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Canto trentatreesimoModifica

10 febbraio 2011

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Pianto delle Virtù e intervento di Beatrice- versi 1-30Modifica

Le Virtù cardinali e teologali cantano alternandosi l'inizio del salmo 78 (Deus, venerunt gentes), piangendo, e Beatrice le ascolta triste; poi avvampata in volto, risponde loro con le parole di Gesù che preannunciano l'imminenza della sua morte e resurrezione. Quindi, preceduta dalle Virtù; si incammina facendo un cenno a Dante, Matelda e Stazio perché la seguano. Dopo pochi passi sollecita Dante a camminare più svelto e a raggiungerla per poter meglio parlare con lui; lo invita quindi a rivolgerle quelle domande che vorrebbe porle e che, spiega lui, esita a formulare per troppa deferenza. Del resto, aggiunge Dante, Beatrice sa che cosa lui desidera sapere.

Profezia di Beatrice - vv. 31-90Modifica

Beatrice commenta che ormai Dante non ha più motivo di timore o di soggezione; inizia quindi a sviluppare in senso profetico il significato delle metamorfosi del carro (la Chiesa) descritte nel canto precedente.
Il carro sfondato dal serpente (scisma) è avvenimento del passato, i colpevoli del quale sono sottoposti a punizione divina. L'aquila (l'Impero) non resterà sempre senza eredi: è prossimo il tempo nel quale un "cinquecento, dieci e cinque" (in cifre romane DXV), inviato da Dio, ucciderà la meretrice e il suo amante (la Curia romana e il re di Francia).
Questo racconto, continua Beatrice, può ora apparire oscuro, ma presto i fatti stessi scioglieranno ogni enigma. Dante dunque registri le parole che ora ascolta e le riporti fedelmente ai viventi.Non deve assolutamente dimenticare di scrivere della doppia spoliazione dell'albero della conoscenza del Bene e del Male: chiunque lo danneggia compie un sacrilegio perché Dio l'ha creato unicamente per i propri disegni e quindi è inviolabile. Adamo è stato punito infatti per più di cinquemila anni. Dante è stolto se non capisce che la pianta è altissima e capovolta per una ragione particolare; se non fosse stato sviato da pensieri attraenti ma falsi riconoscerebbe in quella forma esterna il segno della giustizia di Dio ovvero della proibizione morale di coglierne i frutti. Dato però che l'intelletto di Dante è ottenebrato al punto che la luce della verità lo abbaglia, Beatrice vuole che nella sua mente egli porti almeno abbozzato questo discorso, così come il pellegrino riporta dalla Terrasanta come ricordo e testimonianza il bastone ornato di foglie di palma.
Dante assicura che le parole di Beatrice sono impresse nella sua mente come un sigillo sulla cera; chiede poi perché le parole di lei si spingano tanto oltre le possibilità di comprensione che quanto più egli si sforza di capire, tanto più esse gli sfuggono. Beatrice risponde che questo avviene perché egli comprenda i limiti della filosofia umana che ha finora seguito, e si renda conto che la scienza umana dista dalla scienza divina quanto la terra dista dal cielo più alto e più veloce (Primo Mobile).

Davanti all'Eunoè - vv. 91-135Modifica

Dante afferma che non si rammenta di essersi mai allontanato da Beatrice, né prova alcun rimorso. Beatrice sorridendo lo invita a ricordare che ha poco prima bevuto l'acqua del Lete) e che l'oblio è chiara dimostrazione della sua colpa. D'ora in poi, assicura, le sue parole saranno semplici e accessibili alla mente di Dante ancora inesperta.
Il sole è salito quasi allo zenit quando le Virtù si arrestano al margine di un'ombra tenue come quella che in montagna si spande dalle foglie degli alberi sopra i ruscelli. Dante vede sgorgare da una sorgente due corsi d'acqua (come Tigri ed Eufrate) che lentamente si allontanano; subito egli chiede a Beatrice di che fiumi si tratti, e la donna lo esorta a chiederlo a Matelda. Questa risponde di aver già spiegato questo e si dice certa che Dante non può averlo dimenticato. Forse, commenta Beatrice, la preoccupazione più grande di comprendere tutto ciò che ha visto ha appannato la sua mente: Matelda lo guidi quindi all'Eunoè e ravvivi, come è suo compito, la sua debole capacità di ricordare il bene. Matelda con pronta gentilezza prende per mano Dante e fa cenno a Stazio di accompagnarlo.

Fine del rito e della cantica - vv. 136-145Modifica

Dante poeta afferma che se avesse più spazio tenterebbe di descrivere la dolcezza di quel bere (l'acqua dell'Eunoè) di cui non si sarebbe mai saziato; ma le carte predisposte per la seconda cantica ormai sono esaurite, e il "fren de l'arte" non gli consente di proseguire.
Ritorna dalla sacra acqua dell'Eunoè interiormente rinnovato, come una giovane pianta che si riveste di nuove fronde, ormai "puro e disposto a salire a le stelle".

AnalisiModifica

Il canto che conclude il Purgatorio porta a compimento l'itinerario personale di purificazione del personaggio Dante e nel contempo risolve i dubbi sollevati dalle enigmatiche trasformazioni descritte nel canto precedente. Le due linee tematiche sono accomunate da una prospettiva positiva, di liberazione e di salvezza.
L'umanità e la Chiesa, sulle quali incombe un male dilagante e apparentemente invincibile, saranno , secondo la solenne profezia di Beatrice, salvate da un personaggio mandato da Dio che saprà punire i colpevoli (soprattutto fra gli uomini di Chiesa) e riporterà la giustizia, compito primario dell'Impero che ora non viene assolto in quanto l'Impero stesso è vacante (l'aquila senza eredi). Un'interpretazione probabile della parola latina DVX, ovvero dux, anagramma di DXV (v.43), è che con questo "condottiero" Dante alluda all'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, nel quale egli ripose grandi speranze che vennero amaramente deluse nel 1313. Ad Arrigo VII Dante dedica alte parole di elogio nel canto XXX del Paradiso.
Difficoltà interpretative riguardano i vv.56-57: la pianta "due volte dirubata" ovvero l'albero della conoscenza dovrebbe aver subito tre spoliazioni: da parte di Adamo ed Eva in occasione del peccato originale; dalle persecuzioni dell'aquila imperiale e dal gigante che ne strappa via il carro (canto XXXII). Non è facile determinare quali sono le due a cui si riferisce il poeta.
Il canto è dominato da un accento profetico che si esprime nel linguaggio solenne, a tratti ieratico (vv.5-6; 10-12) o arricchito da richiami mitologici (v.47; v.69). Nel contesto profetico occorre notare un nuovo appello di Beatrice a Dante perchè custodisca la memoria di ciò che ora ha appreso e ne possa poi recare testimonianza: è il compito del poeta che essa ha già delineato con precisione nel (canto XXXII, vv.103-105).
Proprio in vista del suo futuro compito di poeta gli è stata riservata una via di salvezza non data ad alcuno se non ad Enea e San Paolo (Inferno - Canto secondo). Dante, infatti, compiuto il faticoso cammino attraverso Inferno e Purgatorio, ha l'animo ormai rinnovato e dopo un ultimo rito è "puro e disposto a salire a le stelle".
La cantica si conclude dunque con la stessa parola che chiude Inferno e Paradiso.

Canto trentaduesimoModifica

inserito il 26-28 gennaio 2011

Il canto trentaduesimo del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge nel Paradiso terrestre, in cima alla montagna del Purgatorio, dove le anime che hanno compiuto l'espiazione si purificano prima di accedere al Paradiso; siamo nel mattino del 13 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 30 marzo 1300.

