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Coordinate: 45°27′05″N 8°48′48″E / 45.451389°N 8.813333°E45.451389; 8.813333

Battaglia di Magenta
parte della seconda guerra di indipendenza
Carta Battaglia di Magenta.jpg
La battaglia in una mappa militare del 1859
Data4 giugno 1859
LuogoMagenta
EsitoVittoria franco-piemontese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
47.517 di cui:[1]
1400 cavalli
90 pezzi d'artiglieria[2]
55.792 di cui:[1]
3500 cavalli
176 pezzi d'artiglieria[2]
Perdite
564 morti[3]
3.054 feriti[4](di cui 9 bersaglieri piemontesi)
735 catturati o dispersi[1]
1.368 morti[5]
4.358 feriti[6]
4.500 catturati o dispersi[1]
8 civili morti[1]
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia di Magenta è un episodio della seconda guerra di indipendenza italiana. Fu combattuta il 4 giugno 1859 a Magenta, fra l'Impero austriaco e la Francia. Alla battaglia parteciparono anche, verso sera, alcune unità del Regno di Sardegna, alleato della Francia.

Fu la prima delle due grandi battaglie, assieme a quella di Solferino e San Martino, che porteranno i franco-piemontesi alla vittoria finale. La battaglia di Magenta, determinando la liberazione di Milano, può essere considerata come uno degli scontri decisivi per il processo di unificazione italiana.

Indice

Da Palestro a MagentaModifica

Alla fine di maggio del 1859 il comando dell'esercito austriaco in Italia era in preda al disorientamento. Il suo comandante, il generale Ferenc Gyulay, si attendeva che il comandante dell'esercito nemico, Napoleone III di Francia avrebbe attaccato a sud forzando il Po a Frassineto (poco a est di Casale Monferrato) e a Valenza. I francesi invece stavano iniziando la loro manovra più a nord, protetti prima dal Po e poi dal Sesia, superato il quale presso Vercelli avrebbero cominciato l’aggiramento dell'ala destra austriaca. La copertura di questa manovra era stata affidata all'esercito piemontese comandato da Vittorio Emanuele II di Savoia. I Piemontesi avrebbero infatti dovuto impegnare e bloccare gli austriaci al centro e consentire l'aggiramento di Napoleone III verso Milano.[7]

Solo dopo le sconfitte subite il 30 e il 31 maggio a Vinzaglio e a Palestro, il comando austriaco si accorse del tranello tesogli dal Piemonte e dalla Francia e ordinò che il grosso dell'esercito fosse spostato, attraverso Vigevano e Abbiategrasso, dalla Lomellina a Magenta. Gli austriaci retrocedono, stabilirono così una linea difensiva tra il Naviglio Grande ed il Ticino; gli austriaci fecero saltare il ponte napoleonico posto a metà strada tra Magenta e Trecate per ostacolare l'avanzata dei franco-piemontesi, ma questo resistette e in parte rimase transitabile.[1]

La notte tra il 2 ed il 3 giugno il genio francese, protetto dall'artiglieria, gettò un ponte di barche di 180 metri di fronte a Turbigo: iniziò così il passaggio del II Corpo d'armata che sarà anche il primo a sostenere i primi scontri con gli austriaci. Il 3 giugno il comando transalpino decise, allo scopo di garantire la tenuta dei due importantissimi passaggi sul fiume da poco conquistati, una modifica dell'assetto delle formazioni militari: la prima divisione della Guardia Imperiale (comandata dal generale Émile Mellinet) venne inviata a sostituire Espinasse a San Martino di Trecate, mentre a Mac Mahon con il resto del 2º corpo d'armata fu ordinato di portarsi a rinforzare la posizione del generale Camou a Turbigo, dove pur poco dopo giunse il generale Espinasse con le sue truppe. Alle spalle di Mac Mahon si sarebbero nel frattempo posizionate quattro divisioni dell'esercito sardo. Mentre tali manovre venivano eseguite, i francesi vennero a conoscenza del fatto che gli austriaci avevano riconquistato Robecchetto, poco più a est di Turbigo, e pertanto Mac Mahon ordinò alle proprie truppe di scacciar gli austriaci che si erano posizionati nel borgo per non avere ostacoli, affidando l'operazione al generale de la Motterouge, il quale riuscì a consolidare la posizione dei francesi in loco. Questa azione permise a Mac Mahon di completare l'attraversamento del fiume da parte del resto delle truppe francesi.[1]

La battagliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Ordine di battaglia della battaglia di Magenta.

