God Save the King

inno nazionale britannico
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God Save the King
inno nazionale britannico
A Loyal Song, c. December 1745.jpg
Partitura dell'inno pubblicata sul Thesaurus musicus nel 1745
Informazioni generali
NazioneRegno Unito Regno Unito[1]
Lingueinglese
Componimento poetico
Testo
Autoreanonimo
Composizione musicale
Partitura
Autoreanonimo
Audio
Versione strumentale eseguita dalla banda della marina militare degli Stati Uniti (info file)

«Un vero gioiello musicale; il tipo più perfetto dell'inno-preghiera.»

(Gino Visonà[2])

God Save the King («Dio salvi il Re») è il brano musicale patriottico e popolare inglese che funge per consuetudine[3] da inno nazionale e reale britannico, dei territori d'oltremare del Regno Unito, e da inno reale dei reami del Commonwealth. Quando sul trono siede una sovrana, assume il titolo God Save the Queen («Dio salvi la Regina»).

StoriaModifica

DatazioneModifica

God Save the King è indicato a volte come l'inno nazionale più antico al mondo ancora in uso, essendo stato pubblicato completo di testo e musica non più tardi del 1744 e adottato al massimo nel 1825.[4] Con riguardo alla pubblicazione di testo e musica, il Wilhelmus, adottato nel 1932 ma redatto per iscritto nel 1574,[5] risulta in realtà più antico.

Invece il riconoscimento di fatto di God Save the King come inno nazionale avvenne per gradi, tra gli anni della guerra contro la Francia e quelli della Rivoluzione francese,[6] ed è quindi all'incirca coevo all'adozione della Marsigliese.[7]

Si tratta comunque di uno degli inni nazionali di più antica data, specie se si considera la probabile origine popolare della melodia, di datazione incerta ma senz'altro anteriore alla stessa pubblicazione.

Contesto storico e titoloModifica

Il titolo del brano corrisponde al terzo e settimo verso della prima strofa, che chiudono rispettivamente la terzina e la quartina di cui essa si compone e le corrispondenti frasi musicali.

L'espressione God save the King e la sua equivalente del secondo verso, long live [the] King, ricorrono da secoli nella lingua inglese. Esse corrispondono all'augurio che nelle prime traduzioni della Bibbia rendeva il latino vivat rex («viva il re») del I Libro dei Re, al versetto 1:39[8] dedicato all'incoronazione di Salomone, che nelle edizioni dal 1390 in poi diventa alternativamente «Lyue the kyng» e «God save the kynge».[9]

L'intreccio del potere politico con la liturgia è lungamente radicato in Inghilterra, e la stessa cerimonia di incoronazione del sovrano è un rito religioso che, fin dal Medioevo, si serve di un anthem (termine per «inno» che designa letteralmente l'antifona) per cantare il passo del I Libro dei Re:[10] a ridosso della prima pubblicazione del futuro inno nazionale, Händel musica i versetti 1:38,40 nell'anthem Zadok the Priest per l'incoronazione di Giorgio II (1727).[11]

Ma nell'Inghilterra postrivoluzionaria e del primo costituzionalismo moderno muta la concezione del potere sovrano, e la legittimazione reciproca tra il re e il popolo coinvolge ora la totalità dei sudditi: è proprio negli anni 1740-1745 che si assiste al fiorire della musica patriottica a carattere popolare, di cui sono espressione composizioni rimaste poi celebri in tutto il mondo, come Rule, Britannia! di Arne. Su questa scia matura allora il passaggio dall'anthem elevato, affidato al coro professionale, all'anthem pur sempre di stampo religioso e solenne ma orecchiabile e cantabile dal popolo nel suo insieme.[12]

AutoreModifica

 
L'inno pubblicato sul Gentleman's Magazine nel 1745 presenta due errori rispetto alla prima edizione (1744) e una melodia ancora in più parti diversa da quella poi accolta nell'uso

Sia il testo sia la musica sono di anonimo. Riguardo all'autore della musica, si è fatto il nome di Henry Carey, il cui figlio anni dopo (1795) si spinse a chiedere una pensione al Parlamento britannico sul presupposto che il padre avesse composto l'inno, senza riuscire a provarlo. Secondo un'altra tesi l'autore (almeno indiretto) sarebbe John Bull, ma anche in questo caso non esistono conferme e anzi vi sono indizi di segno contrario.[6] Riposa invece su due falsi del 1834, presto demoliti, l'attribuzione a Lulli di un'aria Grand Dieu, sauvez le Roy scritta per Luigi XIV su un'aria originale che sarebbe poi stata riusata per l'inno britannico[13] (il compositore francese d'origine italiana scrisse piuttosto un mottetto Domine salvum fac regem LWV 77/14, dal titolo latino corrispondente al senso letterale del verso God save the King). La musica non è poi certamente di Thomas Arne, che si limitò ad arrangiare l'inno per la prima esecuzione pubblica, nel 1745.[6][14]