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La processione all'albero di Adamo - versi 1-60Modifica

Dante è tutto assorto nella contemplazione del viso di Beatrice, pienamente rivelatosi dopo dieci anni dalla scomparsa di lei, a tal punto che quanto lo circonda gli è indifferente. Per questo viene rimproverato dalle Virtù teologali. Volgendosi verso di loro, una volta recuperata la vista abbagliata dal troppo sole, Dante vede che la solenne processione si è rimessa in cammino, questa volta verso oriente: prima i sette candelabri che simboleggiano i doni dello Spirito Santo, come già descritto nel canto XXIX; seguono i ventiquattro vecchi, poi il carro (che rappresenta la Chiesa), trainato dal grifone. Matelda, Stazio e Dante si accodano alla ruota destra del carro e procedono, accompagnati da canti di angeli, per uno spazio pari a circa tre tiri di freccia; a questo punto Beatrice scende dal carro.
Tutti mormorano "Adamo" circondando una pianta completamente priva di gemme o foglie. La sua chioma ha forma di cono rovesciato ed è di altezza smisurata. Le voci delle varie figure simboliche esaltano il grifone (simbolo di Cristo) perché non si ciba di quell'albero, dolce al gusto ma dannoso poi; e il grifone risponde che in tal modo si preserva il bene. Il grifone quindi trascina il carro fino all'albero e lo lega ad esso. Come sulla terra le piante in primavera mettono le gemme, poi i fiori, così l'albero, fino a quel momento del tutto spoglio, si riveste di fiori di un colore tra rosso e viola.

Sonno di Dante - vv. 61-84Modifica

Dante non riesce a percepire bene e fino alla fine il canto che accompagna questo momento, perché è colto da un sonno improvviso; non può descrivere il modo in cui si è addormentato, il che è impossibile per tutti. Il risveglio è causato da un improvviso bagliore e da una voce che lo invita ad alzarsi. Come, dopo la Trasfigurazione di Gesù, Pietro, Giovanni e Giacomo ritornano alla realtà consueta, così Dante vede Matelda china su di lui.

La missione di Dante - vv. 85-108Modifica

Matelda invita Dante a contemplare Beatrice seduta sotto l'albero, circondata dalle sette Virtù; intanto gli altri personaggi seguono il grifone verso il cielo, cantando un inno. Dante è di nuovo assorto nell'ammirazione di Beatrice, quando essa solennemente gli preannuncia che presto egli sarà in eternamente in paradiso con lei. Prima però, a vantaggio dell'umanità peccatrice, deve osservare con attenzione il carro e prepararsi a scrivere fedelmente, tornato sulla terra, quello che vedrà. Dante esegue ciò che Beatrice gli ha chiesto.

L'allegoria del carro - vv. 109-147Modifica

Con la velocità del fulmine, dalla cima dell'albero scende un'aquila che ne fende la corteccia e rompe le fronde nuove, e colpisce violentemente il carro che si piega sul fianco. Poi si avventa su di esso una volpe famelica, ma Beatrice l'accusa di colpe spregevoli e la mette in fuga. L'aquila a sua volta entra nel carro e vi lascia le sue penne; una voce dal cielo lamenta lo stato in cui si trova la "navicella" sua. (È San Pietro che deplora il triste carico che appesantisce la sua Chiesa, ossia i beni terreni).
Appare un drago, come uscito dalla terra, che conficca la coda nel carro, poi la ritrae trascinando con sé una parte del fondo, quindi se ne va. I resti del carro vengono ricoperti dalle piume dell'aquila, che in breve invadono anche il timone e le ruote. Il carro così trasformato mette fuori tre teste (ciascuna con due corna) sul timone e una su ogni lato (con un solo corno): mostro mai visto prima.

La meretrice e il gigante - vv. 148-160Modifica

Sul carro appare una "puttana" provocante, che scambia baci con un gigante. Non appena essa rivolge lo sguardo a Dante, l'amante la percuote selvaggiamente poi, pieno di gelosia e di furore, scioglie il carro dall'albero e lo trascina per la foresta, finché tra Dante e queste orride figure c'è uno schermo di alberi.

AnalisiModifica

L'inizio del canto si collega al tema dell'incontro tra Dante e Beatrice sviluppato nei due canti precedenti; dopo pochi versi però si ritorna ai motivi simbolici che occupavano il canto XXIX. Il corteo sacro, già prima descritto dettagliatamente, si rimette in cammino, seguito questa volta da Dante che, come è stato narrato nel canto XXXI, è stato trasportato oltre il fiume Lete. La processione si ferma nei pressi di un albero simile come forma all'albero che si trova nel girone dei golosi (canto XXII); ma la sua natura è anticipata dal richiamo ad Adamo: si tratta dell'albero della conoscenza del Bene e del Male, collocato, secondo Genesi,3 , nel Paradiso Terrestre, ovvero proprio nel luogo in cui ora si trova Dante. L'albero di Adamo riporta al tema del peccato originale, redento solo grazie alla Passione di Gesù Cristo, qui simboleggiato dal grifone. Nell'albero e intorno ad esso avvengono metamorfosi dense di significati allegorici.
Dopo la prima metamorfosi, con la quale l'albero da spoglio diventa verde e fiorito (grazie alla presenza del grifone), Dante è colto lentamente dal sonno, ma non può descrivere l'atto dell'addormentarsi (come è psicologicamente ben noto a chiunque), bensì soltanto accennarvi mediante la similitudine col mito di Argo indotto da Mercurio ad addormentarsi con il racconto degli amori di Pan e della ninfa Siringa.
Un'altra similitudine, questa volta tratta dal Vangelo, introduce un momento successivo del rituale, in cui Beatrice pronuncia un'esortazione a Dante che suona come una vera e propria investitura: il suo compito di poeta è rivolto al ravvedimento "del mondo che mal vive"; sullo stesso piano si dovranno collocare le parole di Cacciaguida nel canto XVII del Paradiso e di San Pietro, sempre nel Paradiso, nel canto XXVII.
In questo modo, il destino individuale di Dante (al quale è preannunciata la salvezza eterna) si collega ai destini universali dell'umanità: questo collegamento, presente, come si è detto, anche in altri punti-chiave della Commedia, attesta la duplice funzione del personaggio Dante: singola persona ben precisa, e figura-simbolo di una umanità che con il suo cammino attraverso i tre regni dell'oltretomba ritrova la strada del bene, una strada smarrita anche per colpa grave della Chiesa.
Al centro degli eventi che ora accadono è il carro, simbolo appunto della Chiesa: dapprima assalito da un'aquila, poi da una volpe affamata; poi danneggiato da un drago, infine orribilmente alterato nel suo aspetto per le penne che lo ricoprono e le ripugnanti sette teste cornute che spuntano su di esso.
Attraverso queste immagini rapidamente tratteggiate si delineano quattro momenti cruciali della vita della Chiesa: le persecuzioni da parte dell'Impero Romano (l'aquila); le eresie (la volpe, che si nutre di false dottrine); la Donazione di Costantino (le penne dell'aquila); gli scismi (l'asportazione del fondo del carro); ricordiamo che al tempo di Dante era considerato scisma anche l'Islam.
Infine, con un esplicito richiamo all'Apocalisse, viene rappresentata una meretrice (simbolo della Curia romana) in atteggiamento lascivo con un gigante che poi trascina via il carro e la donna: allusioni alla relazione tra Filippo il Bello re di Francia e la Chiesa, da cui deriverà la cattività avignonese. Già nel canto XX il sovrano francese è oggetto di un giudizio sferzante, e il papa (Clemente V) che a Filippo si sottomise è addirittura collocato nell'inferno (canto XIX).
Nel canto emerge dunque la profondità dell'impegno etico e dottrinale che Dante si assume, e che trova espressione in un linguaggio complesso, dove si accostano fasi descrittive (con tratti anche ruvidamente realistici, come ai vv.133, 136-137, 154-160, ma anche con una capacità creativa quasi allucinatoria) e fasi serenamente contemplative (vv. 31-33, 52-60, 85-90).