Le prime fasiModifica

 
La battaglia di Magenta, Gerolamo Induno, 1861.

La mattina del 4 il generale Mac Mahon divise le sue truppe in due colonne dirigendo la Seconda Divisione guidata dal generale Espinasse verso Marcallo con Casone e la Prima Divisione di De La Moutterouge verso Boffalora sopra Ticino. Intanto le truppe austriache tardano ad arrivare e il generale austriaco Clam-Gallas dispone le sue forze a triangolo con i vertici a Magenta, Marcallo e Boffalora.

Espinasse, che doveva coprire un tratto più lungo di strada, partì all'alba, alle 5.00. De La Motterouge, diretto a Boffalora, si era avviato molto più tardi, alle 9.30, ma raggiunse comunque con rapidità l'obbiettivo, solo parzialmente rallentato da piccoli scontri con gli avamposti nemici.[1]

Non appena Napoleone III sentì tuonare verso mezzogiorno il cannone, dal suo osservatorio nella torre di San Martino di Trecate, convinto che l'attacco di Mac Mahon fosse in atto, ordinò alle truppe in attesa presso il Ticino di muoversi verso i ponti sul Naviglio a Boffalora, Ponte Vecchio e Ponte Nuovo. Gli austriaci fecero saltare i primi due; il ponte della dogana con quello della ferrovia, poco più a valle, rimasero così l'unico passaggio per raggiungere la sponda sinistra del canale. Ma Mac Mahon era fermo in attesa di coordinare i movimenti delle sue colonne ed il III Corpo d'Armata francese tardò a giungere da Novara sul campo di battaglia.[2]

Lo scontro nel pomeriggio e la seraModifica

 
La Guardia Imperiale a Ponte Nuovo di Magenta. Si noti sullo sfondo l'antica dogana austriaca di confine, ancora oggi presente.

Nel pomeriggio, verso le 15.00, iniziarono intanto ad arrivare da Abbiategrasso il grosso delle truppe austriache il cui ingresso in linea rese la situazione critica per i francesi; gli austriaci, ottimisti oltre misura, inviarono persino a Vienna un telegramma che annunciava una schiacciante vittoria a Magenta, ma i giochi non si erano ancora conclusi.[1]

Sempre più pressati, gli austriaci attaccarono con decisione gli zuavi transalpini in località Ponte Nuovo di Magenta riuscendo a respingerli oltre il Naviglio. La frazione di Magenta fu per ore il punto focale della battaglia: mentre nuovi reparti austriaci continuavano ad affluire sul luogo, i reparti della Guardia Imperiale francese, dopo averlo perduto in un primo tempo, riconquistarono il ponte sul Naviglio. Più a sud, a Ponte Vecchio, reparti del 3º corpo d'armata del generale Canrobert stavano vivendo momenti non diversi. La posizione fu conquistata e perduta più volte, fino alla definitiva occupazione da parte dei francesi.

 
Il generale francese Gustave Cler, caduto a Magenta il 4 giugno 1859

Dopo accaniti combattimenti dall'esito incerto i francesi riuscirono a passare il Naviglio a Ponte Nuovo solo quando gli austriaci, minacciati sul fianco destro da Mac Mahon, che aveva prontamente risposto all'attacco a Boffalora col generale de La Motte-Rouge, decisero di ritirarsi attestandosi a Magenta.[1]

Nei combattimenti cadde il generale francese Gustave Cler e rischiò di morire anche il generale Mellinet che per ben due volte ebbe il cavallo abbattuto sotto la propria sella.[2]

