell'Immacolata si trovano due altorilievi marmorei, riconducibili alla scuola dello stesso Domenico Antonio Vaccaro, che rappresentano Sant'Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio. Sotto di essi sono presenti due statue del Busciolano, sempre in marmo bianco, raffiguranti San Pietro e San Paolo. Le due statue si trovano davanti a ciascuna delle due nicchie laterali della parete di fondo, e poggiano su basamenti sporgenti, appena sopra i due lati estremi dell'altare maggiore. Infatti, per le loro grandi dimensioni, queste statue non potevano essere ospitate nelle nicchie, la cui capienza, peraltro, è ridotta ulteriormente da due delle quattro colonne laterali, che ne coprono parzialmente uno dei due lati (il lato destro della nicchia di sinistra e il lato sinistro della nicchia di destra). La posizione leggermente anomala di queste colonne è dovuta allo spostamento delle quattro colonne interne, effettuato, come già accennato, nel 1742 dopo l'allargamento della nicchia centrale.

Sulle pareti laterali dell'abside si trovano due grandi nicchie, ciascuna delle quali racchiude un coretto e un portale sottostante, riccamente decorati. Le due nicchie, i portali e i coretti sono stati realizzati probabilmente su progetto di Giuseppe Astarita, tra il 1759 e il 1762. Ciascun portale è sormontato da due angeli di marmo bianco, nell'atto di sorreggere lo stemma con il monogramma mariano. Gli angeli sul portale sinistro sono opera di Francesco Pagano, quelli del portale destro di Matteo Bottiglieri. Lo stemma mariano è abbellito, sulla sommità, da una conchiglia, ed è circondato da varie volute. Il portale è affiancato da due colonne corinzie, le quali sostengono un basamento che, a sua volta, sorregge il coretto. Quest'ultimo è caratterizzato da un'elegante balaustra, al di sopra della quale si trova un raffinatissimo parapetto a grata, contornato da numerose volute, e con la parte centrale bombata.

L'altare maggiore, ultimato nel 1857, fu ideato dal gesuita Ercole Giuseppe Grossi e progettato da Raffaele Postiglione. Tutte le pregiate sculture e decorazioni di questo altare sono incentrate sul tema dell'Eucaristia, e furono realizzate da vari artisti sotto la supervisione del gesuita Alfonso Vinzi, allora prefetto della chiesa. Il tempietto del tabernacolo comprende quattro colonnine allineate in lapislazzuli, su un fondo verde in malachite. La porticina del tabernacolo è stata realizzata da Francesco Liberti. Ai lati sono presenti sei nicchie a forma di conchiglia, che contengono altrettanti busti in bronzo nero, tutti raffiguranti dei santi la cui vita o le cui opere sono strettamente legati al Mistero dell'Eucaristia. Da sinistra vediamo, infatti: Santa Giuliana di Liegi, San Stanislao Kostka, il Beato Lanfranco di Canterbury, e quindi, alla destra del tabernacolo, San Tommaso d'Aquino, San Francesco Borgia e San Gaetano Thiene[16]. I due busti centrali, cioè quelli del Beato Lanfranco e di San Tommaso d'Aquino, sono di Costantino La Barbera, mentre tutti gli altri sono di Gennaro Calì. Il livello sottostante è occupato da una fascia con motivi decorativi a foglie di acanto, che formano spirali e racchiudono simboli eucaristici. Il basamento dell'altare, che nella parte centrale comprende la mensa, è caratterizzato da tre grandi bassorilievi, sempre in bronzo nero: a sinistra La cena di Emmaus, di Gennaro Calì, al centro, nel paliotto, L'ultima cena (trasposizione del dipinto di Leonardo da Vinci), sempre di Gennaro Calì, e, a destra, La promessa dell'Eucarestia fatta da Gesù a Cafarnao, di Salvatore Irdi. Alle due estremità del basamento sono presenti due busti di Gennaro Calì, raffiguranti San Paolo e San Cirillo di Gerusalemme, anche questi in bronzo nero, come lo sono due piccole statue ai lati del bassorilievo dell'Ultima cena, che rappresentano Aronne e Melchisedek, opera di Giuseppe Sorbilli. Ai lati dell'altare troviamo due gruppi scultorei portacandelabro in marmo, che rappresentano i simboli dei quattro evangelisti. In ciascun gruppo un angelo, nell'atto di sorreggere il candelabro, poggia su un'aquila, che a sua volta poggia su un leone ed un bue. I gruppi sono stati realizzati da Gennaro Calì, che scolpì i due angeli, in collaborazione con Giuseppe Sorbilli ed Enrico Gova, autori dei simboli sottostanti.

