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Le vittime della "fine dei Romanov". In alto un ritratto ufficiale della famiglia imperiale realizzato dalla Compagna Levitskij nel 1913. Da sinistra a destra, in piedi: la granduchessa Marija e la zarina Aleksandra Fëdorovna; seduti: la granduchessa Ol'ga, lo zar Nicola II, la granduchessa Anastasia, lo Zarevic Aleksej e la granduchessa Tat'jana. Sotto, in senso orario, i ritratti di Ivan Kharitonov, Alexei Trupp, Anna Demidova, Eugene Botkin

Fine dei Romanov è un'espressione impiegata da svariati storici[1] per designare l'insieme di omicidi politici compiuti dal nuovo potere sovietico su membri della ex famiglia imperiale. Dalla rivoluzione d'ottobre del 1917 ai primi del 1919 furono assassinate una ventina di persone di ambo i sessi, circa un terzo dei membri adulti della famiglia imperiale, a partire dal deposto imperatore Nicola II con tutta la sua famiglia e tutti coloro che li accompagnavano al seguito, tra cui Eugene Botkin, Anna Demidova, Alexei Trupp ed Ivan Kharitonov[2][3][4] Secondo la versione ufficiale rilasciata dal governo rivoluzionario russo, i membri della famiglia imperiale russa vennero regolarmente giustiziati da un plotone di esecuzione per il terrore che la città potesse essere occupata dal movimento dei "bianchi" (la cosiddetta Legione Cecoslovacca).[5][6] che avrebbe certamente salvato l'intera famiglia che ormai risultava un imbarazzante problema politico. Secondo diversi storici e ricercatori nel campo, l'ordine venne impartito da tre personaggi chiave Lenin, Yakov Sverdlov e Felix Dzerzhinsky. I corpi dei membri della famiglia imperiale e dei loro servitori vennero portato quindi nella foresta di Koptyaki dove vennero spogliati e mutilati.[7][3] Nel 1919, il l'Armata Bianca iniziò le ricerche dei corpi della famiglia imperiale ma non riuscì ad individuare il luogo della loro sepoltura, concludendone infine che i resti potevano essere stati cremati e dispersi dal momento che nell'area di Ganina Yama, erano state trovate tracce di pire.[8] Nel 1979 e nel 2007, i resti dei corpi vennero ritrovati in due tombe non segnate presso un campo chiamato Porosenkov.[9]

La strage politica pare sia stata commessa su ordine espresso di Vladimir Lenin.[10] pur essendo informato del fatto che "l'intera famiglia ha subito la stessa sorte del suo capo",[11] i Bolscevichi si limitarono ad annunciare la morte di Nicola,[12][13] alla stampa, mentendo invece sulla sorte degli altri componenti e dicendo che "la moglie di Nicola Romanov e suo figlio sono stati inviati in un posto sicuro."[11] Per otto anni,[14] la leadership sovietica mantenne il più assoluto riserbo sulla faccenda,[15] anche di fronte a quanti già nel settembre del 1919 dicevano che la famiglia imperiale tutta era stata assassinata da estremisti rivoluzionari[16] ammettendo solo nell'aprile del 1922 la morte di tutta la famiglia.[15] I primi particolari delle atroci morti vennero pubblicate nel 1926 grazie all'opera di un émigré dei "bianchi", il quale ad ogni modo disse che i corpi non potevano essere ritrovati in quanto erano stati cremati e sollevando il Gabinetto di governo di Lenin da ogni responsabilità, classificando l'azione come il gesto di estremisti rivoluzionari.[17] L'assoluto silenzio delle autorità sugli omicidi, alimentò per contro fantasie sui sopravvissuti,[18] alla comparsa di molti impostori che si spacciavano per i vari membri della famiglia imperiale, fatto che orientò i media sulla Russia sovietica.[15] Ogni discussione in merito venne messa a tacere da Joseph Stalin nel 1938.[19]

Il sito della reale sepoltura dei corpi venne scoperto nel 1979 da un ricercatore amatoriale,[20] ma l'esistenza dei resti venne resa pubblica solo nel 1989, nel periodo del glasnost.[21] L'identità dei resti venne confermata da indagini forensi del DNA. I corpi vennero risepolti con tutti gli onori nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo nel 1998,[22] 80 dopo la loro uccisione, in una cerimonia a cui ad ogni modo non presero parte le personalità chiave della chiesa ortodossa che discutevano sull'autenticità dei resti ritrovati.[23] Una seconda tomba, più piccola delle precedenti sepolture, contenente i corpi di due ragazzini, venne scoperta da un ricercatore amatoriale nel 2007.[20] Questi, che si ritiene siano i resti dello zarevic Alessio e di sua sorella Maria, sono ad ogni modo ancora in fase di analisi per la conferma della veridicità.[24] Nel 2008, dopo una lunga battaglia legale, i Romanov sono stati ufficialmente proclamati "vittime di repressioni politiche".[25] Nel 1993 lo stato russo post-sovietico aprì ufficialmente un fascicolo d'indagine per la morte dell'ex famiglia imperiale, ma nessuno venne accusato in quanto tutti gli attori del dramma erano ormai morti.[24]

Alcuni storici hanno giustamente attribuito l'ordine dato da Lenin come la possibilità con esso di impedire che la famiglia dello zar fosse salvata dalla Legione Cecoslovacca (che combatteva contro l'Armata dei Bolscevichi) nel corso della guerra civile russa.[26][27] Questo fatto è stato confermato anche da un passaggio del diario di Leon Trotsky.[28] Un'indagine condotta da Vladimir Solovyov e conclusasi nel 2011, ha comunque dimostrato, pur avendo cercato negli archivi di stato, che non vi è alcun documento scritto con l'autorizzazione di Lenin o Sverdlov a procedere con l'esecuzione della famiglia imperiale; ad ogni modo entrambi appoggiarono certamente l'azione dopo che essa era stata compiuta.[29][30][31][32] Secondo altre fonti, Lenin ed il governo sovietico avrebbero voluto condurre un processo regolare ai Romanov, con Trotsky come giudice, ma il soviet degli Urali, su pressione di alcuni rivoluzionari ed anarchici, prese l'iniziativa personalmente con l'avvicinarsi dei cecoslovacchi.[33] Il presidente Boris Yeltsin ha descritto l'uccisione dei membri della famiglia imperiale come una delle pagine più vergognose della storia della Russia.[34][35]

Indice

AntefattoModifica

 
Mappa con segnalati i luoghi dei principali eventi negli ultimi giorni della famiglia Romanov.

Il 22 marzo 1917, Nicola, ormai non più zar in quanto abdicatario, era divenuto agli occhi dello stato rivoluzionario che aveva preso il potere semplicemente "Nicola Romanov"; per questo venne deciso di riunirlo con la sua famiglia al Palazzo di Alessandro di Tsarskoe Selo. Egli ad ogni modo si trovava con la sua famiglia agli arresti domiciliari per ordine del governo provvisorio, circondato da guardie e confinato nel palazzo senza possibilità di spostamenti che non fossero decisi dal governo.[36]

Nell'agosto del 1917, il governo provvisorio di Alexander Kerensky decise di spostare i Romanov a Tobolsk, formalmente per proteggerli dai crescenti moti rivoluzionari. Qui la famiglia ebbe modo di vivere nel palazzo dell'ex governatore, in condizioni confortevoli. Dopo che i bolscevichi presero il potere nell'ottobre del 1917, le condizioni della loro prigionia vennero ristrette e sempre più frequentemente si parlava di porre Nicola a processo. A Nicola venne proibito di indossare l'uniforme militare, e sovente le guardie facevano dei disegni lascivi per offendere le figlie della famiglia imperiale. Il 1 marzo 1918, la famiglia venne posta alla razione dei soldati, venne concesso loro di avere a disposizione 10 servitori devoti e di rinunciare a burro e caffè.[37] Quando i bolscevichi iniziarono a prendere sempre più potere, il governo in aprile spostò Nicola, Alessandra e la loro figlia Maria presso Yekaterinburg sotto la guardia particolare di Vasily Yakovlev. Alessio, che soffriva pesantemente a causa della propria emofilia, era troppo malato per accompagnare i genitori e per questo rimase con le sorelle Olga, Tatiana e Anastasia, non lasciando Tobolsk sino al maggio del 1918. La famiglia venne imprigionata quindi con un manipolo di fedelissimi presso Casa Ipatiev ad Yekaterinburg.