Mac Mahon, dopo aver fatto porre in posizione difensiva la divisione di De La Motterouge, era andato alla ricerca della divisione Espinasse, la cui marcia era stata lentissima. I francesi, ritrovata la divisione di Espinasse, la inviarono verso Marcallo dove trovarono una resistenza relativa: il generale Clam-Gallas, infatti, scioccato dalla perdita della linea verso il Naviglio, decise di puntare al mantenimento della difesa di Marcallo allo scopo di impedire che i francesi potessero troppo facilmente puntare su Magenta, ma vi inviò solo due brigate, il che rappresentò uno dei maggiori errori tattici austriaci della giornata. Marcallo non venne ripresa e peraltro una delle due brigate inviate venne sottratta al fronte di Boffalora, fatto che aveva consentito alla Guardia Imperiale di Napoleone III di irrompere tra le linee nemiche, tagliandole in due, e ricongiungendosi con la divisione di De La Motterouge: l'armata francese, così facendo, andò progressivamente riunendosi e accerchiando lo schieramento asburgico. Gli austriaci, sempre più determinati, opposero ad ogni modo una strenua resistenza negli scontri che provocarono così ampie perdite su ambo i fronti.[1][2]

La situazione a Pontenuovo ed a Pontevecchio era divenuta però insostenibile anche per le "giubbe bianche" e pertanto gli austriaci ripiegarono sempre più verso la città di Magenta, dove era ormai palese si sarebbero giocati gli scontri principali.[2]

L'ultimo attacco: Casa GiacobbeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Casa Giacobbe.
 
Battaglia di Magenta - assalto alla Casa Giacobbe

L'armata francese si dispose quindi a semicerchio intorno alla città di Magenta, circondando il bordo da nord-nord-est, nord, ovest e ovest-sud-ovest. Le divisioni di Espinasse, Camou, De La Motterouge, Mellinet e Vinoy, con l'appoggio di elementi della divisione piemontese del generale Fanti, mentre calavano ormai le prime ombre della sera, attaccarono l'abitato, entro il quale si erano asserragliati gli austriaci.[2]

Gli scontri in paese furono violentissimi (molti vennero condotti ad arma bianca o alla baionetta). La battaglia divampò anche attorno alla stazione ferroviaria di Magenta; gli austriaci si ritirarono nelle abitazioni civili sperando di difendere il territorio metro a metro.

 
Medaglia commemorativa della Battaglia di Magenta coniata nel 1859 che illustra i volti di Vittorio Emanuele II (a destra) e Napoleone III (a sinistra) vincitori

La rilevanza strategica della stazione ferroviaria era rappresentata, per parte degli austriaci, dalla possibilità di costituire un valido caposaldo, attestandosi sia nell'edificio sia al riparo presso il rilievo del tracciato ferroviario; per parte francese la conquista della stazione avrebbe consentito di far giungere rapidamente a Magenta rinforzi e rifornimenti da Novara e paesi limitrofi sfruttando proprio la linea ferroviaria. La stazione, inaugurata solo un anno prima (18 giugno 1858) fu una delle ultime postazioni austriache a cadere.[1]

Il generale Espinasse venne colpito nei pressi di Casa Giacobbe, ma la sua colonna e quella di Mac Mahon, con una manovra "a tenaglia", attaccarono il nemico trincerato nel centro cittadino di Magenta. Casa Giacobbe, abitazione ubicata in posizione strategica in periferia, era difesa strenuamente dalle "giubbe bianche" anche in virtù della presenza di una torretta che consentiva di controllare il territorio circostante e, soprattutto, la vicina strada ferrata.[2]

Verso sera, i bersaglieri della divisione del generale Fanti giungono a coprire il lato sinistro degli alleati. Gyulaj decise di optare per la ritirata strategica meditando un contrattacco che però poi non avvenne. Alla sera del 4 giugno, dopo la vittoriosa battaglia, l'imperatore Napoleone III nominò Mac Mahon al grado di Maresciallo di Francia (massimo grado nella gerarchia militare transalpina) ed al titolo di Duca di Magenta. Vittorio Emanuele II concesse a Napoleone III la medaglia d'oro al valor militare, malgrado il fatto che l'imperatore non fosse intervenuto personalmente negli scontri.[1]

All'alba del 5 giugno, vi fu un velleitario attacco austriaco a Pontevecchio (effettuato perlopiù per proteggere il ripiegamento del grosso delle truppe), prontamente respinto dai francesi che nelle ore successive presero indisturbati le loro posizioni sul territorio.[2]

Il ruolo della legione straniera e degli zuaviModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Legione straniera e Zuavi.
 
Uno zuavo in combattimento nella campagna d'Italia.

Le truppe del corpo di spedizione agli ordini del maresciallo François Certain de Canrobert provenivano perlopiù dall'Africa dove erano state armate e dove la situazione sembrava pacificata dopo la conquista francese dell'Algeria.

