Apri il menu principale

Archivio

complesso di documenti legati tra loro da un vincolo naturale e originario
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il concetto informatico di file archivio, vedi File archivio.


(EN)

«The whole of the documents made and received by a juridical or physical person or organization in the conduct of affairs, and preserved.»

(IT)

«L'archivio è l'insieme di documenti di ogni tipo, prodotti e ricevuti da una persona fisica o morale, da un organismo nell'ambito della sua attività, e conservati»

(Definizione del Consiglio internazionale degli archivi)

Per archivio si intende una raccolta organizzata e sistematica di documenti di diversa natura (atti, scritture private[1] e altri documenti originali) prodotti e/o acquisiti da un soggetto pubblico o privato, da enti, istituzioni, famiglie o persone, nel normale esercizio delle proprie funzioni, durante lo svolgimento della propria attività, e custoditi in funzione del loro valore di attestazione e di tutela di un determinato interesse.[2] L'interesse potrà essere di varia natura: politico-sociale (amministrativo, giudiziario, scientifico, militare, religioso...) o patrimoniale.[2]

In secondo luogo, per estensione, con "archivio" si designa anche l'ente che ha il compito istituzionale di tutelare e valorizzare un insieme di documenti (ad es. Archivio di Stato di Milano) e i locali destinati alla loro conservazione.

Indice

L'etimologiaModifica

Secondo un'etimologia accettata, il termine archivio deriva dal greco ἀρχεῖον, tramite il latino archium/archivum/archivium, che significa "palazzo dell'arconte", luogo in cui, presumibilmente, si conservavano anche gli atti emanati dal magistrato[3].

Storia della definizioneModifica

Il dibattito nel XX secoloModifica

Il Manuale degli archivisti olandesi: archivio e soggetto produttoreModifica

 
Giovanni Vittani, direttore dell'Archivio di Stato di Milano dal 1920 al 1938, particolare.

La prima definizione moderna di archivio risale alla fine del XIX secolo e fu formulata dal Manuale degli archivisti olandesi di Samuel Muller, Johann Adrian Feith e Robert Fruin, ove per archivio si intende

«Archivio è l’intero complesso degli scritti, disegni e stampe, ricevuti o redatti in qualità ufficiale da qualunque autorità o amministrazione, o da qualsiasi impiegato di queste, purché tali documenti, conformemente alla loro funzione, debbano rimanere presso la stessa autorità o amministrazione, o presso i suoi impiegati.»

(Muller-Feith-Fruin, p.1)

La traduzione del manuale ad opera di Giovanni Vittani e di Giuseppe Bonelli e la sua pubblicazione in Italia nel 1908, segnò definitivamente il tramonto del metodo peroniano.

Eugenio Casanova: l'ordine nell'archivioModifica

Eugenio Casanova (1867-1951), considerato il padre dell'archivistica italiana, nel suo manuale Archivistica del 1928, riprese la definizione data dagli archivisti olandesi aggiungendo però l'elemento dell'ordine dei documenti come stabiliti dal soggetto produttore:

«L’archivio è la raccolta ordinata degli atti di un ente o individuo, costituitasi durante lo svolgimento della sua attività e conservata per il conseguimento degli scopi politici, giuridici e culturali di quell’ente o individuo.»

(Casanova, p. 19)

Giorgio Cencetti e il "vincolo"Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giorgio Cencetti.

Giorgio Cencetti, nel suo articolo L'archivio come "universitas rerum" del 1937, indicò un altro elemento essenziale per l'identificazione di un archivio, ovvero il vincolo archivistico:

«I singoli componenti di un archivio non solo provengono da un medesimo individuo, aggregato familiare o ente...ma poiché costituiscono niente altro che uno dei mezzi usati dall'ente o individuo per raggiungere i propri scopi, portano in loro stessi fin dall'origine il vincolo della destinazione comune, sintetizzato nell'adempimento dalle funzioni dell'ente o individuo medesimo.»

(CencettiL'archivio come universitas rerum, pp. 48-49)

Due anni più tardi, nell'articolo Il fondamento teorico della scienza archivistica, ribadisce l'unitarietà dell'archivio nelle sue tre fasi di vita, ribadisce l'assoluto valore del vincolo e pone le basi teoriche per lo svolgimento del mestiere d'archivista che ancora oggi sono valide.

Hilary JenkinsonModifica

L'archivista inglese Hilary Jenkinson (1882-1961), nel suo Manual of Archive Administration del 1937, aggiunse il criterio dell'ininterrotta custodia, elemento che conferisce attendibilità alla conservazione dell'archivio:

«I documenti accumulatisi per un procedimento naturale nel corso della trattazione di affari di ogni genere, pubblici e privati, in ogni epoca, e conservati per documentazione, nella propria custodia, dalle persone responsabili.»

(Jenkinson, pp. 37-38)

Adolf Brennecke ed Armando Lodolini: l'archivio è solo quello della fase storicaModifica

Mentre nella comunità internazionale si stava ormai sedimentando che l'archivio, nato essenzialmente per uno scopo amministrativo e non di ricerca e che è caratterizzato da tre fasi di vita, alcuni archivisti tedeschi e italiani adottarono il principio secondo cui l'elemento caratterizzante dell'archivio è l'oggetto dell'indagine storica. Il primo a formulare questa concezione fu il tedesco Adolf Brenneke (1875-1946) che, nel suo manuale Archivistica del 1953, giunse a definire l'archivio come:


«L’archivio è la totalità di scritti e di altri documenti, che si sono formati presso persone fisiche o giuridiche in base alla loro attività pratica o giuridica e che, quali fonti documentarie e prove del passato, sono destinati a permanente conservazione in un determinato luogo.»

(Brenneke, p. 125)

In Italia la posizione tedesca fu recuperata da Elio Lodolini (1922-viv.) che, nel suo Archivistica. Principi e problemi del 1985, dichiarò che

«L'archivio è un complesso di documenti formatisi presso una persona fisica o giuridica o anche di un'associazione di fatto nel corso della esplicazione della sua attività e pertanto legati da un vincolo necessario, i quali, una volta perduto l'interesse per lo svolgimento dell'attività medesima, sono stati selezionati per la conservazione permanente quali beni culturali.»

(Lodolini, p. 21)

Posizione ancora più esplicita la espone ancora Lodolini nel suo ancora attuale Lineamenti di storia dell'archivistica italiana:

«La stessa espressione "archivio storico" va considerata come una formula di comodo, adottata perché nell'uso più frequente in lingua italiana la parola "archivio" - a differenza dell'uso costante in altri Paesi, come la Germania o il Nordamerica - è adoperata anche per indicare i complessi di documenti correnti, cioè quelle che, ad evitare equivoci, è preferibile chiamare "registrature correnti" [...] Inoltre, l'archivio definitivo, o archivio destinato alla conservazione permanente, cioè l'"archivio" propriamente detto...»

(Lodolini, 1991, pp. 210-211)


Claudio Pavone e il rapporto archivio-soggetto produttoreModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Claudio Pavone.

Claudio Pavone (1920-2016), nel suo saggio Ma è poi tanto pacifico che l'archivio rispecchi l'istituto? del 1970, benché accolga in linea generale secondo cui l'archivio rispecchi l'attività del soggetto produttore, ammette però che non ci possa sempre essere una perfetta speculiarità tra quanto prodotto e chi produce, a causa dei mutamenti dell'ente produttore (soppressione, cambio di finalità, etc...). Per Pavone, dunque, l'archivio non è il riflesso del soggetto produttore, quanto del suo modo organizzativo:

«L'archivio rispecchia infatti innanzi tutto il modo con cui l'istituto organizza la propria memoria, cioè le propria autodocumentazione [...] Il "metodo storico", partito con l'ambizione di fare dell'archivio uno specchio privilegiato della storia dell'istituto, di fronte ai troppo evidenti scarti e sfasature fra i due elementi rischia di concludere con l'affermazione che l'archivio rispecchia in realtà soltanto la storia di sé stesso [...] Ci sembra invece she se l'archivio viene innanzi tutto ricondotto alla sua natura, modesta ma precisa, di ordine formale della memoria dell'istituto, anche i problemi della sua autonomia e della sua storicità, della sua forma e dei suoi contenuti, possono essere portati su un terreno più piano e solido.»