 
Nicola II, Tatiana e la contessa Anastasia Hendrikova lavorano nell'orto del Palazzo di Alessandro nel maggio del 1917. La famiglia non godette di questi privilegi presso Casa Ipatiev.[38][39]

Una "casa a destinazione speciale"Modifica

La famiglia imperiale venne tenuta in stretto isolamento a Casa Ipatiev.[40] Venne loro proibito severamente di parlare altra lingua che non fosse il russo.[41] Non ebbero accesso ai loro bagagli che vennero conservati in altro luogo.[40] La loro camera oscura ed il loro equipaggiamento fotografico venne confiscato.[38] Ai servitori venne ordinato di chiamare i Romanov coi loro nomi e cognomi.[42] La famiglia divenne soggetta a regolari inquisizioni circa i loro possedimenti, e la confisca dei loro beni "per la salvaguardia del tesoro di stato del Soviet regionale degli Urali",[43] oltre alle violenze subite da Alexandra e dalle sue figlie nel tentativo di privarle dei braccialetti d'oro che portavano ai polsi.[44] La casa dove la famiglia imperiale risiedeva era circondata da una doppia palizzata di 4 metri di altezza che oscurava la vista di tutte le strade attorno.[45] Il cancello inizialmente delimitava semplicemente il giardino su via Voznesensky. Il 5 giugno venne eretta una seconda palizzata, più alta e più lunga della prima, che racchiudeva l'intera proprietà.[46] Una delle regioni per la costruzione di quest'ultima palizzata fu la scoperta che da fuori era possibile vedere comunque l'ex zar quando questi si trovava in giardino.[47]

 
Casa Ipatiev, con la palizzata eretta appena prima dell'arrivo di Nicola, Alessandra e di Maria il 30 aprile 1918. L'abbaino a sinistra della casa, in alto, era il luogo ove si trovava posizionata una mitragliatrice Maxim pronta all'uso. Subito sotto si trovava la camera da letto dello zar e della zarina.[48]
 
La Chiesa di Tutti i Santi nel 2016 (in alto a sinistra), dove si trovava Casa Ipatiev. La cattedrale Voznesensky in secondo piano è dove era posta la mitragliatrice ed il campanile sorge dove si trovava la camera da letto dello zar e della zarina, nell'angolo sudest della casa.[49]

Le finestre di tutte le camere usate dalla famiglia erano sprangate e sigillate e poi coperte con giornali (poi dipinti con pittura bianca il 15 maggio).[50] L'unica fonte di ventilazione della famiglia era una fortochka, una piccola finestrella nella stanza della granduchessa, da cui ad ogni modo nessuno poteva sporgersi; nel maggio di quello stesso anno, quando Anastasia provò ad affacciarsi, una guardia sparò un colpo.[51] Dopo ripetute richieste, una delle due finestre nella camera da letto dello zar e della zarina venne dissigillata il 23 giugno 1918.[52] Ad ogni modo, le autorità chiesero alle guardie di incrementare la loro sorveglianza per impedire che i prigionieri potessero sporgersi e fare segnali a chiunque al di fuori della casa.[53] Da questa finestra, potevano vedere la guglia della cattedrale di Voznesensky Cathedral collocata non lontano dalla casa.[53] Una griglia di ferro venne installata l'11 luglio in quanto Alessandra ignorò i ripetuti avvertimenti di Jurovskij di non rimanere troppo a lungo nei pressi della finestra aperta.[54]

Il comandante delle guardie ed il suo vice avevano accesso completo a tutte le stanze occupate dalla famiglia imperiale, a qualsiasi ora.[55] Ai prigionieri era chiesto di suonare una campanella ogni qualvolta dovessero lasciare le loro stanze per usare il bagno o lavarsi al piano terreno.[56] La famiglia aveva diritto a momenti di svago due volte al giorno per mezz'ora la mattina e mezz'ora il pomeriggio. Ad ogni modo, i prigionieri rimanevano sotto stretta sorveglianza e non potevano parlare con le guardie.[57] Alla mattina venivano provvisti tè e pane integrale, mentre cotolette o zuppa di carne venivano serviti per pranzo; i prigionieri vennero informati che il governo "non avrebbe più permesso loro di vivere come una famiglia imperiale".[58] A metà giugno, delle monache del monastero di Novo-Tikhvinsky Monastery, si recarono alla casa per portare del cibo alla famiglia imperiale, gran parte del quale ad ogni modo venne requisito dalle guardie ancora prima di entrare nell'abitazione.[58] La famiglia non poteva del resto ricevere visite né inviare o ricevere lettere.[38] La principessa Elena di Serbia fece visita alla casa a giugno di quell'anno ma non poté entrarvi sotto la minaccia dei fucili delle guardie,[59] mentre il dottor Vladimir Derevenko che regolarmente doveva visitare lo zarevic Alessio venne licenziato quando Jurovskij divenne comandante. La famiglia non poteva partecipare ad alcuna funzione religiosa, nemmeno a quelle che si svolgevano nella vicina chiesa.[41] All'inizio di giugno, alla famiglia venne rifiutato persino il giornale quotidiano.[38]

 
L'entourage dei Romanov. Da sinistra a destra: Catherine Schneider, Ilya Tatishchev, Pierre Gilliard, Anastasia Hendrikova e Vasily Dolgorukov. Questi volontariamente decisero di accompagnare la famiglia Romanov durante la loro prigionia ma vennero costretti a separarsene dai bolscevichi ad Ekaterinburg. Tutti ad eccezione di Gilliard finirono poi uccisi dai Bolscevichi.[60]

Per mantenere un senso di normalità, ad ogni modo, i Bolscevichi assicurarono i Romanov il 13 luglio 1918 che due dei loro fedeli servitori, Klementy Nagorny (governante di Alessio)[61] e Ivan Sednev (servitore delle granduchesse e zio di Leonid Sednev),[62] "sarebbero stati inviati dal governo". Ad ogni modo, etrambi erano già morti all'epoca dell'annuncio: dopo averli spostati da Casa Ipatiev i Bolscevichi infatti li avevano fucilati entrambi a Cheka con un gruppo di ostaggi, il 6 luglio, in rappresaglia per la morte di Ivan Malyshev, un bolscevico locale ucciso dai Bianchi.[63] Il 14 luglio, un prete e un diacono celebrarono una messa per i Romanov.[64] La mattina seguente, quattro donne delle pulizie vennero chiamate a lavare i pavimenti di Casa Ipatiev; furono gli ultimi civili a vedere viva la famiglia imperiale russa. In entrambi i casi, ebbero istruzione di non parlare con alcun membro della famiglia.[65] Jurovskij rimase sempre di guardia sia durante la celebrazione che durante le operazioni di pulizia.[66]