In una zona antistante l'abside, la chiesa comprende anche due organi a canne, sopraelevati all'interno delle ultime due arcate tra quelle che separano la navata centrale dalle due navate laterali. L'organo di sinistra, non più utilizzabile, è stato realizzato intorno al 1640 da Vincenzo Miraglia. L'organo di destra, invece, tuttora funzionante, è opera di Pompeo de Franco, ed è stato restaurato da Gustavo Zanin nel 1989, riutilizzando la cassa barocca e parte del materiale fonico del precedente strumento seicentesco. Lo strumento, a trasmissione mista (meccanica per i manuali ed elettronica per i registri e le combinazioni), ha 52 registri, 2523 canne, due tastiere di 61 note ciascuna e una pedaliera di 32 note. Solitamente, gli organi non sono presenti nelle chiese dei gesuiti, in quanto le Costituzioni di Sant'Ignazio di Loyola non prevedevano il canto liturgico, considerato dal fondatore un'attività che sottraeva tempo alla cura pastorale. Nel Gesù nuovo gli organi furono invece espressamente richiesti dai due principali benefattori e finanziatori della chiesa, la principessa Isabella Feltria Della Rovere e il vicerè, duca di Ossuna. Il progetto per l'inclusione degli organi nella struttura della chiesa fu probabilmente ideato da Giuseppe Valeriano e completato nel 1617. Nelle rispettive arcate furono realizzati due archi ribassati per sostenere la struttura degli organi, che finì per coprire del tutto gli affreschi presenti all'interno delle arcate.

Cappelle della navata destraModifica

La navata destra ha lo stesso schema di quella sinistra, con in successione: due cappelle laterali, la cappella del transetto e poi le due presbiteriali, una sulla parete di fondo ed una accanto all'abside della navata mediana.

La prima cappella è dedicata a san Carlo Borromeo e presenta decorazioni marmoree di Costantino Marasi e Vitale Finelli, due sculture del Fanzago su Sant'Aspreno e Sant'Aniello nelle pareti laterali, del 1620. Nello stesso anno, Fanzago eseguì anche gli angeli nel timpano della parete principale, mentre gli affreschi nella volta e la pala d'altare sul santo sono di Giovanni Bernardino Azzolino.

La seconda cappella (detta anche della Visitazione) è dedicata a san Giuseppe Moscati e conserva un dipinto sull'altare di Massimo Stanzione sulla Visitazione, mentre le decorazioni in marmi policromi sono del Fanzago. Nella cupola della campata antistante ci sono resti di affreschi di Luca Giordano, mentre invece gli Angeli nelle nicchie sono di Andrea Falcone.

 
Cappellone di San Francesco Saverio (transetto destro)

Il cappellone di San Francesco Saverio corrisponde all'altare del lato destro del transetto: esso è ornato da dipinti di Luca Giordano, decorazioni marmoree di Giuliano Finelli, Donato Vannelli e Antonio Solaro mentre le sculture sono di Cosimo Fanzago.[13] Le tele di Luca Giordano su San Francesco Saverio sono: San Francesco Saverio trova il Crocifisso in mare, Il santo caricato dalle croci ed Il santo che battezza gli indiani, tutte del 1690-92, poste rispettivamente in alto a sinistra, al centro ed a destra dell'altare; sono inoltre presenti: una Madonna del Rosario di Fabrizio Santafede sulla parete di destra, e cicli di affreschi su San Francesco Saverio del Corenzio e del De Matteis sulla volta, mentre del Fanzago sono le due sculture raffiguranti Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, entrambe databili 1621, ai lati dell'altare su cui fa mostra un San Francesco Saverio in estasi dell'Azzolino.[13] Sulla parete sinistra della cappella è la tela La Vergine Bambina con Sant'Anna, San Giuseppe, San Gioacchino, San Francesco De Geronimo e San Ciro, di Ludovico Mazzanti, del 1720. A sinistra dell'altare, inoltre, una porta dà accesso all'oratorio di San Giuseppe Moscati, dove sono esposti alcuni manoscritti del santo, sue fotografie storiche, alcuni rosari e gli antichi arredi delle stanze del santo (sala da letto e studio), riprodotte poi in chiesa, donate dalla sorella del medico alla congregazione dei gesuiti di Napoli.[13]