Purgatorio - Canto trentunesimoModifica

(21-22 gennaio 2011)

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Accusa di Beatrice e confessione di Dante - versi 1-63Modifica

Beatrice continuando le accuse del canto precedente riprende, ma questa volta rivolgendosi direttamente a Dante:"O tu che sei dall'altra parte del fiume sacro (il Lete) di', di' se questo è vero! Alla grave accusa che ti ho mosso dev'essere unita la tua confessione".
Ma Dante a quest'accusa non riesce ancora a rispondere, e Beatrice insiste: "Rispondimi, poiché la memoria del male che hai fatto non è ancora cancellata dall'acqua del fiume". Allora la paura e la confusione spingono Dante a un misero "sì" che neanche si sente, ma si può intendere solo osservando il movimento delle labbra: per il peso della vergogna, il poeta scoppia in lacrime.
Aggiunge Beatrice: "Mentre seguivi i desideri che ti avevo ispirato e che ti portavano ad amare il bene più alto al quale si possa aspirare, quali terribili ostacoli hai trovato che ti hanno fatto cadere la speranza? E quali vantaggi e guadagni ti si mostrarono negli altri beni (quelli falsi), tali che tu ti mettessi a seguire loro?"
Dante sospira amaramente e con un filo di voce a stento risponde, tra le lacrime: "I beni del mondo mi hanno attirato con le loro false apparenze sviandomi, quando con la morte il vostro viso scomparve". Beatrice commenta: " La tua colpa è ben nota a Dio, e lo sarebbe anche se tu la tacessi o negassi. Tuttavia, quando il colpevole confessa, la giustizia del tribunale celeste diviene meno dura. Ma per potere in futuro resistere meglio alle attrattive fallaci, smetti di piangere e ascolta come la mia morte avrebbe dovuto indurti a seguire una via opposta a quella che hai percorso. Non ti è mai stata mostrata alcuna bellezza superiore a quella del mio corpo; se la mia morte ti ha dimostrato l'inconsistenza di quel bene terreno, quale altro bene poteva attirarti a sé? Avresti invece dovuto innalzare il tuo animo verso il cielo, seguendo me. Niente avrebbe dovuto appesantirti e piegarti a terra, né una giovane donna o altro piacere fuggevole. Se un uccellino implume deve subire due o tre insidie prima di riconoscere i pericoli, gli uccelli adulti sanno evitare i pericoli".

Pentimento e svenimento di Dante - vv. 64-90Modifica

Dante pieno di vergogna resta muto a occhi bassi; e Beatrice lo esorta a levare il viso, anzi "la barba" per soffrire anche di più. In quel riferimento alla barba Dante coglie l'allusione alla sua età ormai matura, e con grande sforzo alza il viso. A questo punto si accorge che gli angeli cessano di spargere fiori e con sguardo ancora incerto osserva Beatrice, che gli appare tanto più bella rispetto alla Beatrice vivente, quanto quest'ultima aveva superato ogni altra donna. Riconosce allora con profondo rimorso il proprio errore e cade svenuto.

Immersione nel Lete - vv. 91-126Modifica

Quando torna in sé, Matelda è china su di lui e lo tiene stretto portandolo, immerso fino al collo nell'acqua del Lete, verso l'altra riva. Quando ormai è prossimo ad essa, Dante ode il canto degli angeli Asperges me (un versetto del Miserere); Matelda gli immerge il capo fino a fargli inghiottire l'acqua, poi lo solleva e lo fa entrate nel cerchio delle Virtù cardinali.
Esse cantando dicono di essere ancelle di Beatrice, alla quale lo guideranno; ma presso di lei subentreranno le Virtù teologali. Lo conducono quindi davanti al grifone che simboleggia Cristo, vicino al quale si trova Beatrice.
Con amore Dante guarda Beatrice, i cui occhi sono fissi nel grifone. L'immagine di questo si riflette negli occhi della donna trasformandosi (mostrando ora la natura divina ora quella umana).

Rivelazione di Beatrice - vv. 127-145Modifica

Mentre Dante si nutre intensamente di questo cibo spirituale, le tre Virtù teologali si avvicinano danzando e cantano un'invocazione a Beatrice perché sia generosa verso chi come Dante ha sofferto tanto per arrivare a lei, e gli mostri senza alcun velo il suo sorriso. La vista dello splendore di Beatrice, manifestazione della luce di Dio, è tale da superare qualunque capacità espressiva e poetica.

AnalisiModifica

Il canto è interamente centrato sul personaggio Dante e può essere interpretato in stretto collegamento con i primi due canti dell'Inferno. All'inizio del poema Dante presenta se stesso in una condizione di gravissimo traviamento spirituale, dal quale viene salvato grazie all'intervento di Virgilio (Inferno, I) sollecitato da Beatrice (Inferno, II).
Le cause e le manifestazioni di questa condizione di peccato non sono però rese esplicite; nel corso dell'opera e in particolare del Purgatorio si possono trovare indicazioni su peccati di superbia (canto XI), ma soltanto nella parte finale della cantica, ambientata nel Paradiso Terrestre, Dante-poeta rappresenta se stesso nell'atto di riconoscere l'errore che fu alla radice del suo grave traviamento.
Alla morte di Beatrice, la guida spirituale che lo aveva fino ad allora sostenuto, egli fu attratto da beni provvisori e deludenti ("o pargoletta / o altra novità con sì breve uso"). Si interpreta questa accusa di Beatrice come riferimento ad un'altra donna, evidentemente meno significativa sul piano spirituale, (cfr. Le Rime, LXXXVII e LXXXIX) e ad esperienze intellettuali problematiche.[1].
Si può dunque notare un collegamento col tema dell'origine del peccato nel rapporto con i beni terreni, trattato ad esempio nel canto XIX; nel XXXI tuttavia si esce dal linguaggio simbolico o filosofico per dare al tema evidenza drammatica attraverso il colloquio diretto tra Beatrice e Dante. Esso segue una scansione liturgica[2] (dalla contrizione del cuore, v.13 ss., all'aperta confessione, v.34 ss.) e contemporaneamente è permeato di elementi umani e psicologici: Dante-personaggio piange, sospira, fatica ad ammettere in parole la propria colpa; di fronte a lui Beatrice appare severa, a tratti ironica nel rimproverarlo per una condotta non scusabile in persona matura.
La seconda parte del canto (dal v.76) riporta il lettore al contesto, ovvero a quella scena solenne ed affollata di figure simboliche che si era presentata nel canto XXIX. Dante, sopraffatto dall'amore e dal pentimento, sviene; al suo riaversi, si rende conto di essere al centro di un rito di purificazione officiato da Matelda insieme alle Virtù cardinali e teologali. Egli contempla il grifone riflesso negli occhi di Beatrice e ne vede alternativamente le due nature, simbolo della natura divina e umana di Cristo. Solo a questo punto Beatrice rivela interamente il suo volto splendente.
È significativo che la doppia natura di Cristo sia vista da Dante negli occhi di Beatrice: allo stesso modo avverrà, all'inizio del Paradiso, il "trasumanar" che rende possibile all'uomo Dante l'ingresso nel mondo celeste; in seguito gli occhi di Beatrice saranno il tramite per il progressivo innalzarsi di Dante.
Il linguaggio è caratterizzato nella prima parte da un registro discorsivo, ricco di metafore che rappresentano i momenti psicologici; la seconda parte presenta uno stile più elevato e complesso, con pleonasmi ("vincer", vv.83-84), iterazioni (v.93, 119, 133), similitudini (v.96, 118, 121).


  1. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia. Purgatorio, a cura di Vittorio Sermonti, Milano, Ed. scolastiche Bruno Mondadori, 1996, pag.460
  2. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia. Purgatorio, a cura di E. Pasquini e A. Quaglio, Milano, Garzanti,1988, pag.420

Purgatorio - Canto venticinquesimoModifica

(inserito il 27 dicembre 2010)

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Dubbio di Dante - versi 1-30Modifica

I tre pellegrini procedono per una stretta e ripida scala. Dante, combattuto tra il desiderio di porre una domanda e il timore di essere importuno, apre e chiude invano la bocca. Virgilio se ne accorge e lo esorta ad esprimersi. dante quindi chiede come possa dimagrire un essere (del tutto spirituale) che non ha bisogno di nutrirsi. Virgilio richiama l'esempio mitologico di Meleagro, che si consumò insieme al consumarsi di un tizzone; lo invita quindi a pensare come l'immagine riflessa in uno specchio riproduca ogni moto anche minimo del corpo che si specchia. Ciò dovrebbe rendergli meno ardua la questione. Invita quindi Stazio a dare la risposta risolutiva.