I 16 uomini posti di guardia alla casa, dormivano al piano seminterrato della casa. La guardia esterna, guidata da Pavel Medvedev, contava in tutto 56 uomini, ospitati presso Casa Popov, proprio di fronte a Casa Ipatiev.[55] Alle guardie era permesso di far entrare nei loro alloggi delle prostitute come pure di organizzare feste e bevute in compagnia, sia a Casa Popov che a Casa Ipatiev.[66] Quattro erano le mitragliatrici poste a guardia del sito: una sulla torre campanaria della cattedrale di Voznesensky, un'altra presso una finestra di Casa Ipatiev verso la strada, una terza monitorava la balconata verso il giardino sul retro della casa[53] ed una quarta l'attico sull'intersezione delle strade attorno alla casa, proprio sopra la camera da letto dello zar e della zarina.[48] Vi erano dieci posti di guardia attorno a Casa Ipatiev, oltre ad una costante pattuglia due volte ogni ora, sia di giorno che di notte.[51] All'inizio di maggio, le guardie privarono i prigionieri del pianoforte che si trovava nella sala da pranzo della casa e lo spostarono nell'ufficio del comandante, situato proprio di fianco alla camera da letto dei Romanov. Questo stratagemma risultò infine anche un ulteriore motivo di sofferenza psicologica in quanto, di sera, le guardie erano solite suonare e cantare canzoni rivoluzionarie mentre bevevano e fumavano, proprio di fianco alla camera da letto degli ex sovrani.[40] Erano soliti inoltre sentire le registrazioni del fonografo confiscato ai Romanov.[40] Il gabinetto posto al piano terreno era utilizzato anche dalle guardie che vi scrivevano sui muri degli slogan inneggianti alla rivoluzione o dei graffiti offensivi.[40] Il numero delle guardie presenti a Casa Ipatiev aveva raggiunto i 300 individui al momento dell'uccisione della famiglia imperiale.[67]

Quando Jurovskij rimpiazzò Aleksandr Avdeev come comandante il 4 luglio,[68] spostò i membri della guardia interna presso Casa Popov. Le restanti guardie vennero mantenute ai loro posti, ma non venne più consentito loro il libero accesso alle stanze dei Romanov, privilegio riservato unicamente agli uomini prescelti da Jurovskij . I rimpiazzi vennero ricercati tra i volontari dei battaglioni Verkh-Isetsk su richiesta dello stesso Jurovskij . Egli desiderava avere unicamente dei bolscevichi fidati per quel compito così particolare e che questi fossero preparati a fare tutti, anche ad uccidere lo zar se fosse stato necessario. Per evitare gli episodi di fraternizzazione avvenuti sotto Avdeev, Jurovskij scelse perlopiù personale non della zona. Nicola annotò nel suo diario alla data dell'8 luglio che "ora di guardia vi sono dei lituani", descrivendoli come Letts, termine comunemente usato in Russia per definire europei non di origine russa. Il capo di queste nuove guardie era Adolf Lepa, un lituano appunto.[69]

I Romanov si trovavano a Yekaterinburg, ma sempre più bolscevichi facevano pressioni perché fossero processati. Col proseguire della guerra civile, l'Armata Bianca (un'alleanza delle forze anti-comuniste che ebbe breve vita) minacciò di catturare la città e pertanto il terrore che i Romanov potessero cadere nelle mani dei "bianchi" divenne sempre più pressante. I bolscevichi non potevano permettere ciò per due ragioni: la prima era che lo zar o uno qualsiasi dei membri della sua famiglia avrebbero potuto divenire un baluardo della resistenza nelle mani dei nemici della rivoluzione; la seconda ragione era che lo zar o uno qualsiasi dei membri della sua famiglia, avrebbe potuto essere considerato come il legittimo regnante di Russia da parte delle altre nazioni europee, vanificando così i duri sforzi dei rivoluzionari per vedere legittimato il loro governo a livello internazionale. Questi presentimenti erano seri al punto che poco dopo l'esecuzione della famiglia, la città ove erano tenuti prigionieri venne effettivamente conquistata dall'Armata Bianca. A metà luglio del 1918, le forze della Legione Cecoslovacca si trovavano ormai presso Yekaterinburg con l'intento di proteggere la ferrovia transiberiana di cui avevano il controllo in gran parte. Secondo lo storico David Bullock, i bolscevichi, errando nel credere che i cecoslovacchi avessero la precisa missione di salvare la famiglia imperiale, andarono nel panico e decisero di ucciderne i membri prigionieri. La legione giunse meno di una settimana dopo ed il 25 luglio prese il controllo della città.[70]

Durante la prigionia della famiglia imperiale, alla fine di giugno, Pyotr Voykov ed Alexander Beloborodov, presidente del Soviet regionale degli Urali,[71] fecero pervenire delle finte lettere scritte in francese e dirette a Casa Ipatiev indicando come esse fossero state scritte da ufficiali monarchici col preciso intento di programmare il salvataggio della famiglia imperiale.[72] Queste lettere fabbricate ad hoc, assieme alle risposte "manoscritte dai Romanov" (scritte senza indirizzo sulle buste né destinatario),[73] rappresentarono per la Commissione Esecutiva Centrale di Mosca un motivo in più per liquidare la famiglia imperiale.[74] Jurovskij successivamente osservò come rispondendo a quelle lettere false, Nicola "fosse caduto nel nostro piano per intrappolarlo".[72] Il 13 luglio, vi furono delle proteste nella strada presso Casa Ipatiev, una dimostrazione di soldati dell'Armata Russa, socialisti rivoluzionari ed anarchici presso piazza Voznesensky che chiedevano le dimissioni del Soviet di Yekaterinburg ed il trasferimento del controllo della città nelle loro mani. La rivolta venne volentemente soppressa dal locale distaccamento dalla Guardia Rossa guidata da Peter Ermakov, il quale diede ordine di aprire il fuoco sui protestanti. Lo zar e la zarina, che avevano sentito gli spari dalle loro finestre, chiesero spiegazioni e le autorità dissero loro che l'incidente si era originato da una ribellione filo-monarchica che aveva l'intento di liberarli dalla prigionia ma che era stata soppressa col sangue.[75]

Perm, 12 giugno 1918: la morte del granduca MicheleModifica

La prima azione concreta si ebbe la notte del 12 giugno, quando un gruppo di bolscevichi prelevò e uccise il granduca Michele, fratello e successore di Nicola II, che si trovava agli arresti domiciliari in un albergo di Perm'. Lui e il suo segretario, Nicholas Johnson, furono condotti in una foresta lontano dalla città e fucilati. I loro corpi vennero gettati nella fornace di una fabbrica perché non ne restasse traccia.

Dapprima i sovietici annunciarono che il granduca era scomparso, poi che era stato rapito dai bianchi, che era fuggito non si sapeva dove, in modo così da occultare l'omicidio. In questo periodo da Mosca iniziarono a giungere voci circa l'assassinio dello zar, diffuse forse per "saggiare le reazione dell'opinione pubblica russa e internazionale di fronte all'uccisione di Nicola":[76] nessuno, né tra i governi né tra i molti parenti coronati della famiglia imperiale, diede cenno di preoccuparsi di loro.

La pianificazione dell'esecuzioneModifica

Il Soviet della regione degli Urali si accordò in un incontro del 29 giugno sul fatto che fosse necessario giustiziare la famiglia Romanov. Filipp Goloshchyokin giunse a Moscow il 3 luglio con un messaggio che insisteva sulla necessità di giustiziare lo zar.[77] Solo 7 dei 23 membri della Commissione Esecutiva Centrale erano riuniti, tre dei quali erano Lenin, Sverdlov e Felix Dzerzhinsky.[71] Venne concordato che il locale presidio del Soviet regionale degli Urali avrebbe definito i dettagli pratici dell'esecuzione, decidendo anche il giorno più appropriato per agire, contattando preventivamente Mosca per l'assenso finale.[78]

L'uccisione della moglie e dei figli dello zar venne pure discusso, ma per quanto approvato esso avrebbe dovuto essere mantenuto segreto di stato per evitare ripercussioni politiche di qualunque natura; l'ambasciatore tedesco Wilhelm von Mirbach già da tempo chiedeva ai bolscevichi rapporti sullo stato di salute della famiglia imperiale.[79] Un altro diplomatico, il console britannico Thomas Preston, che viveva nei pressi di Casa Ipatiev, fece spesso pressioni su Pierre Gilliard, Sydney Gibbes e sul principe Vasily Alexandrovich Dolgorukov per aiutare i Romanov,[59] ma quest'ultimo in particolare riuscì a scrivere solo qualche nota dalla sua cella prima di essere a sua volta assassinato da Grigory Nikulin, assistente di Yurovsky.[80] Ad ogni modo, le richieste di Preston di poter vedere la famiglia imperiale vennero tutte negate.[81] Come spiegò in seguito Trotsky, "la famiglia dello zar fu vittima di un problema che affligge tutte le grandi casate: l'ereditarietà dinastica", per cui le loro morti erano necessarie.[82] Goloshchyokin tornò ad Yekaterinburg il 12 luglio con un sunto della discussione sui Romanov tenutasi a Mosca,[71] assieme alle istruzioni secondo le quali nulla della morte della famiglia imperiale dovesse in qualsiasi modo ricondurre a Lenin direttamente.[83]

