Utente:Pebbles/Archivio 6

Paradiso - Canto tredicesimoModifica

completato il 28 febbraio 2012

AnalisiModifica

Il canto è dedicato alla spiegazione di un dubbio di Dante; ha quindi una manifesta impronta dottrinale, rafforzata dall'dentità del personaggio che si assume questa spiegazione, ossia Tommaso d'Aquino. Si trtta, come è noto, di uno dei pilastri della formazione teologica di Dante, oltre che di un maestro della filosofia medioevale definita Scolastica. L'argomentazione svolta in questo canto si snoda in tre sezioni: dapprima si conferma l'opinione sulla sapienza superiore di Adamo e di Cristo, in quanto soli uomini creati direttamente da Dio; poi si conferma che la sapienza di Salomone è superiore ad ogni altra, relativamente però ai re; infine si invitano gli uomini ad esercitare la massima prudenza nel giudicare soprattutto il destino delle anime dopo la morte.
La maggior parte del canto è di registro alto, con il ricorso al lessico tipico del linguaggio filosofico ("sussistenze" ed "atto", "potenze", "contingenze") ed anche ad espressioni latine (vv. 98 - 100). Tutto il ragionamento è punteggiato di espressioni che accompagnano gradualmente Dante, e il lettore, verso la comprensione: "Tu credi (v.37), "e però miri" (v.46), "Or apri li occhi" (v.49), "io commendo tua oppinione" (v.85), "pensa chi era" (v.92), "se ciò ch'io dissi e questo note" (v.103), "vedrai aver solamente respetto" (v.107). Non manca un neologismo, "s'intrea" (v. 57), di formazione analoga a "s'io m'intuassi, come tu t'inmii" (Paradiso, IX, 81).
Il registro alto caratterizza anche l'elaboratissimo proemio, nel quale l'anafora "Imagini...;imagini...; imagini... (vv. 1-10) scandisce il procedimento tutto mentale di una ricomposizione e scomposizione di stelle (24 in totale, da dividersi in due gruppi circolari di 12, ad immagine delle due corone di beati), cui si aggiunge una similitudine in sé assurda tra il lentissimo corso del fiume Chiana e il moto velocissimo del Primo Mobile. Il proemio si conclude con un dotto richiamo agli inni pagani rivolti a Bacco e ad Apollo (definito Peana cioè guaritore), in contrasto con gli inni dedicati alla Trinità e all'Incarnazione.
La prevalenza del registro alto non deve tuttavia far trascurare esempi del registro familiare o addirittura basso ("comico" nel significato che Dante dà a questo termine), che emerge nella metafora della paglia (v.34), nelle similitudini delll'albero (vv. 70-71) e dell'artista (vv. 77-78), e soprattutto nella parte finale, animata da un accento polemico, dove risaltano un modo di dire come "E questo ti sia sempre piombo ai piedi" (v.112) e versi la cui espressività riflette esperienze comuni (vv. 131-138). La terzina finale, con l'uso di nomi proverbiali come "donna Berta" e "ser Martino", conclude, in forma colloquiale e diretta, l'invito ad essere prudenti nel giudicare.


Paradiso - Canto dodicesimoModifica

completato il 22 febbraio 2012

AnalisiModifica

L'immagine della perfetta corrispondenza tra la prima e la seconda corona di spiriti sapienti, rafforzata dalla similitudine del doppio arcobaleno, può essere interpretata come emblema della struttura dei canti XI e XII, certo concepiti unitariamente secondo un disegno preciso in tutte le sue parti, come è stato notato dagli interpreti moderni, (ad esempio Erich Auerbach, Umberto Bosco, Raoul Manselli). I due canti mostrano un pieno parallelismo strutturale, essendo formati da preambolo, elogio del santo fondatore, invettiva contro la decadenza del proprio ordine, presentazione dei componenti della corona. Vi sono inoltre, nell'ambito delle due sezioni principali, ulteriori elementi di analogia.
L'elogio di Domenico, come quello di Francesco, è preceduto dall'affermazione che la nascita dei due santi è da ascriversi alla volontà provvidenziale di portare aiuto alla Chiesa (anche qui "sposa" di Cristo, v.43) in un periodo di debolezza e corruzione, per mezzo di "due campioni" (v. 44) che operarono rispettivamente col "fare" (l'azione caritativa di Francesco) e col "dire" (la predicazione di Domenico). Nel canto XI i due santi sono indicati con la parola "prìncipi" (v. 35).
Il racconto biografico si apre come nel canto XI con la perifrasi relativa al luogo di nascita. Qui si tratta di Calaroga, in Castiglia, non lontana da Guzmàn da cui san Domenico trae il cognome. L'amore di Domenico per la fede cristiana viene espresso con termini sponsali (vv. 61-62), meno sviluppati tuttavia rispetto alla complessa allegoria delle nozze tra Francesco e Povertà. Sono ripresi elementi di origine agiografica come i sogni premonitori della madre o le precoci manifestazioni di umiltà del bimbo ancora lattante. Il cammino del santo viene quindi presentato sinteticamente come un "combattere" contro il "mondo errante", in nome di quella buona dottrina dalla quale sono scaturiti i ventiquattro beati delle due corone. Non manca una forte critica al traviamento della Chiesa, che, a partire dal pontefice, trascura la tutela dei poveri; invece, Domenico chiese ad Innocenzo III e ad Onorio III non l'attribuzione a sé e al proprio ordine di privilegi ecclesiastici, bensì l'autorizzazione a combattere per difendere la fede. A questo impegno si dedicò con sapienza teologica e con volontà, e manifestò la sua forza soprattutto dove maggiori erano le resistenze degli eretici. Il riferimento è alla Linguadoca e alla crociata contro gli Albigesi.
Dal v. 108 si inizia l'invettiva contro la decadenza dei francescani, aperta, come nel canto precedente (v. 118), dalla rinnovata affermazione del pari valore tra i due santi, mediante la metafora di una biga (quindi un carro da guerra: ritorna l'area semantica del combattere) con due ruote di uguale grandezza. I francescani, che dapprima seguirono il loro fondatore, ora camminano all'indietro (v. 117), come si vedrà al momento del raccolto, quando ci sarà più ""loglio" che grano. Vi sono sì rare eccezioni, ma in maggioranza i francescani deviano rispetto alla regola, eccedendo ora in direzione del rigore (gli "Spirituali"), ora verso il lassismo (i "Conventuali").
Il discorso di Bonaventura, come già quello di Tommaso, si conclude con un'elenco di beati; è significativo che l'ultimo citato, ossia il francescano Gioacchino da Fiore, autore di scritti profetici conosciuti da Dante. La sua posizione accanto a Bonaventura è, come quella di Sigieri di Brabante accanto a Tommaso, un segno di conciliazione: nella vita terrena, infatti, Bonaventura aveva combattuto il profetismo di Gioacchino.
Si perfeziona così un dittico nel quale Dante esprime il suo giudizio sulla Chiesa contemporanea e traccia idealmente il percorso che essa dovrà seguire per ritornare sulla retta via.
Nel canto si osserva un linguaggio elaborato, di registro alto; ad esso concorrono la "similitudine preziosa, internamente complicata di molteplici riferimenti dotti, svolta con nitida esattezza[1]; l'interpretazione spirituale dei nomi (Felice, Giovanna, Domenico)[2]; le "immagini vigorose" e il "ritmo concitato" di una "gagliarda epopea"[3].

NoteModifica

  1. ^ Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, Firenze, La Nuova Italia, 1978, p. 152
  2. ^ idem
  3. ^ idem, p. 153

Paradiso - Canto undicesimoModifica

(completato il 14 febbraio 2012)

AnalisiModifica

Dopo un'introduzione nella quale Dante-auctor compiange la tendenza degli uomini ad occuparsi solo di attività terrene, per quanto non tutte di per sé negative, riprende il filo narrativo.
Tommaso riconosce nella mente di Dante due dubbi relativi alle frasi "u' ben s'impingua" e "non nacque 'l secondo" (canto X, v. 96 e 114) e si accinge alla spiegazione, affermando prima di tutto che sono necessarie due esposizioni distinte.
In questo canto egli affronta il primo dubbio, mentre tratterà il secondo nel canto XIII. Dal v. 28 si inizia dunque una amplissima esposizione, estesa fino alla fine del canto. Il tema di fondo è l'intervento provvidenziale in favore della Chiesa, che tra il secolo XII e il XIII era in preda ad una forte crisi sia morale sia dottrinale. Alla volontà della Provvidenza Tommaso fa risalire la nascita di Francesco e Domenico, fondatori degli Ordini religiosi ispirati rispettivamente alla carità e alla sapienza. Uguale il loro compito, pari il loro valore, cosicché lodandone uno si esprime implicitamente anche la lode dell'altro. Quindi Tommaso, domenicano, delinea la vicenda spirituale e storica di Francesco. Solo verso la fine del canto (v.118) riprende il paragone tra i due santi e si sofferma sulla decadenza dell'ordine domenicano, per rispondere infine al primo dubbio di Dante.
I versi dal 43 al 117 sono dedicati all'elogio di San Francesco. Su questo santo nei decenni successivi alla sua morte (1226) era fiorita una ricca agiografia, assai diffusa anche a livello popolare (attestata per esempio dai Fioretti). Dante tuttavia sceglie di non utilizzare gli episodi famosi della predica agli uccelli, del lupo di Gubbio ammansito ecc.; la narrazione di Tommaso è invece costruita secondo una analogia tra Francesco e Cristo[1] e ripercorre solo i momenti salienti della vita del santo di Assisi. La scelta di Francesco che, giovanissimo, rifiutò i beni paterni, viene rappresentata come un'unione nuziale con la povertà, che era rimasta "privata del primo marito", ovvero vedova di Cristo. L'unione così sorprendente e ricca d'amore tra "questi amanti" suscitò in altri il desiderio di imitarli: nacque così il primo piccolo gruppo di frati, che ricevette un riconoscimento verbale dal papa Innocenzo III. Un secondo e più solenne riconoscimento sancì nel 1223 la costituzione dell'Ordine. Francesco in seguito cercò invano di convertire i musulmani d'Egitto; tornato in Italia, ricevette alla Verna l'"ultimo sigillo", ossia le stimmate, altro segno che lo collega a Cristo. Vicino alla morte, raccomandò ai suoi frati l'amore per la povertà ("la donna sua più cara", v. 113) e volle morire sulla nuda terra, ossia nel "grembo" della povertà stessa.
Risulta quindi elemento caratterizzante la personificazione della povertà, non a caso indicata con l'iniziale maiuscola (v.74). Sposa di Francesco, e, undici secoli prima, di Gesù Cristo, il quale peraltro si unì col suo sangue alla Chiesa (v.33). Il duplice richiamo nuziale conduce ad identificare nella povertà "il sigillo d'identità della Chiesa militante" [2]. Di conseguenza, l'abbandono in cui cadde la povertà, vedova di Cristo, significa che ben presto la Chiesa deviò dal proprio compito ideale allontandosi dal modello delle origini. Anche nell'ordine francescano si riflette lo spirito mondano, come verrà spiegato nel canto successivo (vv. 115-120). Per Dante, Francesco rappresenta in modo eroico la lotta contro la cupidigia, causa prima della decadenza della Chiesa e di tutta l'umanità (Inferno - Canto primo, vv. 94-104). Viene lasciato in ombra un tratto determinante come l'umiltà (accennata al v. 87 e al v. 111), per dare invece il massimo rilievo a caratteri appunto eroici (v.58-59, 88-92, 100).
La parte conclusiva del canto tira le fila dell'esposizione per arrivare a spiegare come mai nella "santa greggia" di Domenico (e di Tommaso) molti frati ("pecore"), invece di mantenersi fedeli alla regola del fondatore così da ricavarne frutti spirituali, seguono strade impervie ("diversi salti") e non ne ricavano nulla di buono (v. 129).
Il canto, oltre ad essere costruito sull'allegoria delle nozze con la Povertà, presenta un ricco tessuto di figure retoriche. Si possono notare, in particolare, le metafore che designano la Chiesa (vv. 31-33, vv. 119-120), l'ordine domenicano (vv. 122-123, vv. 124-132, v.137)


NoteModifica

  1. ^ Erich Auerbach, Studi su Dante, Feltrinelli, Milano, 1963 (1^ edizione).
  2. ^ Divina Commedia, Paradiso, a cura di Vittorio Sermonti, Milano, Bruno Mondadori, 1996, p.167.

Paradiso - Canto decimoModifica

Temi e contenutiModifica

L'ordine del mondo - versi 1-27Modifica

Chi contempla l'ordine del firmamento voluto dalla Trinità divina, che regola cieli ed astri mediante le Intelligenze angeliche, non può non pregustare l'immagine del Creatore. Dante si rivolge al lettore, invitandolo a levare con lui lo sguardo verso le sfere celesti per ammirare l'arte del divino artefice. In quel punto (al momento dell'equinozio di primavera) si incontrano l'equatore celeste e il piano dell'eclittica con le costellazioni dello Zodiaco. L'inclinazione dell'eclittica consente che gli influssi celesti si esercitino sulla Terra attivandone le potenzialità. Se l'inclinazione rispetto all'equatore celeste fosse maggiore o minore, il mondo sarebbe difettoso. L'apostrofe si conclude con l'esortazione a riflettere bene e a procedere da solo sulla strada preparata dal poeta, il quale ora è completamente immerso nell'alta materia del suo racconto. Il cielo del Sole - vv. 28-63 [modifica]

Il Sole, congiunto col punto equinoziale, accoglie nel proprio cielo dante, il quale non si accorge del salire se non quando esso è già compiuto. Beatrice infatti lo guida così velocemente da un cielo all'altro, che l'azione si svolge in un istante. Nella luminosità del cielo del Sole spiccano, ancora più lucenti, le anime. Il loro fulgore è indescrivibile, benché il poeta chiami in aiuto tutte le sue facoltà Del resto non è mai esistito uno sguardo che potesse vedere una luce più intensa di quella del sole. I beati di questo quarto cielo (dal quale ricevettero la disposizione alla sapienza) sono perennemente saziati nel loro desiderio di conoscenza da Dio che svela loro il mistero della Trinità. Dante si affida a Dio con piena gratitudine ed amore, su invito di Beatrice, che ne gioisce intensamente.

La corona degli spiriti sapienti - vv. 64-81Modifica

Dante e Beatrice vengono circondati da una corona di anime splendenti, come l'alone che talvolta circonda la luna. Esse cantano con una dolcezza indescrivibile e contemporaneamente danzano, disegnando lentemente tre giri, finchè si fermano, simili a donne che attendono le nuove note della ballata per riprendere la danza.