Spiegazione di Stazio: la generazione dell'uomo - vv. 31-78Modifica

Stazio replica con deferenza a Virgilio di non poter rispondere negativamente alla sua richiesta. Continua dunque invitando Dante a seguire con mente attenta le sue parole.
Espone quindi una teoria della generazione e dell'infusione dell'anima nel corpo umano. Il sangue completamente purificato dai processi digestivi assume nel cuore la prerogativa di dar forma a tutte le membra, e, ulteriormente selezionato, scende nell'apparato genitale maschile, e da qui poi si unisce ad altro sangue nell'utero della donna. I due sangui, uno attivo e l'altro passivo, si fondono producendo dapprima un coagulo e poi dando vita ad esso come propria specifica materia. La potenza formativa, divenuta anima vegetativa, analoga a quella di una pianta salvo che in questa è già compiuta mentre nell'essere umano deve ancora evolversi, continua ad operare fino a diventare capace di moto e di senso (anima sensitiva) come una spugna marina; da questo punto inizia a organizzare le facoltà delle quali è origine.
Così si manifesta pienamente la virtù che proviene dal cuore del padre, nei vari modi in cui la natura provvede allo sviluppo di tutte le membra. Ma ancora non si comprende come l'essere vivente diventi essere parlante (ossia abbia un'anima razionale); e su questo punto - osserva Stazio - è caduto in errore un grande sapiente (Averroè) che non vedendo un organo deputato all'anima razionale fece di quest'ultima una sostanza separata ed universale. Dante si apra dunque alla verità e comprenda che non appena il cervello del feto è pienamente formato, Dio infonde in un così mirabile frutto della natura fisica uno spirito appena creato, pieno di virtù (ossia di potenze), che assimila a sé tutte le virtù che trova nel feto formando con esse un'unica anima, che vive (vegetativa), sente (sensitiva) e riflette su di sé (razionale). Stazio aggiunge un'analogia naturalistica: il calore del sole congiunto al succo della vite diventa vino.

I corpi aerei - vv. 79-108Modifica

Quando l'uomo muore - continua Stazio - l'anima si scioglie dal corpo, portando con sé sia la parte umana (vegetativa e sensitiva) sia quella divina (razionale). Le facoltà umane, prive del corpo, rimangono inattive; invece memoria, intelligenza e volontà, liberate dai vincoli corpore, assumono intensità maggiore. L'anima in modo misterioso conosce il proprio destino, verso l'Inferno o il Purgatorio. Non appena raggiunge la sua sede, la virtù formativa agisce sull'aria circostante così come aveva operato nella materia corporea. Come nell'aria piena di vapore acqueo la luce del sole si manifesta nei vari colori dell'arcobaleno, così l'aria intorno all'anima viene da essa disposta nella forma analoga a quella assunta dal corpo; da allora in poi quel corpo aereo segue l'anima così come la fiammella accompagna il fuoco. Dato che ricava da questa parvenza incorporea la propria possibilità di manifestarsi, l'anima è chiamata ombra; in questa figura incorporea organizza tutte le sue funzioni sensitive. Così, dice Stazio, le anime possono parlare e ridere, piangere e sospirare secondo i diversi sentimenti provati. Ecco la causa di quel fenomeno per cui Dante si meraviglia (ovvero la magrezza delle anime incorporee).

I lussuriosi - vv. 109-139Modifica

Mentre Stazio sviluppava la sua spiegazione, i pellegrini sono giunti all'ultimo girone e hanno piegato verso destra. Una nuova difficoltà li attende: la parete rocciosa del monte scaglia verso l'esterno una fiamma che viene volta in su da un vento che spira dall'orlo della cornice; rimane libero per il passaggio solo un lembo molto stretto confinante con l'abisso, così che i tre devono avanzare l'uno dopo l'altro, e Dante teme da una parte il fuoco e dall'altra il vuoto. Virgilio lo invita a guardare con attenzione per non mettere il piede in fallo.
Dal cuore della fiamma si ode l'inno di Sant'Ambrogio Summae Deus clementiae (Dio di somma clemenza) e Dante, voltatosi, vede spiriti che cantano mentre camminano tra le fiamme. Finito l'inno, gridano le parole Virum non cognosco (dal racconto dell'Annunciazione nel Vangelo di Luca), indi ripetono a bassa voce l'inno intercalandolo con esempi di castità elogiando Diana cacciatrice che mise al bando la ninfa Elice venuta meno all'impegno di castità, quindi mogli e mariti che vissero con temperanza la loro vita coniugale. dante comprende che questi cibi spirituali faranno sì che alla fine la piaga del loro peccato (la lussuria) si cicatrizzi.

AnalisiModifica

Il canto venticinquesimo è uno dei passi nei quali risalta l'impegno di Dante nell'esplicare con precisione concetti e teorie fondamentali secondo la sua concezione filosofico-teologica, fondata essenzialmente sul pensiero di Aristotele e di San Tommaso d'Aquino. Occorre osservare tuttavia che sullo specifico argomento di questo canto Dante si allontana da San Tommaso e propende per le tesi di Alberto Magno, oltre a confutare espressamente il pensiero di Averroè.
Qui egli prende spunto dall'apparente contraddizione tra l'essenza tutta spirituale delle anime e la devastante magrezza dei golosi come l'amico Forese Donati. Ciò gli offre una duplice possibilità: esporre la teoria filosofico-scientifica relativa alla generazione dell'uomo e all'origine dell'anima; e giustificare un aspetto evidente soprattutto nell'Inferno e nel Purgatorio, ossia la presenza di elementi corporei (anche molto accentuati) nelle pene inflitte alle anime, ossia a realtà per definizione prive di corpo.
per una corretta comprensione del testo si deve tenere presente la terminologia aristotelica con le coppie materia/ forma e potenza/atto.

Purgatorio - Canto ventunesimoModifica

(30 novembre 2010)

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Apparizione improvvisa di Stazio - versi 1-39Modifica

Dante è turbato e dubbioso per il terremoto e il canto del Gloria descritti alla fine del canto ventesimo; mentre si affretta dietro Virgilio compare un'anima, che li segue senza essere notata, finché per prima parla, con un augurio di pace. Nella sua cortese risposta, Virgilio accenna alla propria condizione di escluso dalla salvezza. Allo stupore dell'anima, Virgilio aggiunge chiarimenti sulla condizione di Dante e sul proprio compito di guida. Chiede quindi spiegazioni sulla natura del terremoto e del coro di anime.

Stazio spiega la natura metafisica del Purgatorio - versi 40-75Modifica

L'anima, che non ha ancora rivelato la sua identità, afferma che la montagna del Purgatorio, ad eccezione, al massimo, delle sue pendici, è completamente immune dai normali agenti atmosferici (i "vapori", secondo la scienza medievale cui Dante si rifà), e quindi anche da quelli che provocano i terremoti (i vapori "secchi" e "densi"). La scossa che i poeti hanno avvertito al termine del canto precedente è stata invece causata dal passaggio di un'anima alla cornice successiva. Tale passaggio è anche accompagnato dal coro di tutte le anime.

L'anima spiega quindi che non è un intervento esterno a determinare il passaggio alla cornice successiva: è la volontà stessa dell'anima che attesta l'avvenuta purificazione. Dice poi di esser rimasto in questa cornice più di cinquecento anni, e di aver provato or ora questa libera volontà di salire: da ciò il terremoto e il canto di lode delle anime espianti. Virgilio chiede all'anima di rivelare chi sia e perché sia rimasto tanto tempo nella cornice degli avari.

Il riconoscimento tra Stazio e Virgilio - versi 76-136Modifica

Stazio racconta di essere stato famoso per la sua poesia sotto Vespasiano, nel tempo della repressione della rivolta ebraica da parte di Tito conclusasi con la distruzione di Gerusalemme e con la dispersione degli Ebrei; nomina anche le sue due opere principali, conosciute al tempo di Dante, la Tebaide e l'Achilleide, dichiarando di aver tratto da Virgilio somma ispirazione poetica. L'Eneide è stata, egli dice, mamma e nutrice della sua poesia; la sua gratitudine verso Virgilio è tale che accetterebbe di prolungare il suo purgatorio se fosse vissuto al tempo di Virgilio.