Il 1º reggimento della legione straniera giunse dall'Africa in Corsica, mentre il 2° sbarcò a Marsiglia, giungendo poi a Genova il 26 aprile, a bordo della nave "Vauban". I due reggimenti si ricongiunsero nuovamente il 14 maggio 1859 in Piemonte e formarono la 2ª brigata della 2ª divisione del 2º corpo d'armata.

La 2ª divisione era comandata dal generale Charles-Marie-Esprit Espinasse, il 2º corpo d'armata era agli ordini del generale Mac Mahon. Il primo scontro che queste truppe si trovarono ad affrontare fu la Battaglia di Montebello nei pressi di Voghera.

Le colonne continuarono poi a risalire il corso del Ticino a nord del Po, attraversando il Sesia e poi giungendo a scontrarsi nuovamente con gli austriaci nella battaglia di Turbigo il 2 giugno. Il 3 giugno il corpo si trovava a Trecate dove il corpo prese parte all'attraversamento del fiume Ticino sul ponte di Boffalora dove diede il proprio contributo con 7 pezzi d'artiglieria posti a difesa del ponte quando questo non riuscì ad essere fatto saltare completamente dagli artificieri austriaci.

I combattimenti ripresero la mattina del 4 giugno. All'inizio dell'azione bellica, la legione si trovava in posizione verso Marcallo e ricevette subito il grosso dell'esercito austriaco, non riuscendo a controbattere immediatamente. Gli zuavi a Magenta ebbero un ruolo fondamentale nel passaggio di Ponte Nuovo e nella presa di Casa Giacobbe dove si distinsero per la particolare determinazione nel raggiungimento dell'obbiettivo.

Nella mischia della battaglia di Magenta, la bandiera del 2º reggimento zuavi finì in pericolo in quanto il suo alfiere rimase ucciso, ma essa venne prontamente raccolta e gli zuavi continuarono a combattere imperterriti. Lo zuavo Dauriere e l'aiutante Savières, addirittura, riuscirono poi ad impossessarsi della bandiera del 9º reggimento austriaco. Qualche giorno dopo, il generale Mac Mahon, inviò agli zuavi questo ordine del giorno:

«L'imperatore, volendo ristabilire vecchie e gloriose tradizioni, ha deciso che il reggimento che conquista una bandiera al nemico, porterà la croce della Legion d'onore sotto la sua aquila. Il 2° zuavi che, primo in questa campagna, ha conquistato a Magenta la bandiera del 9° reggimento austriaco, riceverà domani, per ordine di Sua Maestà, la decorazione che ha gloriosamente conquistata sul campo di battaglia.»

 
Due tiratori algerini in una fotografia colorata d'epoca

L'indomani il maresciallo Mac Mahon tornò all'accampamento di Magenta e, di fronte alle truppe che presentavano le armi, decorò l'aquila in cima all'asta della bandiera che, tra l'altro, durante la battaglia era stata trapassata da una palla nemica. Lo zuavo Dauriere fu fatto cavaliere della Legion d'onore.[8]

Il ruolo dei Tirailleurs algériensModifica

Come per la campagna di Crimea, l' Armée d'Afrique venne chiamata a fornire un proprio contingente per la campagna d'Italia. Ciascuno dei tre reggimenti di Tirailleurs algériens (chiamati dai francesi Turcos) fornirono un battaglione di 1100 soldati al fine di creare un reggimento provvisorio per operare nella seconda guerra d'indipendenza italiana, composto da tre battaglioni da sei compagnie ciascuno. Il comando di tale corpo venne affidato al colonnello Laure[9], del 2º reggimento tiratori algerini[10]. I turcos attaccarono con grande coraggio e decisione, e l'insolita presenza dei soldati di colore francesi[i nordafricani appartengono alla cosiddetta "razza bianca"] sarebbe rimasta a lungo impressa nella memoria e nella fantasia degli italiani.

«"Questi algerini non avevano impressionato soltanto gli austriaci, ma anche i magentini. Vi sono ancora in paese testimoni oculari, o meglio auricolari della battaglia, che narrano di aver veduto morire nella loro casa degli algerini che, nei momenti estremi, invece di invocare Gesù o la mamma, chiamavano Maometto. Altri, e qui la fantasia lavora, mangiavano i polli crudi...".»