(Pavone, p. 147; p. 149)

Filippo Valenti: l'archivio in senso proprio e in senso latoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Filippo Valenti.

Il modenese Filippo Valenti (1919-2015), nel suo Nozioni di base per un'archivistica come euristica del 1975, opera la distinzione tra l'archivio "proprio" e quello in "senso lato": se il primo risponde alla definizione di archivio caratterizzato dalla presenza di un vincolo ben preciso prodotto da un soggetto produttore per finalità pratiche, il secondo invece è l'assemblamento di vari archivi in un istituto di concentrazione quale può essere un Archivio di Stato:

«Si riferi­sce, cioè, all'archivio di un singolo e ben determinato ente, e quindi a quello che io sono solito chiamare archivio "in senso proprio" in contrapposizione all'unione, confluenza o concentrazione di vari archivi, che propongo di chiamare invece archivio "in senso lato".»

(Valenti, p. 151)


Paola Carucci: il fondo, e le definizioni di archivioModifica

Paola Carucci (1941-viv), ne Le fonti archivistiche del 1983, opera una plurima definizione del concetto di archivio, sviluppando nel contempo la terminologia di quello che è definito come fondo.

Se per la Carucci l'archivio è il «complesso dei documenti prodotti o comunque acquisiti da un ente (magistrature, organi, e uffici centrali e periferici dello Stato; enti pubblici; istituzioni private, famiglie o persone) durante lo svolgimento della propria attività» e riprende la distinzione operata già da Valenti in archivio proprio e archivio in senso lato, il fondo ha un'accezione più generica, dove non è più presente il vincolo a causa di una serie di motivi quali smembramenti e agglomeramenti di archivi prodotti da soggetti diversi:

«Si usa il termine archivio, in un'accezione più generica e anche fondo, parola ormai molto usata anche se non ha un significato chiaramente definito in italiano (la parola è d'origine francese), per indicare, all'interno di un Archivio di Stato o di un qualsiasi istituto in cui siano concentrati archivi di diversa provenienza, ciascun complesso documentario che abbia un carattere di unitarietà, sia nel caso si tratti di un archivio di un determinato ente (archivio in senso proprio), sia che si tratti di un complesso di documenti prodotti da enti diversi ma confluiti per ragioni varie nell'ente che ha effettuato il versamento o il deposito, sia che si tratti di un complesso di documenti che sia il risultato di smembramenti, fusioni e riordinamenti eseguiti in Archivi di concentrazione, sia che si tratti di miscellanee o di raccolte.»

(Carucci, p. 21)

Secondo questa definizione, la Carucci intende affermare che, poiché all'interno di un istituto di conservazione si possono trovare tanti archivi i quali, l'uno rispetto all'altro, sono però svincolati fra di loro in quanto non prodotti da un unico soggetto produttore. Inoltre, un fondo può essere anche stato creato non da un unico soggetto produttore (si veda i fondi creati col metodo peroniano, per esempio), per cui non vi è neanche la presenza del vincolo che è l'elemento caratterizzante dell'archivio secondo quanto definito decenni prima da Cencetti, come definito nel glossario del Sistema Archivistico Nazionale:

«FONDO. Insieme di documenti d'archivio conservato presso un soggetto conservatore e gestito presso quest'ultimo come un unico complesso. In genere corrisponde a un archivio: può tuttavia verificarsi che un archivio, prodotto e organizzato da un determinato soggetto produttore, venga successivamente diviso o smembrato e che la sua documentazione entri a far parte di altri complessi, andando a costituire più fondi archivistici. Analogamente, è possibile che un unico fondo comprenda documentazione in origine risalente ad archivi distinti.»

(Fondo)

Storia degli archiviModifica

Vicino Oriente anticoModifica

 
Rovine del Palazzo Reale di Ebla, sede dell'antico archivio del regno.

Gli archivi, intesi come testimonianza attività umana, sono sempre esistiti perché l'archivio serve all'uomo per la sua attività quotidiana. Le prime testimonianze di archivio risalgono all'epoca dei Sumeri (III millennio), quando cioè risalgono i primi supporti stabili[4]. I Sumeri, infatti, furono un popolo che si legarono in civiltà stabile, svilupparono la scrittura (scrittura cuneiforme = 3500 a.C) e avevano un bisogno di lasciare testimonianza delle loro attività quotidiane (come i commerci, esercizi contabili). Ne sono testimonianza le le collezioni di tavolette scoperte a Nippur (ca 30.000), Mari (più di 25.000 tavolette), databili intorno al II millennio a.C.

In area mesopotamica, i Babilonesi scrissero su pietra il Codice di Hammurabi, su pietra, scoperto a Susa ad inizi '900; presso il popolo assiro, invece gli archeologi hanno rinvenuto in un'ala del palazzo reale di Assurbanipal a Ninive 22.000 tavolette d'argilla, corrispondenti alla biblioteca ed agli archivi del palazzo del VII secolo a.C..

Spostandoci nel Medio Oriente, tra il 1976 e il 1977, una spedizione italiana guidata da Paolo Matthieu ha riportato alla luce gli archivi reali di Ebla, in Siria: i documenti ivi conservati sono circa 17.000 tavolette scritte in scrittura cuneiforme e questa rivelazione ha permesso di comprendere l'organizzazione archivistica di quella popolazione.

Gli Egiziani, al contrario dei popoli precedenti, usarono come supporto il papiro e degli egizi non abbiamo molte testimonianze perché il papiro è un supporto completamente deteriorabile.

Età classicaModifica

IntroduzioneModifica

 
I resti del Metroon dell'agorà di Atene.

Nell'età classica si passò a supporti più agili e leggeri (papiro, pelle, pergamena), ma anche più volatili, tanto che la stragrande maggioranza degli archivi egiziani, greci e romani è oggi perduta. Restò però l'uso di registrare alcuni avvenimenti di massima importanza su supporti più duraturi, come le incisioni su lastre di marmo o di pietra, per salvaguardarne la memoria in eterno (epigrafia).

Il mondo grecoModifica

Presso gli antichi greci era pratica comune esporre in luoghi pubblici i documenti che potessero avere un interesse per la cittadinanza. Con il passare del tempo si decise di far confluire i documenti che avevano una rilevanza pubblica nel Metroon, ossia l'archivio pubblico centrale di Atene in cui venivano custoditi anche le tragedie e le commedie.

A causa della fragilità dei supporti documentari (papiro, tavolette cerate), si è conservato poco o niente degli antichi archivi della civiltà ellenica: un esempio sono trentanove tavolette di bronzo che facevano parte dell'archeion del tempio di Zeus a Locri Epizefiri, l'attuale Locri in Calabria[5].

RomaModifica

 
Una tavoletta cerata.
(LA)

«Solet et sic, ne eo loci sedeant, quo in publico instrumenta reponuntur, archio forte vel grammatophylacio.»

(Frase attribuita al giurista del II/III secolo d.C. Ulpiano e riportata nel Corpus iuris civilis di Giustiniano (534 d.C.), in Lodolini, 1991, pp. 24-25)
 
Il Tabularium con sovrapposto il Palazzo dei Senatori.

Anche presso gli antichi romani riscontriamo le stesse problematiche della civiltà greca, ossia la deteriorabilità del supporto scrittorio. Peculiarità della civiltà romana era quello di avere dei funzionari che annotassero le attività quotidiane dei magistrati (i notarii) e personaggi pubblici nei cosiddetti commentarii, i quali finivano negli archivi privati quando la persona che descrivevano terminava la sua attività pubblica. Nella Roma repubblicana si conosce dalle fonti l'uso di tavolette lignee sie imbiancate e scritte a inchiostro (album), sia rivestite di cera e incise (tabulae cerussatae), che venivano custodite con la massima cura in ambienti sacri. Di esse tuttavia non è pervenuta a noi alcuna traccia.

