Cavalier d'Arpino

pittore italiano
Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, in un autoritratto del 1640

Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino (Arpino, 14 febbraio 1568Roma, 3 luglio 1640), è stato un pittore italiano dell'epoca barocca, che venne definito dai Conservatori dell'Urbe "pictor unicus, rarus et excellens ac primarius et reputatus".

Tipico esponente del gusto tardo manierista, il Cesari è stato molto attivo in imprese decorative a Napoli e a Roma, dove si occupò anche di formare giovani pittori poi divenuti celebri, quali Guido Reni e Caravaggio.

Indice

BiografiaModifica

 
Testa di Tullio Ostilio (1597)

GiovinezzaModifica

Giuseppe Cesari nacque nel febbraio 1568 ad Arpino, nell'odierna provincia di Frosinone, allora nel Regno di Napoli, da Muzio di Polidoro, «pintore d'Arpino, che con maniera assai grossa dipingeva de' voti» e di Giovanna van Mander, appartenente ad una famiglia nobile spagnola. Venne introdotto all'esercizio della pittura in seguito al trasferimento nel 1582 Roma, dove lavorò alla decorazione delle Logge Vaticane sotto la direzione del Circignani; intervenne anche nella sala vecchia degli Svizzeri, ove realizzò una figura iperbolica di Sansone a Monocromo, e nella Sala dei Chiaroscuri.

Fu nell'ambito artistico vaticano, in ogni caso, che il giovane Cesari, non ancora cavaliere, si fece notare per la sua creatività.[1]

Nel 1583 il Cesari, oltre ad iniziare a percepire una provvigione regolare, fu accolto nell'Accademia di San Luca. In seguito a questa prestigiosa adesione, fu molto attivo dal punto di vista artistico, tanto che in questo periodo lavorò in palazzo Santori, in Sant'Anastasio dei Greci, nella chiesa di Trinità dei Monti, e in San Lorenzo in Damaso; nelle opere di questi anni emerge uno stile ispirato a trasparenze quasi da acquarello, risentendo dell'influenza di Raffaellino da Reggio e Francesco Vanni. Frattanto, nel 1586, Cesari divenne membro anche della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon.[1]

Affermazione professionaleModifica

 
Affreschi nella volta della certosa di San Martino, a Napoli

Nel 1589 Cesari si trasferì momentaneamente a Napoli, dove fu incaricato della decorazione del Sancta Sanctorum della Certosa di San Martino; gli affreschi, lasciati inizialmente incompiuti, vennero poi terminati dal fratello Bernardino nel 1592-93. Con l'avvento al pontificato di Clemente VIII Aldobrandini il Cesari poté finalmente consacrare la propria affermazione professionale, divenendo uno dei pittori più conosciuti e richiesti a Roma, specialmente per le grandi imprese decorative.[1]

Tra il 1591 e il 1593 il Cesari venne assorbito nella decorazione del soffitto della Cappella Contarelli, nella chiesa di San Luigi dei Francesi; oberato dalle più prestigiose committenze papali, tuttavia, lasciò l'incarico all'apprendista Caravaggio, che lavorava nella sua bottega, ormai considerata una delle più celebri di Roma. Tra i lavori di questi anni, si citano i soffitti illusionistici della cappella Olgiati, in Santa Prassede 1593-95; la decorazione del soffitto della loggia Orsini nel Pio Sodalizio dei Piceni (1594-95); il raffinato San Francesco confortato da un angelo che suona il violino (1593 circa).

Nello stesso periodo risalgono alcuni interventi nella cappella Aldobrandini in Santa Maria in Via e nella cappella dei Bombardieri del castello di Maria in Transpontina. Successivamente, affrescò la sacrestia della certosa di San Martino, a Napoli (1596-1597) e decorò col Ritrovamento della lupa la sala degli Orazi e Curiazi nel palazzo dei Conservatori al Campidoglio; seguirono le tele raffiguranti San Giovanni che beve veleno e San Giovanni condotto al sepolcro, realizzate su commissione di Clemente VIII per San Giovanni in Fonte, e alcuni suoi piccoli dipinti realizzati come omaggio per le doppie nozze austro-spagnole; sappiamo, inoltre, che in questi anni il Cesari si recò a Venezia.[1]

 
Diana e Atteone (1602-03 circa)

Divenuto nel novembre 1599 principe dell'Accademia di San Luca, il Cesari nel 1600 affrescò l'Ascensione nel transetto di San Giovanni in Laterano, conseguendo grazie alle qualità pittoriche di quest'opera il cavalierato di Cristo. Se escludiamo gli affreschi realizzati per Pietro Aldobrandini nella sua villa a Frascati, e le altre imprese decorative anzidette, il Cavalier d'Arpino nell'ultimo decennio fu impegnato anche nella realizzazione di un cospicuo numero di piccoli dipinti, assai raffinati e ricercati: in tal senso, si segnalano Perseo e Andromeda (1592-93 circa), la Resurrezione di Lazzaro (1591-93 circa), la Fuga in Egitto (1592-93 circa), il San Michele combatte gli angeli ribelli (1593 circa); la Cattura di Cristo (1596-97 circa); la Cacciata dal paradiso (1597); Diana e Atteone e il Riposo nella fuga in Egitto.[1]

 
Appartamento dei Conservatori, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi, 1612-1613.