DiffusioneModifica

Legato al sovrano di Gran Bretagna e poi del Regno Unito, anche dopo aver perso il carattere di attestazione di fedeltà alla casa regnante per acquisire quello di canto nazionale[6] God Save the King è rimasto in uso in tutto l'Impero britannico e nei paesi che, pur dopo la fine di questo, fanno capo alla corona: non solo i territori d'oltremare, ma anche i superstiti reami del Commonwealth, che pur essendo indipendenti e dotati di propri inni nazionali riconoscono il sovrano del Regno Unito come capo di stato e conservano quindi il brano come inno reale.

Tra la prima esecuzione (28 settembre 1745) e fino a tutto il regno di Elisabetta II, nel corso di quasi 277 anni, è stato cantato come God Save the Queen per oltre 134 anni: ciò è dovuto ai lunghi regni delle due sole regine, Vittoria (63 anni e 216 giorni) ed Elisabetta (70 anni e 214 giorni), che hanno quasi pareggiato il tempo (poco meno di 143 anni) in cui sul trono britannico è seduto uno degli otto re (Giorgio II, Giorgio III, Giorgio IV, Guglielmo IV, Edoardo VII, Giorgio V, Edoardo VIII, Giorgio VI).[15]

Nella storia contemporanea God Save the King è il prototipo degli inni monarchici[16] come la Marsigliese di quelli repubblicani, e la sua melodia, dotata di nuovi testi in altre lingue, formò gli inni reali, imperiali e nazionali di altri paesi. Ciò avvenne soprattutto in Germania, dove la versione Heil dir im Siegerkranz fu adottata dapprima dalla Prussia (1795[17]) e poi dall'Impero (1871).[16] Molti altri stati tedeschi, entro l'impero, seguirono l'esempio: la Baviera,[18] il Württemberg,[19] il Baden,[20] l'Assia,[21] l'Anhalt,[22] lo Schaumburg-Lippe,[23] la Sassonia,[24] il Meclemburgo-Schwerin.[25] Il Liechtenstein, ultimo erede di questa tradizione, conserva tuttora l'inno come Oben am jungen Rhein. Al di fuori delle nazioni tedesche, il brano è stato adottato nel tempo anche da Svezia (Bevare Gud vår kung),[6] Norvegia (Kongesangen,[26] inno reale ancora in vigore), Russia (Molitva russkich), Islanda (Íslands minni),[27] Grecia,[28] Hawaii.[29] Un testo in tedesco fu scritto anche per Cristiano VII di Danimarca.[30]

Anche alcuni regimi repubblicani, di tradizione tedesca o anglosassone, adottarono l'inno. A parte la Repubblica di Weimar, che in un primo momento (1918-1922) mantenne la sola versione strumentale ereditata dal Secondo Reich,[16] si ricordano i casi della Svizzera, che lo impiegò come Rufst du, mein Vaterland dal tempo della sua Costituzione federale (anni 1840) al 1961, e degli Stati Uniti che, con un nuovo testo dal titolo America (My Country, 'Tis of Thee), riusarono la melodia ereditata dall'ex madrepatria come inno nazionale di fatto per circa un secolo, dal 1832[31] al 1931.[6]

ArrangiamentiModifica

Nel 1962, su richiesta del Leeds Festival, Benjamin Britten compose un arrangiamento di God Save the Queen. Altri noti arrangiamenti dell'inno sono quelli di Elgar (1902) e Bliss (1969).

Inno dell'Impero britannicoModifica

Rimase inno nazionale in Canada fino all'adozione di quello attuale nel 1980, così come in Australia fino al 1984. In Sudafrica fu dapprima unico inno nazionale, poi sostituito dal 1961 da quello di Lourens De Villiers Die Stem van Suid Afrika / The Call of South Africa, ancora oggi in vigore sebbene unito all'inno di Sontonga. In Nuova Zelanda era il solo inno nazionale fino al 1977, mentre oggi ha valenza di inno nazionale affiancato a God defend New Zealand.