Il 14 July, Yurovsky definì il luogo e il metodo dell'esecuzione.[84] Egli ebbe frequenti contatti con Peter Ermakov, incaricato della direzione della squadra di fucilieri.[85] Yurovsky era intenzionato a confinare la famiglia coi propri servitori in uno spazio ristretto da cui non potessero fuggire. Venne prescelto per tale scopo il seminterrato della casa perché aveva sbarre all'unica finestra presente che comunque venne appositamente imbottita perché potesse attutire il suono degli spari e delle eventuali urla così da non allarmare i vicini o i cittadini all'esterno.[86] Venne considerato pure di ucciderli nel sonno, oppure di pugnalarli mentre dormivano, o ancora di svolgere le esecuzioni presso la foresta dove avrebbero potuto essere annegati con dei pesi di ferro ai piedi e gettati nello stagno di Iset.[87] Il piano di Yurovsky prevedeva invece un'esecuzione efficiente di tutti gli 11 prigionieri simultaneamente, pur dovendosi ad ogni modo assicurare che nessuno stuprasse le donne prima o dopo la loro uccisione o si desse allo sciacallaggio sui corpi una volta morti.[87] Avendo tentato già in precedenza di privare le granduchesse dei loro averi, egli presupponeva che questi fossero nascosti in gran parte sotto i loro vestiti;[43] e pertanto pareva naturale che gli uomini sapessero dove andare a ricercarli.[7]

Il 16 luglio, Yurovsky venne informato dal Soviet degli Urali che l'Armata Rossa si stava ritirando e pertanto le esecuzioni non potevano essere ritardate ulteriormente. Un telegramma in codice con la richiesta di approvazione finale da parte di Goloshchyokin e Georgy Safarov giunse alle 18:00 di quel giorno a Lenin a Mosca.[88] Non ci è pervenuta una risposta scritta da Mosca, anche se Yurovsky insistette poi che l'ordine era giunto da Mosca e gli era stato passato da Goloshchyokin alle 19.00.[89] Questo fatto è stato confermato anche da una ex guardia del Cremilno, Aleksey Akimov, il quale alla fine degli anni '60 disse che Sverdlov gli aveva personalmente dato istruzioni di consegnare un telegramma all'ufficio telegrafico del palazzo, ma gli chiese che sia la bozza che il pezzo di nastro usato per inviare il telegramma gli fossero portati immediatamente dopo l'invio.[89] Alle 20:00, Yurovsky inviò il suo autista a recuperare un camion per il trasporto successivo dei corpi, assieme a rotoli di stoffa per avvolgervi i cadaveri. Le istruzioni erano di parcheggiare il più possibile nei pressi dell'entrata del piano seminterrato della struttura e di mantenere acceso il motore così da mascherare ulteriormente il suono degli spari.[90] Yurovsky e Pavel Medvedev raccolsero 14 pistole da usare quella notte, comprese due Browning (una M1900 e una M1906), due pistole Colt M1911, deu Mauser C96, una Smith & Wesson e sette Nagant M1895 di fabbricazione belga.[91]

Nell'ufficio del comandante, Yurovsky assegnò le vittime a ciascun killer prima della distribuzione delle armi. Egli prese una Mauser e una Colt mentre Ermakov si armò con tre Nagant, una Mauser e una baionetta; fu l'unico a cui venne concesso il privilegio di uccidere due prigionieri, Alexandra e Botkin. Yurovsky diede istruzioni ai suoi uomini di "mirare al cuore ed per evitare che il sangue defluisse velocemente."[92] Almeno due uomini del contingente, un prigioniero di guerra austroungarico di nome Andras Verhas e lo stesso capo del contingente Adolf Lepa, si rifiutarono di sparare alle donne. Yurovsky li inviò a Casa Popov come punizione per questa loro mancanza "in quel momento importante della rivoluzione".[93]

Ekaterinburg, 17 luglio 1918Modifica

Jakov Michajlovič Jurovskij fu incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell'esecuzione e del successivo occultamento dell'eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l'avevano seguita: in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della Casa a destinazione speciale, ossia della Casa Ipat'ev, dove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia, e nelle loro ultime settimane di vita gestì i ritmi della casa.

Con l'arrivo del commissario Jakov Michajlovič Jurovskij il regime della Casa a destinazione speciale cambiò: le guardie furono disciplinate a non avere contatti con i prigionieri e i furti cessarono improvvisamente.

Nella seduta del Soviet dove si sarebbero decisi i bersagli dei carnefici, le guardie rosse si rifiutarono di sparare sui figli e Jurovskij dovette chiamare ex prigionieri di guerra austro-ungarici che avevano aderito alla rivoluzione a cui spiegò tutto in tedesco; fra di loro si dice fosse presente anche il giovane Imre Nagy, in realtà è appurato che l'Imre Nagy ivi presente fosse soltanto un omonimo e si consideri che all'epoca questo nome era parecchio diffuso.

Mentre i Romanov erano a cena la sera del 16 luglio 1918, Jurovskij entrò nel salotto ed informò i presenti che il ragazzo impiegato in cucina, Leonid Sednev, sarebbe uscito per incontrarsi con suo zio Ivan Sednev; Ivan in realtà era già stato ucciso in precedenza dai rivoluzionari.[94] La famiglia era in ansia in quanto Leonid era l'unico compagno di giochi dello zarevic Alessio, ma vennero rassicurati da Jurovskij che il ragazzo avrebbe ben presto fatto ritorno alla casa. Alexandra non gli credette e scrisse nell'ultima sua nota prima di morire quella sera stessa, "dovunque sia vedremo se quel ragazzo ritornerà!" Leonid venne infatti fermato poco dopo la sua uscita da Casa Ipatiev e venne trattenuto a Casa Popov quella sera stessa.[90] Jurovskij non aveva alcuna ragione per uccidere il ragazzo e desiderava solo toglierlo di mezzo dal luogo dell'esecuzione.[88]

La notte tra il 16 e il 17 luglio, alle 11 di sera, Jurovskij chiamò il suo assistente Medvedev e gli diede le seguenti disposizioni:

  • raccogliere 11 revolver dai soldati della casa;
  • avvisare il corpo di guardia della casa di non allarmarsi, se avesse udito degli spari.

«Al pianterreno era stata scelta una stanza con un tramezzo di legno stuccato (per evitare rimbalzi), da cui erano stati levati tutti i mobili. La squadra era pronta nella stanza accanto. I Romanov non avevano intuito nulla.[95]»

(Dalla nota di Jurovskij)

A mezzanotte, Jurovskij ordinò al dottor Eugene Botkin, medico personale della famiglia imperiale, di svegliare i Romanov ed ordinò loro di prepararsi per una partenza; spiegò che, in concomitanza dell'arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz'ora più tardi Nicola II, la moglie Aleksandra, il medico Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Ol'ga, Tatijana, Marija, Anastasija, Aleksej e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e Jurovskij li invitò ad entrare nella stanza del pianterreno.

«Nikolaj aveva in braccio Aleksej, gli altri portavano dei cuscinetti e delle piccole cose di vario genere. Entrando nella stanza vuota, Aleksandra Fëdorovna domandò: «Ma come, non c'è neppure una sedia? Non ci si può neppure sedere?». Il com. ordinò di portare due sedie. Nikolaj fece sedere su una sedia Aleksej, mentre sull'altra prese posto Aleksandra Fëdorovna. Ai rimanenti il com. ordinò di disporsi in fila.[95]»

(Jurovskij – che narra in terza persona)

Alludendo alla sua professione di fotografo, il commissario li dispose come per una fotografia di notifica: seduti in prima fila Aleksandra Fëdorovna e Aleksej, accanto a loro Nicola e alle loro spalle le figlie; sui lati i membri del seguito.