Se in piena età repubblicana i documenti erano conservati nell'Aerarium Saturni, a partire dal I secolo a.C. fu creato il Tabularium[6], un archivio centrale situato ai piedi del Campidoglio. Inoltre, in età imperiale viene introdotta la registrazione dei documenti considerati importanti (editti) sui registri conservati nell'archivio imperiale, creato appositamente per raccogliere la documentazione prodotta dagli imperatori romani[7]. Così come per i greci, anche degli archivi romani è rimasto praticamente nulla, se non delle tavolette cerate riscoperte a Pompei e conservatesi fino ad oggi grazie alle sostanze chimiche emesse durante l'eruzione del 79 d.C.

MedioevoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Medioevo.
(LA)

«Locus in quo acta publica asservantur ut fidem faciant.»

(IT)

«Luogo in cui gli atti pubblici sono conservati affinché attestino la verità.»

(Definizione di archivio tratto dal Corpus iuris civilis, riportato in Lodolini, 1991, p. 27)

Alto MedioevoModifica

 
Maestro di Parral, San Girolamo nello scriptorium, pittura, 1480-1490, Museo Lázaro Galdiano, Madrid

In seguito al crollo dell'Impero Romano d'Occidente e la confusione generata dagli sconvolgimenti socio-politici successivi, la documentazione prodotta durante l'Alto Medioevo è alquanto esigua: da un lato, furono prodotti pochi documenti (o se ne sono conservati pochi) da parte delle cancellerie dei regni romano-barbarici[8]; dall'altro, i sovrani e anche le autorità ecclesiastiche locali (vescovi, abati) avevano l'abitudine di portare con sè la documentazione archivistica, delineando così la nozione di archivi itineranti, concezione che rimarrà in uso fino al XII secolo[9].

Soltanto nell'Impero Bizantino, grazie all'opera giuridica del Corpus Iuris Civilis giustinianeo, conclusasi nel 534 grazie al giurista Triboniano, si riuscì a preservare l'antico ordinamento archivistico romano.

Al contrario, un ruolo fondamentale per la conservazione dei documenti è stata la Chiesa: grazie a monasteri, nei cui scriptoria operavano i monaci amanuensi dediti alla conservazione della memoria classica e alla produzione di Bibbie o Evangelari, molta documentazione fu salvata dall'oblio, grazie anche all'imporsi, a partire dalla tarda antichità, dell'utilizzo della pergamena come materiale scrittorio[8].

Basso MedioevoModifica

 
Un notaio redige un inventario, Oratorio di San Martino, Firenze

In seguito alla ripresa dei commerci e alla maggiore stabiità politica e all'ulteriore sviluppo sociale ed economico degli ordini religiosi (in particolare della grandi abbazie) e della Chiesa (in particolare le sedi vescovili) permisero la conservazione di una significativa quantità di documentazione archivistica, via via più consistente.

Al fianco delle istituzioni comunali, nacquero in questo periodo figure addette alla conservazione dei documenti, i notari, che ordinavano e custodivano il materiale proveniente dagli uffici comunali, rendendolo disponibile per la fruizione dei funzionari pubblici e dei privati cittadini che avessero un interesse pertinente. Si può dire che agli inizi del Trecento quella del notaro-archivista fosse già una professione ben definita e qualificata[10]. All'epoca comunale risalgono anche i primi regolamenti sulle gestione degli archivi pubblici.

Nella stessa epoca si svilupparono anche gli archivi delle monarchie europee, in quanto l'amministrazione degli Stati avveniva sempre più sistematicamente per mezzo di documenti scritti. Fra i più antichi regni a dotarsi di archivio dobbiamo ricordare il Regno di Sicilia ed il Regno di Napoli.

Età modernaModifica

«Che egli veda, esamini, metta in ordine e sistemi negli armadi le lettere, le carte e i privilegi, al fine di conservarli il meglio possibile perché siano il più sicuramente il più facilmente utilizzabili quando ciò si renderà necessario. E che egli faccia tutto quanto è necessario per conservarli in modo sicuro e per ritrovarli rapidamente.»

(Filippo IV di Francia a Pierre d'Etamps, primo archivista regio, citato in Bertini, p.7)

Gli archivi come "arsenali del potere"Modifica

 
Particolare dell'Archivo General de Simancas

Con l'inizio dell'età moderna e la formazione delle monarchie nazionali, gli archivi diventarono necessari ai fini dell'esercizio del potere e della consultazione dei documenti da parte dei sovrani. Gli archivi in quest'epoca furono definiti dei veri e propri "arsenali del potere" (o arsenal de l'autorité), cioè strumenti a disposizione del sovrano, e crescono in funzione dell'attività del governo[11]. Gli archivi vengono perciò tenuti segreti, affidati a funzionari di fiducia del sovrano: non erano assolutamente concepiti per essere consultati, in quanto contenevano i segreti di Stato delle monarchie. Di archivi "reali" ne nacquero parecchi in Europa dopo il Medioevo, tra i quali si ricordano principalmente:

Gli archivi ecclesiastici: dalle parrocchie al VaticanoModifica

 
Scaffali nei depositi dell'Archivio Segreto Vaticano

Tra le varie disposizioni disciplinari emanate dal Concilio di Trento (1545-1563) v'era quella di obbligare sia i parroci che i vescovi di tenere degli archivi ecclesiastici per controllare la popolazione cattolica e per vedere se c'erano delle consanguineità tra gli sposi. Da quel momento in poi, i parroci o i loro fiduciari dovevano tenere dei registri in cui annotare i battesimi, i matrimoni e i funerali. Qualche decennio più tardi, anche il Vaticano decise di istituirsi di un "archivio di Stato": Paolo V, nel 1611, decise infatti di creare, al fianco del archivium vetus (costituito da documenti provenienti dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, dalla Camera Apostolica e dall’Archivio di Castel Sant’Angelo), un novum archivium che raccogliesse le carte di governo dello Stato della Chiesa. Si trattava del nucleo di quello che verrà chiamato successivamente Archivio Segreto Vaticano.

Gli archivi nobiliariModifica

 
Un manoscritto cartaceo riportante una fede di nobiltà, Archivio storico del Comune di Ferrara, Archivio Antico (1393-1898), Sezione Manoscritti.

Verso la fine del XVIII secolo i nobili italiani godevano di una serie di prerogative che, però, devono essere dimostrate davanti al tribunale araldico. Sia gli austriaci prima che i francesi dopo richiesero alla nobiltà dei territori da loro controllati di portare le prove documentarie per dimostrare la loro nobiltà. Gli aristocratici, per non perdere i loro privilegi, dovettero ricostruire la loro genealogia per dimostrare che fossero tali (almeno per quanto riguarda Milano) di essere tali da almeno 100 anni, affidando tale compito a deglis tudiosi che potessero ricercare i documenti testimonianti la loro nobiltà. La situazione non era semplice perché tali archivi erano senza un ordine preciso e perciò si dovettero sistemare.

Primi scritti trattanti l’archivisticaModifica

  • 1642: Baldassarre Bonifacio, De archivis liber singularis
  • 1684: Niccolò Giussani, Methodus archivorum sive modus eadem texendi ac disponendi
  • 1765: Pier Camille Le Moine, Diplomatique pratique
  • 1775: Jean Guillaume de Chevrieres, Le Nouvel archiviste

Il XIX secoloModifica

L'archivio come "memoria storica"Modifica

Nel corso dell'Ottocento, l'archivio da memoria di autodocumentazione (ovvero ha una funzione per il soggetto che lo produce il quale tiene le carte perché gli potrebbero servire) diventa fonte della memoria collettiva: i documenti, quando smettono di funzionare per il soggetto che lo produce, assumono un'importanza storica agli occhi di altre persone, in primis gli studiosi, che non l'hanno prodotto. In quest'ottica, già a partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo, gli archivi furono aperti al pubblico:

  1. 24 dicembre 1778. Il granduca Pietro Leopoldo di Toscana crea l'Archivio diplomatico, destinato a raccogliere i fondi delle magistrature soppresse ma al contempo aperto agli studiosi[12].
  2. 12 settembre 1790. L'Assemblea Nazionale, con uno specifico decreto, crea l'Archivio Nazionale «che doveva comprendere - quale sala d’onore, per così dire, delle opere della Rivoluzione - tutti gli atti relativi alla Costituzione, al diritto pubblico, alle leggi ed alla divisione amministrativa del territorio francese»[13]. Anch'esso venne concepito per essere consultabile al pubblico.
  3. A Milano, il prefetto delle biblioteche e degli archivi del Regno Italico Luigi Bossi Visconti creò, nel 1807, il Museo diplomatico, fondo conservante i documenti più antichi estrapolati dagli archivi milanesi e dei territori del Regno, al fine di farli consultare agli studiosi.