Si costruisce fra Dante e Virgilio un gioco di sguardi quasi mimico. Dante si sente spinto a sorridere del fatto che Virgilio viene lodato da Stazio senza che questo sappia che Virgilio è proprio davanti ai suoi occhi. Stazio chiede a Dante il motivo del suo «lampeggiar di riso» e solo dopo un incitamento della sua guida Dante rivela a Stazio l'identità del suo accompagnatore; Stazio, raggiante di gioia, si butta ai piedi di Virgilio, dimenticandosi dell'inconsistenza delle loro anime (indicata nel secondo canto del Purgatorio e nell'episodio di Casella).

Analisi del cantoModifica

L'evento del terremoto, che conclude il canto XX, segna un distacco fra questa parte del Purgatorio e gli ultimi due gironi. Spariscono nel racconto i riferimenti alle tristi vicende civili e prende campo il tema della poesia: la vicenda personale dell'autore e la sua coscienza di scrittore assumono una dimensione diversa alla luce della fede. Nei canti successivi numerosi e continui sono gli incontri con poeti: dopo Stazio è la volta di Forese Donati, di Bonagiunta da Lucca, di Guido Guinizzelli e di Arnaut Daniel. E in tutti questi incontri tema ricorrente è il rapporto tra poesia e fede, tra arte ed amicizia. Il tono espressivo diviene più dolce: si avverte che ci si sta avvicinando a Beatrice.


Il canto presenta due momenti:

  • vv. 1-75; introduzione dottrinale.
  • vv.76-136; presentazione della figura storica di Stazio e dinamica affettiva del riconoscimento di Virgilio.

Il XXI canto (come il successivo) è dedicato all'incontro di Virgilio con il poeta latino Stazio e si apre con un prologo, che si distende in tre tempi: la sete di sapere, l'apparizione dell'ombra del risorto, il riferimento all'esilio e all'esclusione di Virgilio. È la sequenza più convenzionale e dottrinaria, con la comparsa di Stazio, la consueta presentazione da parte di Virgilio e Dante, e la trattazione da parte di Stazio sulla natura fisico-escatologica del Purgatorio. Si può notare tuttavia che già in questa sequenza introduttiva affiorano elementi significativi legati al contesto della parte conclusiva: infatti i riferimenti all'acqua della Samaritana e all'incontro di Emmaus, in quanto fonti evangeliche, preannunciano il valore religioso che Dante attribuisce alla poesia; mentre il riferimento alla sorte malinconica di Virgilio, di cui pure si esalta l'opera e la funzione storica, segna i limiti della cultura classica. D'altra parte, la spiegazione di Stazio sulla causa del terremoto e sulla natura della montagna rende evidente la differenza fra mondo umano e mondo divino: il passaggio della anime dall'uno all'altro girone è affidato alla loro libertà, senza che nessuno intervenga a verificare il loro giudizio. Ritorna così quel tema della libertà, che è fondamentale in tutto il Purgatorio.
Questa parte del canto è caratterizzata da un tono scientifico divulgativo e chiarificatore, ma ricco di figure retoriche, come espressioni sintetiche («da sé in sé», v. 44), ripetizione di un verbo centrale («Trema.. tremò... Tremaci», vv. 55, 57 e 58), costruzioni per asindeto negativo («non pioggia, non grando, non neve, / non rugiada, non brina», vv. 46-47; «né rade, / né coruscar, né figlia di Taumante», vv. 49-50).

Nella seconda parte del canto, si svolge fra i tre poeti una relazione complessa, in parte implicita, nella quale è naturale riconoscere come Dante attribuisca a Stazio una condizione di discepolo letterario di Virgilio che in realtà è la propria. È una scena quasi teatrale, nella quale alle parole vanno aggiunti gli sguardi, i sorrisi e i silenzi. Dante, udendo l'elogio di Virgilio pronunciato da Stazio, vorrebbe rivelare che Virgilio è proprio lì con loro, ma Virgilio con l'espressione gli intima di tacere. Stazio coglie l'ombra di sorriso nel viso di Dante e ne chiede ragione; a questo punto, preso tra due fuochi, Dante deve spiegare che accanto a loro è colui che ha guidato Stazio alla poesia e sta guidando lui alla salvezza spirituale. Si accenna così all'altro aspetto del rapporto Virgilio - Stazio - Dante, ovvero il valore di maestro di vita e di salvezza attribuito a Virgilio (tema che viene sviluppato nel canto successivo).
Il linguaggio pone in evidenza il valore dell'Eneide con espressive metafore: è la "fiamma" che ha "allumato" innumerevoli poeti ed è stata per lui "mamma" e "nutrice".

Purgatorio - Canto ventesimoModifica

(pubblicato 10/11 novembre 2010)

Temi e contenutiModifica

Invettiva contro la cupidigia - versi 1-15Modifica

Secondo il desiderio di Adriano V, Dante, benché desideroso di continuare il colloquio, si allontana insieme a Virgilio; i due camminano rasentando la roccia per evitare sia i tanti penitenti distesi a terra sia il pericoloso margine esterno della cornice. Il poeta scaglia un'invettiva contro la "antica lupa" che, come nel primo canto dell'Inferno simboleggia la cupidigia, e chiede quando dagli influssi celesti si determinerà un cambiamento che cacci dal mondo questo vizio.

Esempi di povertà e di liberalità - vv. 16-33Modifica

Procedendo lentamente, Dante sente una voce che nel pianto loda Maria, esempio di povertà, Fabrizio Luscino, un console romano che preferì la povertà virtuosa a ricchezze guadagnate disonestamente, e il vescovo Niccolò (di Mira in Licia), ossia san Nicola da Bari, generoso verso tre ragazze per mantenerle sulla retta via.
Sono tre esempi della virtù contraria al vizio punito in questo quinto girone, ossia l'avarizia.

Ugo Capeto - vv. 34-123Modifica

Dante si rivolge a chi ha espresso queste lodi chiedendo chi sia e perché gli altri non si uniscano alle sue parole. Promette in cambio preghiere quando tornerà sulla terra.
Il personaggio risponde di essere stato "radice de la mala pianta" ovvero della malvagia dinastia che opprime tutti i cristiani e che di rado dà buoni frutti. Se le città della Fiandra potessero, si vendicherebbero subito dell'oppressione patita (è una profezia post eventum, la rivolta contro i Francesi avvenne nel 1302). Si presenta quindi come Ugo Ciappetta, capostipite di quella dinastia di vari Luigi e Filippi da cui è retta tuttora la Francia. Racconta di essere nato da un macellaio di Parigi; quando si estinse la dinastia dei re carolingi, grazie alla monacazione di uno zio ultimo erede della corona, Ugo si ritrovò con un immenso potere e, circondato di sostenitori, associò al regno il proprio figlio Roberto sancendo così la nascita della nuova dinastia dei Capetingi.
Egli presenta poi la degenerazione dei suoi discendenti, collegata all'avidità suscitata dall'acquisizione della contea di Provenza avvenuta nel 1246. La "rapina" compiuta con la forza e con l'inganno fu l'espansionismo ai danni di regioni come Piccardia, Normandia e Guascogna. Poi Carlo I d'Angiò venne in Italia e fece uccidere Corradino di Svevia (nel 1268). Dopo poco tempo Carlo di Valois entrò a Firenze sotto le apparenze di un paciere disarmato, ma con l'arma del tradimento le fece "scoppiar la pancia" (1301), ossia ne fece cacciare i cittadini eminenti (compreso Dante), traendo dall'impresa solo peccato e vergogna. Un terzo Carlo (Carlo lo Zoppo), catturato dagli Aragonesi durante la guerra del Vespro, patteggiò le nozze di sua figlia Beatrice con Azzo VIII d'Este come fanno i pirati con le schiave.
A questo punto Ugo Capeto prorompe in un'invettiva contro l'avarizia che ha indotto addirittura i suoi discendenti a non curarsi dei propri stessi figli. Il suo discorso continua con un'altra profezia post eventum: il fiordaliso, simbolo araldico dei re di Francia, entrerà in Anagni e giungerà a catturare il vicario di Cristo (papa Bonifacio VIII) (1303). Così Cristo sarà un'altra volta deriso e insultato fino alla morte, mentre i ladroni continuano a vivere. L'avidità insaziabile del nuovo Ponzio Pilato (che è Filippo il Bello) lo spingerà a confiscare illegittimamente i beni dei Templari.
Conclude la sua amara esposizione invocando da Dio giusta vendetta sui suoi discendenti. Risponde quindi all' altra domanda di Dante, spiegando che gli esempi di povertà sono proclamati durante il giorno, mentre di notte le anime ricordano esempi di avarizia: Pigmalione di Tiro, re Mida, Acan che rubò oggetti sacri a Gerico, Anania e Saffira (dagli Atti degli Apostoli), Eliodoro, Polimnestore, Marco Licinio Crasso. Le anime parlano a voce più o meno alta secondo l'intensità dell'ammirazione (per le virtù) o dell'indignazione (per i vizi). Perciò Dante ha avuto l'impressione che fosse solo Ugo a lodare i tre esempi di virtù, ma in realtà le anime vicine parlavano a voce bassa.