Europa
  • Regno Unito: inno nazionale dal 1745
  • Irlanda: inno nazionale dal 1745 al 1936, inno reale dal 1936 al 1949
  • Corsica: inno reale dal 1793 al 1795
  • Malta: inno nazionale dal 1805 al 1964, inno reale dal 1964 al 1974
  • Cipro: inno nazionale dal 1878 al 1960
  • Isole Ionie: inno nazionale dal 1814 al 1864
  • Heligoland: inno nazionale dal 1814 al 1890
  • Germania britannica: inno nazionale affiancato dal 1945 al 1949
  • Austria britannica: inno nazionale affiancato dal 1945 al 1955
Africa
Asia
  • Aden e Hadramaut: inno nazionale fino al 1971
  • Bahrein: come inno reale affiancato fino al 1971
  • Bangladesh: inno nazionale fino al 1947, inno reale dal 1947 al 1956
  • Bhutan: inno reale affiancato fino al 1947
  • Birmania: inno nazionale fino al 1948
  • Borneo del Nord: inno nazionale fino al 1963
  • Brunei: inno reale affiancato fino al 1984
  • Ceylon: inno nazionale fino al 1948, inno reale dal 1948 al 1972
  • Costa dei Pirati: come inno reale affiancato fino al 1971
  • Hong Kong: inno nazionale dal 1842 al 1997
  • India: inno nazionale fino al 1947, inno reale dal 1947 al 1950
  • Iraq: inno nazionale dal 1918 al 1932
  • Maldive: inno nazionale fino al 1965
  • Malaysia: inno nazionale fino al 1957
  • Oman: come inno reale affiancato fino al 1971
  • Pakistan: inno nazionale fino al 1947, inno reale dal 1947 al 1956
  • Palestina: inno nazionale dal 1918 al 1948
  • Qatar: come inno reale affiancato fino al 1971
  • Singapore: inno nazionale fino al 1963
  • Transgiordania: inno nazionale dal 1918 al 1946
  • Wei hai wei: inno nazionale dal 1898 al 1931
Americhe
Oceania
  • Australia: inno nazionale dal 1779 al 1977 de facto, fino al 1984 de jure (dal 1974 sostituito da Advance Australia Fair per le competizioni sportive), inno reale dal 1984
  • Figi: inno nazionale dal 1888 al 1978, inno reale dal 1978
  • Isole Salomone: inno nazionale fino al 1978, inno reale dal 1978
  • Kiribati: inno nazionale fino al 1979
  • Nauru: inno nazionale dal 1918 al 1968
  • Nuova Zelanda: inno nazionale dal 1840 al 1977 de facto, 1986 de jure (dal 1977 sostituito da God Defend New Zealand per le competizioni sportive), inno reale dal 1986
  • Territorio dei Papua: inno nazionale dal 1884 al 1918
  • Nuova Guinea: inno nazionale 1918 al 1975, inno reale dal 1975
  • Samoa: inno nazionale fino al 1962
  • Tonga: inno nazionale fino al 1968
  • Tuvalu: inno nazionale fino al 1978, inno reale dal 1978 al 1995 e ancora dal 1997
  • Vanuatu: inno nazionale assieme a "La Marseillaise" fino al 1980
Antartide

Testo e traduzioneModifica

Quando il monarca in carica è donna, l'inno diventa God Save the Queen (“Dio salvi la Regina”). Nel titolo e nel testo ogni ricorrenza di King (Re) viene sostituita con Queen (Regina), con relativi cambi di pronomi (heshe) e aggettivi possessivi (his o himher). Inoltre, l'ordine delle parole del penultimo verso viene invertito (with heart and voice to singto sing with heart and voice).

(EN)

«God save our gracious King!
Long live our noble King,
God save the King!
Send him victorious,
happy and glorious,
long to reign over us,
God save the King!

O Lord, our God, arise,
scatter his enemies,
and make them fall.
Confound their politics,
frustrate their knavish tricks,
on Thee our hopes we fix,
God save us all.

Thy choicest gifts in store
on him be pleased to pour,
long may he reign!
May he defend our laws,
and ever give us cause
with heart and voice to sing,
God save the King!»

(IT)

«Dio salvi il nostro magnanimo Re,
lunga vita al nostro nobile Re,
Dio salvi il Re!
Donagli la vittoria,
la felicità e la gloria,
possa regnare a lungo su di noi;
Dio salvi il Re!

O Signore, nostro Dio, sorgi,
disperdi i suoi nemici
e falli cadere;
confondi i loro intrighi,
frustra le loro manovre disoneste,
su di te sono riposte le nostre speranze,
oh, salvaci tutti!

I regali più preziosi che conservi,
sii disposto a riversarli su di lui;
possa regnare a lungo;
possa difendere le nostre leggi
e sempre darci l’occasione
di cantare col cuore e con la voce,
Dio salvi il Re!»