Gli ordinamenti degli archiviModifica

Il Metodo per materia (o di pertinenza) e Luca PeroniModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Ilario Corte, Luca Peroni e Archivio di Stato di Milano.
 
Wenzel Anton principe di Kaunitz, in una stampa del XVIII secolo. Il Kaunitz, insieme ad Obermeyer, fu l'artefice nell'Impero asburgico del metodo per materia.

Verso il finire del '700, vengono creati dei grandi depositi che perdono il collegamento con la cancelleria di provenienza, in seguito alla soppressione di enti religiosi o di magistrature civili. Il tutto è finalizzato in un'ottica razionale, finalizzata alla ricerca immediata di determinati atti da parte delle autorità pubbliche secondo la materia trattata.

I documenti così ordinati secondo lo spirito illuminista (si pensi all'Encyclopèdie di Diderot e d'Alambert, ma anche ai testi di Le Moine, Diplomatique pratique, 1765 e di De Chevrieres, Le nouvel archiviste, 1775[14]) trovarono un primo luogo di sviluppo a Vienna, grazie all'archivista di corte Johann Georg Obermeyer, quest'ultimo supportato dal potente cancelliere Kaunitz. Questo metodo fu esportato poi in Lombardia grazie alla visita nella capitale asburgica di Ilario Corte che, divenuto nel 1781 responsabile del trasferimento degli archivi governativi dal Castello Sforzesco a San Fedele, applicò il metodo per materia[N 1] insegnandolo al suo allievo più promettente, Luca Peroni.

Quest'ultimo, però, radicalizzò ulteriormente il metodo per materia: se il Corte applicava il metodo per materia senza scorporare gli archivi, il Peroni, già dal 1798, inviò al governo rivoluzionario francese uno schema in cui proponeva la fusione di numerosi archivi conservati a San Fedele, con conseguente scarto scarto di ingente quantità di materiale e ordinamento delle carte in base a titoli dominanti simili a quelli previsti da Ilario Corte. Quando poi Peroni divenne il Direttore degli archivi governativi lombardi nel 1818 in seguito alla morte di Bartolomeo Sambrunico, esercitò «con autorità assoluta»[15] il suo mandato estendendo il suo metodo oltre i confini milanesi.

Il metodo peroniano continuò, a Milano, fino agli albori del XX secolo, quando fu adottato il metodo storico di Bonaini e quello degli archivisti olandesi grazie all'intervento di Luigi Fumi e Giovanni Vittani.

Dal rispetto dei fondi al metodo storico: Francesco BonainiModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Francesco Bonaini.
 
Ritratto di Francesco Bonaini

Nella seconda metà dell'Ottocento, però, vi fu una reazione nei confronti del metodo per materia. In Francia, su proposta dello storico Natalis de Wailly, il ministero degli Interni emanò una circolare (le Instructions del 24 aprile 1841) in cui si stabilisce il principio di provenienza o rispetto dei fondi[16].

In Italia, dove tale metodo fu già applicato nel Regno delle Due Sicilie e nello Stato Pontificio tra il 1818 e il 1839, fu definitivamente applicato dall'archivista toscano Francesco Bonaini (1806-1874) il quale riorganizzò l'Archivio di Stato di Firenze secondo quello che verrà definito "metodo storico", come espresso nel 1867 in una note al Ministero dell'Istruzione:

«...dal pensare come gli archivi si sono venuti formando e accrescendo nel corso dei secoli, emerge il più sicuro criterio per il loro ordinamento [...] Entrando in un grande archivio, l’uomo che già sa, non tutto quello che v’è, ma quanto può esservi, comincia a ricercare non le materie ma le istituzioni.»

(Francesco Bonaini, in ValentiRiflessioni sulla natura e struttura degli archivi, p. 87)

Secondo Bonaini, dunque, non dobbiamo rispettare soltanto il soggetto produttore, ma dobbiamo ricrearlo esattamente come lo aveva organizzato, operando dunque una ricostruzione storica. Tale metodologia sarà alla base poi dell'archivistica attuale, venendo fatta propria sia dalla legislazione italiana che dal primo manuale di archivistica moderna, il Manuale degli archivisti olandesi.

La distinzione tra gli archivi "storici" da quelli "correnti"Modifica

Sempre nel XIX secolo si sviluppa la separazione tra la fase di creazione e utilizzo e la fase di conservazione: ora ci sono luoghi che producono solo documentazione storica distinti da quelli in cui sono custoditi solo documenti che hanno una finalità pratica e a breve termine.

Tra XX e XXI secoloModifica

Gli archivi contemporaneiModifica

 
Staatsarchiv (Archivio di Stato) di Erdberg, Austria

L'imposizione del metodo storico e gli ordinamenti statali nei confronti degli istituti di conservazione hanno omologato la gestione archivistica in tutto il mondo. Negli anni più recenti sono tornati alla ribalta i problemi legati alla formazione, la gestione e la conservazione degli archivi, soprattutto in riguardo all'introduzione di nuove tecnologie, che in futuro potrebbero rivoluzionare la consistenza degli archivi. Si tratta in particolare delle tecnologie informatiche e telematiche, che hanno reso impellente la revisione di metodologie ormai consolidate da decenni. L'uso delle nuove tecnologie, soprattutto dopo aver superato una prima fase di sperimentazione un po' improvvisata all'inizio degli anni ottanta, si sta via via affinando sempre maggiormente, con procedimenti più meditati, consapevoli e raffinati, sostenuti anche dall'istituzione di appositi organismi statali (in Italia l'AgID, acronimo per l'Agenzia per l'Italia digitale), anche se restano da sciogliere i dubbi legati all'organizzazione dei documenti che non comprometta il vincolo e alla conservazione dei nuovi supporti digitali nel futuro: se un foglio di carta ha infatti dimostrato di poter essere conservato, tramite le opportune cautele, anche per secoli, per quanti anni sarà consultabile un supporto DVD o un disco rigido? Questi sono i nodi da sciogliere nel presente e nell'immediato futuro.

Il mondo degli archiviModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Archivistica.

La funzione dell’archivioModifica

L'archivio, essenzialmente, ha tre scopi principali:

  1. Valore giuridico – probatorio: il documento è un elemento di prova il cui possesso stabilisce un titolo, un atto o una transazione che facilita la dimostrazione del diritto in caso di necessità.
  2. Strumento per l'esercizio/la consultazione del potere. Nel passato gli archivi erano inaccessibili e affidati ad alti funzionari di fiducia del sovrano. In momenti storici cruciali gli archivi distrutti per eliminare prove scomode, o trasportati altrove, o utilizzati per conoscere le magistrature precedenti e per riorganizzare quelle nuove. Oggi è strumento essenziale alla democrazia, accessibili ai cittadini. Gli archivi, in sostanza, rendono tracciabile il potere, sono fonte della sua legittimità e mezzo della sua contestazione.
  3. Testimonianza storica. Cessate le funzioni pratiche, probatorie e l'utilità amministrativa, i documenti sono conservati se possiedono un valore storico, inizialmente per il soggetto produttore; ciò che rimane costituisce la memoria della Nazione e pertanto devono essere non solo tutelati, ma anche valorizzati.

Le persone e gli archiviModifica

Gli utentiModifica

Gli utenti che usufruiscono dei documenti d’archivio, principalmente, sono gli studiosi di storia, storia locale e di altre discipline umanistiche (storia dell'arte, letteratura, geografia) o di discipline scientifiche (scienza, biologia, tecnologia). Vi si possono trovare anche i genalogisti, i biografi o studenti appartenenti a vari gradi di formazione per consultare documenti utili a ricerche o alla stesura della tesi.

Gli archivistiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: archivista.