Terremoto e canto del Gloria - vv. 124-151Modifica

Mentre i due pellegrini si allontanano, il monte del Purgatorio è scosso da un violento terremoto che riempie Dante di terrore, seguito da un grido corale; Virgilio rassicura il poeta, mentre Dante discerne nel potente grido le parole dell'inno Gloria in excelsis Deo. I due si fermano finché quel canto si conclude, poi riprendono il percorso fra le anime degli avari. Dante non osa domandare a Virgilio spiegazioni per non rallentare il cammino e nemmeno è in grado di capire l'accaduto, quindi procede pieno di timore e di dubbi.

AnalisiModifica

Dopo l'incontro col papa Adriano V, esempio di avidità nell'ambito della Chiesa, in questo canto Dante incontra Ugo Capeto, progenitore della dinastia monarchica di Francia in cui il poeta vede gravissimi esempi di questo vizio. Nell'ideale politico di Dante, espresso nella Monarchia, solo una forte autorità esercitata dall'imperatore potrebbe ricondurre entro giusti limiti le ambizioni dei potenti; invece la monarchia francese abusa del proprio potere a danno degli altri popoli e della Chiesa stessa. Nelle parole di Ugo Capeto Dante fa risuonare la propria esecrazione per i comportamenti tenuti in Italia nel proprio tempo da Carlo d'Angiò , Carlo di Valois e Carlo lo Zoppo. Parole durissime bollano poi Filippo il Bello che ha osato affrontare Bonifacio VIII con un gesto di prepotenza senza precedenti (il cosiddetto schiaffo di Anagni). In questo caso, il papa non è fatto oggetto delle gravi accuse espresse da Dante in altri canti della Commedia, ma è visto come Vicario di Cristo, così che la sua dignità calpestata appare come una seconda passione inflitta a Gesù Cristo.
In questo ampio discorso di Ugo Capeto i fitti riferimenti storici tuttavia sono imprecisi nell'indicazione del re come figlio di un macellaio, secondo una tradizione infondata, e nell'affermazione che fu l'eredità della contea di Provenza a dare inizio alla politica di espansionismo e di usurpazione, il che è smentito dalla cronologia degli eventi stessi cui il canto fa riferimento.
Il tema dell'avarizia e avidità è in questo canto sviluppato con un linguaggio particolarmente espressivo, anche mediante i numerosi artifici retorici. In primo piano l'anafora "veggio...veggiolo...veggio" (vv.86, 88, 91) che sottolinea la profezia relativa a Filippo il Bello. Si notano inoltre delle apostrofi: v.10 (contro l'"antica lupa", la cupidigia), v.13 (invocazione di Dante al cielo perché con i suoi influssi susciti un ravvedimento degli uomini), v.82 (ancora contro la cupidigia, da parte di Ugo), v.94 (a Dio perché punisca i re di Francia). Numerose metafore sottolineano la tensione espressiva: in particolare "radice de la mala pianta" (v.43 e seguenti), "scoppiar la pancia" (v.75; qui emerge un registro volutamente basso), "le cupide vele" (v.93).


Purgatorio, canto XVIIIModifica

(10-12 marzo 2010)

Temi e contenutiModifica

Natura dell'amore - versi 1-39Modifica

Dopo aver concluso la sua spiegazione, Virgilio guarda Dante negli occhi per vedere se è soddisfatto; questi non parla per non essere importuno, ma Virgilio comprende il suo desiderio di fare altre domande e lo incoraggia. Dante quindi, ringraziando Virgilio per tutti i suoi insegnamenti, lo prega di chiarirgli cosa sia l'amore, che nel canto precedente è stato identificato come origine di ogni atto buono o cattivo.
Virgilio spiega che l'animo è creato con la predisposizione ad amare; la mente è colpita dalla realtà esterna, volge l'animo verso di essa, e se quella realtà è bella e piacevole, l'animo prova amore. Poi, come il fuoco per sua natura tende verso l'alto, così l'animo è naturalmente spinto a desiderare l'oggetto amato e non trova pace finché non lo possiede. Spesso gli uomini cadono in errore in quanto ritengono che qualsiasi amore sia di per sé lodevole: è buona la facoltà di amare, ma non lo sono sempre le sue concrete realizzazioni (così come non tutti i sigilli sono buoni, anche se la cera è buona).

Amore e libero arbitrio - vv. 40-75Modifica

Dante esprime ancora un dubbio: se l'amore nasce per effetto di realtà esterne, l'animo non è responsabile della strada buona o cattiva che percorre. Virgilio chiarisce di poter rispondere secondo quanto detta la ragione; al di là di essa, su argomento di fede, potrà intervenire Beatrice. Ogni anima, prosegue, è distinta dal corpo ma unita ad esso, e si manifesta solo quando opera, attraverso gli effetti che produce (come la vita vegetativa si manifesta nelle piante con l'apparire delle fronde verdi). Perciò l'uomo non sa da che cosa derivino le capacità di conoscere e di amare (facoltà innate come nelle api l'istinto di produrre il miele); in questa prima inclinazione quindi non vi è né merito né biasimo. Per le inclinazioni successive, opera la ragione che deve acconsentire solo a quelle buone. Da ciò il principio della responsabilità di fronte ad oggetti d'amore buoni o cattivi. Gli antichi filosofi compresero l'esistenza di questa libertà innata nell'uomo e fondarono su di essa la filosofia morale. È dunque possibile per l'uomo accogliere o respingere un amore che nasca senza sua volontà. Beatrice identifica questa nobile facoltà con il libero arbitrio: se ne ricordi Dante, se ella gliene parlerà.

Gli accidiosi - vv. 76-138Modifica

Con una elaborata perifrasi, Dante spiega che la seconda giornata nel purgatorio è ormai alla fine (è quasi mezzanotte). Virgilio ormai ha risposto ai suoi dubbi, ed egli è in uno stato di torpore, che viene però improvvisamente interrotto da una gran folla di anime che alle sue spalle sopraggiunge correndo con furia, come le moltitudini dei Tebani che invocavano Bacco. Le prime due anime piangendo gridano esempi di sollecitudine: Maria che va a visitare Elisabetta, e Giulio Cesare che durante la guerra civile si muove velocemente da Marsiglia alla Spagna per colpire i pompeiani. Gli altri aggiungono, sempre gridando, esortazioni alla velocità nell'espiare, così da sollecitare la grazia divina.
Virgilio comprende che si tratta di anime di accidiosi e chiede loro di indicare dov'è il passaggio al girone superiore. Uno degli accidiosi invita i due poeti a seguire il gruppo, e spiega che non possono fermarsi a parlare, non per scortesia ma perché spinti a correre dal fervore di purificarsi. Dice di essere stato abate di San Zeno a Verona al tempo di Federico Barbarossa di cui ancora si ricordano con dolore i milanesi, la cui città fu distrutta. Sta per morire, continua l'abate, un potente (Alberto della Scala) che ben presto sconterà la pena per aver offeso quel monastero, imponendo come abate suo figlio, non integro di corpo e ancor meno di spirito.
Intanto si allontana, e Dante non sa se abbia finito o no di parlare; Virgilio lo invita a fare attenzione a due anime che gridano esempi di accidia punita: gli Ebrei troppo fiacchi nel seguire Mosè, che non giunsero a vedere il Giordano, e i Troiani che invece di seguire Enea si fermarono in Sicilia.