Riprese e citazioniModifica

Il compositore e violinista italiano Niccolò Paganini scrisse delle variazioni sul tema del brano.

Nell'opera Il viaggio a Reims (1825) di Gioacchino Rossini, Lord Sidney intona l'inno inglese durante una festa indetta dal Barone Trombonok, nella quale ognuno dei personaggi canta il proprio inno nazionale [32].

Gaetano Donizetti, nell'ouverture della sua opera Roberto Devereux ambientata in terra inglese, rielabora il tema dell'inno.

Giuseppe Verdi, nell'Inno delle Nazioni, inserisce l'inno inglese insieme alla Marsigliese ed all'Inno di Mameli.

God Save the Queen è sempre il titolo di un riadattamento questa volta di Brian May, che suona alla chitarra la melodia principale dell'inno, con una ricca armonizzazione ottenuta attraverso numerose sovraincisioni secondo il suo stile caratteristico; l'orchestrazione è completata da sottofondo di timpani e piatti. La cover fa parte dell'album A Night at the Opera (Queen, 1975).

NoteModifica

  1. ^ La musica di God Save the King, con testo tedesco, forma anche l'inno nazionale del Liechtenstein Oben am jungen Rhein.
  2. ^ Visonà, p. 7.
  3. ^ Stringiamci, in Treccani Magazine – Atlante, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 28 aprile 2015. URL consultato il 23 settembre 2022.
  4. ^ Britannica.
  5. ^ (EN) Frits Noske, Early Sources of the Dutch National Anthem (1574-1626), in Fontes Artis Musicae, vol. 13, n. 1, 1966, pp. 87-94, JSTOR 23504604.
  6. ^ a b c d e f Roberto Leydi, La nascita degli inni nazionali, in Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014. URL consultato il 23 settembre 2022.
  7. ^ (EN) Michael Mould, The Routledge Dictionary of Cultural References in Modern French, New York, Taylor & Francis, 2011, p. 147, ISBN 978-1-136-82573-6. URL consultato il 23 settembre 2022.
  8. ^ 1Re 1:39, su laparola.net.
  9. ^ Watts, pp. 7-9.
  10. ^ (EN) Andrew Hughes, The Origins and Descent of the Fourth Recension of the English Coronation, in János M Bak (a cura di), Medieval and Early Modern Monarchic Ritual, Berkeley-Los Angeles-Oxford, University of California Press, 1990, pp. 197-213, DOI:10.1525/9780520311121.
  11. ^ Conte, p. 39.
  12. ^ Conte, pp. 39-40.
  13. ^ Cummings, pp. 58-63.
  14. ^ (EN) Alan Blackwell e David MacKay, Power, Cambridge University Press, 2006, p. 97, ISBN 9781139445597.
  15. ^ Essendo un inno nazionale di fatto, un tempo anche soggetto a variazioni testuali legate al nome del regnante, non è comunque possibile affermare rigorosamente che sia stato in vigore con l'uno o l'altro titolo con cui è noto.
  16. ^ a b c Conte, p. 40.
  17. ^ (DE) Michael Fischer e Christian Senkel, Reichsgründung 1871: Ereignis, Beschreibung, Inszenierung, a cura di Klaus Tanner, Münster, Waxmann Verlag, 2010.
  18. ^ Boehm, p. 38.
  19. ^ Boehm, pp. 43-44.
  20. ^ Boehm, pp. 44-45.
  21. ^ Boehm, p. 46.
  22. ^ Boehm, pp. 63-64.
  23. ^ Boehm, p. 74.
  24. ^ Boehm, p. 41.
  25. ^ Boehm, p. 49-53.
  26. ^ (NO) Kongesangen, su Store norske leksikon. URL consultato il 24 settembre 2022.
  27. ^ (EN) Daisy Neijmann (a cura di), A History of Icelandic Literature, Lincoln, University of Nebraska Press, 2006, pp. 262, 518.
  28. ^ (EL) Ελλάς, su Anemi, Atene, Pyrsos, 1934, p. 239. URL consultato il 24 settembre 2022.
  29. ^ (HAW) Hawaiʻi ponoʻī, su Huapala. URL consultato il 24 settembre 2022 (archiviato dall'url originale il 17 gennaio 2018).
  30. ^ Boehm, pp. 13-14.
  31. ^ (EN) John A. Garraty e Mark C. Carnes (a cura di), American National Biography, vol. 20, New York, Oxford University Press, 1999, p. 281.
  32. ^ Teatro alla Scala Archiviato il 30 settembre 2017 in Internet Archive. › includes › doc il libretto dell'opera

BibliografiaModifica

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