Il mestiere dell’archivista, basato su una formazione scientifica concernente non solo sulla conoscenza dei fondi a lui affidati, ma anche su di una precisa legislazione in materia e su una comprovata praticità nella gestione dell’archivio, ha tra i principali compiti quello di:

  1. raccogliere i documenti
  2. selezionare i documenti (non tutto quello che viene prodotto viene conservato a lungo termine; si deve fare una cernita)
  3. conservare i documenti (è la volontà primaria dell'archivista e deve partire dalle sovrintendenze)
  4. rendere accessibili i fondi (vuol dire non soltanto aprire l'archivio ma anche creare degli inventari, degli strumenti di ricerca).

La natura di un archivioModifica

Il vincoloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: vincolo archivistico e Archivio § Storia della definizione.

Il nesso che distingue un archivio da una raccolta qualsiasi o da una collezione è il cosiddetto vincolo archivistico. Tale vincolo, come esplicitato da Giorgio Cencetti ne Il fondamento teorico della dottrina archivistica (1939) deve necessariamente avere le tre seguenti caratteristiche:

  1. Essere naturale e involontario: con "naturale" si intende che gli elementi dell'archivio sono stati riuniti in maniera involontaria, rispecchiando la normale attività di produzione del soggetto; con "involontario" si intende che il vincolo naturale fosse presente "all'origine" dell'archivio.
  2. Essere necessario e determinato: ossia che il vincolo è "necessario" perché l'archivio sia tale, e che il legame così creato è "determinato" dalla stessa attività dell'ente.

In base alla conclusione stabilita da Paola Carucci nel saggio sovramenzionato, un archivio per essere tale dev'essere caratterizzato dal vincolo archivistico. Qualora non sia presente questo vincolo, mancanza dovuta a varie cause quali lo smembramento o l'agglomeramento di archivi prodotti da soggetti diversi, si parla più generalmente di fondo.

Il soggetto produttoreModifica

Altro elemento fondamentale per la nascita e la vita di un archivio è la presenza del soggetto produttore, ovvero, secondo la definizione data dall'ISAAR, questi tre grandi macrogruppi[17]:

«L'ente, la famiglia o la persona che ha posto in essere, accumulato e/o conservato la documentazione nello svolgimento della propria attività personale o istituzionale.»

(Glossario, Soggetto produttore)


Gli entiModifica

Gli enti produttori, come delineato da Paola Carucci[18], possono essere di diverso tipo in base al loro status legale:

Soggetto produttore e soggetto conservatore

I soggetti possono distinguersi in due tipologie: in produttori e in conservatori.

1. I soggetti produttori sono coloro i quali producono la documentazione nell'ambito della loro attività[19].

2. I soggetti conservatori (o istituti di conservazione o soggetti collettori[20]) sono quegli enti deputati alla conservazione del materiale prodotto dai soggetti produttori, come per esempio gli Archivi di Stato[21].

N.B: i soggetti conservatori possono essere anche soggetti produttori. Difatti, gli Archivi di Stato, oltre a conservare, producono una documentazione archivistica in seno alla loro attività istituzionale.

  1. Enti pubblici territoriali, ossia lo Stato, le Regioni, le Province, le Città metropolitane e i Comuni. A loro volta, questi enti pubblici territoriali si distinguono in enti pubblici centrali (quali i Ministeri) ed in enti pubblici periferici
  2. Enti pubblici non territoriali, ossia degli Enti creati dagli enti pubblici territoriali «ai quali è attribuita la competenza su determinate materie nei riguardi di tutta o di una parte della popolazione»[22]. Possono essere di tipo economico (ENEL), strumentali o di servizio ed associativi.
Le personeModifica
  1. I privati cittadini: sono soggetti inquadrati nel diritto privato e che possono produrre degli archivi indipendentemente dalla loro capacità giuridica. Se questi cittadini hanno svolto, nel corso della loro vita, una rilevante attività pubblica (nel campo della cultura, dell'industria, della politica), i loro archivi possono essere ritenuti di valore pubblico: l'archivio privato di Giulio Andreotti, quello di Arturo Toscanini e quello dell'imprenditore settecentesco Antonio Greppi sono alcuni esempi di archivi di privati cittadini. Nel caso dei soggetti privati le norme lasciano ampia libertà e, tranne nel caso in cui intervenga una dichiarazione di pubblico interesse, i privati sono liberi di tenere o anche distruggere i propri archivi, salvo restanti le sole disposizioni in materia fiscale e contabile, che prevedono la conservazione di alcuni tipi di documentazione per un certo lasso di tempo (in genere dieci anni).
  2. I notai: sono cittadini che agiscono con una funzione istituzionale facendo da mediatori tra i due o più autori di un negozio giuridico determinato. Gli archivi notarili, nati nel corso del Basso Medioevo, sono conservati per il loro valore giuridico probatorio nei cosiddetti archivi notarili distrettuali. Secondo la normativa italiana vigente, dopo cent'anni dalla cessazione dell'attività di quel determinato notaio devono essere versati nell'Archivio di Stato locale per essere conservati permanentemente.
Le famiglieModifica

Oltre alle persone, vi possono anche esserci gli archivi prodotti da determinate famiglie (aristocratiche, borghesi o proletarie) nel corso del tempo e che vanno a costituire il cosiddetto patrimonio di famiglia, costituito da documenti di genealogia famigliare, carteggi privati, fotografie, documentazioni anagrafiche e altro materiale ancora. Tra gli archivi di famiglia si possono riscontrare anche quelli legati ad una determinata attività istituzionale, come nel caso delle dinastie (Archivio dei Savoia) o di importanti famiglie imprenditoriali (Archivio della famiglia Agnelli).

Gli archivi ecclesiasticiModifica

Esistono inoltre gli archivi ecclesiastici, cioè dipendenti da un'autorità ecclesiastica, che li gestisce coi suoi fondi. Si possono suddividere in varie categorie: l'Archivio Segreto Vaticano; gli archivi diocesani e capitolari (cioè di un'assemblea di presbiteri); gli archivi parrocchiali (di peculiare interesse per quanto riguarda gli studi storici e demografici); gli archivi dei seminari e degli ordini religiosi[23].

Il documento archivisticoModifica

Il documento, in ambito archivistico, ha un'accezione molto più ampia rispetto alla sua controparte della scienza diplomatista: se nella diplomatica il documento preso in esame ha sempre una forma giuridica, in ambito archivistico il documento ha anche qui valore giuridico-probatorio, ma la tipologia documentaria è sicuramente più estesa: non vi rientrano solo atti normativi, ma anche documenti di natura privata quali lettere, diari, poesie, fotografie et similia[24]. Il documento archivistico dunque, secondo quanto riportato dalla DGA, si può definire come la:

«Testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica, compilata con I'osservanza di determinate forme che conferiscono al documento pubblica fede e forza di prova. L'archivistica tende a ricomprendere sotto la dizione di documento tutta la documentazione di cui si compone un archivio, anche se si tratta di documenti informali, lettere private, documenti a stampa, fotografie, eccetera.»

(Glossario, Documento)

Sottotipi di archiviModifica

  1. archivi analogici: documenti cartacei cui si aggiungono documenti registrati su supporti diversi (cassette, audio e video)
  2. archivi informatici: documenti informatici prodotti, utlizzati e conservati in ambiente informatico; possono entrare a farne parte documenti analogici digitalizzati
  3. sistemi archivistici integrati: risultato della fusione o della sovrapposizione delle due tipologie precedenti.

La struttura dell'archivioModifica

Parlare della struttura di un archivio non è compito facile, in quanto si deve prendere in considerazione la natura del soggetto produttore dell'archivio medesimo e la complessità più o meno accentuata del medesimo. Comunemente un archivio (o un fondo) si struttura secondo quella definizione che è stata definita ad albero rovesciato da parte dell'ISAD(G)[25], cioè una struttura che parte dall'insieme delle unità documentarie (il fondo) fino al singolo documento:

Unità archivistica e Unità di condizionamento

Non bisogna confondere l'unità archivistica con l'unità di condizionamento (o conservazione)[26]:

1. L'unità archivistica è l'insieme dei documenti di un determinato affare che sono raggruppati attraverso varie tipologie di unità archivistiche, quali il registro, la filza, il volume, il fascicolo.