«Con rapidi gesti del braccio Jurovskij indicava a ciascuno dove doveva disporsi. Calmo, a bassa voce: «Prego, voi mettetevi qua, e voi qua... ecco, così, in fila...». I detenuti si disposero in due file. Nella prima c'era la famiglia dello zar, nella seconda la loro gente.[95]»

(Sterkotin, membro del commando)

Quando tutto fu pronto, Jurovskij chiamò il commando armato e 10 uomini si ammassarono sulla porta attendendo l'ordine.

«Quando entrò la squadra, il com. disse ai Romanov che in considerazione del fatto che i loro parenti continuavano l'attacco contro la Russia sovietica, il Comitato esecutivo degli Urali aveva deciso di giustiziarli. Nicola voltò le spalle alla squadra, volgendosi verso la famiglia, poi, come tornato in sé, si girò in direzione del com., chiedendo: «Come? Come?» [...] Il com. ripeté in fretta e ordinò alla squadra di puntare. Nicola non disse più nulla, si voltò di nuovo verso la famiglia, agli altri sfuggirono altre esclamazioni sconnesse. Tutto ciò durò alcuni secondi.[96]»

(Jurovskij)

«Detta l'ultima parola, Jurovskij estrasse di colpo il revolver dalla tasca e sparò allo zar. La zarina e la figlia Ol'ga cercarono di farsi il segno della croce, ma non fecero in tempo.[97]»

(Strekotin)

Lo zar cadde sotto tre colpi di pistola nella parte alta del petto. Gli uomini ammassati sulla porta tesero i revolver e bersagliarono sul gruppo: Aleksandra Fëdorovna cadde subito dopo il marito, colpita alla testa, seguita da Aleksej; dopo di loro si rivolsero alle figlie e al seguito. Maria, che era riuscita a portarsi alle doppie porte sprangate della sala, venne colpita inizialmente ad una coscia.[98]

«[...] Si formarono tre file di uomini che sparavano con le pistole. E la seconda e la terza fila sparavano al di sopra delle spalle di quelli che erano davanti. Le braccia con i revolver, protese verso i condannati, erano così tante e così vicine l'una all'altra che quelli che erano davanti ebbero il dorso della mano ustionato dagli spari di quelli che erano dietro.[99]»

(Kabanov, membro del commando)

Nella confusione generale, i pianti e le urla delle ragazze confondevano gli uomini, che non riuscivano a mirare correttamente; le figlie, avendo cucito alcuni gioielli nei vestiti, dovettero subire più colpi prima di cadere e far cessare le urla che disturbavano i carnefici.

«Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore.[100]»

(Jurovskij)

«Le due figlie minori dello zar erano accovacciate per terra contro la parete, con le braccia strette sul capo. Intanto due stavano sparando contro le loro teste. Aleksej era disteso sul pavimento. Qualcuno sparava anche contro di lui. La frel'na [tata, la Demidova] era sul pavimento ancora viva.»

(Kabanov)

I gioielli cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne, che ferite e spaventate, non sembravano smettere di dibattersi in preda al dolore e al terrore.

«Allora mi slanciai nel locale dell'esecuzione e urlai di smetterla di sparare e di finire quelli che erano ancora vivi a colpi di baionetta... Uno dei compagni cominciò a spingere nel petto della frel'na la baionetta del suo fucile americano Winchester. La baionetta aveva l'aspetto di un pugnale, ma la punta non era acuminata e non penetrava. Ella si aggrappò con ambo le mani alla baionetta e cominciò a urlare. Poi la colpirono con i calci dei fucili.[100]»

(Kabanov)
 
Il sotterraneo di casa Ipat'ev poco dopo l'esecuzione della famiglia imperiale, il muro fu distrutto dagli addetti dell'investigazione del 1919 dell'Armata Bianca per cercare unteriori prove e/o pallottole.

Dopo circa venti minuti, l'esecuzione ebbe termine.

«Il sangue scorreva a rivoli. Quando io arrivai l'erede era ancora vivo e rantolava. Jurovskij gli si accostò e gli sparò due o tre colpi a bruciapelo. L'erede tacque. Quel quadro mi provocò un conato di nausea.[101]»

(Medvedev, assistente di Jurovskij)

Tuttavia, al momento di trasportare i corpi all'autocarro, il commando si accorse che non tutti erano morti.

«Quando deposero sulla barella una delle figlie, essa lanciò un urlo e si coprì il volto con una mano. Constatammo che erano vive anche le altre. Ormai non si poteva più sparare, perché le porte erano aperte [...] Ermakov prese il mio fucile con la baionetta innestata e a colpi di baionetta finì tutti coloro che erano ancora vivi.[102]»

(Sterkotin)

Successive investigazioni calcolarono che vennero sparati circa 70 colpi, con una media di 7 per ogni componente del plotone, di cui 57 vennero ritrovati sul luogo dell'esecuzione e gli altri nei luoghi di sepoltura.[103] Alcuni dei barellieri di Pavel Medvedev iniziarono a frugare i corpi alla ricerca di valori. Jurovskij vide tutto ciò e intimò loro di consegnargli tutto ciò che avevano raccolto, pena la fucilazione. Il tentativo di sciacallaggio, complice l'incompetenza e l'ubriachezza di Ermakov, convinsero Jurovskij a disporre personalmente dei corpi.[104] SOlo lo spaniel dello zarevic Alessio, Joy, sopravvisse al massacro e venne venne poi salvato dall'Allied Intervention Force,[105] vivendo i suoi ultimi giorni a Windsor.[106]

Alexandre Beloborodov inviò un telegramma in codice al segretario di Lenin, Nikolai Gorbunov. Questo venne poi ritrovato dall'investigatore "bianco" Nikolai Sokolov ed in esso vi era scritto:[107]

«Informate Sverdlov che l'intera famiglia ha subito la stessa sorte del suo capo. Ufficialmente la famiglia sarà dichiarata morta durante l'evacuazione.[108]»

Il 19 luglio, i bolscevichi nazionalizzarono tutte le proprietà confiscate ai Romanov,[63] il medesimo giorno in cui Sverdlov annunciò l'esecuzione dello zar al Consiglio dei Commissari del Popolo.[109]

I corpiModifica

Dopo l'esecuzione, i cadaveri dei membri della famiglia imperiale vennero caricati su una camionetta che, seguita dal commando di Jurovskij, si addentrò nel bosco di Koptjakij per passare alla fase dell'occultamento. A metà strada l'autocarro si impantanò: il commissario decise quindi di bruciare sul posto due corpi per confondere un'eventuale futura indagine dei "bianchi". Nella sua nota egli attesta che bruciò il corpo di Aleksej e di una donna (probabilmente Marija o Olga) che identifica con Anna Demidova.

Dopo la prima cremazione e il disincaglio del carro, Jurovskij e i suoi arrivarono nel luogo prescelto: una cava abbandonata chiamata la radura dei quattro fratelli (per la presenza di quattro ceppi di abeti).

Lì i cadaveri vennero spogliati (fu allora che gli uomini scoprirono i gioielli nascosti dalla zarina e dalle figlie) e fatti a pezzi con asce e coltelli; gettati nella cava, vennero cosparsi di acido solforico e poi dati alle fiamme. Gli uomini di Ermakov si concentrarono in particolare sulle donne della famiglia che sapevano avere indosso quei diamanti e gioielli che avevano reso così difficoltosa la loro uccisione. Due degli uomini del gruppo alzarono la gonna della zarina Alexandra e le perquisirono persino la vagina.[110][111] Jurovskij ordinò loro di allontanarsi dal corpo della defunta con la pistola spianata, licenziando in tronco i due che avevano osato toccare il corpo della zarina come monito per coloro che fossero stati scoperti a compiere altri atti osceni o tentativi di furto.[110] Uno degli uomini licenziati ridacchiò dicendo di poter ora "morire in pace",[111] avendo toccato l' "imperial clitoride".[110] Jurovskij fece a quel punto un dettagliato resoconto di tutti i gioielli ritrovati, che erano divenuti quindi proprietà dello stato.