Ultimi anniModifica

 
Santa Cecilia che suona un piccolo organo (1630)

La posizione economica e sociale del Cesari si era ormai ampiamente consolidata, e quindi egli poté finalmente acquistare un palazzo a via del Corso, oltre a farsi costruire una propria residenza nell'Arpino natia, tuttora parzialmente esistente; tra i clienti del Cesari, oltre alla ricca aristocrazia capitolina, vi erano anche l'imperatore Rodolfo II e i re di Spagna e di Francia. Alla morte di Clemente VIII, tuttavia, il Cavalier d'Arpino subì una momentanea eclissi, finendo addirittura in prigione per il possesso illecito di armi (in realtà, possedeva una fine raccolta di archibugi).[1]

Uscito dal carcere, il Cesari sovrintese la decorazione a mosaico della cupola di San Pietro e della cappella Paolina in Santa Maria Maggiore, dove eseguì i Profeti nei pennacchi della cupola e il San Luca sopra l'altare. Nella tarda carriera si moltiplicarono per il pittore i riconoscimenti ufficiali: rieletto principe dell'Accademia di San Luca nel 1615 e nel 1629, il 13 luglio 1630 gli vennero concessi la Croce e del titolo di San Michele. Nel frattempo, il Cesari si invaghì di una popolana romana di nome Dorotea a tal punto da farla sua sposa: le nozze furono celebrate nel 1618 e furono coronate dalla nascita di due figli, Muzio e Bernardino, entrambi pittori.[1]

Il Cavalier d'Arpino trascorse gli ultimi anni della sua esistenza nella sua dimora a via dei Serpenti, acquistata nel 1636; morì infine il 3 luglio 1640.[1] La morte del Cavalier d'Arpino genera un processo che parte da una scarna e provvisoria deposizione nella navata di Santa Maria in Aracoeli, la cui posizione può essere ricavata dal confronto tra le fonti, fino al trasferimento in San Giovanni in Laterano (forse grazie all'aiuto dei Barberini) con la costruzione di un dignitoso monumento in marmi policromi, dagli echi borrominiani e con un busto di Niccolo Menghini, realizzato post-mortem forse sulla base di precedenti ritratti, e completato dallo scudo araldico richiamante il soprannome dell'artista, e da un epitaffio encomiastico[2].

OpereModifica

1630 ca.

    • Galleria Borghese, San Giovanni Battista, o/t, 33 x 26 cm, ca 1607; Decollazione del Battista, o/r, 28 x 22 cm, ca 1600-1605; Fuga in Egitto, o/t, 45 x 33 cm, 1592-1593; Ratto di Europa, o/t, 57 x 45 cm, 1603-1606; Cattura di Cristo, o/r, 77 x 56 cm, 1596-1597; Battaglia di Tullo Ostilio contro i Veneti, o/t, 67 x 89 cm, 1595-1598.
    • Galleria Corsini: Resurrezione di Lazzaro.
    • Galleria dell'Accademia di San Luca: Perseo e Andromeda; Cattura di Cristo.
    • Palazzo dei Conservatori al Campidoglio, appartamento dei Conservatori, Sala degli Orazi e Curiazi, Episodi della storia di Roma, affreschi.
    • Palazzetto di Sisto V, loggetta, affreschi con Storie di Ercole.
    • Palazzo Costaguti, Sala di Venere ed Enea, affreschi.
    • Pinacoteca Capitolina, Diana cacciatrice, o/t, 44 x 32,5 cm, 1600-1601
  • Città del Vaticano, Pinacoteca Vaticana, Annunciazione, o/t, 290 x 184 cm, 1606
  • San Pietroburgo, Ermitage: Santa Chiara allontana i Saraceni da Assisi.
  • Veroli, Chiesa di San Michele Arcangelo, Santa Maria Salome con la pisside, o/t, ca 1625
  • Vienna, Kunsthistorisches Museum: Perseo libera Andromeda; San Michele caccia gli angeli ribelli.
  • Washington DC, USA, National Gallery of Art, Martirio di santa Margherita, o/t, 85 x 62,6 cm, ca 1608-1611

OnorificenzeModifica

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h Herwarth Roettgen, CESARI, Giuseppe, detto il Cavalier d'Arpino, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 24, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1980, SBN IT\ICCU\RAV\0018945. URL consultato il 26 agosto 2016.
  2. ^ Gianpasquale Greco, Le spoglie del Cavalier d’Arpino tra S. Maria in Aracoeli e il monumento in S. Giovanni in Laterano, in «Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte» (RIASA),, LXXI, ser. III, 2016, LXXI, pp. 283-289.

BibliografiaModifica

  • Mario Rotili, CELEBRANO, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 23, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979. URL consultato il 17 ottobre 2014.
  • Herwarth Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari D'Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell'incostanza della fortuna, Ugo Bozzi editore, Roma, 2002, ISBN 88-7003-035-0
  • Herwarth Röttgen, Cavalier Giuseppe Cesari D'Arpino - Die Zeichnungen - I Disegni (3 voll.), Opus magnum Verlag, Stoccarda, 2013, ISBN 978-3-939322-70-2, ISBN 978-3-939322-72-6, ISBN 978-3-939322-74-0
  • Arturo Quadrini, Il Cavalier d'Arpino, Macioce & Pisani, Isola del Liri, 1940
  • Marco Simone Bolzoni, Il Cavalier d'Arpino - Maestro del disegno. Catalogo ragionato dell'opera grafica, Ugo Bozzi editore, Roma, 2011, ISBN 88-7003-052-0
  • Gianpasquale Greco, Le spoglie del Cavalier d’Arpino tra S. Maria in Aracoeli e il monumento in S. Giovanni in Laterano, in «Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte» (RIASA), LXXI, ser. III, 2016, pp. 283-289.

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