2. L'unità di condizionamento, invece, è «il contenitore in forma di busta, faldone, scatola, cartella» di un'unità archivistica.

  1. Fondo (guarda sopra per la definizione).
  2. Serie: ossia l'insieme delle unità archivistiche facenti parti di un fondo raggruppate secondo «caratteristiche omogenee in base in relazione alla natura giuridica o alla forma dei documenti come risultato di una specifica attività; alla categoria o alle categorie di un quadro di classificazione; all'oggetto; alla materia»[27]. A loro volta, le serie si possono suddividere in sottoserie, ovvero ulteriori ripartizioni delle serie
  3. Unità archivistiche: ossia l'insieme delle unità documentarie raggruppate, in base all'affare ivi trattato in fascicoli, registri, filze o volumi, posti in ordine cronologico inverso e conservate attraverso le unità di condizionamento (o conservazione).
  4. Unità documentarie: ossia il singolo documento, l'unità minima del fondo.

La nomenclatura, però, può variare in base al titolario/piano di classificazione adottato dal vertice del soggetto produttore: difatti, non è raro trovare come struttura di un archivio la ripartizione del titolario in diversi modi[28]:

  1. Fondo
  2. Categorie, eventualmente ripartite in sottocategorie
  3. Classi, eventualmente ripartite in sottoclassi
  4. Unità archivistiche
  5. Unità documentarie

Vita di un archivioModifica

 
Scaffalature di un archivio

Considerazioni generaliModifica

Un archivio nasce innanzitutto quando un soggetto, detto "produttore" (di documentazione), decide di conservare le testimonianze delle proprie operazioni: a questa decisione è legata la convinzione che tali documenti possano tornare ad essere utili in un futuro più o meno vicino, per questo se ne evita la distruzione. Nelle fasi iniziali la conservazione dei documenti ha essenzialmente finalità pratiche, amministrative e giuridiche, mentre solo col passare del tempo, mentre questi interessi vanno sfumando o decadendo, subentra un altro valore, di tipo storico, legato alla ricerca della conoscenza del passato, da parte degli studiosi. La vita di un archivio si muove su una coordinata temporale (verticale) che va dalla nascita alla chiusura dell'archivio (l'"archivio morto", cioè il cui soggetto produttore non produce più documenti per la cessazione dell'attività, e quindi non è più soggetto agli accrescimenti), fino all'ipotetica data della distruzione dell'archivio. Inoltre l'archivio si riferisce a un determinato territorio ed a una serie di soggetti col quale il soggetto produttore interagisce (coordinata orizzontale). Fondamentale è poi il concetto di "ordine", che serve per garantire una struttura logica e utile per la consultazione, anche se non incide la natura dell'archivio stesso: un archivio disordinato resta sempre un archivio, magari in attesa dell'inventariazione e del riordino, mentre un archivio senza vincolo non è un archivio.

 
Un esempio di faldone (o cartella), unità di condizionamento utilizzata negli archivi anche correnti, per la conservazione dei fascicoli.

La vita dell'archivioModifica

Secondo la legislazione italianaModifica

La vita di un archivio, secondo la normativa italiana (che ha preso spunto dal capitolo IX De ordinis archivis servando[29] del De archivis liber singularis del vescovo e poeta cremonese Baldassarre Bonifacio) è stata schematizzata in tre fasi, che corrispondono a: l'archivio corrente (per gli affari in corso); l'archivio di deposito (per gli affari detti "esauriti"); l'archivio storico (per i documenti con più di 30 anni di età, destinati a venir conservati per sempre). Tutte queste tre fasi, secondo il D.P.C.M. 31 ottobre 2000, devono essere gestite attraverso il cosiddetto manuale di gestione[30].

Archivio correnteModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Archivio corrente.

È la fase dell'archivio in cui si trattano gli affari in corso e rispecchia l'attività del soggetto produttore che ne stabilisce l'ordinamento. In sostanza, durante la fase dell'archivio corrente, si esplicano la registrazione o protocollazione, con cui si dà ad un documento prodotto o entrante nell'archivio un numero progressivo e analitico e lo si registra nell'apposito registro di protocollo. Poi, sulla base del titolario (o piano di classificazione), si inquadra il documento nell'ordine logico dato all'archivio dal soggetto produttore ed infine lo si fascicola, segnandolo nell'apposito repertorio dei fascicoli. Viene ricordato anche il piano di conservazione, o massimario di scarto, con cui il vertice dell'ente produttore stabilisce la durata degli archivi prodotti o ricevuti. Tale strumento permette di addentrarci e affrontare, per quanto sinteticamente, la fase di deposito.

 
Scaffalature di un deposito presso la sede dell'Archives of American Art a Washington, D.C.
Archivio di deposito o di sedimentazioneModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Archivio di deposito.

Quando la documentazione non ha più un interesse quotidiano, si passa alla fase di deposito o di sedimentazione. I documenti di deposito sono gestiti in altri locali in cui c'è il soggetto produttore, oppure può affidare in outsourcing la fase di deposito (ovverso la conservazione in altri locali di sua proprietà oppure presso terzi). Durante la fase di deposito v'è l'attività fondamentale, per la vita dell'archivio, consistente nella selezione dei documenti e, qualora questi non verranno riconosciuti come beni culturali, verranno scartati.

Per quanto riguarda gli archivi degli organi periferici dello Stato, questo compito è affidato alle Commissioni di scarto e vigilanza che, basandosi sui massimari di scarto (o piani di conservazione), sono in grado di valutare la durata di "vita" di un determinato documento. Per quanto concerne i documenti provenienti dagli archivi degli enti statali, essi giacciono nei depositi, in linea generale, per circa 30 anni; per i soggetti pubblici e privati, invece, non v'è una normativa solida come quella per gli archivi statali, in quanto non sono previste delle commissioni per i primi, mentre per i secondi vi sono varie modalità stabilite dalla legge con cui versano negli Istituti di concentrazione il loro patrimonio documentario.

 
Carte provenienti da un archivio privato di fine '800
Archivio storicoModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Archivio storico.

Quando la documentazione ha perso ogni attività di legame con il soggetto produttore ed è stata considerata, in seguito alla commissione di vigilanza e scarto, di rilevanza storica,

inizia la fase storica dell'archivio. Nel passaggio all'archivio storico ci sono cambiamenti importanti: in un soggetto produttore privato l'archivio è tenuto dal privato e quindi non c'è passaggio di proprietà da un ente a un altro; per il soggetto produttore statale, invece, i documenti non scartati andranno a sedimentarsi negli appositi fondi custoditi dall'Archivio di Stato competente.

Secondo la legislazione tedesca e franceseModifica

In area tedesca prevale l'impostazioni in quattro fasi delle quali solo l'ultima è definita "archivio", mentre le altre sono dette "registratura" (corrente, di deposito e prearchivio, ovvero la fase di scarto), sottolineandone le finalità più immediate e pratiche[31]. In Italia, questa definizione è stata adottata da Elio Lodolini, come si è visto nella sezione relativa alla definizione di archivio.

In area francese esistono pure quattro fasi, come in Germania, ma vengono denominate già tutte "archivio", come in Italia. La quarta fase del modello tedesco e francese è in sintesi la fase dello scarto, che in Italia è inglobata al termine della fase di deposito. Durante lo scarto si distruggono tutti i documenti ritenuti superflui per la memoria futura, ad esempio i doppioni, i contenute accessori, ecc. Nell'archivistica francese, vengono spesso distrutte intere serie organiche, secondo le circolari di scarto degli archivi.

Archivi come beni culturaliModifica

«[L'archivio è] una struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti originali di interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di ricerca.»

(Codice dei beni culturali e del paesaggio - Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004, art. 101 comma 2, lettera c)


In Italia gli archivi sono disciplinati tra i beni culturali. Una prima definizione internazionale degli archivi come beni di interesse culturale risale alla convenzione dell'Aja del 1954 (ratificata in Italia nel 1958), dove si citavano i beni artistici, architettonici, archeologici, librari e archivistici "di grande importanza".

La Conferenza Generale del 1970, voluta dall'UNESCO, riconobbe agli "archivi, compresi i fonografici, fotografici e cinematografici" le misure atte a impedirne l'illecita importazione, esportazione o trasferimento di proprietà.