 
Alcuni dei topazi che vennero trovati indosso ai corpi alle donne della famiglia imperiale russa dagli uomini di Jurovskij .[16]

Fu solo a quel punto che Jurovskij scoprì che la buca preparata per i corpi era profonda meno di 3 metri e che quindi non sarebbe stata sufficiente ad accogliere tutti i cadaveri da seppellire .Tentò senza successo di allargare lo spazio con l'uso di granate a mano, ma alla fine si risolse a fa ricoprire il tutto a mano dai suoi uomini con terra e rami di boscaglia.[112] Jurovskij lasciò tre uomini di guardia sul sito mentre egli fece ritorno a Yekaterinburg con un 8 kg di diamanti e con un rapporto dettagliato per Beloborodov e Goloshchyokin.[113]

Il giorno seguente all'esecuzione, Sverdlov interruppe i lavori del comitato centrale di Mosca e mormorò qualcosa a Lenin, che dice a voce alta: «Il compagno Sverdlov ha da fare una dichiarazione». «Devo dire» dice Sverdlov «che abbiamo ricevuto notizie da Ekaterinburg. Per decisione del Soviet regionale, è stato fucilato Nicola II in un tentativo di fuga mentre le truppe cecoslovacche si avvicinavano alla città. Il presidium del comitato esecutivo centrale panrusso approva tale decisione». Segue un "silenzio generale", fino a quando Lenin non propone di continuare il lavoro interrotto.[114]

Il 20 luglio venne pubblicato a Ekaterinburg il decreto dell'eseguita esecuzione:

«Decreto del Comitato esecutivo del Soviet degli Urali dei deputati operai, contadini e dell'Armata Rossa. Avendo notizia che bande cecoslovacche minacciano Ekaterinburg, capitale rossa degli Urali, e considerando che il boia coronato, qualora si desse alla latitanza, potrebbe sottrarsi al giudizio del popolo, il Comitato esecutivo, dando corso alla volontà del popolo, ha decretato di procedere all'esecuzione dell'ex zar Nikolaj Romanov, colpevole di innumerevoli crimini sanguinosi.[115]»

Nonostante il Soviet centrale di Mosca avesse negato in seguito lo sterminio dell'intera famiglia, comunicando la sola fucilazione dello zar "in un tentativo di fuga", e nonostante gli sforzi di Jurovskij e dei suoi uomini di occultare nel modo più assoluto ogni traccia dell'esecuzione di massa, i resti nella cava dei quattro fratelli sono stati portati alla luce nel 1979.

Alapaevsk, 18 luglio 1918Modifica

La notte tra il 17 e il 18 luglio 1918, nella località di Alapaevsk sono passati per le armi: la granduchessa Elizaveta Fedorovna, sorella della zarina, il granduca Konstantin Konstantinovič, il granduca Igor' Konstantinovič, il granduca Ivan Konstantinovič, il granduca Sergej Michajlovič, suor Varvara Jakovleva e infine il principe Vladimir Pavlovič Paley.

San Pietroburgo, 28 gennaio 1919: le uccisioni degli ultimi granduchiModifica

Non ci sono versioni fornite da testimoni oculari sull'esecuzione: ciò che si sa si basa su versioni che provengono da voci e informazioni di seconda mano: variano sui dettagli, qualcuna ha un'aria eccessivamente drammatica, ma tutte si rassomigliano.[116]

Alle undici e mezzo della notte tra il 27 gennaio e il 28 gennaio 1919, le guardie svegliarono i granduchi Dmitrij Konstantinovič, Nikolaj Michajlovič e Georgij Michajlovič Romanov nelle loro celle nella prigione di Spalernaia, dicendo loro che stavano per essere portati via e quindi dovevano imballare i loro effetti personali. Inizialmente pensarono che stavano per essere portati a Mosca e il granduca Nikolaj credette anche che poteva darsi li liberassero, ma suo fratello Georgj gli disse che era più probabile li portassero in un altro posto per essere uccisi. I granduchi ebbero un funereo presentimento di quale sarebbe stato il loro destino quando, al momento della partenza, gli fu detto di lasciare i bagagli.

I granduchi furono condotti fuori e caricati in un camion dove già c'erano quattro criminali comuni e sei membri della guardia rossa. All'una e venti del 28 gennaio il camion lasciò la prigione e guidò verso il fiume dal lato del Campo di Marte, dove si fermò: mentre il conducente stava provando a rimetterlo in moto, uno dei prigionieri provò a fuggire, ma fu colpito. Il camion riprese il cammino e arrivò alla fortezza di Pietro e Paolo, dove i prigionieri furono fatti scendere approssimativamente nel bastione di Trubetskoy e gli venne detto di togliersi camicie e cappotti, malgrado ci fossero circa venti gradi sottozero: allora non ebbero più dubbi sul loro destino e i granduchi si abbracciarono per l'ultima volta.[117]

Altri soldati arrivarono portando un'altra persona, che i granduchi infine riconobbero come il loro cugino Pavel Aleksandrovič, fratello di Alessandro III. Furono allora scortati, un soldato per lato, verso una trincea che era stata scavata nel cortile, passando davanti la cattedrale di San Pietro e Paolo, pantheon della famiglia imperiale. Furono allineati davanti alla fossa, dove già c'erano tredici corpi; Nikolaj Michajlovič passò il proprio gatto, che aveva in mano, a un soldato chiedendogli di prendersene cura. I granduchi affrontarono la morte con coraggio,[117] Georgij Michajlovič e Dmitrij Konstantinovič pregarono tranquillamente, Dmitrij per il perdono dei suoi assassini: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno"[118] sembrano essere state le sue ultime parole. A Pavel, che era molto ammalato, spararono mentre era in barella, mentre gli altri tre furono fucilati assieme e caddero nella fossa.

I corpi di Pavel, Georgij e Nikolaj rimasero nella fossa all'interno della fortezza, mentre quello di Dmitrij venne di nascosto recuperato il giorno dopo dal suo ex aiutante von Leiming, avvolto in una coperta fu rotolato e sepolto privatamente nel giardino di una casa di San Pietroburgo, dove riposa ancora oggi.[119]

Le indagini di SokolovModifica

Dopo la caduta di Ekaterinburg nelle mani degli anti-comunisti dell'Armata Bianca il 25 luglio di quell'anno, l'ammiraglio Alexander Kolchak stabilì la Commissione Sokolov sulla fine del mese per indagare sugli omicidi. Nikolai Sokolov, un investigatore legale incaricato, compì le prime indagini intervistando diversi membri dell'entourage dei Romanov nel febbraio del 1919, in particolare Pierre Gilliard, Alexandra Tegleva e Sydney Gibbes.[120]

 
La commissione Sokolov ispeziona il sito della miniera abbandonata nella primavera del 1919
 