(Carlo Pedrazzini, in Magenta, Istituto Editoriale Cisalpino, Varese, 1935)

Alla fine dello scontro di Magenta, i turcos contarono in tutto 31 morti e 144 feriti.[8]

ConseguenzeModifica

Le perdite ufficiali dichiarate dagli stati maggiori, per la sola giornata del 4 giugno, furono di 4535 uomini (tra ufficiali e soldati, morti o feriti) per i franco-piemontesi e 10.226 per gli austriaci. A queste cifre devono però essere aggiunti i soldati deceduti più tardi come conseguenza delle ferite riportate in battaglia.[1][2]Nello scontro morirono anche 8 civili magentini, in parte perché imprudentemente uscirono per le strade durante i combattimenti, in parte perché probabilmente cercarono di dare manforte all'esercito liberatore.[1] Nello scontro morirono nelle file dei francesi anche il generale Esprit Charles Marie Espinasse ed il suo ufficiale d'ordinanza, il tenente Froideond, come pure caddero alla testa delle loro truppe i colonnelli Drouhot del 65° di fanteria di linea e Marie Louis Henry de Granet-Lacroix de Chabrières del 2º reggimento straniero.[2]

La battaglia di Magenta aprì la strada verso la conquista di Milano che venne raggiunta dai franco-piemontesi senza ulteriori combattimenti l'8 giugno, alle 8.00 del mattino, sfilando sotto l'Arco della Pace in corso Sempione.[1] Il giorno successivo i due sovrani, accompagnati dalle rappresentanze dei loro eserciti, assistettero, alle 10.30, nel Duomo della ormai ex capitale del Regno Lombardo-Veneto, a un solenne Te Deum di ringraziamento. Altri festeggiamenti seguirono due giorni dopo dove si tenne anche lo spettacolo al teatro della Scala.[2]

Gli austriaci, ritiratisi da Milano e dagli altri maggiori centri della Lombardia occidentale, si disposero ad organizzare la riscossa nel territorio del Quadrilatero (compreso tra Peschiera del Garda, Mantova, Verona e Legnago).[2]

Critica storiograficaModifica

 
Caricatura dell'epoca che rappresenta Napoleone III che osserva la battaglia sulle spalle di uno zuavo tramite un cannocchiale.

Per quanto la battaglia alla fine sia risultata una vittoria per i francesi, essa fu molto meno semplice di quanto era stato previsto sulla carta e vi furono molti punti che vennero ampiamente criticati anche dagli storici successivi. Innanzitutto venne messa in discussione la leadership di Napoleone III:

«[...] In essa [la battaglia di Magenta] Napoleone fu presente dall'inizio alla fine, essendo rimasta famosa la sua figura che per tre ore filate si trattenne immobile sul ponte di San Martino di Trecate, detto anche "ponte di Boffalora", sul Ticino, fino a che, a toglierlo da quella immobilità ed a risvegliarlo da quella specie di torpore mentale che in lui fu notato, rotto solamente dalla parola "resistere", l'unica che egli poteva dire in risposta alle richieste di aiuto inviategli dai comandanti dei reparti, venne il rombo del cannone di Mac Mahon".»

(Carlo Arrigoni, in Napoleone vincitore e vinto nella campagna d'Italia del 1859', da "La Martinella di Milano", marzo-aprile 1959)

Per il ruolo avuto dai piemontesi, il cui apporto alla battaglia, nei drammatici scontri di Magenta, fu di scarso rilievo, si mossero non poche critiche già dai contemporanei. La sola divisione (e neppure intera) del generale Fanti, nella fase di posizionamento, si era collocata alle spalle di Mac Mahon ed aveva finito quindi col seguirlo nei combattimenti.[2] Il resto dell'esercito piemontese era giunto ai principali fronti di battaglia troppo tardi.

 
Vignetta satirica d'epoca che commenta così la campagna d'Italia: "Il generale Gyulay spaventa i propri nemici... almeno sulla carta"

«[...] Verso l'imbrunire la voce del canone cominciò a tacere. I francesi avevano vinto, e avevano vinto da soli. I reparti italiani di Fanti sopraggiunsero tardi, a battaglia finita, e furono presi a fischi e ad ingiurie. Gli zuavi avevano l'impressione che li si fosse mandati a morire al posto di questi furbacchioni che si presentavano a cose fatte, mentre sarebbe toccato a loro di battersi per la terra natia. Era una facile polemica: ma i furori di quella giornata, e l'esaltazione del trionfo, rendevano ingiusti i vincitori.»

