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Canti di Cipro
Titolo originaleΚύπρια
Altri titoliCypria
IngresOdipusAndSphinx.jpg
Edipo e la Sfinge (1808-27), dipinto di Jean Auguste Dominique Ingres
AutoreStasino di Cipro (?) - Omero (?)
1ª ed. originaleVII secolo a.C.
Generepoema epico
Lingua originalegreco antico
AmbientazioneTroia
ProtagonistiAchille
SerieCiclo Troiano

I Cypria o Canti Ciprii (in greco antico: Κύπρια, Kýpria) sono un antico poema epico greco piuttosto noto e conosciuto in epoca classica, durante la quale ne circolava un testo definitivo e comunemente accettato, ma che è andato successivamente perduto. Faceva parte del Ciclo Troiano, che raccontava in versi l'intera storia della guerra di Troia. Le vicende trattate dai Cypria si pongono cronologicamente all'inizio del Ciclo Troiano e sono seguite dall'Iliade; la stesura dei due poemi apparentemente avvenne in ordine inverso rispetto alla cronologia letteraria. Il poema si componeva di undici libri scritti in esametri dattilici.

Indice

Datazione ed attribuzioneModifica

I Cypria, nella forma scritta in cui erano conosciuti nella Grecia classica, furono probabilmente composti verso la fine del VII secolo a.C.[1], ma non esistono certezze in merito. I poeti ciclici, come ha fatto notare la traduttrice delle opere di Omero Hugh G. Evelyn-White[2] "stavano attenti a non invadere il terreno già occupato da Omero" e questo è uno dei motivi per cui potrebbe ritenere la forma scritta e definitiva dei Cypria un poema post-omerico. Un altro studioso ha sostenuto: "L'autore dei Kypria doveva aver già apprezzato i temi dell'Iliade. In qualsiasi modo si leggano i Kypria, salterà agli occhi come si studino gli avvenimenti contenuti nell'Iliade per potersi riferire ad essi, ad esempio la cessione in schiavitù di Licaone a Lemnos o le storie di Achille con Briseide e di Agamennone con Criseide".[3] Si potrebbero paragonare i Cypria con l'Etiopide, un altro poema del ciclo andato perduto, ma che anche dai pochi frammenti e dalle citazioni che ne abbiamo appare maggiormente autonomo rispetto all'Iliade.

Le storie contenute nei Cypria, d'altra parte, si erano stabilizzate molto prima di allora, ed il poema condivide lo stesso problema di difficoltà di datazione di una tradizione orale che è proprio delle opere di Omero. Molte, per non dire tutte, delle leggende contenute nei Cypria erano già ben note agli autori dell'Iliade e dell'Odissea: i Cypria, presupponendo quindi la conoscenza degli eventi narrati nel poema omerico, vanno così a formare una specie di introduzione all'Iliade.[4]

Il titolo Cypria, che associa il poema con l'isola di Cipro,[5] ha richiesto alcune spiegazioni: secondo una tradizione antica[6] il poema sarebbe stato donato da Omero a suo genero Stasino di Cipro, che non viene citato in nessun altro contesto. Questa sembrerebbe essere un'allusione ad una perduta Ode Nemea di Pindaro. La storia venne poi ripresa da alcuni autori di epoca più tarda. Perlomeno la storia è servita a spiegare come mai i Cypria furono attribuiti da alcuni ad Omero, da altri a Stasino. Altri, tuttavia lo attribuirono ad Egesia di Salamina od a Cipria di Alicarnasso.

È possibile che l'Ordine di battaglia dei Troiani (l'elenco dei Troiani e dei loro alleati in Iliade II, 816-876, che forma un'appendice al Catalogo delle navi) sia un riassunto di quello presente nei Cypria, che nell'ultimo libro contenevano appunto un elenco degli alleati dei Troiani.