I resti del cane "Jimmy" trovati da Sokolov

Sokolov scoprì moltissimi oggetti appartenuti ai Romanov, in particolare nei luoghi dove erano stati gli uomini di Yurovsky, ed attorno al sito minerario dove inizialmente erano stati posti i corpi. Tra gli oggetti bruciati vennero trovati frammenti d'ossa,[121] la dentiera superiore e gli occhiali del dottor Botkin, corsetti, medaglie e cinture, scarpe, chiavi, perle e diamanti,[15] alcuni proiettili sparati e parte di un dito femminile tagliato.[122] Nella buca venne ritrovato solo il corpo dello spaniel di Anastasia, Jimmy.[123] Non vennero trovate tracce consistenti di vestiti al contrario di quanto aveva dichiarato Yurovsky secondo il quale tutti i vestiti delle vittime erano stati bruciati prima di essere sepolti.[124] Sokolov non riuscì a trovare il luogo delle sepolture dei corpi; ironicamente fotografò il punto esatto della sepoltura nel corso delle sue ricerche, senza però pensare che la sotto vi fossero i corpi della famiglia reale.[125] Il ritorno repentino delle forze dei bolscevichi nel luglio di quello stesso anno costrinse i "bianchi" ad evacuare ed a interrompere le ricerche, portando con loro solamente una piccola scatola con tutto ciò che era stato ritrovato sul sito.[126] Sokolov raccolse le fotografie fatte e le testimonianze ottenute in otto volumi che pubblicò.[127] Morì in Francia nel 1924 di un attacco di cuore prima di poter completare le proprie indagini.[128] La scatola coi resti ritrovati si trova oggi nella chiesa ortodossa di San Giobbe a Uccle, presso Bruxelles.[129]

 
Alcuni oggetti appartenuti ai Romanov e ritrovati nei pressi dei loro luoghi di sepoltura oggi in mostra presso l'Holy Trinity Orthodox Seminary di Jordanville, New York. A destra una delle camicette appartenute a una delle granduchesse[130]

Il resoconto di Sokolov venne pubblicato in francese ed in russo e per 65 anni, sino al 1989, fu l'unico documento tangibile di resoconto sulla tragedia.[17] Nell'opera egli ad ogni modo concludeva erroneamente che i prigionieri erano morti subito dopo la sparatoria ad eccezione di Alessio e di Anastasia che vennero colpiti con delle baionette e poi finiti a con colpi di pistola a bruciapelo,[131] e che i corpi erano poi andati distrutti cremati su una pira di massa.[132] Diverse pubblicazioni in tutto il mondo e commenti alle indagini di Sokolov, spinsero i sovietici a rivedere la loro opinione sul lavoro dell'investigatore "bianco" del 1926, ammettendo che l'imperatrice e i suoi figli erano stati effettivamente uccisi con lo zar.[17] Nel 1938, infatti, Josef Stalin aveva imposto il silenzio sui Romanov.[19] Egli aveva inoltre bandito il rapporto Sokolov.[125] Casa Ipatiev era stata cassata come "non di sufficiente importanza storica" dal Politburo di Leonid Brezhnev ed è stata demolita nel settembre da Yuri Andropov, del KGB[10] meno di un anno prima dal 60° anniversario delle morti. Yeltsin scrisse nelle sue memorie: "prima o poi saremo incolpati di questa barbarie". La distruzione della casa non fermò ad ogni modo pellegrini e monarchici dal visitare il sito.[19]

Il ricercatore amatoriale Alexander Avdonin ed il regista Geli Ryabov trovarono il luogo di sepoltura il 30-31 maggio 1979 dopo anni di studi e ricerche sul campo.[19][125] Dalla sepoltura vennero recuperati tre teschi, ma nessun laboratorio accettò di esaminarli aiutando i ricercatori; preoccupati dalle conseguenze di una simile scoperta, Avdonin e Ryabov riseppellirono i resti nell'estate del 1980.[133] La presidenza di Mikhail Gorbachev portò con sé l'era del glasnost (apertura) e della perestroika (riforma), il che spinse Ryabov a rivelare il sito di sepoltura dei Romanovs al giornale The Moscow News il 10 aprile 1989.[133][134] I resti vennero dissotterrati nel 1991 da ufficiali sovietici con una "esumazione ufficiale". Per la mancanza di abiti e per le numerose ferite e danni inflitti ai corpi, rimanevano numerosi dubbi sull'autenticità dei ritrovamenti, che poterono essere provati solo nel 1998 grazie alle prove del DNA.[21]

Il 29 luglio 2007, un altro gruppo di ricercatori amatoriali trovò una piccola tomba non lontana dal sito dove erano stati scoperti gli altri corpi, contenente i resti di due ragazzi dell'età di Alexei e di sua sorella Maria.[135][21] Anche se gli investigatori hanno al fine concluso che si trattino dei resti di Alessio e Maria, i loro resti rimangono collocati presso l'archivio di stato in attesa della decisione della chiesa ortodossa di riconoscerli come tali,[136] avendo avanzato la richiesta di "ulteriori e più dettagliati" esami.[137]

Gli esecutoriModifica

 
Peter Ermakov sopravvisse alla guerra civile senza patire conseguenze per il suo ruolo nell'uccisione dei membri della famiglia imperiale; ad ogni modo, a differenza degli altri uccisori, non ricevette premi né promozioni. Per il resto della sua vita,[138] si batté per vedersi riconosciuto il suo ruolo primario nell'uccisione della famiglia imperiale e per il suo contributo alla rivoluzione.[139]

Ivan Plotnikov, professore di storia all'Università di Stato degli Urali, disse che gli esecutori materiali dell'omicidio dei membri della famiglia imperiale furono Yakov Yurovsky, Grigory P. Nikulin, Mikhail A. Medvedev (Kudrin), Peter Ermakov, Stepan Vaganov, Alexey G. Kabanov (ex soldato della guardia imperiale dello zar),[48] Pavel Medvedev, V. N. Netrebin, and Y. M. Tselms. Filipp Goloshchyokin, fido associato di Yakov Sverdlov, pur essendo commissario militare a Ekaterinburg, non prese comunque parte alla strage, e due o tre guardie del gruppo di sorveglianza rifiutarono di prendervi parte.[140] Pyotr Voykov ottenne l'incarico di occuparsi dei corpi con 570 litri di benzina e 180 kg di acido solforico, quest'ultimo ordinato tramite la farmacia di Ekaterinburg. Pur non avendo preso parte all'uccisione, successivamente disse di essere intervenuto, oltre che di aver rubato degli oggetti dai corpi delle granduchesse ormai morte.[141] Dopo le uccisioni, dichiarò "il mondo non saprà mai cosa abbiamo fatto di loro." Voykov prestò servizio come ambasciatore sovietico in Polonia nel 1924, dove venne assassinato da un monarchico russo nel luglio del 1927.[105]

Gran parte degli uomini che presero parte al massacro sopravvissero mesi dopo l'uccisione.[105] Stepan Vaganov, uno dei più fidi collaboratori di Ermakov,[142] venne attaccato e ucciso da un contadino alla fine del 1918 per aver partecipato agli atti di repressione locali della Cheka. Pavel Medvedev, capo delle guardie a Casa Ipatiev e una delle figure chiave negli omicidi,[66] venne catturato dall'Armata Bianca nel febbraio del 1919. Negò di aver preso parte agli omicidi durante i suoi interrogatori, ma morì poi di tifo in prigione.[105] Alexandre Beloborodov ed il suo vice Boris Didkovsky vennero entrambi uccisi nel 1938 in occasione della Grande Purga. Filipp Goloshchyokin venne giustiziato nell'ottobre del 1941 in una prigione del NKVD e sepolto in una tomba anonima.[139]

Tre giorni dopo gli omicidi, Yurovsky personalmente riportò a Lenin gli eventi d iquella notte e venne ricompensato con una nomina a Mosca nella Cheka. Scalò alcune vette del partito, morendo all'ospedale del Cremlino nel 1938 all'età di 60 anni. Prima della sua morte, donò le pistole usate negli omicidi al Museo della Rivoluzione a Mosca,[73] lasciando inoltre tre resoconti di grande valore, per quanto contraddittori, sugli eventi. Anche se è stato detto che Yurovsky non abbia mai espresso rimorso né pentimento per gli omicidi,[10] un ufficiale inglese che lo incontrò nel 1920 lo descrisse come amareggiato per quegli atti.[143] Lui ed il suo assistente Nikulin, morto nel 1964, vennero sepolti nel Cimitero di Novodevichy a Mosca.[144] Suo figlio, Alexander Yurovsky, ha collaborato con gli investigatori Avdonin e Ryabov nel 1978 nelle loro ricerche, volontariamente.[145]

Lenin vedeva la casata dei Romanov come "la feccia monarchica, 300 anni di disgrazia",[82] e si riferiva a Nicola II nelle sue conversazioni e nei suoi scritti come "il nemico più diabolico del popolo russo, un esecutore sanguinario, un gendarme asiatico, un ladrone coronato."[146] Come si è detto sin dai primi giorni dopo l'esecuzione, il nome di Lenin venne mantenuto lontano dal caso della sorte dei Romanov.[82] Lenin operò con estrema cautela, utilizzando telegrammi in codice, insistendo sulla distruzione del telegramma originale. Negli archivi di stato ad ogni modo è stata provata l'esistenza di un gruppo di persone dipendenti da Lenin che erano state adeguatamente formate a ricevere messaggi in codice con le sue disposizioni per i casi più importanti.[147] Nei 55 volumi della biografia di Lenin e nelle sue memorie pubblicate, è stato scrupolosamente tolto negli anni ogni accenno agli omicidi, enfatizzando al contrario i ruoli di Sverdlov e Goloshchyokin.