Tommaso d'Aquino e i sapienti della prima corona - vv. 82-148Modifica

Un'anima si rivolge a Dante affermando che non soddisfare il desiderio del pellegrino, che ha dalla Grazia divina il dono di percorrere i cieli sarebbe impossibile, in quanto contrario alla natura caritatevole dei beati. Si dichiara appartenente all'ordine dei Domenicani, come il suo vicino di destra, che è Alberto di Colonia, e si presenta: è Tommaso d'Aquino. Indica poi via via tutti i sapienti che fanno parte della stessa corona: Graziano, Pietro Lombardo, Salomone, non nominato ma indicato con una perifrasi elogiativa che verrà ripresa nel canto XIII. Seguono Dionigi l'Areopagita, Paolo Orosio e, introdotto da un'altra perifrasi, Sant'Agostino. Poi, Isidoro di Siviglia, Beda, Riccardo di San Vittore. L'ultimo del cerchio, accanto a Tommaso, è Sigieri di Brabante (che ebbe forti contrasti teologici con Tommaso stesso).
Poi, come un orologio che con i suoi meccanismi suona l'ora del mattutino, la ruota dei beati si rimette in movimento cantando con dolcezza ineffabile.

AnalisiModifica

L'ampia introduzione, completata da un'intensa apostrofe al lettore, sottolinea il passaggio dai primi tre cieli, la cui influenza può, se male interpretata, dare origine a comportamenti non buoni, al cielo del Sole, la cui influenza, come quella dei cieli successivi, è esclusivamente positiva e si manifesta come desiderio di sapienza. A questo tema è intonato lo sviluppo di tutto il canto, di registro costantemente alto e intessuto di elementi dottrinali.
Le prime due terzine sono di marcata impronta teologica; segue un'elaborata descrizione cosmologica collegata con il tema dell'influsso astrale. La meraviglia di Dante per la luce indicibile che lo accoglie, e la gratitudine devota a Dio, sono tanto grandi che Beatrice viene momentaneamente "eclissata" nell'"oblio" (v.60). Si apre una nuova descrizione, centrata sui beati che danzando e cantando in modo ineffabile circondano Dante e Beatrice. Solo a questo punto, cioè oltre la metà del canto (v. 82) si ode la voce di un beato, il quale dopo un dotto preambolo presenta se stesso, poi via via gli altri undici sapienti che costituiscono la corona. Sono insigni rappresentanti del pensiero giuridico, filosofico e teologico, in buona parte appartenenti ai secoli XII e XIII. Non mancano però pensatori dell'Alto Medioevo e, unico esponente del mondo pre-cristiano, Salomone. L'altezza della sua sapienza è evocata dalla frase "a veder tanto non surse 'l secondo" (v.114), che fornirà l'occasione per un'estesa spiegazione da parte dello stesso Tommaso nel canto XIII. Si nota infatti come Tommaso sia la voce centrale anche nel canto XI, nel quale svolge l'elogio di Francesco d'Assisi e nel XIII, dove sviluppa un ragionamento esemplare del suo sapere teologico.
Nel canto X Dante, con le parole di Tommaso, delinea un quadro della cultura medioevale alla quale egli è debitore per la sua dottrina e concezione del mondo; esso culmina nell'immagine di ritrovata concordia fra Tommaso e il suo avversario Sigieri: l'uno accanto all'altro, illuminati dalla stessa luce eterna. La luce è infatti elemento dominante, non solo, come è ovvio, nella descrizione del cielo, ma anche nel riferimento ai singoli beati (vv.103, 109, 115, 118, 122, 130, 134, 136).
La similitudine conclusiva, sottolineata da onomatopea ed allitterazione (v.143) propone in forma analogica l'armonia tra voci diverse che concorrono ad uno stesso obiettivo ideale, ossia la verità.


Paradiso - Canto nonoModifica

Temi e contenutiModifica

Profezia di Carlo Martello - vv. 1-12Modifica

Carlo Martello, dopo aver chiarito il dubbio circa la diversità tra fratelli, predice a Dante gli inganni che subirà il figlio Carlo Roberto da parte dello zio. Ma, prima di tornare alla sua beatitudine, esorta il poeta a non rivelare nulla in quanto il giusto castigo colpirà re Roberto.
Sarebbe auspicabile indirizzare i cuori umani al sommo bene, anziché alle vanità terrene!

Cunizza da Romano - vv. 13-66Modifica

Intanto un altro spirito, che dallo splendore esterno rivela il desiderio di rendere cosa gradita, si accosta al poeta. Lo sguardo di Beatrice rassicura Dante, il quale chiede all’anima di dimostrare come essa possa vedere riflesso insè il pensiero di lui. Quella, allora, comincia a parlare come ad una persona cui piace fare bene.
È Cunizza, gli fa sapere, sorella dell’efferato tiranno Ezzelino III. Proviene, come il fratello, da quella parte della corrotta terra italica tra Venezia e le sorgenti dei fiumi Brenta e Piave da dove si leva il colle di Romano. Lei, Cunizza, si trova in Paradiso avendo in vita subito l’influsso di Venere che l’aveva resa peccatrice. La sua letizia può apparire strana agli uomini (ma non a Dio che, giudicando in modo diverso, ha disposto la sua salvezza). Accenna poi alla luce, splendente come un gioiello, che le sta accanto, e dice che la sua fama durerà almeno cinque secoli, grazie alla virtù della sua vita terrena: monito alla folla di coloro che, nella Marca Trevigiana, continuano a vivere male, sebbene le sventure li abbiano già colpiti. Ma ben presto i padovani tingeranno del proprio sangue le acque del Bacchiglione (sconfitti dai Ghibellini nel 1314) e a Treviso l'arroganza di Rizzardo da Camino sarà stroncata (da una congiura, nel 1312). Cunizza continua nelle profezie "post eventum" parlando di Feltre: il suo vescovo consegnerà a tradimento ai ferraresi tre fuorusciti, per mostrarsi favorevole alla parte guelfa. Conclude affermando che nell'Empireo i Troni sono le Intelligenze angeliche che come specchi riflettono nei beati il giudizio divino. A questo punto tace e si riunisce al moto circolare degli altri beati.

Folchetto da Marsiglia - vv. 67-108Modifica

Il poeta si rivolge al beato cui prima Cunizza ha accennato e che ora risplende come un rubino, esortandolo a parlare, dato che già conosce il desiderio di Dante. L'anima risponde con elaborate perifrasi geografiche dalle quali si comprende che è nato a Marsiglia. Di nome Folco[1], ricevette l'impronta determinante del cielo di Venere e visse con passione l'amore nella sua giovinezza. Tuttavia di tale amore non prova pentimento, bensì gioia, poiché la provvidenza lo orientò verso il bene.

Raab - vv. 109-126Modifica

Folchetto prosegue indicando la luce che scintilla accanto a lui: è Raab, lo spirito più luminoso del terzo cielo, dove fu accolta prima di ogni altra anima redenta da Cristo. Tanta gloria le è valso l'aiuto che essa (prostituta di Gerico) diede a Giosuè nella conquista della Terra Santa, di cui oggi importa assai poco al pontefice.


Invettiva contro i chierici avari - vv. 127-142Modifica

Firenze, nata dal seme di Lucifero, produce e diffonde ovunque il "maladetto fiore", ossia il fiorino, la moneta che suscitando l'ingordigia di ricchezza ha trasformato i pastori (gli ecclesiastici) in lupi. I Vangeli e gli scritti dei dottori della Chiesa sono lasciati da parte, e si studiano solo i Decretali, cioè i testi di diritto canonico. Papa e cardinali, pensando solo alle ricchezze, hanno dimenticato Nazaret dove l'arcangelo Gabriele diede l'annuncio a Maria. Ma presto i luoghi di Roma sacri per il martirio di San Pietro e dei primi cristiani saranno liberati da tale profanazione.

AnalisiModifica

Come nel canto precedente, l'attenzione del poeta è rivolta, più che alla tematica amorosa attinente al cielo di Venere, a un'osservazione dura e a tratti polemica della situazione politica dell'Italia contemporanea e della Chiesa. In questo contesto, spiccano le profezie: una, pronunciata da Carlo Martello, riguarda il fratello Roberto d'Angiò, re di Napoli; la seconda, pronunciata da Cunizza, riguarda le città venete dilaniate da violenze e odi di parte; la terza, espressa da Folchetto di Marsiglia, è l'approdo di una vera e propria invettiva contro gli uomini di Chiesa, a cominciare dal papa, che hanno abbandonato il vangelo e si occupano soltanto delle ricchezze e dei modi apparentemente leciti per aumentarle. Nelle parole del trovatore, poi divenuto arcivescovo, spicca una metafora (il pastore diventato lupo) che anticipa con precisione le parole pronunciate da Pietro nel canto XXVII (vv. 55-56). Come in altri canti, anche qui l'asprezza dell'invettiva e l'amarezza delle profezie si esprimono in un registro linguistico caratterizzato dal lessico "basso" ( "si fa la ragna", "sconcia", "bigoncia", "il maladetto fiore"). Con questo linguaggio convive tuttavia un registro più alto, avvertibile nelle perifrasi geografiche (vv.25-30; 43-49; 82-93) e nei richiami mitologici (vv.97-102). Non mancano, infine, neologismi di creazione dantesca (v.73. "tuo veder s'inluia", ripreso poi dal v.81: "s'io m'intuassi come tu t'inmii").

NoteModifica

  1. ^ Folchetto da Marsiglia, trovatore provenzale, dopo la morte della donna amata, divenne cistercense, poi vescovo; perseguitò gli Albigesi. Morì nel 1231.

Paradiso - Canto ottavoModifica

Temi e contenutiModifica

Il cielo di Venere - versi 1-30Modifica

Nell'antichità i pagani attribuivano a Venere l'influenza sull'amore sensuale ("folle"), e per tale ragione le dedicavano sacrifici e preghiere; onoravano sua madre Dione e suo figlio Cupido e davano il nome della dea al pianeta che accompagna il sole al mattino (Lucifero) e alla sera (Vespero). Dante si accorge di essere passato dal cielo di Mercurio al cielo di Venere solo dall'aumentata bellezza di Beatrice. Nella luminosità diffusa del terzo cielo, distingue singole luci che si muovono con diversa rapidità, forse, egli crede, in relazione all'intensità della visione interiore che ciascuna anima ha di Dio. Le anime interrompono il loro moto circolare e si avvicinano con la velocità di un lampo, cantando Osanna.

Carlo Martello - vv. 31-84Modifica

Una delle anime si accosta manifestando la gioia di poter soddisfare ogni desiderio di Dante, e spiega che tutte loro appartengono al terzo cielo di cui Dante stesso ha scritto nella prima canzone del Convivio ("Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete"). Dante, con l'assenso di Beatrice, chiede all'anima chi sia, e questa si accende di gioia cominciando a parlare. Si tratta di Carlo Martello d'Angiò, che non si rivela direttamente, ma esprime rimpianto per la sua vita breve che gli ha impedito di mostrare pienamente a Dante il proprio affetto[1]. Indica poi i territori che, se non fosse morto anzitempo, sarebbero stati sottoposti al suo dominio: la Provenza, l'Italia meridionale, l'Ungheria. In Sicilia avrebbero dovuto regnare i suoi discendenti, se il malgoverno degli angioini non avesse suscitato la rivolta dei Vespri siciliani. Questo dovrebbe essere di monito a suo fratello Roberto, re di Napoli, la cui avidità potrebbe aggravare eccessivamente i pesi che già opprimono i suoi sudditi.

Sulla diversità dei caratteri umani - vv. 85-148Modifica

Dante risponde esprimendo gioia e gratitudine all'amico; quindi gli chiede come mai possa discendere un frutto amaro da un "dolce seme", ovvero una cattiva discendenza da una buona stirpe. La provvidenza divina, risponde Carlo, si manifesta nei cieli come capacità di influire sulle creature orientandole a un giusto fine previsto. Se così non fosse, le influenze dei cieli sarebbero rovinose; il che non può essere perché i cieli sono guidati da intelligenze angeliche create da Dio stesso.

Il dialogo continua con serrate domande e risposte, dalle quali si deduce che la natura umana trova la sua realizzazione nel vivere in società, il che comporta l'assunzione di funzioni diverse. Di conseguenza, occorrono capacità diverse: ad esempio c'è chi nasce legislatore come Solone e chi condottiero come Serse, chi religioso come Melchisedech e chi scienziato come Dedalo. Tali attitudini provengono dall'influenza dei cieli, che però non distinguono tra famiglia e famiglia: da questo deriva l'indole diversa tra fratelli (Esaù e Giacobbe) o tra padre e figlio. Se poi la natura incontra circostanze ("fortuna") discordanti da sé, fa cattiva riuscita come un seme in terreno non adatto. Carlo Martello conclude con un'osservazione polemica su coloro che non rispettano le attitudini naturali dei figli e fanno re "di tal ch'è da sermone" (con un'allusione al fratello Roberto).

AnalisiModifica

La prima parte del canto, dopo i dotti richiami al valore ambivalente di Venere, temuta e insieme onorata dai pagani, presenta, in uno sfolgorio di luci e nell'armonia dei canti, una schiera di anime che si muovono in piena concordia secondo il moto circolare impresso loro dagli angeli che governano il terzo cielo (sono i Principati, non più i Troni come Dante aveva affermato nel Convivio). Da questa schiera si stacca un'anima che si fa incontro a Dante e gli si rivolge con accenti di affetto ed amicizia, citando un testo poetico appartenente al Convivio. La situazione può ricordare quella del canto V dell'Inferno, allorché dalla schiera dei lussuriosi si staccano Paolo e Francesca. Anche questo canto del Paradiso, come il successivo, si lega al tema dell'amore, ma lo sviluppa naturalmente in direzione assai diversa rispetto a quel canto dell'Inferno.
A Carlo Martello, infatti, dopo avergli espresso deferente gratitudine per l'accoglienza, Dante sottopone un dubbio scaturito direttamente dalle parole del nobile angioino, ovvero come da una stirpe virtuosa possa nascere un discendente vizioso. La risposta di Carlo è un'ampia argomentazione secondo la quale gli astri e il loro influsso trovano posto nel quadro di un piano provvidenziale; si passa poi a considerare le caratteristiche dell'uomo, aristotelicamente considerato essere sociale, e a riflettere sul fatto che la società bene ordinata richiede il concorso di funzioni differenti, a loro volta espressione di attitudini differenti. Ma se le attitudini naturali, invece di essere guidate e valorizzate, sono represse a forza e deviate, non può che derivarne un disordine per la società.
Il canto dunque propone, mediante il personaggio di Carlo Martello, un intreccio fra temi di grande rilievo, tra storia e provvidenza, tra natura e società. Essi sono sviluppati con rigore formale ed anche con gli accenti di rimpianto di chi avrebbe potuto essere un esempio di buongoverno, se la sua vita non fosse stata troppo breve. Non mancano passaggi polemici, come al v. 73 ("mala segnoria"), 76-84, 144-148. In questi tre casi, il bersaglio della polemica è il medesimo, ossia Roberto d'Angiò, fratello degenere di Carlo.