ContenutoModifica

Nelle attuali edizioni critiche dei Cypria sopravvivono soltanto cinquanta versi del testo originale. Per conoscerne la trama dipendiamo quindi quasi completamente da un riassunto del Ciclo Troiano contenuto nella Crestomazia scritta da un oscuro Proclo (che forse potrebbe essere identificato con il grammatico del II secolo Eutichio Proclo). Alcune altre fonti forniscono indicazioni di minor rilievo sull'intreccio del poema.

Il poema narra l'origine e le cause della guerra di Troia, nonché i suoi primi momenti. Si apre con la decisione di Zeus di alleviare, per mezzo di una guerra, il peso della popolazione che la Terra deve sopportare:

«Erano un tempo innumerevoli i gruppi vaganti in terra
degli uomini che l'ampio petto della terra sopportava
e Zeus vide e n'ebbe pietà e nel cuore accorto
decise di sollevare l'ampia terra dalla pletora d'uomini
suscitando la gran contesa della guerra iliaca,
affinché il peso di morte la facesse deserta. E in Troia
morivano gli dei, consiglio di Zeus s'adempía. - Fr. 1 Bernabè, trad. A. D'Andria»

I Cypria descrivono quindi le nozze di Peleo e Teti durante il quale nasce la disputa fra le dee per il pomo d'oro. Nel famoso episodio del giudizio di Paride[7] tra le dee Atena, Hera ed Afrodite, Paride assegna il premio per la bellezza ad Afrodite, e a sua volta riceve in premio Elena, la moglie di Menelao.

Paride, su consiglio di Afrodite, costruisce allora una nave, ed Eleno gli predice il suo futuro; Afrodite ordina ad Enea di imbarcarsi con lui, mentre anche Cassandra presagisce ciò che avverrà.

In Lacedemonia i Troiani vengono ricevuti dai figli di Tindareo, i Dioscuri Castore e Polluce, e da Menelao che si imbarca poi per Creta, dopo aver ordinato ad Elena di fornire agli ospiti tutto ciò di cui avessero avuto bisogno. Afrodite fa avvicinare Elena e Paride, ed il principe porta lei e la sua dote a Troia, con una tappa a Sidone, che Paride e i suoi uomini attaccano con successo.

Nel frattempo Castore e Polluce vengono catturati ed uccisi mentre stanno rubando il bestiame di Idas e Linceo: Zeus allora concede loro l'immortalità[8].

Iris avverte Menelao, che torna per organizzare una spedizione contro Troia insieme al fratello Agamennone. Decidono di riunire gli ex-pretendenti alla mano di Elena, che avevano giurato di difendere i diritti matrimoniali di chi tra loro fosse riuscito a sposarla. Nestore racconta a Menelao alcune storie:

Radunando i capi dei Greci, smascherano la follia simulata di Odisseo, che non voleva seguirli. I capi dei Greci riuniti insieme in Aulide celebrano dei sacrifici dall'esito infausto, e l'indovino Calcante annuncia loro che la guerra durerà dieci anni. Raggiungono la città di Teutra, in Misia e la saccheggiano per errore, scambiandola per Troia: Telefo va in soccorso della città, ma viene ferito da Achille. La flotta greca viene separata da una tempesta, ed Achille approda a Sciro, dove sposa Deidamia, la figlia di Licomede e guarisce Telefo dalle ferite, in modo che possa guidarli a Troia.

Quando gli Achei riescono a riunirsi in Aulide una seconda volta, Agamennone viene convinto da Calcante a sacrificare sua figlia Ifigenia per placare le dea Artemide e ottenere un viaggio tranquillo per le navi, dopo che il re stesso l'aveva offesa uccidendo un cervo. Ifigenia viene fatta venire fingendo che debba sposare Achille, ma Artemide all'ultimo momento la porta via, sostituendola sull'altare con un cervo, e la trasporta in Tauride rendendola immortale.