(Silvio Bertoli in I Savoia - Ascesa e caduta di una dinastia, 1984)

La storiografia dei vincitori, inoltre, si scagliò pesantemente sulla figura del feldmaresciallo Gyulai, indicato dai più come incompetente per essersi fatto "giocare" dai franco-piemontesi ed aver perduto del tempo prezioso nel movimento delle sue truppe, oltre che per non aver provveduto adeguatamente alla difesa delle posizione assegnategli. Dopo il fallimento dell'impresa, il 16 giugno l'imperatore Francesco Giuseppe dovette sollevare Gyulay dai propri incarichi, assumendo personalmente il comando dell'esercito austriaco nel milanese. Al fine di mostrare ancora una volta la propria devozione all'impero austriaco, Gyulay chiese e ottenne il comando del reggimento che portava il suo nome, ma fu costretto a rimanere in sede a Mantova che fu una delle ultime roccaforti austriache a resistere al processo di unificazione italiano. Il personaggio è ancora oggi tra i più noti del Risorgimento italiano per aver lasciato moltissime tracce della propria presenza, in particolare nella cultura dialettale lombarda. Il suo nome infatti compare in molte vignette satiriche del periodo della seconda guerra d'indipendenza italiana ed in molte bosinade e canzoni come la famosa Varda Gyulai composta proprio in occasione della battaglia di Magenta.

La battaglia di Magenta nella cultura di massaModifica

Casa Giacobbe nel dipinto "La bataille de Magenta" di Gerolamo Induno del 1861.
Casa Giacobbe oggi

Nella città di Magenta, ogni anno, ha tradizionalmente luogo una ricostruzione storica con figuranti per ricordare gli avvenimenti della Battaglia di Magenta.

Nel 2009, in occasione del 150º anniversario dello scontro, la ricostruzione battaglia è stata spostata in campo aperto presso un'area periferica della città (e non più nel centro ove tradizionalmente la sfilata storica aveva luogo) per consentire agli oltre 300 figuranti di avere maggior manovrabilità nelle posizioni.

Casa Giacobbe, ancora presente, presenta sulla facciata i segni dei proiettili e delle cannonate del 4 giugno 1859, drammatiche testimonianze di quello scontro; la residenza è divenuta in seguito di proprietà comunale ed oggi è divenuta un centro congressi e luogo espositivo del museo sulla battaglia. La famiglia Giacobbe, proprietaria dell'omonima villa ove aveva avuto luogo uno degli scontri più sanguinosi del 4 giugno 1859, fece decorare il portico dell'edificio con un ciclo pittorico in cui è narrato lo svolgersi degli eventi bellici di Magenta, dipinto ad opera di Giacomo Campi del 1897. Negli anni immediatamente successivi allo scontro, sull'ondata risorgimentale, la battaglia di Magenta venne celebrata in diverse opere pittoriche ad opera, tra gli altri, di pittori italiani del calibro di Giovanni Fattori, Carlo Bossoli e Gerolamo Induno e da artisti francesi come Gustave Doré ed Eugène Charpentier.

Poeti come Giosuè Carducci e Giovanni Bertacchi dedicarono alcuni dei loro componimenti alla battaglia di Magenta o la citarono nelle loro opere.

 
L'ossario ai caduti della battaglia di Magenta
 
Il monumento al generale Mac Mahon a Magenta

A partire dal 1861 a Magenta venne inoltre realizzato un ossario progettato dal sindaco e architetto milanese Giovanni Brocca, completato nel 1872. All'interno, tra le numerose lapidi, sono in bella evidenza quelle dedicate ai generali francesi Espinasse e Clér, caduti nei combattimenti del 4 giugno. Dal 1904 nell'ossario riposano anche le ossa dei soldati caduti nei combattimenti lungo la ferrovia che, subito dopo la battaglia, proprio a ridosso della strada ferrata, erano stati frettolosamente sepolti. Nel 1893, alla morte del maresciallo Mac Mahon, la città di Magenta ritenne doveroso dedicargli un monumento. La statua, progettata dallo scultore Luigi Secchi con la collaborazione di Luca Beltrami, venne inaugurata nel 1895 e collocata proprio nei pressi della stazione ferroviaria. La città di Magenta ha dedicato una serie di vie del proprio centro abitato ad eventi correlati alla battaglia di Magenta: via IV giugno, via Espinasse, via Cler, via Canrobert, via Fanti.