NoteModifica

  1. ^ Nel 1294, a Firenze, incontrò Dante e ne divenne amico, ma morì poco dopo (1295)

Paradiso - Canto settimoModifica

Temi e contenutiModifica

Dubbio di Dante - versi 1-24Modifica

Giustiniano, terminato il discorso, intona una lode al Dio degli eserciti e, insieme agli altri beati, si allontana velocissimo.
Dante è tormentato da un dubbio che non osa rivelare a Beatrice; si esorta ripetutamente a farlo ("Dille, dille!") ma per la reverenza che lo domina non si decide a parlare. Beatrice ha intuito la domanda del poeta, ovvero come possa essere stata giusta la punizione (distruzione di Gerusalemme) di un atto giusto (la passione e morte del redentore), (vv. 92-93) del canto precedente, e inizia a spiegare promettendo che scioglierà ogni dubbio.

Dottrina dell'Incarnazione e della Passione - vv. 25-120Modifica

Beatrice esordisce ricordando che Adamo condannò col suo peccato non solo se stesso ma tutta la sua discendenza, ovvero l'umanità, che rimase sotto il peso del peccato finché il Verbo divino ossia la seconda persona della Trinità discese nella natura umana, congiungendo in una sola persona (Gesù Cristo) natura umana e natura divina. La natura umana era in origine buona ma aveva abbandonato la via del bene da quando col peccato si era esclusa dalla perfezione del Paradiso terrestre. Se dunque si considera in relazione alla gravità del peccato compiuto dalla natura umana, la pena della croce fu assolutamente giusta; se tale pena si considera in relazione alla persona divina (Gesù) cui fu inflitta, nessun atto mai fu altrettanto ingiusto. Accadde dunque che un unico atto ebbe doppia valenza: soddisfece sia Dio sia i Giudei. A questo punto Dante non deve più trovare incomprensibili le parole di Giustiniano. Può tuttavia nascere in lui (Beatrice lo intuisce) un dubbio ulteriore: come mai Dio volle che la redenzione dell'umanità avvenisse in questo modo? È possibile la comprensione solo a chi ha mente matura e fede ardente; altrimenti la speculazione risulta più che altro fonte di confusione.
Beatrice espone con ampiezza i modi in cui la "divina bontà" imprime nelle creature i propri doni (immortalità, libertà, somiglianza con Dio) tanto più quanto più la creatura è simile a Dio (intelligenze angeliche, anima razionale dell'uomo). Se la creatura con il peccato perde questa dignità originale, non può più ricuperarla a meno che non compensi la colpa con pene proporzionali. La natura umana, col peccato di Adamo, peccò tutta quanta e aveva solo due modi per recuperare la condizione perduta: o un atto di pura clemenza di Dio; o un debito risarcimento da parte dell'uomo.
Fissati questi due punti, Beatrice sviluppa la sua argomentazione, dimostrando in primo luogo che l'uomo non avrebbe mai potuto risarcire il peccato di Adamo facendosi tanto umile quanto smisuratamente superbo era stato il progenitore. Era dunque necessario un intervento di Dio con "le vie sue" (v. 103). E per meglio manifestare la propria bontà, volle adottare per redimere l'uomo sia la pietà sia la giustizia. La generosità di Dio nel donare se stesso (in persona di Cristo) fu maggiore che se egli avesse semplicemente perdonato l'uomo; e nessun altro modo per redimerlo sarebbe stato giusto (ovvero proporzionato alla colpa) se lo stesso figlio di Dio non si fosse umiliato.

Corollari dottrinali - vv. 121-148Modifica

Il canto si chiude con una spiegazione di Beatrice sulla corruttibilità degli elementi generati da cause seconde e l'incorruttibilità di ciò che è creato direttamente da Dio. L'anima vegetativa e animale, principio vitale degli esseri viventi, è frutto della combinazione dei quattro elementi e non è quindi direttamente creata da Dio. Ciò che deriva direttamente da Dio, come l'anima razionale dell'uomo, è eterno, poiché quando è creato conserva l'impronta della mano divina: da qui si deduce anche la verità sulla resurrezione dei corpi, considerando che il corpo umano fu creato direttamente da Dio. (parte fatta direttamente nella voce, il 1 giugno 2011)


Paradiso - Canto quintoModifica

7 maggio 2011 (Temi e contenuti fatti in data precedente)

Il canto quinto del Paradiso di Dante Alighieri si svolge nel cielo della Luna e nel cielo di Mercurio, ove risiedono rispettivamente le anime di coloro che mancarono ai voti fatti e quelle di coloro che si attivarono per conseguire fama e onori terreni; siamo nel pomeriggio del 13 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 30 marzo 1300.

Temi e contenutiModifica

La dottrina del voto - vv. 1-63Modifica

Prima di chiarire il dubbio di Dante emerso nel precedente canto, Beatrice spiega perché lei gli appaia così luminosa da abbagliarlo, e si compiace con il suo intelletto, il quale già accoglie l'eterna luce (ovvero il bene e la verità eterni). Inizialmente dimostra l'aspetto sacrale del voto, essendo questo un patto tra l'uomo e Dio (v.28): con esso, infatti, l'uomo fa sacrificio a Dio del dono più grande ricevuto dal suo Creatore, e non concesso alle altre creature, il libero arbitrio (vv. 19-24). Non può, dunque, usare nuovamente la libertà che egli ha sacrificato a Dio con un atto volontario.

Nonostante ciò, la Chiesa concede dispense dai voti. Beatrice distingue allora nel voto i due elementi essenziali: la materia del voto (castità, povertà...) e la convenienza (il patto con Dio). La materia può essere mutata, ma solamente col permesso della Chiesa e solo se la nuova offerta è superiore per valore alla prima. Non è possibile cancellare il patto se non quando il voto è stato adempiuto completamente.

Ammonimento ai cristiani - vv. 64-84Modifica

Da qui consegue che i cristiani non devono considerare con leggerezza i voti che non possono mantenere. Beatrice conclude con una vibrante esortazione a tenere un comportamento più cauto e a seguire da presso gli insegnamenti delle Scritture e il magistero della Chiesa, per non rischiare di farsi deridere come "pecore matte" dagli Ebrei.

Ascesa al cielo di Mercurio - vv. 85-99Modifica

Beatrice e Dante salgono poi al secondo cielo, quello di Mercurio, in cui si trovano le anime di coloro che in vita operarono il bene per conseguire onore e gloria. Il passaggio al cielo di Mercurio è manifestato dal «trasmutar sembiante» di Beatrice (v.88): nel suo volto sempre più radioso, Dante può notare il proprio avanzamento nel cammino che lo porta alla conquista della verità eterna.

Apparizione di una schiera di beati - vv. 100-139Modifica

In Mercurio appare una schiera foltissima di spiriti e Dante desidera sapere chi siano. Uno tra questi si rivolge al Poeta dichiarandosi pronto a soddisfare, in nome della carità, ogni sua domanda. Dante chiede di poter conoscere il suo nome e il motivo per il quale sia lì. Nel prossimo canto l'anima in questione (che si scoprirà essere quella di Giustiniano) risponderà alle sue domande, e già col rivestirsi interamente di luce mostra la gioia di poter soddisfare la richiesta.

AnalisiModifica

Il canto è occupato per più della metà dalla risposta al dubbio espresso da Dante alla fine del canto precedente sulla possibilità di riparare ad una inadempienza di voto con qualche altra buona opera. Il canto quinto si apre direttamente con le parole di Beatrice, che spiega come la luce sfolgorante del suo sguardo sia frutto e immagine dell'ardente spirito di carità che la anima. (Il tema della luce e del suo significato spirituale è ricorrente). Ella affronta quindi il problema del voto, mettendo in primo piano il valore della libertà come il maggior dono fatto da Dio all'uomo. Se il patto liberamente contratto con Dio al momento del voto viene infranto, non c'è cosa che possa sostituirlo: sarebbe come far buon uso di "maltolletto" ovvero maltolto, frutto di rapina.
Esiste tuttavia la possibilità che la Chiesa conceda una dispensa dal voto. Beatrice spiega che il sacrificio di un proprio bene, liberamente assunto e offerto a Dio (la forma del voto), non può in alcun modo essere cancellato. La materia del voto, invece, può essere sostituita ma a precise condizioni e con il consenso della Chiesa, simboleggiata dalle chiavi d'argento (assoluzione) e d'oro (giudizio). Il pronunciare un voto, commenta Beatrice, è dunque un atto di grande serietà che non dev'essere compiuto con leggerezza (come fecero Iefte e Agamennone. I cristiani devono essere prudenti e prendere con ponderazione decisioni impegnative; del resto hanno già la guida delle Sacre Scritture e del magistero ecclesiastico.
Dopo questo ampio sviluppo dottrinale, che conclude il tema nato nel terzo canto, riprende la narrazione del viaggio celeste con il velocissimo passaggio dal cielo della Luna a quello di Mercurio. Beatrice si riveste di ancora maggiore luminosità al punto che il pianeta stesso ne risplende ulteriormente (v.97: "la stella si cambiò e rise"). Appaiono ora come "splendori" innumerevoli anime, che si avvicinano al pellegrino liete di poter manifestare a lui la propria carità, così come i pesci in acque limpide accorrono verso ciò che ritengono possa nutrirli. Dante, già desideroso di parlare con loro, riceve da una di quelle anime un saluto che lo incoraggia a parlare, e risponde ponendo la domanda sull'identità e la condizione che rinnova ad ogni incontro con gli spiriti dei vari cieli. L'anima accentua la sua luce in segno di gioia, al punto tale che le fattezze umane vengono nascoste, e "chiusa chiusa" (v.138) inizia a rispondere. La risposta però apre il canto seguente.
La prima parte del canto, dunque, esprime con la severità delle parole di Beatrice un deciso appello al rigore morale e spirituale, in cui è possibile riconoscere la posizione di Dante, che non esita a confutare la stessa affermazione di Tommaso d'Aquino che possa darsi una dispensa totale dal voto. Evidente anche la critica alla gerarchia ecclesiastica, che lucra denaro o beni materiali (v.79) mediante la pratica del condono dei voti. La durezza del giudizio è sottolineata dal linguaggio "comico" (in senso medioevale, ovvero di registro basso) nei vv.79-84.
Ai toni polemici fanno seguito il silenzio e la trasmutazione di Beatrice. Sono il segno del passaggio al cielo di Mercurio, la cui velocità è sottolineata dalla similitudine con una freccia che tocca il bersaglio prima che la corda dell'arco abbia finito di vibrare (vv.91-93). Dopo un passaggio descrittivo sullo splendore di Beatrice che si riverbera in quello della stella, una nuova similitudine, anch'essa di ambito quotidiano (vv.100-104), introduce l'incontro con le anime, e ben presto una voce invita Dante a parlare. Qui Dante poeta interrompe la narrazione rivolgendosi al lettore: se il racconto del poema finisse qui, la delusione del lettore sarebbe simile a quella che avrebbe provato Dante pellegrino se non si fosse rivelata l'identità delle anime. L'appello al lettore ha l'effetto di richiamare l'attenzione su qualcosa di particolarmente importante che sta per avvenire. La delusione infatti non c'è, perché le terzine conclusive danno l'avvio ad un colloquio illuminante che occuperà tutto il canto seguente. Il canto quinto si conclude in questa attesa, sottolineata dall'allitterazione e iterazione "nel modo che 'l seguente canto canta".


Paradiso - Canto quartoModifica

12 aprile 2011

Temi e contenutiModifica

Dubbi di Dante - versi 1-27Modifica

Le parole di Piccarda Donati fanno nascere in Dante due dubbi ugualmente tormentosi, a tal punto che non sa quale esprimere per primo ed è costretto a tacere. Sebbene Dante non parli, Beatrice, la quale vedendo ogni cosa in Dio conosce anche i pensieri di Dante, esplicita i due dubbi. Il primo è riferito al fatto che il non compiere un bene (il voto di Piccarda in questo caso) per violenza altrui possa diminuire il nostro merito. Il secondo riguarda la discesa delle anime dalle stelle ai corpi umani e il loro ritorno in cielo, secondo la teoria di Platone argomentata nel Timeo.

L'Empireo come sede dei beati - vv. 28-63Modifica

Beatrice inizia a sciogliere i dubbi di Dante confutando la teoria di Platone sopra citata. Tutti i beati hanno dimora nell'Empireo: il fatto che appaiano nei diversi cieli ha lo scopo di mettere in evidenza il diverso grado di beatitudine, e ha quindi un significato simbolico e didascalico. Solo in questo modo, attraverso la via del senso, infatti, si parla alla mente umana: la Scrittura di Dio ci è comprensibile perché si adatta alla capacità di comprensione degli uomini, e per lo stesso motivo la Chiesa rappresenta gli angeli, che sono puro spirito, con corpi umani. Dunque le affermazioni del Timeo non corrispondono alla realtà (ammesso che il testo sia correttamente inteso) là dove dice che ogni anima torna alla stella da cui si è distaccata quando è entrata in un corpo umano. Forse il protagonista del dialogo platonico non è lontano dal vero se intende che alle sfere celesti vada attribuito un influsso sulle anime; in base a questa convinzione, intesa erroneamente in senso assoluto, si sono attribuiti ai corpi celesti i nomi delle divinità pagane.