In Italia gli archivi avevano una gestione non legata ai beni culturali, infatti sin dalle decisioni della Commissione Cibrario del marzo 1870 essi erano stati assegnati al Ministero dell'Interno, sottolineandone la funzione prevalentemente amministrativa. I restanti beni archeologici, architettonici, artistici e librari erano invece di competenza del Ministero della pubblica istruzione.

Con la creazione del Ministero per i beni culturali e ambientali nel 1975, voluto da Giovanni Spadolini e Aldo Moro, si decise, e solo in fase di conversione del decreto legge (29 gennaio 1975) grazie ad una presa di posizione di gran parte degli archivisti di Stato italiani, di inserire anche gli archivi tra i beni culturali, seguendo peraltro la linea già prevista a livello internazionale fin dal 1954.

La presenza degli archivi tra i beni culturali è stata ribadita dalle disposizioni del Testo Unico (Dlgs. n. 490 del 29 ottobre 1999) e del Codice dei Beni Culturali (Dlgs. 42 del 22 gennaio 2004). In quest'ultimo testo sono precisamente indicati tra i beni culturali "gli archivi e singoli documenti dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico"[32] e "gli archivi e singoli documenti, appartenenti a privati, che rivestono un interesse storico particolarmente importante"[33]. Esiste quindi una fondamentale differenza tra archivi pubblici e privati: i primi sono tutelati sempre, in maniera naturale, i secondi solo in casi speciali, scelti su basi soggettive. Viene così rispettata la sfera del privato dei singoli cittadini, associazioni, imprese, ecc., che sono libere di disporre a piacimento dei propri archivi, salvo le eccezioni. Nelle successive definizioni però non si tiene conto del senso stretto degli archivi come raccolte caratterizzate da un vincolo naturale e originario, assimilandoli, con la perplessità degli addetti ai lavori[34], ad altre raccolte come "i manoscritti, gli autografi, i carteggi"[35] ovvero "le carte geografiche, e gli spartiti musicali aventi il carattere di rarità e pregio"[36].

Organizzazione archivistica internazionaleModifica

In tutti i paesi del mondo esiste un interesse verso gli archivi come luoghi della conservazione della memoria (culturale, amministrativa, pratica, giuridica, ecc.), per questo essi sono tenuti e gestiti secondo precise disposizioni statali, che ne garantiscono la conservazione. Ogni nazione segue però principi propri, che vengono stabiliti in maniera autonoma e, pur con molteplici punti in comune, possono essere contraddistinti da forti differenze sia nella forma che nella sostanza.

Consiglio Internazionale degli ArchiviModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Consiglio Internazionale degli Archivi.

A livello internazionale esistono alcune organizzazioni che facilitano il collegamento tra le singole entità nazionali, senza però imporre normative da applicare a livello sopranazionale. Il Consiglio Internazionale degli Archivi (CIA) fu fondato nel giugno 1949 per assicurare la conservazione, la fruizione e la valorizzazione del patrimonio archivistico mondiale. Vi partecipano le istituzioni archivistiche nazionali, regionali, locali, pubbliche e private, le associazioni professionali di categoria, archivisti a titolo individuale e membri d'onore: la sua struttura è quindi molto articolata.

Nel 1994, ha pubblicato la prima versione dell'ISAD(G) (General International Standard Archival Description), un'iniziativa volta a definire uno standard da adottare per la descrizione di ogni tipo di archivio destinato alla registrazione di documenti, siano essi prodotti da organizzazioni, persone o famiglie.

L'archivio in ItaliaModifica

Storia della normativa italianaModifica

La commissione CibrarioModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Commissione Cibrario.

All'alba del 1861, in Italia vi erano 15 Archivi di Stato che dipendevano dal ministero dell'interno o dal ministero della pubblica istruzione dei rispettivi Stati preunitari. Con l'Unità ci si chiese a quale ministero affidare gli archivi. Col decreto 15 marzo 1870, pertanto, nacque a questo scopo la "Commissione Cibrario", dal nome del senatore e ministro Luigi Cibrario che analizzò i 15 quesiti posti dal Parlamento. La commissione, la quale si trovò disgiunta se affidare gli archivi al Ministero dell'Istruzione (in quanto i documenti sono testimonianza storica e culturale) o al Ministero dell'Interno (in quanto gli archivi sono i depositari degli atti emanati dal potere) terminò i lavori nel 1874, decidendo di far dipendere gli archivi dal Ministero dell'Interno (Regio Decreto 1852/1874)_

«[La Commissione ] non fu poi concorde in questo: che taluni sopra la importanza storica ponevano la politica e l'amministrativa; altri a queste preponevano la storica. E se i primi dicevano che gli archivi per quanto possano servire agli studi non prendono mai tanto la qualità diistituti scientifici, che non rimangano soprattutto depositi di documenti, nei quali il governo come il pubblico ha i più vitali e più comuni interessi; i secondi dicevano che la politica e l'amministrazione possono e debbono avere le loro riserve, ma il documento che passa in archivio entra già nel dominio della storia [...] Le quali sentenze portavano una parte della Commissione a propendere pel Ministero che governa e amministra lo Stato; l'altra per quello che ha cura dell'istruzione. Raccolti i suffragi, la maggioranza fu pel Ministero dell'Interno.»

(Relazione della Commissione istituita dai Ministri dell'Interno e della Pubblica Istruzione con decreto 15 marzo 1870, p. 3)

Sotto il Regno d'ItaliaModifica

Ecco le principali tappe della normativa legislativa italiana in materia archivistica dopo la Commissione Cibrario:

  • Regio Decreto 2552/1875' stabilisce che tutti gli organi perificerici dello Stato debbano versare quei documenti il cui negozio si è ormai esaurito negli Archivi di Stato locali; per quanto riguarda i ministeri, invece, devono versare nellArchivio del Regno (attuale Archivio Centrale dello Stato). Al contempo, l'articolo 22 pone sotto l'attività di sorveglianza gli archivi non statali e quelli ecclesiastici da parte delle Soprintendenze[37].
  • Regio Decreto 4 maggio 1885: l'articolo 1 dichiara che rientrano nel demanio statale anche gli archivi[38].
  • Articoli 822-823-824 del Codice civile (1942): esplicano il concetto di demanio pubblico («Fanno parimenti parte del demanio pubblico [...] le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche», art. 822) e la loro inalienabilità dal territorio italiano (art. 823). L'articolo 824 ribadisce lo stesso concetto anche per gli archivi degli enti pubblici quali Comuni, Provincie e Regioni.

L'età repubblicanaModifica

  • Istituzione del fascicolo del personale con il D.P.R. del 3 maggio 1957.
  • "Legge sugli archivi" del 1963. In essa si viene a sviluppare l'amministrazione archivistica italiana (D.P.R. 30 settembre 1963 n°1409, rivista in parte nel 1975) che sarà la base amministrativa fino all'entrata in vigore del D lgs. 42/2004, ossia il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio[39].
     
    Giovanni Spadolini
  • Sempre nel 1963 (D.P.R. 1409/1963) vengono istituite le "Commissioni di sorveglianza e scarto", ossia la vigilanza sull'attività degli organi dello Stato da parte di Archivi di Stato e Soprintendenze e l'attività di scarto di materiali non ritenuti atti ad entrare nell'Archivio storico dopo la fase di deposito.
  • 1974: Gli archivi di Stato passano sotto la giurisdizione del neonato MIBAC (Ministero dei Beni Culturali e del Paesaggio) con il D.L. 14 dicembre 1974, per volontà di Giovanni Spadolini[40].

D.P.R. 30 dicembre 1975, n. 854 stabilisce che il Ministero dell'interno, che fino a quel momento aveva avuto la giurisdizione degli Archivi di Stato, continui tuttavia ad avere voce in capitolo «in materia di documenti archivistici non ammessi alla libera consultabilità»[41].