Sonno di Dante - vv. 139-145Modifica

Scomparsa ormai la schiera di anime, Dante è immerso in pensieri che si succedono, e di pensiero in pensiero scivola nel sogno.

AnalisiModifica

Continuando la tematica svolta nel canto precedente, questo canto approfondisce la dottrina sull'amore, posta come base dell'elaborazione concettuale relativa alle radici del male. Che cosa spinge l'uomo a peccare, e in che cosa consiste il peccato; come può l'uomo, creato da Dio quindi recante l'impronta del bene, volgersi a compiere il male: ecco le domande intorno alle quali, con sapienza teologica unita a limpidezza di argomentazione, si articola anche il canto diciottesimo. Il dubbio principale di Dante verte sulla (apparente) contraddizione tra un impulso innato, perciò in sé non colpevole né lodevole, e la responsabilità dell'uomo che determina , nel mondo ultraterreno, pena o premio.
Tutto questo è anche la premessa necessaria, per quanto dottrinalmente impegnativa, per la comprensione del sogno cui si accenna alla fine del canto e che occuperà l'inizio del canto successivo (il sogno della "femmina balba"). Si può osservare l'importanza che il sogno riveste nel Purgatorio: tre momenti determinanti sono descritti in modo simbolico e allusivo attraverso i sogni. Il primo momento (canto IX) coincide con l'uscita dall'Antipurgatorio. Il terzo (canto XXVII) si identifica col passaggio al Paradiso terrestre. Il sogno che si profila in questo canto XVIII è centrato sul rapporto con i beni terreni, ovvero su quel tema dell'amore che ha appassionato Dante sin dalla formazione giovanile e stilnovistica, per evolversi poi attraverso la riflessione filosofico-teologica. Del resto, il rapporto non di opposizione ma di continuità tra filosofia e teologia, ovvero tra ragione e fede, è indicato con chiarezza nelle parole di Virgilio, che rimanda a un futuro intervento di Beatrice l'ulteriore sviluppo dell'argomento.

Il linguaggio del canto è intessuto di perifrasi, similitudini, metafore; dominante, nei numerosi riferimenti al mondo naturale, lo sguardo al cielo, che segna il passaggio dalla prima alla seconda metà del canto e che introduce una metafora di sorprendente realismo (il secchione ardente accostato alla luna che rosseggia nella notte).

Rispetto alla densità della parte dottrinale, appare forse meno incisiva la parte del canto relativa agli accidiosi, nella quale tuttavia non manca un riferimento aspro e polemico ad un grave episodio di sopruso nobiliare avvenuto nel tempo di Dante.


Purgatorio, canto XIVModifica

AnalisiModifica

Il canto XIV rappresenta un passaggio importante nello sviluppo del tema politico, che Dante ha iniziato a costruire fin dal VI canto dell'Inferno e progressivamente ampliato e approfondito. Nel Purgatorio, il tema ha trovato una forte ripresa nel V canto, nel quale due dei tre personaggi morti violentemente sono stati vittime delle contrapposizioni politiche; il canto successivo, con l'apostrofe Ahi serva Italia, di dolore ostello estende lo sguardo alla condizione di tutta l'Italia, per convergere infine su Firenze. Anche nel canto XI, tra i superbi, risuonano accenni alle guerre intestine della Toscana
Il canto XIV, nella peculiare costruzione dialogica, tra personaggi che rivelano solo tardivamente il proprio nome, offre il massimo risalto alla durezza delle immagini e dei giudizi espressi prima sulla Toscana, identificata con le diverse zone percorse dall'Arno dalla sorgente alla foce, poi sulla Romagna, evocata attraverso una fitta serie di nomi di località e di famiglie nobili. Il quadro complessivo è di una decadenza cha appare senza scampo: i cittadini toscani sono visti come bestie luride, violente, insidiose; i nobili romagnoli hanno come unica via d'uscita l'estinzione delle loro famiglie.
Le parole pronunciate da Guido del Duca, nobile ravennate che aveva esercitato in Romagna la funzione di giudice, traggono spunto dalla perifrasi che usa Dante, invece di nominare l'Arno: come se - commenta Rinieri - fosse una di quelle cose orribili che è meglio tacere. Di fatto, questa è l'occasione che dà modo a Guido (e in realtà al poeta) di iniziare un monologo ampio (vv.29-66) e di linguaggio volutamente aspro. Dante non commenta, ma mette in rilievo il turbamento di Rinieri. Alla domanda di Dante di sapere chi siano, Guido presenta se stesso e Rinieri Paolucci di Calboli, in Romagna, che conquistò e dominò brevemente Forlì.
Ora Dante può comprendere meglio chi sia il "nipote" di Rinieri (ossia Fulcieri) del quale Guido ha parlato ponendolo al centro di una profezia sull'immediato futuro di Firenze.

Dopo una scena così intensa, dominata dal protagonista Guido, il canto si conclude in tono alto e severo con le parole di Virgilio, che richiama gli uomini al rispetto dei loro limiti e a tendere lo sguardo al cielo e alle sue "bellezze eterne", invece di lasciarsi imprigionare nelle bassezze terrene.


Purgatorio, XIIIModifica

(7 febbraio 2009)

AnalisiModifica

Il canto è costruito sul tema della cecità, a partire dall'uso dell'etimo di "invidia" (da "in+videre", in latino guardare contro, guardare con ostilità). La vista è tolta con una forma di contrappasso particolarmente penosa, descritta con precisione nei molti particolari e rafforzata dalla similitudine con i ciechi mendicanti alle porte dei santuari.
L'assenza di vista sembra riflettersi anche nell'assenza di colore che connota questo girone, uniformemente grigio, anzi "livido", sia nella roccia sia nelle vesti dei penitenti. Quasi spettrale anche l'effetto delle voci che arrivano in volo e subito si allontanano, e dei frammenti di litanie afferrati da Dante prima di vedere, con dolore e compassione, la schiera degli invidiosi.
Essi, che in vita ebbero sentimenti ostili e malevoli verso gli altri, ora si sostengono a vicenda: è una manifestazione di quello spirito di carità che, in quanto virtù contraria al peccato dell'invidia, contribuisce alla purificazione delle anime.
Anche Dante si riconosce macchiato dall'invidia, ma in misura minore rispetto al peccato di superbia, sul quale ha avuto modo di riflettere percorrendo il primo girone, la cui pena ancora lo tormenta interiormente.
Mentre nel canto XI Dante ha incontrato tre diversi personaggi, ora, nel quadro desolato del secondo girone, solo una voce si fa sentire, dapprima con toni cortesi, poi con accenti di pentimento e di gratitudine per chi l'ha aiutata con la sua preghiera. Lo sfondo della vita di Sapìa è ancora una volta la Toscana della seconda metà del Duecento. Qui la città in primo piano è Siena, definita piena di gente vana ossia vanitosa e superficiale, come già nel canto XXIX dell'Inferno (v. 122). Però, tra tanti stolti, ci fu a Siena un modesto artigiano che per pura generosità pregò per Sapìa, così da abbreviarne la sosta nell'Antipurgatorio, dato che essa si era pentita solo sul finire della vita.
Nelle parole di Sapìa non manca qualche traccia di ironia, non solo verso i concittadini (vv.151-154), ma anche verso se stessa, come nei vv.109-110 e nel v. 123 dove paragona se stessa al merlo che si illude che sia finito l'inverno quando appare un barlume di sole (come nel detto proverbiale sui giorni della merla).
Dell'identità storica di Sapìa si hanno poche notizia: dovrebbe essere nata intorno al 1230; forse fu moglie di Ghinibaldo Saracini, signore di Castiglioncello presso Monteriggioni. Era zia di Provenzano Salvani, che Dante rappresenta nel girone precedente. Nella battaglia di Colle Val d'Elsa i senesi e gli altri Ghibellini, guidati proprio da Provenzano Salvani, furono sconfitti dai fiorentini comandati da Giovanni Bertrand vicario degli Angioini, l'8 giugno 1269.