L'inadempienza dei voti - vv. 64-114Modifica

Il secondo dubbio di Dante (sull'inadempienza dei voti a causa dell'altrui violenza) viene da Beatrice giudicato meno pericoloso in quanto il credere "ingiusta" la giustizia divina non è fonte di eresia, anzi a suo modo è conferma della fede in Dio.
Beatrice argomenta che Piccarda e Costanza non si opposero alla violenza con la necessaria energia, e lo dimostrerebbe il fatto che non ritornarono al chiostro in un momento successivo, quando avrebbero potuto farlo. Mancò loro, insomma, quella forza di volontà che ebbero ad esempio San Lorenzo martire fermo sulla graticola e Muzio Scevola con la mano nel braciere.
Chiarito questo punto, Beatrice introduce un altro tema, talmente complesso che Dante non potrebbe affrontarlo da solo: nel canto precedente (vv.31-33) ella ha reso Dante certo della veridicità delle anime; poi egli ha saputo da Piccarda che Costanza si è sempre conservata fedele nel suo cuore ai voti pronunciati, il che pare in contraddizione con ciò che Beatrice ha appena affermato. Ella ricorda che molte volte accade che si compia qualcosa contro la propria volontà per evitare un male peggiore (cita l'esempio mitologico di Alcmeone; in questo modo la violenza dell'oppressore si mescola alla volontà della vittima. Una volontà "assoluta", ovvero libera e incondizionata, non acconsente mai al male; ma di fatto vi acconsente se teme di cadere altrimenti in una colpa più grave. Piccarda ha alluso alla volontà assoluta, Beatrice invece alla volontà condizionata: le loro affermazioni sono dunque entrambe vere.

Nuovo dubbio di Dante - vv. 115-142Modifica

In tal modo le parole di Beatrice, alimentate direttamente dalla verità divina, soddisfano entrambi i dubbi di Dante. Dante, dichiarando di non poter adeguatamente ringraziare Beatrice, riconosce che l'intelletto umano è insaziabile se non è illuminato dal vero: esso vi trova pace come una fiera nella sua tana; ma da ogni verità raggiunta scaturisce un nuovo dubbio, ed è proprio della natura umana l'avvicinarsi per gradi al sommo della verità. Perciò Dante manifesta un altro dubbio: è possibile compensare la mancata adempienza di un voto con buone azioni di altro genere? Beatrice risponde con uno sguardo sfavillante d'amore.

AnalisiModifica

Il canto, considerato "uno fra i più dottrinari del Paradiso[1], non presenta cambiamenti di scena né nuovi personaggi, ma si sviluppa come una lezione quasi ininterrotta di Beatrice, relativa ai dubbi sorti nella mente di Dante in seguito all'incontro con Piccarda narrato nel canto precedente. Sono in realtà dubbi di notevole portata intellettuale che si possono far risalire al periodo nel quale Dante, dopo la morte di Beatrice, frequentò assiduamente "le scuole de li religiosi e le disputazioni de li filosofanti" (Convivio, II, 12, 7).
Il secondo dubbio formulato è il primo a ricevere spiegazione, in quanto investe direttamente un problema di fede, ovvero se l'anima sia creata e infusa direttamente da Dio. Sembrerebbe opporsi a questo dogma il presentarsi delle anime nei singoli cieli, ma in realtà esse appartengono tutte all'Empireo, cielo non materiale e pura emanazione della mente divina. L'argomentazione è presentata da Beatrice in modo graduale ed ordinato, e appare dosata con prudenza là dove confuta la teoria platonica espressa da Timeo nel dialogo che da lui prende il nome. Non è ben noto il grado di conoscenza che Dante poteva avere del dialogo, che peraltro era fino al secolo XII l'unico testo platonico conosciuto direttamente nell'Europa occidentale[2]. Beatrice infatti esprime qualche riserva sulla corretta interpretazione da darsi alle parole di Timeo (vv.55 e 59: "forse"...forse").
Il secondo dubbio sciolto è il primo formulato e riguarda la condizione di chi non mantiene fede al voto pronunciato in quanto costretto con la violenza. Se è vero, come è vero, che Piccarda e Costanza hanno subito violenza, come mai sono "qui rilegate per manco di voto" (Paradiso, III, v.30), ossia godono di un grado di beatitudine in certo modo limitato? Il dubbio non mette in discussione i principi della dottrina cristiana ma sottolinea come in certi casi la giustizia di Dio sia poco comprensibile alle menti degli uomini.
Beatrice, sempre con impeccabile ragionamento e lessico tipico della Scolastica (filosofia), distingue tra volontà assoluta (dal latino absolutus ovvero libero, sciolto) e libertà condizionata, riconoscendo che non è facile incontrare esempi di virtù come quelli, eminenti, di San Lorenzo e di Muzio Scevola.
L'argomentazione esauriente suscita in Dante profonda gratitudine, espressa con una raffinatezza di linguaggio che richiama la lirica d'amore medioevale (vv.118-123), arricchita da metafore non consuete (v.127: la mente che si acquieta nel vero "come fera in lustra"; vv.130-131: il nuovo dubbio come un pollone al piede di un albero; v.132: il procedere graduale verso la verità come un salire di colle in colle verso la cima). Un'ultima metafora (v.138: "statera" ossia bilancia, per indicare la giustizia divina) emerge nella formulazione dell'ultimo dubbio, che Dante questa volta esprime con le proprie parole anziché lasciare che sia Beatrice a intuirlo.

NoteModifica

  1. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso, a cura di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Milano, Garzanti, 1988
  2. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso, a cura di Vittorio Sermonti, Milano, Bruno Mondadori, 1996

Paradiso - canto terzoModifica

(fine marzo 2011)

Temi e contenutiModifica

Prima apparizione di beati - vv. 1-33Modifica

Dante leva il capo per dichiarare a Beatrice di essere stato convinto dalla sua spiegazione sulle macchie lunari, quando appare una visione che attrae tutta la sua attenzione. Sono volti umani dai contorni evanescenti come se fossero riflessi in un vetro pulito o in acqua limpida non troppo profonda, così che i lineamenti si distinguono debolmente come i contorni di una perla su una fronte bianca. Dante, incorrendo nell'errore opposto a quello di Narciso, ritiene che siano appunto immagini riflesse, e si volta per vedere le anime; ma nulla c'è dietro di lui, e Dante si rivolge a Beatrice. Ella sorridendo chiarisce che egli sta vedendo proprio delle anime, assegnate a questo cielo per essere venute meno ai voti pronunciati. Lo invita quindi a parlare con fiducia con esse.

Piccarda Donati - vv. 34-57Modifica

Dante, rivolgendosi all'anima che appare più disposta a parlare, chiede chi sia e quale sia la condizione sua e delle altre anime. Essa risponde con prontezza, sorridendo, che la loro carità, sull'esempio di quella divina, induce le anime ad accogliere volentieri le giuste richieste. Dice di essere stata, nella vita terrena, una suora, e fa appello alla memoria di Dante che, malgrado la nuova bellezza di lei, potrà riconoscerla come Piccarda, posta con altri beati nel cielo della Luna. Tutte le anime del paradiso, spiega, sono beate in quanto corrispondono all'ordine voluto da Dio; quelle che si trovano qui hanno questa sorte perché non hanno mantenuto fede ai voti pronunciati.

I gradi della beatitudine - vv. 58-90Modifica

Il poeta spiega che nell'aspetto delle anime traluce qualcosa di divino che non gli ha permesso di riconoscerla subito; chiede poi se le anime hanno il desiderio di una condizione superiore. Piccarda spiega che la volontà delle anime è appagata dalla virtù della carità, che fa sì che esse desiderino unicamente ciò che hanno; in caso contrario, vi sarebbe contrasto tra la volontà delle anime e la volontà di Dio, il che è impossibile in paradiso, come Dante può comprendere se riflette correttamente: è essenziale alla beatitudine il conformarsi delle singole volontà al volere di Dio, e la disposizione dei beati nei diversi cieli risponde a un giudizio superiore che viene condiviso da tutte le anime. Dio, dunque, è quel "mare" al quale si orienta ogni essere creato da Lui o generato dalla natura. Dante afferma di aver ben compreso che il Paradiso è perfetta beatitudine in ogni sua parte .

L'inadempienza dei voti - vv. 91-108Modifica

Dante esprime ora un nuovo dubbio, relativo al voto lasciato incompiuto da Piccarda (metaforicamente, una tela non finita di tessere). Ella racconta di essere entrata giovanissima nell'ordine fondato da Santa Chiara, impegnandosi alla fedeltà fino alla morte. Il fratello però la tolse a forza dal convento, imponendole una vita diversa, cui si limita ad accennare con sofferenza (v. 108).

Costanza d'Altavilla - vv. 109-130Modifica

Continua Piccarda spiegando che nella stessa condizione si è trovata colei che al suo fianco risplende di luce. Anch'essa fu costretta a tornare nel mondo, ma sempre rimase fedele nel cuore al voto pronunciato. È l'anima di Costanza d'Altavilla, sposa dell'imperatore Enrico VI di Svevia e madre di Federico II.
Piccarda a questo punto si allontana cantando Ave, Maria e svanisce come un corpo pesante che affonda in un'acqua cupa. Dante cerca di seguirla il più possibile con lo sguardo, poi si volge a Beatrice, ma questa lo abbaglia con il suo aplendore e lo induce a ritardare la sua domanda.

AnalisiModifica

In questo canto Dante incontra per la prima volta anime beate del paradiso. Esse, come tutte quelle che incontrerà in seguito, non hanno la loro dimora eterna nei singoli cieli, bensì nell'Empireo, ma si fanno incontro a Dante, con gesto di carità, nei cieli corrispondenti alla virtù dalla quale sono caratterizzate. Nel cielo della Luna vi sono anime di persone che sulla terra hanno pronunciato i voti religiosi ma non si sono mantenute fedeli ad essi per colpa di altri.
Il volto delle anime è appena riconoscibile, in quanto i lineamenti sono evanescenti (doppia la similitudine usata dal poeta: come visi riflessi su un vetro o nell'acqua, oppure come una perla su una fronte bianca), mentre nei cieli successivi le anime saranno talmente circonfuse di luce che i loro volti saranno nascosti.
Dante si rivolge all'anima il cui atteggiamento appare invitarlo a parlare, e questa sorridendo rivela la propria identità: è una giovane donna fiorentina, della famiglia dei Donati, ben conosciuta da Dante. Si tratta dunque non di una figura di rilievo storico o religioso, bensì di una persona sconosciuta al di fuori del suo ristretto ambiente familiare e cittadino, che esprime un'accoglienza affettuosa e rassicurante.
Accanto a lei vi è un'altra anima, appartenente invece alla sfera delle figure storiche, ovvero Costanza d'Altavilla, moglie e madre di imperatori. La differenza nella condizione terrena è però superata dall'analogia nell'esperienza spirituale, al punto che Piccarda afferma: "Ciò ch'io dico di me, di sé intende" (v.112). Costanza non parla e lascia che Piccarda non solo riassuma la sua storia ma interpreti i suoi sentimenti ("non fu del vel del cor già mai disciolta", v.117) con il linguaggio delicato e allusivo che ha usato parlando di sé.
I motivi autobiografici sono toccati in modo lieve, mentre maggiore spazio è dato al tema più generale di come i beati vivano la loro diversa condizione, ovvero la maggiore o minore vicinanza a Dio. Le parole di Piccarda chiariscono come "ogne dove / in cielo è paradiso" (vv.88-89) dato che il paradiso, ossia la felicità eterna, consiste nel pieno aderire delle volontà dei singoli alla volontà di Dio che è perfettamente giusta. Essa è il "mare" al quale si dirige ogni realtà creata, e in essa si acquieta ogni desiderio ("E 'n la sua volontade è nostra pace", v.85).


Paradiso - Canto secondoModifica

1 marzo 2011

AnalisiModifica

Dopo il severo monito ai lettori inadeguati, Dante descrive il fulmineo volo al cielo della Luna che avviene mediante un duplice fissarsi degli sguardi (quello di Beatrice verso il cielo, e quello di Dante negli occhi di lei), con una similitudine divenuta uno dei più famosi esempi di Hysteron proteron: una freccia che si vede sul bersaglio, poi in volo, poi nel momento in cui viene scoccata.
Segue la sensazione nettissima dell'ingresso in una materia nuova (indicata dai quattro aggettivi "lucida, spessa, solida e pulita") e subito sorge il dubbio relativo alla impenetrabilità dei corpi. Ad esso il poeta stesso risponde facendo appello alla fede che consentirà di giungere alla comprensione di un mistero ben più alto, ovvero la doppia natura, umana e divina, di Gesù Cristo.
Ad un altro dubbio, o meglio ad una esplicita domanda, Beatrice dedica un'ampia e articolata risposta, che si estende per circa due terzi del canto, sino alla fine di esso. Si manifesta qui pienamente la funzione di Beatrice non solo come guida spirituale, ma anche come maestra di sapienza filosofico-teologica. Tale compito, già emerso nel primo canto (vv.103-141), sarà sviluppato coerentemente, in modo esteso e impegnativo sul piano dottrinale, nel corso di tutta la cantica.
Può sorprendere che una questione tutto sommato secondaria come quella delle macchie lunari (fonte, come lo stesso Dante accenna, di leggende e interpretazioni popolari) offra lo spunto per un excursus dottrinale centrato sulla cosmologia scolastica e intessuto di riferimenti a vari sapienti del mondo antico e medioevale. In realtà, l'elaborata costruzione e l'evidente impegno espressivo contribuiscono a sottolineare lo scopo del testo, ossia la ritrattazione[1] da parte di Dante della convinzione alla quale egli aveva in precedenza aderito, ossia quella di matrice averroistica della varia densità della materia come causa delle macchie lunari. Il superamento dell'averroismo verso l'approdo ad una concezione scolastica è un passaggio importante nella formazione filosofica di Dante. Il problema circoscritto delle macchie lunari è inserito nell'ambito complessivo delle influenze dei cieli sul mondo terreno. Si passa dunque dall'ambito fisico (nel II Trattato del Convivio Dante aveva ripreso la tesi di Averroè) all'ambito metafisico e teologico: la sapienza teologica è posta a fondamento di ogni particolare spiegazione, anche di fenomeni naturali.

NoteModifica

  1. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia. Paradiso a cura di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Garzanti, Milano, 1988, p. 52

Paradiso, canto XVIIModifica

ANALISIModifica

I dubbi di Dante sono il modo scelto dal poeta per mettere in evidenza in modo nettissimo il significato e la funzione che egli attribuiva alla propria opera in stretto collegamento con la sua vicenda personale di esule. Cacciaguida spiega le ragioni della condanna, illustra le esperienze dei primi tempi d'esilio, l'orgoglioso far parte per stesso, fino all'accoglienza a volte generosa (Bartolomeo della Scala) a volte umiliante:
«Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»
Da questo racconto, nella forma cara a Dante della "profezia post eventum" emerge la figura austera del poeta che, escluso da ogni possibilità di intervenire nel concreto delle vicende politiche ma rivestito di dignità "super partes" proprio per la sua condizione di esule, è chiamato ad essere testimone di verità. Il dubbio sull'opportunità di un messaggio poetico troppo severo e sgradito ai potenti induce Cacciaguida a consacrare l'opera del poeta come vital nodrimento per chi la leggerà.
Questo significato altamente morale della Commedia non si comprenderebbe se Dante non fosse certo che per l'umanità sviata è possibile il ravvedimento. La profezia del cambiamento sarà confermata da san Pietro nel canto XXVII (vv.142-148) e anche in quel contesto il compito di Dante sarà severamente riaffermato (e non asconder quel ch'io non ascondo vv. 64-66). Ma lo stesso Cacciaguida pronuncia un solenne preambolo (vv.37-45) volto a consacrare le affermazioni successive sotto il sigillo della verità che procede da Dio .