Le navi greche giungono quindi sull'isola di Tenedo dove, mentre stanno banchettando, Filottete viene morso da un serpente e deve essere lasciato a Lemno. Qui Achille litiga con Agamennone. Un primo tentativo di sbarco nella Troade viene respinto dai Troiani e Protesilao viene ucciso da Ettore. Achille allora uccide Cicno, figlio di Poseidone e costringe i Troiani a ritirarsi. I Greci raccolgono i loro caduti ed inviano dei messaggeri a chiedere la restituzione di Elena e del tesoro. Dopo il rifiuto dei Troiani, dapprima tentano un assalto verso la città, poi mettono a ferro e fuoco le campagne circostanti.

Achille vuole vedere Elena, così Afrodite e Teti escogitano un modo di farli incontrare. I Greci vorrebbero tornare a casa, ma vengono trattenuti da Achille, che poco dopo mette in fuga il bestiame di Enea, saccheggia le città vicine ed uccide Troilo. Patroclo porta Licaone a Lemno e lo vende come schiavo. Achille e Agamennone si prendono come bottino di guerra rispettivamente Briseide e Criseide.

Seguono quindi la morte di Palamede, il piano elaborato da Zeus di aiutare i Troiani allontanando Achille dall'alleanza greca ed il poema si chiude con un catalogo degli alleati dei Troiani.

Giudizi criticiModifica

I Cypria furono considerati un poema minore rispetto ai due capolavori di Omero: Aristotele li criticò per la loro mancanza di una coesione narrativa e di un argomento portante. Si tratta più che di una vicenda unitaria di un catalogo di eventi e storie separate.

Edizioni dei frammentiModifica

  • Edizioni online (versione inglese):
  • Edizioni a stampa (Il testo greco):
    • A. Bernabé 1987, Poetarum epicorum Graecorum testimonia et fragmenta pt. 1 (Lipsia: Teubner)
    • M. Davies 1988, Epicorum Graecorum fragmenta (Gottinga: Vandenhoek & Ruprecht)

NoteModifica

  1. ^ Un'indicazione circa il fatto che almeno i contenuti principali dei Cypria fossero già conosciuti attorno al 650 a.C. ci viene dalla raffigurazione del Giudizio di Paride sul "Vaso Chigi" (Burkert 1992, p. 103). Sulla caraffa di epoca proto-attica nota come "Vaso Chigi", Paride viene identificato come Al[exand]ros, nome con cui sembra venga chiamato anche nei Cypria.
  2. ^ Nella sua prefazione a Hesiod, The Homeric Hymns, and Homerica.
  3. ^ Ken Dowden, "Homer's Sense of Text", in The Journal of Hellenic Studies, nº 116, 1996, p. 48 (pp. 47-61). Si noti che l'osservazione fu originariamente fatta da Eric Bethe, in Homer: Dichtung und Sage II: Odysee, Kyklos, Zeitbestimmung, 1922, p. 202.
  4. ^ Enciclopedia Britannica, 1911: "Stasinus".
  5. ^ Burkert, (1992; p. 103) notando corrispondenze con la cultura Mesopotamica, conclude: «Queste osservazioni devono allora riferirsi all'epoca in cui Cipro, anche se ricca e potente, era ancora formalmente sottoposta alla dominazione Assira».
  6. ^ Giovanni Tzetzes, Chiliades XIII.638.
  7. ^ Paride nelle citazioni dai Cypria e nei riassunti sopravvissuti viene chiamato Alexandros.
  8. ^ Frr. 8, 11, 15 Kinkel.

BibliografiaModifica

  • Walter Burkert, The Orientalizing Revolution: Near Eastern Influences on Greek Culture in the Early Archaic Age, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1992, pp. 101-104.
  • F.G. Welcker, Der epische Cyclus (1862).
  • D.B. Monro, Appendice alla sua versione dell'Odissea, XIII-XXIV (1901).
  • Thomas W. Allen, "The Epic Cycle," in Classical Quarterly (Gennaio 1908, ed edizioni successive).
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