Lo scontro di Magenta ha lasciato segni importanti anche nella cultura odierna, come ad esempio il color magenta, una mistura prodotta per la prima volta nel 1859 e che deve il proprio nome proprio all'omonima battaglia in ricordo secondo la tradizione del sangue versato sul campo dagli zuavi francesi[11]. L'episodio della battaglia di Magenta è divenuto anche ispirazione di una nota canzone per bambini dal titolo appunto La battaglia di Magenta dove vengono ripercorsi i ruoli dei fanti e dei cavalieri di quel giorno.[12]

La Regia Marina italiana dedicò alla battaglia di Magenta la pirocorvetta "Magenta", impostata nel 1859, varata nel 1862 e radiata nel 1875.

Nella Parigi del secondo impero e in piena espansione, inoltre, venne realizzato il Boulevard de Magenta proprio per commemorare la grande vittoria dell'armata francese in Italia.

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p A. Viviani, 4 giugno 1859 - Dalle ricerche la prima storia vera, Zeisciu Editore, 1997 rist. 2009.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n F. Ogliari, 4 giugno 1859 - La battaglia di Magenta, Selecta ed., 2009.
  3. ^ Di cui 52 ufficiali sul campo (di cui 2 generali e 4 colonnelli), 18 in seguito a ferite
  4. ^ Di cui 194 ufficiali
  5. ^ Di cui 64 ufficiali (di cui 1 generale)
  6. ^ Di cui 221 ufficiali (di cui 5 generali)
  7. ^ Pieri, p. 598
  8. ^ a b P. Pierrettori, Magenta 1859 - I Protagonisti, Comune di Magenta, Magenta, 2009
  9. ^ «Il colonnello Laure aveva prestato servizio in Africa sino a quel momento con gli zuavi o con truppe indigene da 20 anni. Non aveva fatto la campagna di Crimea, ma era rimasto in Africa. I tiratori che comandava erano gli stessi che aveva diretto come pantere a Alma, a Inkermann, a Traclir ed a Kinburn [...]»., Charles Adam, La guerre d'Italie: histoire complète des opérations militaires dans la péninsule, Librairie populaire des villes et des campagnes, 1859, p.43
  10. ^ «Nella giornata del 4 giugno, il 1º battaglione del reggimento dei tiratori pagò un pesante tributo di sangue alla Francia. [...] Essi sono l'onore della nostra bandiera ed il modo in cui essi morirono rappresenta un esmepio per tutti i soldati che continueranno la gloriosa tradizione del 1º reggimento di tiratori algerini», Le livre d'or des tirailleurs indigènes de la province d'Alger, Bastide, 1866
  11. ^ Cunnington, C. Willett, English Women's Clothing in the Nineteenth Century, Dover Publications, Inc. New York 1990, p. 208
  12. ^ La battaglia di Magenta su wikitesti.com

BibliografiaModifica

  • Amédée De Cesena, L'Italie confédérée. Histoire politique, militare et pittoresque de la Campagne de 1859, 4 voll, Paris, Garnier Frères, 1859, ISBN non esistente.
  • A. Molteni, Domani sarà battaglia, La Memoria del Mondo, 2008
  • P. Mira, 1859. Passaggio e combattimento a Turbigo delle truppe franco-sarde, in “Bollettino Storico per la Provincia di Novara”, Società Storica Novarese, anno C - 2009, semestre n. 1
  • Francesco Ogliari, 4 giugno 1859 - La battaglia di Magenta, Selecta ed., 2009
  • C. Pedrazzini, Magenta, Istituto Editoriale Cisalpino, Varese, 1935
  • Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962, ISBN non esistente.
  • Marco Scardigli, Le grandi battaglie del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2011, ISBN 978-88-17-04611-4.
  • Ambrogio Viviani, 4 giugno 1859 - Dalle ricerche la prima storia vera, Zeisciu Editore, 1997 rist. 2009

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