 
Giuliano Urbani
  • Legge 241/1990, artt. 3, 8, 22 sul procedimento amministrativo: per quanto riguarda l'amministrazione archivistica:
  • Articolo 3: "Motivazione del provvedimento". L'articolo 3bis, aggiunto nel 2005 e avente per oggetto l'uso della telematica.
  • Articolo 8: "Modalità e contenuti della comunicazione di avvio del procedimento"
  • Articolo 22: "Definizioni e modalità di accesso"
  • DPR 445/2000, ossia il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa. L'articolo 68, avente per oggetto le Disposizioni per la conservazione degli archivi, disciplina i flussi documentali degli archivi, il piano di conservazione, il controllo sugli spostamenti e il rispetto della legge sulla privacy.
  • D.P.R. 37/2001: vengono delineati i compiti, le funzioni e le modalità di esecuzione delle componenti delle Commissioni di sorveglianza. L'oggetto del decreto infatti recita: "Regolamento di semplificazione dei procedimenti di costituzione e rinnovo delle Commissioni di sorveglianza sugli archivi e per lo scarto dei documenti degli uffici dello Stato".
  • D. lg. 42/2004: Entra in vigore il Codice dei Beni culturali e del paesaggio ad opera del ministro Giuliano Urbani (perciò detto anche Decreto Urbani). Da questo momento in avanti, il codice sostituisce il testo unico del 1963 e, nel corso degli anni, ha avuto numerose revisioni, modifiche e/o aggiunte (l'ultima nel 2008)[42].

L'amministrazione archivistica odiernaModifica

In Italia gli archivi pubblici appartengono al Ministero per i beni e le attività culturali, in particolare alla Direzione generale per gli archivi, che svolge le funzioni e i compiti, non attribuiti alle direzioni regionali o ai soprintendenti di settore ai sensi delle disposizioni in materia, relativi alla tutela dei beni archivistici. L'amministrazione si articola in una direzione centrale suddivisa in tre servizi e due istituti centrali dotati di particolare autonomia (l'Istituto Centrale per gli Archivi, con finalità di ricerca e di studio, e l'Archivio Centrale dello Stato) e, infine, nelle amministrazione periferica.

Gli istituti periferici si dividono in Soprintendenze Archivistiche, Archivi di Stato e, in casi particolari, Sezioni di Archivi di Stato.

  • Le Soprintendenze archivistiche, diciannove, sono in ciascuna regione (tranne in Val d'Aosta, accorpata al Piemonte) e svolgono una funzione di tutela e di assistenza verso gli archivi non statali, pubblici (Archivi di Regioni, Province e Comuni) e privati dichiarati di notevole interesse storico (con notifica emessa proprio dalla soprintendenza). Nel linguaggio tecnico la sua mansione di controllo si chiama "vigilanza". La vigilanza non comprende il controllo sulla fase di riordino, ma si limita a fornire un consulto se richiesto.
  • Gli Archivi di Stato sono cento, ed hanno sede in ciascun capoluogo di provincia (tranne alcuni capoluoghi di recente istituzione, dove non sono ancora attivi). Si occupano di conservare le carte delle amministrazioni statali centrali e periferiche della propria circoscrizione (preunitarie e postunitarie) e gli archivi di enti pubblici e privati, quando necessario. Gli Archivi di Stato inoltre controllano tutti gli archivi di istituti statali di quella provincia: questura, prefettura, direzione di poste e telegrafi, ecc. Il nome tecnico della sua mansione di controllo è "sorveglianza". In diciassette archivi di Stato hanno sede anche le Scuole di archivistica, paleografia e diplomatica.
  • Le Sezioni di Archivio di Stato sono trentaquattro (la legge stabilisce un numero massimo di quaranta) e sono analoghe agli archivi di Stato, ma poste in un comune non capoluogo, subordinate all'archivio di Stato del capoluogo. Si tratta di archivi formatisi storicamente con una rilevante qualità e quantità di documenti che, secondo il principio basilare di mantenere sempre gli archivi nel territorio che li ha prodotti, vengono mantenuti nella città di origine.

Sorveglianza e vigilanza sono attuate soprattutto per verificare che gli archivi vengano gestiti beni, che i locali deputati agli archivi siano idonei, che lo scarto sia effettuato correttamente, ecc. In particolare al momento dello scarto si ha un diverso modo di procedere a seconda se si tratti di ente sorvegliato da un Archivio di Stato o vigilato da una Soprintendenza.

In Italia esistono inoltre un'Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI, con scopi di coordinazione di categoria) e un'organizzazione propria degli enti pubblici territoriali non statali, quali Comuni, Province e Regioni.

NoteModifica

EspositiveModifica

  1. ^ A Milano, però, alcuni archivisti si opposero a questa modalità. L'archivista camerale Gaetano Pescarenico tarda l’applicazione del metodo imposto dal governo austriaco (Lodolini, p. 91). Comunque, dopo la sua morte (1774), fu nominato all’Archivio Camerale, nato nel 1768 dalla fusione del Magistrato ordinario e del Magistrato straordinario, soppressi nel 1749, Bartolomeo Sambrunico, il quale invece si allineò al metodo per materia.

BibliograficheModifica

  1. ^ Rientrano in questa categoria i diari, le lettere e la memorialistica.
  2. ^ a b Alfio Rosario Natale (a cura di), L'Archivio di Stato di Milano. Manuale storico archivistico, Milano, 1976.
  3. ^ Casanova, p. 11 e Bertini, p. 11
  4. ^ In Lombardia le prime testimonianze risalgono alla civiltà camuna (graffiti su pietra), ma per intendere l'archivio inteso come odierno è necessario che 1) la civiltà sia stabile e organizzata; 2) organizzazione archivista stabile con supporti duraturi; 3) finalità pratiche.
  5. ^ Bertini, p. 10
  6. ^ Ghezzi, p. 123; Lodolini, 1991, pp. 19-20
  7. ^ Lodolini, 1991, p. 21
  8. ^ a b Angelucci, p. 30
  9. ^ Bertini-Petrilli, pp. 58-59
  10. ^ Romiti, p. 23
  11. ^ Zanni Rosiello, p. 60
  12. ^ Lodolini, p. 80
  13. ^ Brenneke, p. 213
  14. ^ Lodolini, p. 77
  15. ^ Bazzi, p. 108 §2
  16. ^ Valenti, p. 159
  17. ^ Figura già regolata con il DPR 1409 del 30 settembre 1963.
  18. ^ Carucci, pp. 99-127
  19. ^

    «L'ente, la famiglia o la persona che ha posto in essere, accumulato e/o conservato la documentazione nello svolgimento della propria attività personale o istituzionale»

    (Glossario, Soggetto produttore)
  20. ^ Carucci-Guercio, p. 85
  21. ^

    «ente che, per ragioni burocratiche o istituzionali, acquisisce archivi di altri enti, i quali sono ciascuno autonomo e indipendente da quello dell'ente collettore, cui si collegano soltanto per la ragione che ne determina l'acquisizione»

    (Carucci-Guercio, p. 85)
  22. ^ Talice, p. 64
  23. ^ Fonte: Giuliano Vigini, Glossario di biblioteconomia e scienza dell'informazione, Milano 1985, p. 14.
  24. ^ Carucci, pp. 30-32
  25. ^ Glossario - LBC, Ordinamento
  26. ^ Carucci-Guercio, pp. 88-90
  27. ^ Carucci-Guercio, p. 86
  28. ^ Carucci, p. 204
  29. ^ Bonifacio, pp. 10-11
  30. ^ Il manuale di gestione, come si rileva dal decreto, «descrive il sistema di gestione e di conservazione dei documenti e fornisce le istruzioni per il corretto funzionamento del servizio» (Ghezzi, p. 238).
  31. ^ Brenneke, Glossario, pp. 582-583
  32. ^ Art. 10, comma 2, lettera b.
  33. ^ Art. 10, comma 3, lettera b.
  34. ^ Rimiti, cit.
  35. ^ Art. 10, comma 4, lettera c.
  36. ^ Art. 10, comma 4, lettera d.
  37. ^ Bertini, p. 24
  38. ^ Bertini, pp. 17-18
  39. ^ Bertini, p. 25
  40. ^ Ghezzi, p. 49
  41. ^ Ghezzi, pp. 530-532
  42. ^ Normativa italiana

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

Controllo di autoritàLCCN (ENsh85006913 · GND (DE4002859-8 · BNF (FRcb13318572g (data)