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Giuseppe De Stefanis
20 dicembre 1885 – 11 dicembre 1965
Nato aLa Spezia
Morto aRoma
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataRegio Esercito
ArmaArtiglieria
GradoGenerale di corpo d'armata
GuerrePrima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale
CampagneFronte italiano (1915-1918)
Campagna di Grecia
BattaglieSeconda battaglia di El Alamein
Comandante di24ª Divisione fanteria "Pinerolo"
102ª Divisione motorizzata "Trento"
132ª Divisione corazzata "Ariete"
XX Corpo d'armata
LI Corpo d'armata
Decorazionivedi qui
Studi militariRegia Accademia Militare di Artiglieria e genio di Torino
dati tratti da Generals[1]
voci di militari presenti su Wikipedia

Giuseppe De Stefanis (La Spezia, 20 dicembre 1885Roma, 11 dicembre 1965) è stato un generale italiano, veterano della prima guerra mondiale. Durante la seconda guerra mondiale fu comandante della 24ª Divisione fanteria "Pinerolo", della 102ª Divisione motorizzata "Trento", della 132ª Divisione corazzata "Ariete", del XX Corpo d'armata, e del LI Corpo d'armata. Sottocapo di Stato maggiore del Regio Esercito, insieme al generale Adamo Mariotti, durante i giorni dell'armistizio dell'8 settembre 1943, e della mancata difesa di Roma.

BiografiaModifica

Nacque a La Spezia il 20 dicembre 1885. Arruolatosi nel Regio Esercito nel 1903 iniziò a frequentare come Allievo ufficiale la Regia Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino, da cui uscì con il grado di sottotenente assegnato all'arma di artiglieria il 28 settembre 1905. Partecipò alla Grande Guerra, quale capitano e maggiore con grandi riconoscimenti al valore. Ufficiale proveniente dallo Stato Maggiore. Nel 1915 sposò la signorina Emanuela dei Visconti di Ozzano.

Promosso colonnello il 29 ottobre 1932 fu comandante dell'8º Reggimento di artiglieria "Pasubio", con sede a Verona nel triennio 1932-1935 ed, in seguito, comandante dell'Artiglieria del VII Corpo d'armata a Firenze e capoufficio addestramento presso il comando del corpo di Stato maggiore a Roma.

Dal 1º settembre 1937, promosso generale di brigata, fu prima al comando dell'artiglieria del Corpo d'armata corazzato e poi, all'atto dell'entrata in guerra del Regno d'Italia, avvenuta il 10 giugno 1940, al comando della 24ª Divisione fanteria "Pinerolo".

Promosso promosso generale di divisione il 1 gennaio 1941, in quello stesso mese la "Pinerolo" fu trasferita sul fronte greco-albanese e, alla resa della Grecia, in aprile, rimase quale unità da occupazione in Tessaglia. Nel mese di agosto dello stesos anno fu sostituito al comando della "Pinerolo" dal generale di divisione Licurgo Zannini, e trasferito in Libia al comando della 102ª Divisione motorizzata "Trento".

Una volta giugnto in A.S.I. partecipò ai vari cicli operativi autunnali del 1941 con la "Trento" (comando assunto il 25 agosto), passando poi, il 20 gennaio 1942 al comando della 132ª Divisione corazzata "Ariete" conseguendo numerosi successi, e rendendo la sudetta unità tra le più famose del Regio Esercito.

Per tali meriti fu decorato, il 26 maggio 1942, con la Croce di Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia.

Permase in tale incarico sino al 26 giugno seguente, quando sostituì il generale Ettore Baldassarre, caduto a Marsa Matruh nell'inseguimento delle unità inglesi in ritirata, al comando del XX Corpo d'armata. Lasciò il comando della "Ariete" al generale di brigata Francesco Antonio Arena.

Al comando del XX Corpo d'armata partecipò alle varie fasi delle battaglie di El Alamein, venendo promosso al rango di generale di corpo d'armata il 14 novembre successivo. Dopo la sconfitta in Egitto, comandò il corpo d'armata nella varie fasi del ritiro, dapprima in Libia fino ad attestarsi sulla linea del Mareth in Tunisia col solo suo comando, perdendo tutte le unità di manovra. Fu poi sostituito dal generale di corpo d'armata Taddeo Orlando il 4 febbraio 1943 e rimpatriato.

Dal 3 maggio dello stesso anno assunse l'incarico di Sottocapo di Stato maggiore dell'Esercito per le operazioni, sostituendo il generale Carlo Vecchiarelli trasferito ad Atene al comando dell'11ª Armata. Partecipò, a Roma, in sostituzione del generale Mario Roatta, Capo di stato maggiore del Regio Esercito, al Consiglio della Corona tenutosi il pomeriggio dell'8 settembre, dove si decise di dar corso all'armistizio dopo la diffusione della notizia da parte alleata da Radio Algeri.

La notte seguente fu tra i militari che partì da Roma verso Ortona al seguito dei sovrani e arrivò a Brindisi. Qui alcune settimane dopo assunse dapprima il comando del LI Corpo d'armata, pletorica unità appena istituita ma priva di fatto di vere truppe dipendenti. Nel giugno 1944 fu a capo della Delegazione A dello Stato maggiore, ossia l'organizzazione delle forze italiane che opereranno per conto degli alleati nel 1945 coi gruppi di Combattimento.

Fu considerato da tutti sicuramente tra i migliori generali italiani della seconda guerra mondiale.

OnorificenzeModifica

  Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia
— Regio Decreto 3 ottobre 1941[2]
  Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia
— Regio Decreto 26 maggio 1942[2]
  Medaglia di bronzo al valor militare
«Addetto ad una colonna di attacco quale informatore del comando di una divisione, durante le operazioni per la conquista di una posizione fortemente difesa dal nemico, si dimostrò ufficiale esperto e ardito, percorrendo noncurante del pericolo, un terreno violentemente battuto dall'artiglieria e dalla fucileria nemiche, e raccogliendo dati ed informazioni assai utili al comando. Già in precedenti ricognizioni aveva dato bella prova di se. Sud di Boneti, 14-15 settembre 1916
  Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— Regio Decreto 12 gennaio 1933[3]
  Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— Regio Decreto 16 gennaio 1941[4]
  Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
  Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
  Medaglia commemorativa italiana della vittoria

NoteModifica

AnnotazioniModifica


FontiModifica

  1. ^ Generals.
  2. ^ a b Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  3. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.143 del 21 giugno 1933, pag.2579.
  4. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.178 del 30 luglio 1941, pag.36.

Collegamenti esterniModifica