Paradiso - canto XIXModifica

completato in novembre 2012

Temi e contenutiModifica

L'Aquila - versi 1-21Modifica

Le numerosissime anime che formano l'immagine dell'Aquila risplendono come piccoli rubini ed emettono parole, usando il singolare "io" e "mio" laddove, trattandosi di una molteplicità, si sarebbe atteso "noi" e "nostro". È dunque la voce dell'Aquila a dichiarare che è stata innalzata alla gloria celeste in nome della sua giustizia e misericordia; sulla terra è rimasto il ricordo delle sue azioni, che però non vengono imitate da un'umanità dissoluta.

Dubbio di Dante - vv. 22-33Modifica

Dante chiede che venga data risposta ad un suo grave dubbio, che nel mondo lo ha a lungo tormentato senza esito. Sa bene che in paradiso si riflette senza veli la giustizia divina, quindi si prepara ad ascoltare con attenzione la risposta al suo problema, ben conosciuto dall'Aquila, senza che egli debba esprimerlo.

La giustizia di Dio - vv. 34-99Modifica

L'Aquila annuisce e muove contenta le ali, come un falco appena liberato dal cappuccio, poi comincia a parlare: Dio impresse la sua potenza creatrice in tutto l'universo in modo tale che il Verbo sovrabbondò infinitamente le capacità del creato. Lucifero, l'angelo superbo che non volle attendere la grazia divina, fu dannato; da ciò si comprende che tutti gli altri esseri, per natura inferiori a lui, sono insufficienti a contenere l'incommensurabile bene che è Dio. Dunque, continua l'Aquila, la mente dell'uomo, un semplice raggio della mente divina, può comprenderla solo in minima parte. È come lo sguardo che si spinge nel mare: benché a riva riesca a vedere il fondo, in alto mare non riesce a vederlo per la profondità dell'acqua. La verità per l'uomo può derivare soltanto dalla immutabile luce di Dio; altrimenti ci sono errore ed oscurità. Ecco dunque la risposta al dubbio di Dante, che si domandava se sia giusto condannare chi muore senza peccati ma non è stato battezzato perché è nato in un luogo dove non è arrivato il messaggio cristiano. Dante, afferma l'Aquila, non deve pretendere di montare in cattedra per giudicare con la sua vista corta di uomo ciò che lo supera infinitamente (ovvero la giustizia di Dio). È giusto solo quello che si conforma alla volontà di Dio, che è in se stessa buona e non si allontana mai dal sommo bene.
Conclusa la sua risposta, l'Aquila mostra la sua soddisfazione girando su se stessa, come la cicogna che vola sul nido vedendo i suoi piccoli ormai ben nutriti (al pari di Dante), e cantando.

Dottrina della salvezza - vv. 100-114Modifica

L'Aquila riprende a parlare spiegando che non è mai salito in paradiso chi non ha avuto fede in Cristo prima che venisse nel mondo o dopo la sua venuta. Tuttavia, molti che gridano "Cristo, Cristo!" al momento del giudizio saranno meno vicini a lui di qualcuno che non l'ha potuto conoscere, come un pagano (l'Etiope, v. 109 o li Perse, v. 112).

I cattivi principi cristiani - vv. 115-148Modifica

Con rapido passaggio dalla dottrina al giudizio sul presente, l'Aquila afferma che nel "libro" dove son scritti i peccati al momento del giudizio si vedranno le colpe dei principi cristiani: dalla guerra mossa al regno di Boemia dall'imperatore Alberto I d'Asburgo, alla falsificazione della moneta operata da Filippo il Bello; dalla folle ambizione che muove il re di Scozia e quello d'Inghilterra alla molle lussuria dei re di Spagna e di di Boemia. Continua deplorando le colpe di Carlo II d'Angiò, di Federico II d'Aragona, nonché del fratello e dello zio. Sarà conosciuta la malvagità dei re di Portogallo, di Norvegia, e della Rascia.

SintesiModifica

In questo canto, Dante imposta la discussione rispetto a un problema che aveva a lungo impegnato la sua riflessione teologica, ovvero come e perché l'uomo virtuoso che senza sua colpa non ha potuto conoscere il Vangelo sia condannato da Dio. L'argomento del profondo dubbio teologico viene in questo canto dapprima sottinteso, in quanto già noto all'Aquila (vv. 25-33), poi - dopo un'ampia esposizione dell'incommensurabile distanza fra mente umana e mente divina - manifestato dall'Aquila stessa (vv. 70-78); infine approda all'assioma del conformarsi di ogni vera giustizia alla volontà di Dio. Il tema verrà ripreso e approfondito nel canto successivo.
Dopo questa estesa trattazione teologica, articolata in forma di dialogo tra Dante e l'Aquila e punteggiata di figure retoriche, il v. 106, con l'esplicito richiamo ad un passo evangelico, riprende il tema ricorrente della polemica contro i prìncipi del tempo. Sono enumerati i loro diversi e gravi misfatti, ancor più esecrabili in quanto compiuti da chi si professa cristiano, hanno dolorosamente colpito i popoli dell'Europa, negando proprio quella giustizia che in paradiso viene esaltata e simboleggiata dall'Aquila.
La polemica viene esposta nella forma della profezia apocalittica sul Giudizio Universale, sottolineata da una triplice anafora: Lì si vedrà... (vv. 115, 118, 121); Vedrassi... (vv. 124, 127, 130); e...(vv. 133, 136, 139). Il tutto costituisce un acrostico: LVE, che si legge normalmente LUE, ovvero peste, come sintesi del giudizio sui sovrani malvagi e corrotti. Di fronte a questo elaborato esempio del gusto medioevale per l'artificio retorico, stanno figure d'altro genere, come la similitudine della cicogna (vv. 91-96) e quella del falco (vv.34-36), che rimandano al mondo dell'esperienza sensibile, e le ripetute metafore del digiuno (vv. 25 e sgg., 33) e del vedere (52, 59, 64 e sgg., 81) entrambe riferibili al tema del desiderio di sapere che non può essere soddisfatto dalla sola ragione umana.


Paradiso - canto XXIModifica

completato il 16 gennaio 2013

Temi e contenutiModifica

Il cielo di Saturno - versi 1-24Modifica

Terminato il discorso dell’aquila formata dalle anime dei giusti (Paradiso - Canto ventesimo), Dante torna a volgere gli occhi verso Beatrice, la quale non può ora sorridere perché Dante non riuscirebbe a sopportare la luce che causerebbe il suo riso, fattasi maggiore poiché i due sono arrivati nel cielo di Saturno. Beatrice lo avverte di stare attento a ciò che sta per apparirgli ora.

La scala d'oro - vv. 25-42Modifica

Il poeta vede apparire una scala dorata che si innalza oltre il limite a cui può giungere la sua vista. Le anime contemplanti salgono e scendono, alcune salendo scompaiono.

San Pier Damiani - vv. 43-72Modifica

Una di queste anime si ferma davanti al Poeta rivolgendogli la parola ed esortandolo a esprimere ciò che sta pensando. Mentre parla, lo spirito si fa più fulgido per la carità dimostrata. Beatrice concede a Dante di saziare la sua curiosità, perciò egli chiede umilmente il motivo per il quale quell'anima si sia allontanata dalle altre per avvicinarsi a lui e come mai in questo cielo non si oda alcun canto.

Lo spirito risponde prima alla seconda domanda. Le anime di Saturno tacciono per lo stesso motivo per cui Beatrice non ha sorriso, ovvero perché la vista e l'udito di Dante non riuscirebbero, in quanto mortali, a sopportare il canto dei beati. Quanto alla prima domanda dice che non si è fermato per essere stato più premuroso degli altri spiriti, in quanto tutte le anime hanno pari o maggiore amore di lui (lo si capisce da quanto sia abbagliante la loro luce). La profonda carità al servizio della Provvidenza impone alle anime di adempiere i propri doveri.

Dubbio di Dante e risposta dell'anima sulla predestinazione - vv. 73-102Modifica

Dante chiede come mai proprio quell'anima sia stata predestinata ad accoglierlo; l'anima risponde che nessuno, nemmeno Maria e nemmeno il più sublime degli angeli Serafini può rispondere a questa domanda. Invita dunque Dante a riferire, una volta tornato nel mondo terreno, il messaggio di umiltà rispetto a conoscenze che trascendono ogni mente creata.

Pier Damiani: la sua vita e lo sdegno contro la chiesa contemporanea - vv. 103-142Modifica

Alla domanda di Dante sull'identità di chi gli sta parlando, lo spirito risponde che visse a lungo da monaco contemplativo, in modo semplice e modesto, col nome di Pier Damiani nel monastero camaldolese di Fonte Avellana, e che si diede a vita di penitenza col nome di Pietro Peccatore in una "casa di Nostra Donna" (vv. 122-123) situata sul litorale adriatico, da alcuni identificata con la chiesa di Santa Maria in Porto Fuori presso Ravenna, da altri con Santa Maria di Portonovo, nei dintorni di Ancona. Poco tempo prima della morte ricevette la nomina a cardinale, simboleggiata dal cappello cardinalizio che ora passa "di male in peggio" (v. 126).

Invettiva contro i prelati - vv. 127-142Modifica

L'anima lancia infine una vibrante invettiva contro la corruzione della Chiesa e la vita opulenta e molle dei moderni pastori, contrapponendola a quella santa e povera di Pietro e Paolo. Alle sue parole tutti i beati del settimo cielo rispondono manifestando il loro plauso con un altissimo grido.

AnalisiModifica

L'ingresso di Dante e Beatrice nel cielo di Saturno è segnato da un mutamento nelle sensazioni che il pellegrino riceve: non vede più lo sfolgorante riso di Beatrice, né ode inni cantati dalle anime. In questo modo si sottolinea la limitatezza della mente di Dante e di tutti gli uomini, che trova più avanti, nei vv.83-102, una solenne dichiarazione nelle parole di Pietro Damiano.
Il legame tra il mondo terreno, limitato e imperfetto, e il mondo celeste, cui le anime si possono innalzare tramite l'ascesi e la contemplazione, è simboleggiato dalla luminosissima scala (come d'oro su cui batte il sole) lungo la quale si muovono costantemente le anime. L'immagine della scala era frequentemente usata con tale valore simbolico nella tradizione mistica, in particolare nella Regola benedettina; anche Pier Damiani la usa in un suo scritto[1]. Essa rimanda a quella sognata da Giacobbe, come Dante stesso ricorda (con le parole di San Benedetto) nel canto successivo ai vv.70-72.
La vita di Pier Damiani è caratterizzata appunto dai valori dell'umiltà, dell'ascesi (accennata dal nutrirsi di cibi conditi col solo olio, vv.115 e dal sopportare senza lagnarsi le asperità del clima) e della contemplazione. Questo fa di lui un testimone severo della corruzione degli ordini monastici e più in generale del clero, tema, come è noto, ricorrente nel Paradiso.
La nobiltà delle immagini e l'altezza dei temi non sono di ostacolo alla varietà dei registri espressivi. Il richiamo dotto all'età dell'oro (vv.25-27) o la solenne affermazione dell'"abisso" (v.91-102) della mente divina coesistono con l'accento realistico della similitudine delle "pole" o cornacchie e con il sarcasmo della rappresentazione dei prelati grassi, e vestiti tanto sontuosamente che quando vanno a cavallo il mantello copre non una ma due bestie (vv.129-135).
Nella rievocazione dei passaggi essenziali della vita del santo, Dante cade in qualche errore o imprecisione: la nomina a cardinale non avvenne poco prima della morte (v.124) ma ben venticinque anni prima; dopo nove anni Pier Damiani ottenn però di tornare al monastero. Vi è inoltre una sovrapposizione tra Pier Damiani e Pietro Peccatore (v.122), altro nome di Pietro degli Onesti, quasi contemporaneo del primo. Il testo presenta incertezze di lettura e di interpretazione; la confusione di Dante può essere giustificata dal fatto che Pier Damiani usava firmarsi come "Petrus peccator" secondo una consuetudine diffusa nell'ambiente monastico.

NoteModifica

  1. ^ ""Tu, via aurea, tu, scala di Giacobbe, che conduci gli uomini al cielo, e consenti agli angeli di calare in loro aiuto", Pier Damiani, Dominus vobiscum

Canto ventiduesimoModifica

Temi e contenutiModifica

Il grido delle anime - versi 1-24Modifica

Come Dante ha narrato nel canto precedente, i beati accompagnano con un grido l'invettiva di Pier Damiani contro la Chiesa; Dante prova timore e si rivolge per conforto a Beatrice, che gli ricorda che in Paradiso non può esserci nulla che non provenga dal bene. Se avesse inteso le parole, Dante avrebbe capito che in esse era contenuta la profezia della giusta punizione che cadrà, prima che egli muoia, sulla Chiesa peccatrice.

===San Benedetto - vv. 25-72===

 
Lorenzo Monaco, San Benedetto resuscita un confratello, Firenze, Galleria degli Uffizi

Invitato da Beatrice a vedere "assai illustri spiriti", Dante vede numerosissime anime, come sfere di luce che si illuminano a vicenda. Rispondendo alla sua tacita richiesta, la più grande e splendente si avvicina, affermando che Dante, se vedesse quanto amore arde nelle anime, avrebbe senza esitazione manifestato il suo pensiero; tuttavia lo spirito risponderà senza che la domanda sia stata espressa. Il monte sopra Cassino fu in passato abitato da pagani; chi parla è colui che per primo vi portò il nome e l'insegnamento di Cristo, e per grazia di Dio riuscì a convertire gli abitanti delle zone circostanti. Tutte le anime intorno furono "contemplanti uomini" accesi d'amore verso Dio. Tra loro vi sono Maccario, Romoaldo e i confratelli benedettini.

Dante manifesta gratitudine e rivolge all'anima la richiesta di poterla vedere senza la luce che tutta la nasconde. Questa richiesta, risponde l'anima, sarà appagata nell'Empireo, ove ogni desiderio trova perfetto compimento. Fin lassù sale la scala che Dante vede in questo cielo, come la vide il patriarca Giacobbe.