Superato il transetto si aprono le due cappelle presbiteriali della navata destra: la cappella di san Francesco Borgia, nella parete di fondo, e quella del Sacro Cuore, che funge da abside destro della chiesa. La cappella di San Francesco Borgia è arricchita unicamente con opere settecentesche, in quanto distrutta dopo il terremoto del 1688: presenta infatti affreschi di Angelo Mozzillo e la pala d'altare San Francesco Borgia in preghiera davanti al Santissimo Sacramento, di Sebastiano Conca, mentre i marmi furono disegnati, sempre nel XVIII secolo, da Giuseppe Astarita.[13]

La cappella del Sacro Cuore comprende invece affreschi di Belisario Corenzio sulla volta e sulle pareti laterali con Storie degli angeli databili 1605 e, dello stesso periodo, marmi dei fratelli Mario e Costantino Marasi.[13]

NoteModifica

  1. ^ Alfredo Cattabiani, Santi d'Italia, BUR, Milano, 1993, ISBN 88-17-25854-7
  2. ^ Touring Club, p. 152
  3. ^ L'avversione di Ferrante Sanseverino all'introduzione dell'inquisizione spagnola a Napoli non fu dovuta a motivi religiosi, quanto a ragioni prettamente politiche. Infatti l'inquisizione spagnola, legata strettamente al potere politico, era uno strumento efficacissimo per eliminare - con una semplice accusa - qualsiasi oppositore politico o nemico personale. Un grave pericolo, dunque, per chi - come i Sanseverino - avevano non poco potere ed innumerevoli feudi.
  4. ^ Il bugnato è stato risparmiato anche per le facciate laterali del palazzo, come si può vedere accedendo nel cortile dell'edificio scolastico attiguo.
  5. ^ a b Touring Club, p. 153
  6. ^ Tali complessi, presso il Palazzo Reale, in quegli anni furono trasformati nell'attuale Palazzo Salerno, inizialmente adibito a sede dei cadetti reali borbonici, ora sede del Comando Forze Difesa Interregionale Sud.
  7. ^ Questa denominazione sopravvive tuttora nel nome dell'ampia strada in pendenza che collega piazza del Gesù con via Monteoliveto e che è chiamata, appunto, "calata Trinità Maggiore".
  8. ^ Sistema già usato dagli antichi cavatori greci che avevano lavorato i blocchi in tufo destinati alle mura di Neapolis (vedi le mura greche a piazza Bellini, e quelle a piazza Cavour dietro l'edificio scolastico).
  9. ^ Solitamente interpretata come acronimo di "Jesus Hominum Salvator" (= "Gesù Salvatore degli Uomini"), ma derivata, in realtà, dall'abbreviazione del nome di Gesù in greco antico: "ΙΗΣΟΥΣ" ("Iesous")
  10. ^ "Svelato il mistero della facciata", da Il Mattino del 27 dicembre 2010.
  11. ^ "L'enigma diventa un concerto", da Il Mattino del 6 ottobre 2011.
  12. ^ www.centrostudiscienzeantichena.it
  13. ^ a b c d e f g Touring Club, p. 154
  14. ^ a b c d e f Touring Club, p. 155
  15. ^ Quest'ultimo santo, secondo la tradizione, fu compagno di martirio di San Ciro (http://www.santiebeati.it/dettaglio/90327)
  16. ^ Infatti, Santa Giuliana di Liegi promosse l'istituzione della festa del Corpus Domini; San Stanislao Kostka, durante una visione, ricevette l'Eucaristia da Santa Barbara; Lanfranco di Canterbury difese la presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo nell'Eucaristia; San Tommaso d'Aquino approfondì il Mistero eucaristico nei suoi scritti; San Francesco Borgia e San Gaetano Thiene furono particolarmente devoti all'Eucaristia, favorendone anche la pratica e l'adorazione.

BibliografiaModifica

  • AA.VV., Napoli (Guida), Napoli, Electa, 1997.
  • AA.VV., Napoli e dintorni, Touring Club Italiano Milano 2007, ISBN 978-88-365-3893-5.
  • Mario Buonoconto, Napoli esoterica. Un itinerario nei "misteri" napoletani, Roma 1996.
  • Carlo De Frede, Il principe di Salerno, Roberto di Sanseverino e il suo palazzo in Napoli a punte di diamante, Napoli, 2000.
  • Vittorio Gleijeses, La guida di Napoli e dei suoi dintorni, Napoli, Edizioni del Giglio, 1979.
  • Renato Ruotolo, Arte e devozione dalla Controriforma ai tempi moderni. La Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, in: "Campania Felix", anno V, n. 12, Napoli, maggio 2003
  • Angela Schiattarella, Gesù Nuovo, Napoli, Eidos, 1997.

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