Lenin era certamente a conoscenza della decisione di Vasily Yakovlev di portare Nicola, Alessandra e Maria verso Omsk anziché ad Ekaterinburg nell'aprile del 1918, cosciente delle minacce dell'area che si profilavano con l'avanzata dei "bianchi". Lenin accolse anche positivamente la morte della granduchessa Elisabetta, assassinata assieme ad altri cinque membri della famiglia imperiale presso Alapayevsk il 18 luglio 1918.[148][149]

La storiografia sovietica si concentrò sul rappresentare lo zar Nicola come un capo incompetente e debole le cui decisioni portarono alla sconfitta della Russia nella prima guerra mondiale ed alla morte di milioni di sudditi,[35] mentre la reputazione di Lenin venne protetta a tutti i costi; la responsibilità della liquidazione dei Romanov venne fatta ricadere sul Soviet degli Urali e sulla Cheka di Ekaterinburg.[147]

I presunti superstitiModifica

Per quasi 100 anni (dal 1919 al 2002) ci sono stati numerosi casi di persone che si ritenevano i legittimi figli dello zar[150]Nicola II e della zarina Alessandra. Questi sono alcuni di essi:

NoteModifica

  1. ^ W.H. Chamberlin, Storia della rivoluzione russa; G. King, La zarina Alessandra
  2. ^ Sokolov, Nikolai A. Ubiistvo Tsarskoi Sem’i (Убийство царской семьи). / Slowo-Verlag. Berlin/ 1925/ p. 191
  3. ^ a b [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  4. ^ Robert K. Massie, The Romanovs: The Final Chapter, Random House, 2012, pp. 3–24.
  5. ^ «17/VII 1918 в Екатеринбурге (ныне Свердловск), в связи с угрозой занятия города белыми, по постановлению Уральского областного совета бывший царь Николай Романов вместе с членами его семьи и приближенными был расстрелян». — Большая советская энциклопедия / гл. ред. О. Ю. Шмидт. - Москва : Советская энциклопедия, 1926-. Т. 49: Робер - Ручная граната. - 1941. / статья: «Романовы» / кол. 134
  6. ^ «3 (16)/VII 1918 при приближении к Екатеринбургу чехословацких контрреволюционных войск Николай II со всей семьей был расстрелян». — Большая советская энциклопедия / гл. ред. О. Ю. Шмидт. - Москва : Советская энциклопедия, 1926-. Т. 42: Нидерланды - Оклагома. - 1939. / статья: «Николай II» / кол. 137
  7. ^ a b Rappaport, p. 198.
  8. ^ Sokolov, Nikolai A. Ubiistvo Tsarskoi Sem’i. Terra, Moscow (Reprinted 1996)
  9. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  10. ^ a b c Pringle, p. 261.
  11. ^ a b Wendy Slater, p. 153.
  12. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  13. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  14. ^ Massie, p. 16.
  15. ^ a b c d Rappaport, p. 218.
  16. ^ a b [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  17. ^ a b c Massie, p. 19.
  18. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  19. ^ a b c d Rappaport, p. 219.
  20. ^ a b [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  21. ^ a b c Rappaport, p. 220.
  22. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  23. ^ Romanovs laid to rest, in BBC News, 17 July 1998.
  24. ^ a b [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  25. ^ Rappaport, Four Sisters (2014), p. 381.
  26. ^ Robert Gellately. Lenin, Stalin, and Hitler: The Age of Social Catastrophe Knopf, 2007 ISBN 1-4000-4005-1 p. 65.
  27. ^ Orlando Figes, A People's Tragedy: The Russian Revolution 1891–1924, Penguin Books, 1997, p. 638, ISBN 0-19-822862-7.
  28. ^ King, G. (1999). The Last Empress, Replica Books, p. 358. ISBN 0735101043.
  29. ^ The Daily Telegraph, No proof Lenin ordered last Tsar's murder, 17 January 2011.
  30. ^ (RU) Расследование убийства Николая II и его семьи, продолжавшееся 18 лет, объявлено завершенным, НТВ-новости. URL consultato il 29 December 2012 (archiviato dall'url originale l'11 February 2013).
  31. ^ "Уголовное дело цесаревича Алексея". На вопросы обозревателя "Известий" Татьяны Батенёвой ответил следователь по особо важным делам Следственного комитета Российской Федерации Владимир Соловьёв, 17 January 2011.
  32. ^ (RU) Интервью следователя Соловьёв, Владимир Николаевич (следователь) – В. Н. Соловьёва и Аннинский, Лев Александрович – Л. А. Аннинского, http://www.dostoinstvo.zolt.ru/index.php?module=articles&c=articles&b=1&a=16.
  33. ^ Victor Serge, Year One of the Russian Revolution, Chicago, Haymarket, 1932, p. 315, ISBN 9781608462674.
  34. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  35. ^ a b [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  36. ^ Tames, p. 56.
  37. ^ Tames, p. 62.
  38. ^ a b c d Rappaport, p. 22.
  39. ^ Rappaport, Four Sisters (2014), p. 371.
  40. ^ a b c d e Rappaport, p. 20.
  41. ^ a b Rappaport, p. 23.
  42. ^ Rappaport, p. 102.
  43. ^ a b Rappaport, p. 31.
  44. ^ Rappaport, Four Sisters (2014), p. 372.
  45. ^ Massie, p. 283.
  46. ^ King, G., and Wilson, P., p. 127.
  47. ^ Rappaport, p. 27.
  48. ^ a b c Radzinsky, p. 383.
  49. ^ John Browne, Hidden Account of the Romanovs, p. 471.
  50. ^ Massie, p. 278.
  51. ^ a b Rappaport, p. 16.
  52. ^ Massie, p. 289.
  53. ^ a b c Rappaport, p. 17.
  54. ^ Rappaport, pp. 118–119.
  55. ^ a b Rappaport, pp. 17–18.
  56. ^ Rappaport, p. 29.
  57. ^ Rappaport, p. 25.
  58. ^ a b Rappaport, p. 24.
  59. ^ a b Rappaport, p. 34.
  60. ^ Rappaport, Four Sisters (2014), p. 377.
  61. ^ Rappaport, Four Sisters (2014), p. xv.
  62. ^ Rappaport, Four Sisters (2014), p. xiv.
  63. ^ a b Rappaport, p. 157.
  64. ^ Rappaport, p. 159.
  65. ^ Rappaport, p. 160.
  66. ^ a b c Rappaport, p. 171.
  67. ^ Rappaport, p. 97.
  68. ^ Rappaport, p. 140.
  69. ^ Rappaport, pp. 86–87.
  70. ^ Bullock, David (2012) The Czech Legion 1914–20, Osprey Publishing ISBN 1780964587
  71. ^ a b c Rappaport, p. 130.
  72. ^ a b Rappaport, p. 125.
  73. ^ a b Slater, p. 53.
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BibliografiaModifica

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