Decadenza dell'ordine benedettino - vv. 73-96Modifica

Ma nel presente nessuno sale quella scala, ovvero nessuno si dedica alla contemplazione, e la regola benedettina è rimasta solo per consumare la carta. Le abbazie sono divenute "spelonche" di ladri, e le "cocolle", ossia le vesti dei monaci sono come sacchi pieni di farina andata a male. Non c'è usura grave che offenda la volontà di Dio quanto la cupidigia dei monaci, dato che i beni custoditi dalla Chiesa sono proprietà dei poveri, non dei parenti dei monaci (o peggio). La natura debole degli uomini fa sì che a buoni inizi non segua l'adeguata maturazione. Bendetto ricorda che San Pietro cominciò l'apostolato senza oro né argento, lui stesso con preghiere e digiuni, Francesco con l'umiltà; ma confrontando gli inizi con la situazione attuale, Dante potrà vedere che si è passati dal bianco al nero. Il castigo divino per questa degenerazione sarà tuttavia meno strabiliante degli interventi che volsero a ritroso il corso del Giordano (per far passare Giosuè) o aprirono le acque del Mar Rosso dinanzi a Mosè e agli Ebrei in fuga dall'Egitto.

Salita al cielo delle stelle fisse - vv. 97-111Modifica

L'anima di San Benedetto si riunisce al suo gruppo, che poi come un veloce turbine sale roteando verso l'alto. Il cenno di Beatrice sospinge Dante su per la scala con moto soprannaturale. Dante-poeta si rivolge al lettore esprimendo insieme l'augurio a se stesso di poter ritornare dopo la morte al Paradiso e l'affermazione di aver visto in un lampo il segno dei Gemelli e di esservi entrato.

Invocazione ai Gemelli - vv. 112-123Modifica

Il poeta si rivolge quindi alle "gloriose stelle", ricche di influssi benefici, a cui fa risalire tutto il suo ingegno, ricordando che egli nacque quando il Sole era in tale costellazione, e che ebbe la grazia di entrare nel cielo delle stelle fisse proprio in tale segno. Ora, mentre si accinge a descrivere la zona più alta del Paradiso, invoca la protezione dei Gemelli perché lo sostengano nel "passo forte".

Lo sguardo di Dante sull'universo - vv.124-154Modifica

Beatrice invita Dante a guardare in giù per vedere quanta parte dell'universo ha attraversato, per rivolgersi poi col cuore esultante verso la schiera di anime di questo cielo.
Dante percorre con lo sguardo le sette sfere celesti, fino a vedere la Terra, di aspetto tanto meschino da far sorridere e da far giudicare veramente saggio chi disprezza le cose terrene. Vede poi la Luna, illuminata uniformemente, senza le macchie (la cui natura era stata spiegata da Beatrice nel secondo canto; quindi il Sole, Mercurio, Venere nelle loro orbite circolari, poi vede Giove, in mezzo tra Marte e Saturno, e ne comprende i moti retrogradi. Infine, mentre egli insieme alla costellazione dei Gemelli ruota intorno ad essa, gli appare completamente la Terra, la piccola zona ("aiuola") per la quale tante avide crudeltà si scatenano. Infine Dante rivolge lo sguardo nuovamente a Beatrice.

AnalisiModifica

Il canto si apre in piena continuità col canto precedente e propone la spiegazione del grido udito con turbamento da Dante (XXI, 139-142) Alla spiegazione si accompagna la profezia, piuttosto vaga, di un'imminente "vendetta" ovvero di una punizione che riporti la Chiesa alla retta via.
Si appressa quindi un'anima, che, come altre volte è accaduto, ha compreso cheDante desidera sapere chi sia, dato il maggior splendore di essa rispetto alle altre. Non pronuncia il suo nome, ma i tratti della breve autobiografia rendono ben riconoscibile la figura di Benedetto da Norcia, padre del monachesimo in Occidente. Dante utilizza come fonte la biografia di San Benedetto scritta da Gregorio Magno, e la orienta rapidamente verso la polemica, già risuonata per esempio nelle voci di San Tommaso e San Bonaventura contro la decadenza degli ordini religiosi: anche i benedettini sono ormai attratti solo dai beni materiali, dice il fondatore della Regola, che esprime dure parole di condanna nel descrivere - in un registro volutamente basso - il comportamento attuale dei suoi monaci. Egli richiama l'esempio di povertà dato da san Pietro, da lui stesso e da San Francesco: esempio ora ignorato completamente dagli uomini di chiesa; questa situazione richiede un intervento divino che sembrerà certo meno sorprendente di quelli famosi narrati nella Bibbia.
Dopo l'ampio discorso di San Benedetto, riprende la narrazione con la salita di Dante, velocissima e prodigiosa, al cielo delle stelle fisse. Qui Dante-poeta interviene con una apostrofe al lettore, accompagnata, in funzione asseverativa, dall'auspicio per sé di potere ritornare in Paradiso dopo la morte. Il poeta quindi si rivolge alla costellazione dei Gemelli, sotto la quale egli nacque, ed al cui influsso attribuisce, secondo la scienza medievale, il dono del suo ingegno, perché lo aiuti nell'ultima e più ardua parte della sua opera poetica.
Solecitato quindi da Beatrice, Dante-pellegrino rivolge lo sguardo all'ingiù, ripercorrendo i sette cieli che ha attraversato (enumerati con perifrasi mitologiche), fino a vedere, al loro centro, la Terra: piccolo spazio ("aiuola" dal latino "areola" ovvero piccola aia) oggetto di tanto grande ferocia degli uomini. Da questa veloce ma completa ed amara contemplazione della Terra, Dante ritorna agli "occhi belli" di Beatrice.


Canto ventitreesimoModifica

completato il 19 febbraio 2013

Temi e contenutiModifica

Attesa di Beatrice - versi 1-15Modifica

Beatrice contempla la parte più alta della volta celeste, con espressione d'attesa, simile all'uccello che attende ansiosamente il sorgere del sole. Dante imita questo atteggiamento.

Trionfo di Cristo - vv. 16-45Modifica

Dopo poco, il cielo si illlumina sempre più, e Beatrice annuncia le schiere delle anime redente da Cristo. La gioia espressa dallo sguardo e dal volto di lei superano la capacità descrittiva di Dante-poeta.
Come la luna piena che nella notte serena risplende tra le innumerevoli stelle, sopra migliaia di anime luminose appare un sole che le fa splendere. Nella luce di questo "sole" traspare la "lucente sostanza", tanto splendente da non poter essere contemplata da Dante. Beatrice gli spiega che la sua vista è sopraffatta da una forza superiore ad ogni altra. In quella "lucente sostanza" sono la sapienza e la potenza che riaprirono le strade tra Dio e la terra, ovvero Cristo tanto a lungo atteso come redentore. L'anima di Dante, illuminata e divenuta maggior di sé, non sa più ricordare che cosa accadde allora, come un fulmine che sprigionato da una nube si volge verso terra contro la naturale tendenza del fuoco verso l'alto.

Riso di Beatrice. Le anime trionfanti - vv. 46-87Modifica

A questo punto, Beatrice lo invita a guardarla, dato che ormai è divenuto in grado di sostenere la vista del suo riso. Dante si sente come colui che invano cerca di ricordare un sogno svanito, quando ode questo invito, degno di eterna gratitudine. Tutte le lingue dei poeti nutriti dalle muse non basterebbero a descrivere un millesimo dello splendore di quel "santo riso"; è dunque necessario che descrivendo il paradiso il poema sacro sorvoli, come chi deve saltare perché impedito nel cammino da un ostacolo. Tuttavia questo non sarà occasione di biasimo, se si considera il tema "ponderoso" e la forze umane che lo affrontano: la navigazione che si sta compiendo non è certo adatta a una "picciola barca" e neanche a un marinaio che voglia risparmiare le proprie forze.
Beatrice lo invita a rivolgere lo sguardo dal volto di lei al "bel giardino" che fiorisce grazie ai raggi di Cristo: qui si vede la Madre di Gesù, qui sono gli apostoli che insegnarono agli uomini la retta via. Dante vede una moltitudine di anime luminose, che sono illuminate dall'alto, senza che si veda l'origine di tale fulgore. Comprende quindi che Cristo si è sottratto alla debole vista umana di Dante perché egli possa contemplare le anime trionfanti.

Trionfo di Maria - vv. 88-111Modifica

L'attenzione del pellegrino si concentra su Maria, da lui sempre invocata nella preghiera quotidiana, splendente più di ogni altra anima. In quel momento discende su Maria una luce in forma di corona, che la cinge, girandole intorno ed emettendo un canto di incomparabile dolcezza, tale che ogni melodia terrena al confronto sembrerebbe lo scopppio di un tuono. La "circulata melodia" (v.108) esprime la lode per la madre di Gesù, e annuncia che continuerà a farlo finché ella raggiungerà suo figlio nell'Empireo. Le anime si uniscono invocando il nome di Maria.

Maria risale all'Empireo. Inno dei beati- vv.112-129Modifica

Dante non è in grado di raggiungere con lo sguardo il nono cielo, il più vicino a Dio, perciò non riesce a seguire Maria, ancora incoronata dal fuoco angelico che si alza verso l'Empireo seguendo suo figlio. Tutte le altre anime si protendono verso l'alto con manifesto affetto, così come il bimbo appena allattato dalla madre si volge a lei. Quindi salutano Maria con l'inno liturgico Regina Coeli.

San Pietro compare tra i beati - vv.130-139Modifica

Dante esprime un elogio alla ricchezza spirituale raccolta nelle anime del Paradiso, fra cui trionfa, insieme a tutti i beati del Vecchio e del Nuovo Testamento, San Pietro.

AnalisiModifica

In questo canto, Dante ha un primo contatto con il mondo dei beati, visti nel loro insieme, e non più distribuiti nei vari cieli, dove gli erano apparsi in precedenza. I beati costituiscono la moltitudine luminosa che celebra ed accompagna il trionfo di Cristo e di Maria. Tutto il canto, quindi, è intessuto di immagini di splendore e di bellezza, tali da indurre il poeta a dichiarare apertamente la sua incapacità di esprimere ciò che ha visto. (vv.23-24, 61-63). D'ora in poi, e soprattutto nei canti conclusivi, questo tema della "ineffabilità" del Paradiso ritorna più volte. Possiamo citare, fra altri esempi, i vv.55-57 del canto XXXIII. È dunque il linguaggio dell'analogia quello che può aiutare il poeta nel compito che dichiara di voler svolgere malgrado ogni difficoltà (vv.64-69).
Il canto si apre con una similitudine di carattere naturalistico, venata di toni affettivi ("l'amate fronde", "dolci nati", "gli aspetti disiati", "con ardente affetto": vv.1-8). Poco più avanti, un'altra similitudine introduce la contemplazione del trionfo, accostandolo ad un cielo stellato con la luna piena: ancora un'immagine di natura, impreziosita però dai cenni mitologici ("Trivia", "le ninfe etterne", v. 26). Per rappresentare poi la propria stessa esperienza interiore, Dante ricorre ancora ad una similitudine naturalistica, a significare l'excessus mentis mistico (vv.40-45): di fronte a realtà che trascendono il pensiero, la mente umana, illuminata, diventa capace di cogliere istantaneamente quella realtà, ma subito dopo non è più in grado di ricordarla, e di conseguenza può parlarne solo in modo allusivo e imperfetto.
La figura centrale del trionfo, Maria, non è descritta in alcun modo, ma designata da metafore: "la rosa" (v.73), "il bel fior" (v.88), "lo maggior foco" (v.90), "la viva stella" (v.92), "il bel zaffiro" (v.101). A lei presto si accosta, cingendola di una corona di luce, una "facella", che diviene, cantando, "circulata melodia". L'interpretazione più diffusa è che si tratti dell'arcangelo Gabriele, ovvero l'angelo dell'annunciazione.
Il tono affettivo riconoscibile nella prima similitudine del canto ritorna, in modo più accentuato, nei vv. 121-126, ove l'ardente affetto dei beati verso Maria, espresso dall'allungarsi all'insù delle fiamme-anime, è accostato al gioioso protendersi del bimbo lattante ("fantolin") con le braccia verso "la mamma" che l'ha nutrito.
Assenti, in questo canto, i richiami polemici al mondo terreno: Dante appare completamente immerso nella contemplazione.


Paradiso - Canto ventiquattresimoModifica

completato all'inizio di aprile 2013

Questo canto, assieme ai due seguenti (XXV e XXVI), costituisce una specie di "esame" di Dante sulle tre virtù teologali: dopo una preghiera iniziale di Beatrice, rispettivamente interrogano Dante san Pietro sulla Fede, san Giacomo Maggiore sulla Speranza, san Giovanni sulla Carità.

IncipitModifica

«Canto XXIV, dove si tratta de la nona e ultima parte di questa ultima cantica; ne la quale san Pietro Appostolo a priego di Beatrice essamina l’auttore sopra la fede cattolica.»

(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)

Temi e contenutiModifica

Preghiera di Beatrice e risposta di san Pietro - versi 1-45Modifica

Beatrice prega i beati, come commensali al banchetto di Gesù Cristo, di soddisfare l'immensa brama di nutrimento di Dante, che per grazia divina sta pregustando, ancora in vita, qualche briciola della loro mensa. In segno di assenso gioioso le anime danzano in forma di ghirlande, con diversa velocità come le ruote di un orologio, secondo il grado della loro beatitudine. Dalla corona più veloce esce il fuoco più splendente, che cantando accoglie la preghiera di Beatrice. La donna, a sua volta, si rivolge all'anima con una perifrasi dalla quale si riconosce chiaramente San Pietro, e l'invita a interrogare Dante su vari punti relativi a quella fede in nome della quale l'apostolo camminò sulle acque. Naturalmente a San Pietro le virtù teologali di Dante sono già note, ma è opportuno che Dante possa parlare della vera fede per esaltarla.