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Purgatorio, canto IX

Rassegna dei principi negligenti - vv. 91-136Modifica

Sordello indica vari personaggi di alto rango, identificandoli con gli atteggiamenti o con i tratti fisici più evidenti. Il primo è l'imperatore Rodolfo d'Asburgo, che non canta insieme agli altri e mostra rimorso per aver trascurato il suo maggior dovere (il riferimento all'Italia è evidente); accanto a lui, in atto di confortarlo, Ottacchero re di Boemia, certo migliore del proprio figlio Venceslao, ancora vivente e vizioso.
Seguono altri sovrani: Filippo III di Francia (col naso piccolo), in aria di confidenza con Enrico I di Navarra. I due, entrambi tristi e tormentati, sono padre e suocero di Filippo il Bello, definito "mal di Francia", dalla vita "viziata e lorda". Il corpulento Pietro III d'Aragona e Carlo I d'Angiò suo avversario in terra sono qui uniti e concordi nel canto. Alle spalle di Pietro, l'ultimo figlio, di promettente valore ma morto giovanissimo. Gli altri eredi invece non hanno saputo trasmettere il valore paterno: si tratta di Giacomo II d'Aragona e Federico III d'Aragona, re di Sicilia.
Dopo aver commentato quanto di rado la virtù dei padri si trasmetta alla discendenza, Sordello cita come esempio negativo la condizione di Puglia e Provenza sotto il regno di Carlo II d'Angiò. Commenta il valore rispettivo di Pietro d'Aragona, Carlo I e Carlo II d'Angiò facendo riferimento alle loro mogli.
In solitudine siede Enrico III d'Inghilterra che ha una discendenza migliore. L'ultimo, seduto più in basso (perché non è un re) è il marchese Guglielmo VII di Monferrato, causa di lutti per le guerre mosse contro Alessandria e il Canavese.

AnalisiModifica

L'incontro con Sordello, che nel canto sesto era stato bruscamente interrotto dalla lunga e violenta apostrofe all'Italia e a tutti i corresponsabili della sua rovina, riprende in modo più disteso. Dopo la manifestazione di riverenza di Sordello verso il maestro Virgilio, e l'accennno malinconico di quest'ultimo alla propria condizione eterna, vengono date informazioni essenziali sul "sistema" del Purgatorio. In esso si può procedere verso l'alto, quindi verso la purificazione, solo con la luce del sole. La notte non impedisce aille anime di muoversi, ma esse sanno che possono soltanto o sostare o muoversi nel luogo in cui si trovano. Trasparente l'allegoria: il sole fin da Inferno - Canto primo rappresenta la grazia divina, la tenebra rappresenta il peccato.
Poi, in quello che si presenta come un locus amoenus, nella "valletta" che prefigura il Paradiso Terrestre in un'atmosfera addolcita dal canto corale della preghiera, i tre poeti assistono ad una scena penitenziale.
le anime dei sovrani e principi qui raccolte fanno parte dell'ampia schiera di "negligenti" ovvero di coloro che, attratti da preoccupazioni terrene, non si sono dedicati con la dovuta sollecitudine alla cura del bene spirituale. In questo gruppo, c'è anche chi, come l'imperatore Rodolfo, è stato negligente anche verso il dovere politico di custodire la giustizia in Italia. Si ricordi, nel sesto canto, vv. 103-105, l'accusa mossa all'imperatore Alberto e a suo padre (appunto Rodolfo) di aver trascurato il giardin de lo imperio.
Anche gli altri regnanti citati sono collegati alla recente storia dell'Italia, puntualmente ricordata con cenni rapidi ma pregnanti.
Un aspetto tipico del Purgatorio è dato dalla concordia che qui accomuna personaggi che in vita furono anche violentemente ostili. Anticipata dal canto corale, questa concordia si mostra anche nell'atteggiamento esteriore, meditativo e assorto, delle anime.
Proprio a questo tende e contribuisce la scena che, ripetendosi ogni sera, rafforza nei penitenti la consapevolezza del male e delle tentazioni alle quali soggiacquero in vita, e della necessità della grazia divina, rappresentata dagli angeli, per vincere il male.
Dal punto di vista espressivo, il canto presenta molti elementi descrittivi, sia nel delineare il luogo, sia nell'identificare i personaggi con tratti fisici e gesti (il naso piccolo oppure grande, la corporatura massiccia, la guancia appoggiata sulla mano...). _________________________________________________________________________

Paradiso, canto XVII

ANALISIModifica

I dubbi di Dante sono il modo scelto dal poeta per mettere in evidenza in modo nettissimo il significato e la funzione che egli attribuiva alla propria opera in stretto collegamento con la sua vicenda personale di esule. Cacciaguida spiega le ragioni della condanna, illustra le esperienze dei primi tempi d'esilio, l'orgoglioso far parte per stesso, fino all'accoglienza a volte generosa (Bartolomeo della Scala) a volte umiliante:
«Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»
Da questo racconto, nella forma cara a Dante della "profezia post eventum" emerge la figura austera del poeta che, escluso da ogni possibilità di intervenire nel concreto delle vicende politiche ma rivestito di dignità "super partes" proprio per la sua condizione di esule, è chiamato ad essere testimone di verità. Il dubbio sull'opportunità di un messaggio poetico troppo severo e sgradito ai potenti induce Cacciaguida a consacrare l'opera del poeta come vital nodrimento per chi la leggerà.
Questo significato altamente morale della Commedia non si comprenderebbe se Dante non fosse certo che per l'umanità sviata è possibile il ravvedimento. La profezia del cambiamento sarà confermata da san Pietro nel canto XXVII (vv.142-148) e anche in quel contesto il compito di Dante sarà severamente riaffermato (e non asconder quel ch'io non ascondo vv. 64-66). Ma lo stesso Cacciaguida pronuncia un solenne preambolo (vv.37-45) volto a consacrare le affermazioni successive sotto il sigillo della verità che procede da Dio .


Purgatorio, canto XIX (pubblicato 31 ottobre 2010)

AnalisiModifica

La prima parte del canto è occupata dal racconto di un sogno, che, come gli altri due sogni di Dante (canto IX e canto XXVII), segna un punto di particolare importanza nella cantica. Esso, nella sua articolazione complessa, si riferisce ai peccati dei quali si purificano le anime che Dante incontrerà da ora in poi (siamo alle soglie della quinta cornice del Purgatorio), ovvero a peccati che consistono, in forme diverse, nell'eccesso di attaccamento ai beni terreni, come ha spiegato Virgilio nel canto XVII. Questo eccesso nasce dall'attenzione stessa dell'uomo che trasforma in parvenze piene di fascino delle realtà di per sé negative e rivoltanti. (Il tema è approfondito nel canto XVI del Paradiso). Ma la filosofia illuminata dalla grazia divina (la "donna santa e presta") riesce a svelare le brutture nascoste sotto l'apparenza ammaliante. Occorre dunque, secondo l'invito di Virgilio, rivolgere lo sguardo verso il cielo.
Non verso il cielo ma verso terra è invece rivolto lo sguardo delle anime che Dante vede al suo ingresso nel quinto girone; la loro preghiera (Adhaesit pavimento anima mea, v. 73) e la pena di contrappasso esprimono in modo letterale la condizione di questi peccatori (avari e prodighi). L'incontro con il papa Adriano V permette a Dante di riprendere il tema dell'avarizia e avidità degli uomini di Chiesa, in evidente simmetria con il canto XIX dell'Inferno. Ma qui il papa pentito ed espiante conclude il colloquio richiamando Dante alla comune condizione umana, al di là delle dignità terrene.