Dante esaminato sulla fede - vv. 46-147Modifica

Dante si trova nella condizione dello studente universitario (baccelliere) che attende in silenzio, raccogliendo i suoi pensieri, finché il maestro formula il tema da discutere. Risuona quindi la domanda: "Che cosa è la fede?" Incoraggiato dallo sguardo di Beatrice, Dante dà inizio alla risposta.
Prima di tutto, invoca l'aiuto della Grazia, che gli concede di manifestare la propria fede proprio dinanzi al capo degli apostoli, perché lo renda capace di esprimere in modo appropriato il suo pensiero. Quindi prosegue affermando che, come scrisse san Paolo, la fede è il principio fondamentale di quanto si spera (la vita eterna) e la prova di quanto non si può percepire con i sensi. Pietro esprime approvazione per la risposta, a condizione che Dante interpreti correttamente i due concetti ("sostanze" ed "argomenti") usati da san Paolo. Egli risponde ricordando l'incapacità della mente umana di afferrare i misteri della vita eterna che qui in Paradiso gli vengono manifestati; è quindi soltanto per fede che se ne può affermare l'esistenza: ecco perché la fede può esser denominata sostanza. Su questa base si possono ricavare per ragionamento, senza prove materiali, le verità divine. In questo modo la fede diviene anche "argomento" ovvero prova.
Pietro osserva che se sulla terra tutto venisse appreso con tanta chiarezza, non vi sarebbero ragionamenti capziosi. Chiede poi a Dante se possiede questa "moneta" (la fede) di cui ha saputo esprimere così bene il valore e il peso. Pronta è la risposta affermativa di Dante, cui a sua volta Pietro replica con una nuova domanda sull'origine della fede. Dante risponde che essa gli deriva dall'abbondante grazia dello Spirito Santo manifestata nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Ma perchè - chiede ora Pietro - Dante considera parola divina la Bibbia? Il poeta risponde che lo dimostrano i fatti accaduti, che non possono essere opere umane; e di fronte all'obiezione che quei fatti miracolosi sono testimoniati solo dalla Bibbia stessa, aggiunge che è un miracolo superiore ad ogni altro la stessa diffusione del cristianesimo, a partire dal piccolo seme gettato da Pietro, che presto è divenuto vite rigogliosa, mentre ora la pianta s'è inselvatichita.
Tutte le anime a questo punto cantano lode a Dio. Pietro riprende, attribuendo alla Grazia le corrette risposte di Dante, e chiedendogli di indicare ora il contenuto della fede che professa, nonché la fonte di tale fede. Dante afferma solennemente la sua fede in Dio, motore immobile di tutto l'universo, che ha parlato per mezzo dei profeti, uno e trino. L'insegnamento del Vangelo gli conferma la fede nel mistero della Trinità che brilla nella sua mente "come stella in cielo".

Approvazione di san Pietro - vv. 148-154Modifica

Pietro, lieto del modo in cui Dante ha superato l'esame sulla fede, lo abbraccia girando intorno a lui tre volte benedicendolo col canto.

AnalisiModifica

Nell'apertura del canto ritroviamo i caratteri distintivi dell'ambiente di Paradiso, la luce e l'armonia, collegati a due paragoni (v.12 e vv.13-18). Il secondo, di grande evidenza tecnico-scientifica, rappresenta il movimento delle ruote di un orologio, ed è sottolineato dall'unica rima in tmesi presente nel poema: "differente/mente" (v.16). Preceduto da una dichiarazione del poeta di esser costretto a "saltare" (v.25) rispetto allo splendore di Beatrice, il dialogo tra la donna e Pietro è di registro espressivo alto e solenne, punteggiato di latinismi e giri sintattici ricercati. Beatrice non solo invita Pietro a interrogare Dante sulla fede, ma indica già le linee di sviluppo di tale esame. Mentre ella parla, Dante in silenzio raccoglie le idee per prepararsi alla risposta, e paragona se stesso al baccelliere pronto per la "quaestio", nella prima delle due fasi che essa comporta, ovvero il fornire prove al tema proposto dal maestro. Si giunge così al colloquio tra Pietro e Dante, organizzato esattamente come un esame universitario e sviluppato con il linguaggio della teologia scolastica.
Il canto, infatti, come i due successivi, ha un contenuto manifestamente teologico ed è articolato secondo il modello della dissertazione con cui si accedeva alla licentia ubique docendi ovvero al maggior titolo rilasciato dalle Università nel Medioevo.
Antonio Quaglio[1] osserva: "Il blocco [dei tre canti] fu certamente ideato e probabilmente sceneggiato insieme, con l'occhio attentissimo, nella stesura dei singoli pezzi, a salvaguardare alcune costanti e a movimentare, con calibrate innovazioni distintive, la fissità dell'esecuzione".

Il canto XXIV, in conclusione, si presenta come un'ampia, sicura ed esauriente dichiarazione del credo cristiano di Dante, suggellata dall'affettuosa approvazione di Pietro. Il canto con l'esclamazione del poeta: "sì nel dir gli piacqui!" (v.154).

NoteModifica

  1. ^ Emilio Pasquini, Antonio Quaglio, La Divina Commedia. Paradiso, Milano, Garzanti, 1988, p.348

Canto venticinquesimoModifica

30 novembre 2013

Temi e contenutiModifica

Le speranze di Dante: il ritorno in patria e l'alloro poetico - versi 1-12Modifica

Il canto si apre con l'auspicio, espresso da Dante-poeta, che in virtù del suo "poema sacro" possa essere cancellata la condanna all'esilio che grava su di lui: in tal caso, egli spera che, ritornando nella sua città natale con ben altra maturità di voce e di esperienza rispetto a quando l'ha lasciata, potrà ricevere la corona di poeta sul fonte battesimale, dato che in Paradiso san Pietro ha approvato la fede da lui dimostrata ed argomentata.

San Giacomo - vv. 13-39Modifica

Riprende quindi la narrazione: dalla corona di cui fa parte Pietro si muove verso Dante una luce, che viene indicato da Beatrice come l'apostolo Giacomo, il cui santuario a Compostela è meta di pellegrinaggi.
Pietro e Giacomo si manifestano reciproci segni di affetto, come due colombi, esaltando il cibo divino che in Paradiso li nutre. Poi entrambi si rivolgono in silenzio a Dante, coi volti tanto accesi che Dante china il capo. Piena di gioia, Beatrice si rivolge a Giacomo, esaltandolo come l'apostolo che ha tante volte rappresentato la speranza, sia nella sua epistola, sia negli episodi in cui Cristo l'ha voluto con sé. Invita quindi Dante a levare il viso con fiducia, perché deve rafforzarsi grazie alla luce che promana dalle anime.

Dante esaminato sulla speranza - vv. 40-99Modifica

Giacomo continua chiedendo a Dante - al quale Dio ha concesso di visitare prima della morte il Paradiso perché possa poi, tornato sulla terra, sostenere la speranza propria e degli altri - di dire che cosa è la speranza, quanto sia presente nel suo animo, e da dove gli sia giunta. Beatrice risponde al posto del poeta, dichiarando che nessun credente è più di lui ricolmo di speranza, e che proprio per questo gli è stata donata la grazia di poter vedere, ancora vivo, il Paradiso. Cede poi le altre due risposte a Dante stesso. Questi con sicura prontezza risponde che la speranza è l'attesa sicura della futura beatitudine, derivante dalla grazia divina e dai precedenti meriti. Questa verità, afferma, proviene da numerose fonti autorevoli, ma prima di tutto egli l'ha desunta dai Salmi, dove si legge "Sperino in te color che sanno il nome tuo". La speranza, soggiunge Dante, è stata poi alimentata in lui dall'Epistola di Giacomo, ed ora egli riversa sugli altri la speranza instillata in lui.
Mentre Dante parla, Giacomo esprime con lampeggiar di luci la sua gioia. Quindi egli dice che l'amore per la speranza, che lo ha accompagnato tutta la vita fino al martirio, è tuttora vivo e lo induce a chiedere a Dante di precisare l'oggetto della sua speranza. Antico e Nuovo Testamento, risponde Dante, fissano l'obiettivo cui l'uomo tende, ovvero la vita eterna; Isaia afferma che la vera terra di ogni uomo è il Paradiso dove si riveste di un doppio abito (corpo e anima); san Giovanni, nell'Apocalisse, chiarisce ulteriormente questa affermazione. Non appena Dante tace, si ode risuonare il versetto del Salmo IX, che egli prima ha citato, e tutte le anime rispondono.

San Giovanni - vv. 100-117Modifica

Tra le anime che danzano e cantano una luce si accende tanto intensamente da sembrare un altro sole, e si avvicina alle due anime vicine a Dante, ovvero Pietro e Giacomo, accompagnando nel ritmo il loro canto e movimento. Beatrice spiega che è san Giovanni, colui che posò il capo sul petto del sacro [[1]] e che fu scelto da Gesù morente come nuovo figlio di Maria.

Dante abbagliato - vv. 118-139Modifica

Dante aguzza lo sguardo per vedere entro la luce che lo abbaglia, ma Giovanni lo invita a desistere, ricordando che il suo corpo è terra fra la terra, come per tutti gli altri uomini fino al Giudizio universale. Unica eccezione sono Cristo e la Vergine, saliti all'Empireo in anima e corpo.
A questo punto la danza e il canto dei tre santi si ferma. Dante si volge per vedere Beatrice, ma inutilmente, e si turba pur essendo accanto a lei e in Paradiso.

AnalisiModifica

Le prime quattro terzine sono espresse non dalla voce del "viaggiatore" ma dal poeta stesso, che parla di sé e della propria opera in relazione all'esilio. Esso nella maggior parte del poema è profetizzato come evento futuro, mentre in questi versi Dante rappresenta l'esilio in modo diretto, come realtà duramente e a lungo sostenuta per colpa della "crudeltà" dei "lupi" che hanno cacciato lui dal "bello ovile" della sua innocente giovinezza ("agnello"). Nell'esilio è nato, a prezzo di molti anni di fatiche, il "poema sacro", a cui hanno collaborato le realtà divine ed umane, e a questa sua opera il poeta (che qui per l'unica volta si definisce tale[1]) affida la speranza di poter tornare fra solenni riconoscimenti nella sua città. Speranza rafforzata dall'approvazione appena ricevuta da san Pietro dopo l'esame sulla Fede.
Il desiderio e l'auspicio, per quanto forse venati di dubbio (Se mai continga che...) si collocano idealmente in una successione di testi nei quali Dante parla direttamente della sua condizione e delle sue prospettive di esule. Ai primissimi tempi dopo la condanna risale la canzone Tre donne intorno al cor mi son venute[2], in cui Dante si dice orgoglioso di esser stato bandito da concittadini malvagi; dopo l'esclusione dall'amnistia indetta da Baldo d'Aguglione nel 1311, respinge sdegnosamente, nel 1315, l'offerta di rientrare a prezzo di un pubblico atto di pentimento (Epistole XII,6 "All'amico fiorentino"[3]). Nel canto XXV del Paradiso, ormai prossimo alla fine dell'opera (e anche della vita), esprime la speranza che proprio il poema, del cui valore è ben consapevole, gli valga il ritorno in patria e il conferimento dell'alloro di poeta sul fonte del suo battesimo.
Rispetto al canto precedente, l'esame vero e proprio occupa un numero assai minore di versi ed è articolato in modo meno rigorosamente fedele al modello scolastico; lo dimostra lo stesso intervento di Beatrice, che anticipa la seconda risposta che avrebbe dovuto fornire Dante (evitando così che il poeta-pellegrino dia prova di orgoglio). Il paragone istituito da Dante nel canto XXV tra sé e il "baccelliere" che sostiene l'esame finale riecheggia nei vv. 64-66.
Il linguaggio si mantiene sul registro alto, e spiccano ripetute citazioni dalla sacra Scrittura. Gli aspetti espressivi più rilevanti si collegano però ai temi, tipici del Paradiso, della luce come manifestazione di gioia e del canto unito alla danza come simbolo di completa armonia. Sono i temi che accompagnano anche l'apparire di San Giovanni; egli si rivolge con tono affettuoso a Dante, che cerca di scorgerne le fattezze corporee, vanamente, perché abbagliato dalla luce che l'anima beata promana, e perché il corpo di Giovanni è ancora polvere tra la polvere (v. 124).
Il canto si conclude con l'esclamazione del poeta che rievoca il turbamento provato per l'impossibilità di vedere Beatrice: sapeva bene di esserle vicino, e di trovarsi nel luogo della beatitudine, ma ciò non bastò ad evitare la sua istintiva reazione di smarrimento.

NoteModifica

  1. ^ Dante, Paradiso, a cura di Vittorio Sermonti, Ed. Scolastiche Bruno Mondadori, Milano, 1996, pag. 394
  2. ^ https://it.wikisource.org/wiki/Rime_%28Dante%29/CIV_-_Tre_donne_intorno_al_cor_mi_son_venute
  3. ^ https://la.wikisource.org/wiki/Epistulae_%28Dante_Alighieri%29#XII.

Canto ventiseiesimoModifica

completato il 17 febbraio 2014

Temi e contenutiModifica

Dante esaminato sulla carità - vv. 1-66Modifica

Dante è ancora impaurito per la perdita della vista, quando dalla luce che lo ha abbagliato esce la voce di San Giovanni, che lo incoraggia ad attendere il recupero della visione ragionando con lui. Dica dunque a che cosa tende la sua anima, e si conforti perché Beatrice, sua guida, ha la capacità di ridargli la vista. Dante risponde che attende, quando essa vorrà, il rimedio per i suoi occhi, attraverso i quali Beatrice ha suscitato in lui l'amore che ancora persiste. L'amore divino, soggiunge, è inizio e fine di ogni amore terreno.
Giovanni osserva che l'argomento richiede un chiarimento più approfondito, e chiede che Dante spieghi chi ha orientato il suo amore verso Dio. Il poeta risponde che argomentazioni filosofiche e insegnamenti divini trasmessi mediante nelle Scritture hanno impresso in lui tale amore, necessariamente, dato che il bene, non appena compreso con l'intelletto, suscita il desiderio di sé tanto più forte quanto più il bene (l'amore) è grande. Perciò la mente di ogni uomo che comprende la verità di questa affermazione è necessariamente portata ad amare l'essere infinitamente superiore ad ogni altro. Lo mostrano con chiarezza Aristotele, le parole di Dio a Mosè nella Bibbia, San Giovanni stesso nel suo Vangelo.
Dopo aver approvato le parole di Dante, Giovanni gli chiede di chiarire se vi siano altre ragioni che lo sollecitino ad amare Dio. Dante, comprendendo l'intenzione sottintesa nella domanda, riprende affermando che nella sua carità si sono incontrati tutti quegli stimoli che possono orientare l'animo verso Dio: l'esistenza del mondo, la sua esistenza personale, il sacrificio di Cristo, la speranza nella vita eterna, oltre a quanto già prima esposto, lo hanno allontanato dall'amore dei beni fallaci e portato alla salvezza del vero amore. Egli, conclude, ama ogni suo prossimo in proporzione all'amore che ciascuno riceve da Dio.

Dante ritrova la vista - vv. 67-81Modifica

Nel cielo risuona un dolcissimo canto di lode a Dio, cui si unisce Beatrice; ella poi con uno sguardo raggiante ridona la vista a Dante, il quale si accorge con sorpresa che ai tre apostoli (Pietro, Giacomo, Giovanni) si è unita una quarta luce.

Adamo - vv. 82-142Modifica

Beatrice spiega che si tratta di Adamo. Dante, pieno di stupore dinanzi al primo uomo creato da Dio, si inchina, poi lo supplica umilmente di rispondere al suo desiderio inespresso. La luce brilla più intensamente, dimostrando che Adamo è felice di soddisfare la richiesta; poi egli conferma che legge direttamente in Dio il desiderio di Dante di sapere quanto tempo è trascorso dalla sua creazione, quanto tempo egli rimase nel Paradiso terrestre, perché ne fu cacciato, in che lingua si espresse. Adamo risponde alle varie domande in ordine diverso; prima di tutto, afferma che il peccato non fu il gustare il frutto dell'albero, bensì il disobbedire a Dio. Egli trascorse 4302 anni nel Limbo prima di salire al Paradiso; in terra visse 930 anni. La lingua da lui creata ed usata si perse del tutto già prima della costruzione della torre di Babele: nessuna opera umana può durare per sempre. La capacità di parlare è data dalla natura, ma le lingue concrete sono frutto del gusto degli uomini. Adamo porta come esempio il nome stesso di Dio: I prima del peccato di Adamo, El dopo. Infine Adamo precisa che trascorse nel Paradiso Terrestre, prima di peccare, solo sette ore.

AnalisiModifica

L'esame sulla carità, svolto da Giovanni, ripropone il modello dei due canti precedenti, ma si presenta più rapido ed agile. Dante risponde con sicurezza, e il superamento di quest'ultimo esame viene sottolineato dal canto del Sanctus cui partecipa Beatrice con tutti i beati.
Si passa così alla seconda parte del canto, nella quale si narra che il poeta, ormai riconosciuto degno dell'ingresso nell'Empireo, viene sorpreso ed emozionato dall'apparizione del primo uomo, Adamo. Gli interrogativi sul peccato originale e sulla storia di Adamo erano nel Medioevo oggetto di approfondita riflessione teologica (si veda ad esempio Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, II ii 163, 1-2). Dante, che vi aveva accennato nel canto XXVIII del Purgatorio, limitandosi a dire che l'uomo soggiornò "poco" nel Paradiso Terrestre, ora fa specificare ad Adamo quanto tempo vi rimase, e ottiene da lui altre indicazioni cronologiche, con corrispondenze e perifrasi di gusto tipicamente medioevale. Più importante, tuttavia, è l'affermazione riguardante la natura del peccato: Dante non si attiene all'interpretazione letterale (la mela importerebbe un peccato di gola), bensì propone, con le parole di Adamo stesso, l'identificazione col peccato di superbia determinato dalla disobbedienza a Dio.
Lo spazio maggiore nel discorso di Adamo è però dedicato al problema della origine della lingua, già affrontato da Dante nel De Vulgari Eloquentia ma in forma diversa. Nel trattato, infatti, (I vi 4-7) si afferma che Dio donò ad Adamo la prima lingua, che fu propria di tutta l'umanità fino all'episodio della Torre di Babele, per restare poi appannaggio dei soli Ebrei che non avevano partecipato alla costruzione della Torre. È, come il latino, lingua perfetta e immutabile. Nel Paradiso, invece, Dante presenta la lingua come creazione umana, soggetta come ogni altra realtà a trasformazioni e variabilità. Adamo porta come esempio i diversi nomi con i quali si indicò nel tempo la Divinità e spiega che la sua lingua originaria è morta e sulle sue ceneri è nata la lingua ebraica. Il concetto della naturalità e mutabilità del linguaggio umano, in cui si riconoscono echi di Orazio (Ars poetica, 60 sgg.), si collega poi con la valorizzazione del volgare: la Commedia ne è testimonianza anche in questo canto, ricco di tratti dottrinali, di artifici retorici, e pure di elementi naturalistici (come, per esempio, le similitudini dei vv. 85-90 e 97-102).

Canto trentunesimoModifica

AnalisiModifica

Il canto è caratterizzato da una prevalenza di descrizione; contemplativo è lo sguardo di Dante che esplora l'infinito digradare dei petali della candida rosa, accompagna il muoversi degli angeli, ne scopre i colori, vede il diffondersi da un seggio all'altro della pace e dell'ardore, nell'armonioso e unanime rivolgersi di tutti i beati (del Vecchio e del Nuovo Testamento) ad un unico obiettivo, cioè Dio. Dalla contemplazione di tanta beatitudine scaturisce in Dante-poeta l'invocazione alla Trinità perché rivolga il suo sguardo alla nostra procella, ovvero alla vita tormentata degli uomini quaggiù sulla Terra. All'invocazione segue una similitudine nella quale Dante rappresenta il suo stupore. La distanza fra il mondo conosciuto dai barbari del Nord e lo splendore di Roma è ben poca rispetto a quella compiuta dal viaggiatore oltremondano: dall'umano al divino, dal tempo all'eternità e - qui sta il culmine - da Firenze (luogo di iniquità) a un popol giusto e sano (v.39).
Dopo un'altra breve similitudine, ritornano elementi di descrizione, volti all'interiorità manifestata dai volti: carità, gioia, dignità. A questo punto, come tante altre volte, Dante si volge spontaneamente a Beatrice per porle le molte domande che si affollano nella sua mente. Al posto di lei c'è un vegliardo, pieno di decoro e amorevolezza, che gli indica Beatrice in alto, nel terzo giro, nel seggio assegnatole per i suoi meriti. L'infinita distanza non impedisce a Dante di vederla, tutta risplendente dei raggi della divinità. A lei si rivolge con una preghiera, nella quale esprime prima di tutto gratitudine per l'aiuto che ella gli ha dato, da quando ha posto piede nell'Inferno (Inf. II, 58-74) a tutti i momenti e i modi nei quali è intervenuta per trarlo di servo a libertate (v.85). Ma la vita di Dante non è ancora terminata, egli dovrà tornare sulla Terra: prega perciò Beatrice perché lo aiuti a custodire in sé il frutto di tanti doni fino a morire in grazia di Dio.
Dalla sua lontananza, Beatrice risponde con un sorriso e uno sguardo prima di rivolgersi nuovamente alla contemplazione di Dio. Al congedo da Beatrice, che si è svolto quindi nel segno di una invocazione religiosa, subito seguono le parole del vegliardo, che invita il pellegrino a continuare la sua contemplazione del giardino, perché più lo guarderà più la sua capacità visiva si rafforzerà, per poter vedere direttamente Dio. A ciò darà aiuto la Vergine Maria di cui egli è il devoto monaco Bernardo di Chiaravalle. Ancora una similitudine (che ha in comune con le due precedenti il tema del venire da terre lontane a contemplare in Roma i simboli della religione cristiana) illustra l'amorosa ammirazione di Dante verso il volto pieno di carità del vecchio. Bernardo invita quindi Dante a levare lo sguardo fino al cerchio più lontano e più alto, dove si trova Maria. Il pellegrino risale con lo sguardo e vede al sommo un punto più splendente di ogni altro, come il punto del cielo dove sta sorgendo il sole. Tutto intorno, innumerevoli angeli ai cui canti e movimenti ride una bellezza indicibile.
Con l'ineffabile manifestazione di colei che non può essere descritta, si conclude questo canto, nel quale è evidente la tensione espressiva del poeta di fronte al compito di descrivere il mondo oltremondano nella pienezza della sua gloria. Tale impegno espressivo si rivela, oltre che nelle numerose similitudini già citate e in svariati altri paragoni, nel richiamo a figure ed episodi mitologici e nell'adozione di figure retoriche di particolare evidenza: l'iterazione completata da chiasmo ai vv.37-39, l'anafora vid'io...Vidi (vv.131-133). Quest'ultma figura in certo modo sintetizza e conclude la presenza ripetuta e frequente di parole relative all'area del vedere/guardare, collegate alla natura descrittiva e contemplativa del canto.
D'altra parte, non si può trascurare che in questo canto giungono a compimento linee tematiche e narrative di estrema importanza in tutto il poema: il percorso dal peccato alla salvezza (vv.37-39), l'aiuto determinante di Beatrice (vv.79-88), la presenza necessaria di una guida (v.55-60), la bellezza indicibile, superiore alle capacità umane di ricordare e di esprimere (vv. 136-138). Proprio quest'ultimo tema (l'ineffabilità) diverrà motivo conduttore nei due canti successivi, in cui i richiami al mondo terreno (qui simboleggiato ancora una volta da "Fiorenza") sono ormai lontani.

Paradiso - Canto trentaduesimoModifica

(dicembre 2014)

SintesiModifica

San Bernardo, sostituita Beatrice come guida già dal canto precedente, spiega a Dante l'ordine in cui sono disposti i beati nella Candida Rosa. Essa ha una forma di anfiteatro composto da nove corone di petali dei quali il più alto è occupato da Maria Vergine ai cui piedi siede Eva.Nel terzo scranno vi sono Beatrice e Rachele, poi Sara, Giuditta, Rebecca, Rut fino alla parte più bassa della Rosa.
La parte finale è divisa verticalmente in due scranni dove risiedono da una parte i credenti in Cristo Venuto e dall'altra quelli che credono in Cristo Risorto (Venturo).
Tornando in alto alla parte opposta di Maria siedono i massimi beati fra i quali San Francesco d'Assisi, San Benedetto e Sant'Agostino.
Sempre seguendo la descrizione, la Rosa si divide in due parti uguali, quella in cui siedono i beati salvatisi per proprio merito e dall'altra stanno i bambini che sono morti prima di aver raggiunto l'età della ragione.
Da qui parte una descrizione del passaggio della salvezza da genitore a genitore cominciando da Abramo fino a Gesù mediante la circoncisione.
Infine San Bernardo invita nuovamente Dante a contemplare la Candida Rosa, mentre l'Arcangelo Gabriele intona Ave Maria, gratia plena, e poi i seggi luminosi dell'Empireo.

Temi e contenutiModifica

Ordinamento dei beati nella rosa celeste: versi 1 - 48Modifica

San Bernardo mostra a Dante, ai piedi di Maria, la bellissima Eva; nell'ordine sottostante (il terzo dall'alto) siedono Rachele e Beatrice. Via via, scendendo di gradino in gradino, si incontrano Sara, Rebecca, Giuditta, Ruth, antenata di Davide. Altre Ebree sedute l'una sotto l'altra nei gradini ancora più bassi costituiscono una linea di separazione nella rosa: da un lato, dove il fiore è completo in tutti i suoi petali, vi sono coloro che ebbero la fede in Cristo venturo, ossia nella futura venuta del Messia; dall'altro lato, in cui alcuni posti sono vuoti, siedono coloro che hanno avuto fede in Cristo venuto. Dalla parte opposta rispetto al seggio di Maria, si trova Giovanni Battista,e sotto di lui Francesco, Benedetto, Agostino ed altri fino al centro della rosa.
Bernardo invita Dante a considerare la profondità del volere divino. le due categorie di credenti, quelli nati prima di Cristo e quelli nati dopo la sua nascita, costituiranno due parti identiche della candida rosa. Dal mezzo della rosa in giù vi sono le anime dei bambini ("gli spiriti asciolti" v. 44), che si salvarono non per merito proprio ma dei loro genitori.

La sorte dei bimbi innocenti - vv. 49-87Modifica

San Bernardo risolve il dubbio che stringe Dante riguardo alla disposizione delle anime dei bimbi: essi, pur non avendo vissuto e quindi "meritato" la loro sistemazione, sono disposti gerarchicamente in base alla grazia da Dio ricevuta "... le menti tutte nel suo lieto aspetto/ creando, a suo piacer di grazia dota/ diversamente; e qui basti l'effetto." (vv. 64-66).
Un esempio dell'imperscrutabile dono di Dio si trova nella Scrittura (Genesi): fra i due gemelli Esaù e Giacobbe, litigiosi già nel grembo materno, il secondo godette della predilezione divina, senza alcun merito proprio. All'inizio del mondo, per avere la salvezza, era sufficiente la fede dei genitori, poi divenne necessaria la circoncisione dei maschi. Dopo la venuta di Cristo, i bimbi non battezzati sono destinati al Limbo.
Bernardo infine esorta Dante a contemplare il volto luminoso di Maria.

Glorificazione di Maria - vv. 88-114Modifica

Dante vede con infinita meraviglia discendere dall'alto sulla Madonna, portato dagli angeli, uno splendore di letizia così intenso quale mai prima aveva visto, mentre l'angelo disceso per primo apre le ali dinanzi a lei cantando Ave Maria, gratia plena. Tutte le anime dell'Empireo rispondono al canto. Dante chiede a Bernardo chi sia quell'angelo che sembra ardere di gioia e d'amore nel contemplare Maria. Il santo, illuminato da lei come stella mattutina dal sole, risponde che quell'angelo, colmo di ogni sicurezza e dedizione, è l'arcangelo Gabriele, che portò a Maria l'annuncio dell'Incarnazione di Gesù.

I santi maggiori - vv. 115-151Modifica

Bernardo invita quindi ad individuare con lo sguardo, seguendo le sue parole, i grandi personaggi del regno celeste. I due più felici, in quanto i più vicini a Maria, sono a sinistra Adamo e a destra Pietro. Al suo fianco è Giovanni Evangelista, mentre a lato di Adamo sta Mosè. Di fronte a Pietro siede Anna, la madre di Maria, mentre di fronte ad Adamo si trova Lucia, colei che ha sollecitato Beatrice ad accorrere in soccorso di Dante. Bernardo a questo punto interrompe l'indicazione dei beati più importanti, per condurre senza indugio Dante alla contemplazione di Dio. Ma per far questo occorre un'invocazione speciale, che Bernardo pronuncerà e che Dante seguirà spiritualmente.

AnalisiModifica

Il canto presenta un'evidente impostazione didascalica, in quanto consiste per intero (eccettuati i primi tre versi e l'ultimo) nella descrizione, svolta da Bernardo, dell'Empireo quale appare al pellegrino Dante che si trova al suo centro (nel cuore giallo della candida rosa). Bernardo espone secondo rigore geometrico e precisione di riferimenti scritturali citando via via i personaggi più importanti che abitano questo cielo, nel quale, è bene ricordare, sono raccolte tutte le anime, anche quelle già incontrate da Dante nei cieli precedenti. Nella descrizione è inserita anche la trattazione di un tema di notevole rilievo teologico, riguardante il diverso grado di beatitudine dei bambini innocenti, che rimanda al concetto di predestinazione (vv.37-84).